MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 12

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

XI meditazione

Preghiera iniziale: Salmo 125 (124)

Abbiamo visto cosa chiede al discepolo il regno di Dio, e il modo in cui egli deve vivere la sessualità: abbiamo parlato così del matrimonio e della verginità.

Il secondo tema del cap. 19 di Matteo, riguarda il possesso. Ma subito prima troviamo un piccolo passo che parla dei bambini: «Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. Gesù però disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli”. E dopo aver imposto loro le mani, se ne partì» (Mt 19,13-15). Perché il regno dei cieli appartenga ai bambini e a quelli che sono come loro, lo abbiamo già ricordato: poiché il regno di Dio è essenzialmente dono, ci vuole capacità di accoglienza, capacità di lasciarsi amare, perdonare e salvare. Il bambino, da questo punto di vista, è la creatura più accogliente, perché ha bisogno di tutti e di tutto: il bambino diventa così un modello della vita spirituale.

Segue un brano che riguarda il problema della ricchezza:

Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?» Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?» Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?» Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze (Mt 19,16-22).

Talvolta si prendono queste risposte di Gesù come se la prima riguardasse la vocazione comune di tutti i cristiani, e la seconda la vocazione dei religiosi, ossia la vocazione alla perfezione e ai consigli evangelici. Ma non sembra sia questo l’intento del Vangelo.

La prima risposta di Gesù è interlocutoria; egli non si impegna, infatti dà la risposta che avrebbe dato qualsiasi maestro ebraico. La sua vera risposta è la seconda: quella che esprime la presenza e le esigenze del regno.

“Cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”: anzitutto dobbiamo apprezzare quest’uomo: gli interessa ottenere la vita eterna. Il che non è molto corrente: a molti interessa lo stipendio più elevato, fare carriera, star bene in salute, ottenere successo. Uno a cui interessa ottenere la vita eterna, è una persona notevole, ha un desiderio sano e buono, che dovremmo, anzi, fare nostro.

C’è però un altro aspetto, tipicamente giudaico, della domanda: “che cosa debbo fare?” Per quell’uomo, si tratta di “fare” qualcosa, di compiere delle opere, per raggiungere una meta alta. È questo l’atteggiamento tipico degli Ebrei, che si ritrova spesso nelle discussioni con Gesù: gli Ebrei mettono un forte accento sulle opere da fare. Ora, la vita eterna non è tanto una conquista dell’uomo, quanto un dono di Dio. Il primo atteggiamento perciò, deve essere quello del bambino che riceve; occorrono anche le opere, e sono importanti, ma, alla radice, deve stare l’atteggiamento della fede, che non è un’opera, ma un ricevere. Nella fede, quello che fa tutto è il Signore, e noi ci lasciamo amare, perdonare; prima delle opere, dunque, deve esserci la disponibilità alla venuta del Signore.

Quest’uomo ragiona con la mentalità dell’uomo adulto, dell’uomo ricco: mette davanti a sé un traguardo alto, la vita eterna, ed è sicuro di poterlo raggiungere. Se mi dici cosa c’è da fare, io sono disposto a lavorare: so che per niente non si ottiene niente; se voglio qualcosa di importante come la vita eterna, lo debbo pagare: è un uomo che fa già delle cose buone, è abituato a una vita onesta, ma vuole l’indicazione di qualche opera in più: una elemosina, un’opera di misericordia, un atto di culto in più: chiede semplicemente la strada, poi la percorrerà.

«Gesù rispose: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”». Sembra che la domanda: “cosa devo fare di buono…” non piaccia molto a Gesù; non è una domanda del tutto corretta. Per Gesù, la bontà non è prima di tutto una “cosa” da fare, ma è Dio, da accettare; la bontà è una persona da accogliere, non una legge o un’opera.

Se la vita si ottenesse attraverso una legge, ci sarebbe sempre una misura in quello che ci viene chiesto. Cioè: una legge chiede sempre qualcosa, per es. le tasse si pagano in una determinata percentuale sul guadagno, è una misura. Ma se si tratta di vivere un rapporto personale di amicizia e di amore con Dio, a Dio bisogna dare tutto, e non solo alcune cose; con Dio bisogna giocare tutto. Se Dio è Dio, egli merita tutto, non gli basta il 20%, e neppure il 90. La legge fondamentale dell’Antico Testamento dice: «Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai dunque il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5): insistendo su questa totalità, il Signore dice che non deve rimanere fuori niente dal nostro rapporto con Dio: niente di quello che pensi, niente di quello che desideri, niente di quello che fai. Allora si capisce la domanda di Gesù: “Perché mi interroghi su ciò che è buono?”, perché vuoi una legge? Uno solo è buono! È il rapporto con Dio che devi vivere, ed è in questo rapporto che devi impegnare tutto te stesso.

“Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”: è la prima risposta di Gesù. “Entrare nella vita”, per un Ebreo, ricordava il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme; e il tempio è la casa di Dio, dove Dio abita: andare al tempio è entrare nella casa di Dio, quindi nella vita, poiché Dio è la vita. Nel Salmo 36(35) si dice: «Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie. È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce» (vv. 8-10). È preziosa la grazia di Dio, allora gli uomini si rifugiano all’ombra delle sue ali che, concretamente, sono il tempio di Gerusalemme dove Dio siede sui cherubini, e quindi protegge il pellegrino che vi si rifugia. Il tempio ha il diritto di asilo, e chi vi entra è protetto da Dio. Nel tempio inoltre i pellegrini si saziano dell’abbondanza della casa di Dio, si dissetano, si illuminano, perché ricevono da Dio l’abbondanza della vita.

Per entrare nel tempio, però, ci sono delle condizioni: bisogna, anzitutto, che uno sia onesto perché i disonesti e gli empi non possono stare nella casa di Dio. Per questo, alla porta del tempio di Gerusalemme, si faceva una liturgia di ingresso, simile alla liturgia penitenziale all’inizio della Messa quando si chiede perdono per poter entrare nell’esperienza della comunione con Dio. Alla porta del tempio, i pellegrini ponevano la domanda: «Chi salirà il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?» E i sacerdoti rispondevano: «Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo» (Sal 24(23), 3-4); c’è una serie di condizioni morali che permettono l’ingresso al tempio, dopo aver fatto l’esame di coscienza; bisogna essere in armonia con Dio, e aver messo in pratica i comandamenti per poter entrare.

Si capisce allora la risposta di Gesù: “Osserva i comandamenti”; ma l’altro vuol sapere quali, e Gesù glieli ricorda: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre”: questi fanno parte dei dieci comandamenti; poi: “ama il prossimo tuo come te stesso”, che è una legge preziosa dell’Antico Testamento, nel libro del Levitico, e che per Gesù ha una importanza fondamentale. Le condizioni richiamate da Gesù, infatti, riguardano tutte l’amore per gli altri, per il prossimo: per entrare in comunione con Dio bisogna amare i fratelli.

«Il giovane disse: “Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?”», che è come dire: ho sempre saputo queste cose che mi avrebbe potuto dire qualunque maestro di Israele; io volevo sapere qualcosa di più; sono convinto che tu sia un maestro nuovo, e che tu abbia qualcosa di nuovo da insegnare, un tuo segreto per entrare in comunione con Dio.

In modo molto significativo, quest’uomo non si accontenta delle parole di Gesù, che non ha detto niente di suo, finora. Vuole qualcosa di nuovo – e a questo punto, Matteo nota che era un giovane –, perciò sente ancora la vita davanti a sé, sta vivendo l’età dei progetti, delle speranze, delle scelte generose e impegnative, coraggiose e anche radicali. È come il giovane di cui parla il libro di Qoèlet: siccome «la giovinezza e i capelli neri sono un soffio, ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: Non ci provo alcun gusto» (12,1): finché uno è giovane, deve fare delle scelte autentiche, che daranno sapore e significato alla sua vita. Il giovane del Vangelo è così: non si accontenta di sentirsi ricordare cose che già sapeva: dobbiamo dargli ragione e il Vangelo non gli dà torto; è un uomo effettivamente impegnato con i comandamenti, ma sente che gli manca qualche cosa. È convinto che Gesù possa dare un sapore più pieno alla sua vita; la mediocrità non gli piace: vuole il segreto di Gesù.

«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Abbiamo già trovato la parola “perfetto” in Mt 5,48, quando abbiamo letto: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»; si tratta di diventare effettivamente discepolo perché il discepolo fa parte della famiglia. «Se vuoi essere perfetto» non vuol dire “se vuoi essere senza difetti” perché avremo sempre difetti finché siamo sulla terra; ma: se vuoi davvero impegnarti del tutto nel regno di Dio, se vuoi davvero compromettere la tua vita, metterla tutta nella prospettiva del regno di Dio, allora: “va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”.

Il gesto che viene chiesto da Gesù, è di per sé un gesto paradossale che, dal punto di vista immediato, rende una persona ridicola: il dare via tutto non è molto apprezzato nel mondo. Verrà il momento in cui uno viene considerato santo, e allora san Francesco sarà apprezzato. Ma, sul momento, san Francesco sembrava un burlone, un pazzo: il suo modo di comportarsi non era considerato ragionevole. Tuttavia, il giocare tutto per Dio è un gesto fondamentale; è l’impegnare tutto sul regno di Dio, sulla sua volontà. Con una garanzia, però: “avrai un tesoro nel cielo”; già in Mt 6, il Signore ci insegnava: «Non accumulatevi tesori sulla terra dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel Cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano» (vv. 19-21). Per questo motivo, Gesù insiste col giovane: il tuo tesoro lo possiedi: devi rischiare; devi obbedire a Dio e affidarti totalmente a Lui; già obbedisci a Dio e lo ami perché osservi i comandamenti; ma hai la sicurezza del tuo patrimonio: soldi, servi, che ti fanno amare Dio con riserva: tieni qualcosa per te; Dio non è ancora tutto per te e per la tua vita.

E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la gente gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova, vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità, vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere (Mc 12,41-44).

È una cosa bella fare l’elemosina come questi ricchi che gettano molte monete d’oro; ma la vita religiosa più autentica è quella della vedova che ha gettato due spiccioli, cioè un quattrino, “tutto quello che aveva”; non le è rimasta nessuna sicurezza se non l’amore di Dio e la sua provvidenza: ha veramente giocato tutto. È proprio quanto Gesù chiede al ragazzo: «vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».

La sequela (“vieni e seguimi”) è lo scopo, il fondamento di tutte le altre scelte: Gesù chiede al giovane il dono grande di gettare tutto, ma Gesù gli fa un dono grandissimo, gli regala se stesso. Con l’invito “vieni e seguimi”, Gesù si impegna a camminare davanti a lui, a non lasciarlo solo, a insegnargli la via, non solo perché gli dirà quel che deve fare, ma perché in un certo modo, Gesù compromette se stesso nei suoi confronti; chiede a lui di impegnarsi, ma lui stesso si impegna, come chi apre la marcia e percorre la strada per primo.

Quando il Signore chiama Abramo, gli dice: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, va verso il paese che io ti mostrerò» (Gen 12,1): il verbo della vocazione di Abramo è: “va, parti”. Per i discepoli, invece, il verbo è diverso: “seguimi”, che è molto più consolante, per tanti aspetti. Abramo deve partire e non sa dove va; il discepolo deve pure partire, ma dietro a Gesù, seguendo le sue orme. In Gesù, Dio si è fatto presente in mezzo agli uomini, e per noi allora vivere è seguire concretamente il Signore. A quel giovane viene sì chiesto molto, ma gli viene dato moltissimo: la presenza stessa di Dio nella sua vita, il dono della libertà dalle cose, della comunione con Cristo, dell’ingresso nel regno dei cieli, della vittoria della vita: gli viene dato cioè proprio quello che aveva chiesto: “cosa debbo fare per avere la vita eterna?”.

Ma “udito questo, il giovane se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze”. Anzitutto, c’è qui il paradosso della parola di Dio che rende triste l’uomo. La parola di Dio è un Vangelo, ossia una bella notizia, è fatta per suscitare la gioia. San Paolo dice nella lettera ai Romani: «Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza» (15,4): le Scritture ci danno perseveranza, consolazione e speranza, ci danno dunque la gioia. Il giovane invece, “udito questo”, cioè dopo aver ascoltato la parola di Dio, “se ne andò triste”.

La parola di Dio ha messo a nudo la sua condizione interiore di schiavo delle sue ricchezze: “Se ne andò triste, perché aveva molte ricchezze”, dice il Vangelo; ma potremmo dire che è vero il contrario: non il giovane aveva delle ricchezze, ma le ricchezze possedevano lui. Gli era stata fatta la proposta di seguire Gesù per avere la vita eterna. Egli ha chiesto parere alle ricchezze, e poiché queste hanno protestato, egli ha rifiutato quanto gli era offerto: ha perso il suo appuntamento con la gioia e con la vita; si è reso manifesto quell’attaccamento che, forse, lui stesso non sapeva nemmeno di avere, perché non si rendeva conto di essere schiavo dei suoi beni.

Ed è quello che capita molte volte a noi: l’incontro con il Signore diventa scomodo non perché il Signore metta addosso dei pesi, ma perché davanti a lui siamo costretti a vederci come siamo; di fronte agli altri non ci sentiamo molto in colpa – gli altri sono come noi, e forse un tantino peggio! –. Davanti al Signore, però, siamo costretti a vedere tutte le schiavitù che ci impediscono di camminare dove il Signore ci chiede.

Il brano finisce così, ma la vita di quest’uomo non è finita. Padre Martini, commentando questo testo, immagina di seguire il giovane quando torna a casa; avrà pensato: perché non sono stato capace di dire di sì al Signore? Sono stato un vigliacco. Allora cerca di compensare il suo rifiuto con qualche opera buona: qualche elemosina, una maggiore bontà con i suoi servi…; ma non è ancora soddisfatto… Come va a finire, non lo sappiamo: ma non è detto che rimanga sempre nella tristezza.

Il Signore ci dà sempre tante occasioni per renderci conto delle nostre schiavitù. E se ce ne rendiamo conto, siamo a un passo dalla liberazione che consiste nel metterci danti al Signore e confessare il nostro limite e il nostro peccato: è una nuova possibilità di rientrare nella corsa. Ciascuno può ricercare le occasioni che il Signore gli dà, trovare il proprio cammino di conversione ed approfittarne per consegnare al Signore la propria vita.

Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli». A queste parole, i discepoli rimasero costernati e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?» E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Mt 19,23-26).

I ricchi non sono peggiori degli altri; ma difficilmente riescono a staccarsi dalle cose che hanno, quindi difficilmente riescono ad accogliere il regno di Dio come un dono. La ricchezza non è di per sé un peccato, se non è disonesta; ma nell’ottica del Vangelo è un rischio, perché tende ad occupare il cuore dell’uomo, ad ingombrarlo: sicché non rimangono più molti desideri o speranze e il desiderio del regno di Dio diventa secondario. Si capisce allora perché Gesù dica: «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli»: l’immagine è così paradossale da essere quasi inaccettabile. Anche se qualche commentatore dice che si tratta non di un cammello, ma di una gomena, l’immagine è sempre eccessiva. Il Vangelo, d’altra parte, vuole proprio dare una immagine paradossale, per dire che è impossibile salvarsi se si è attaccati alle ricchezze: i discepoli lo hanno capito, tanto che dicono: «Chi si potrà dunque salvare?» È impossibile non solo a quelli che hanno grandi ricchezze, ma è impossibile per tutti: perché non è facile trovare persone veramente distaccate dalla ricchezza, tra quelli che hanno molto e, talvolta, anche tra quelli che hanno poco.

«È impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile»; è una risposta preziosa per noi: il regno di Dio, la grazia, il perdono di Dio sono un dono, quindi la salvezza viene prima di tutto dalla grazia di Dio; il che non vuol dire che non ci dobbiamo impegnare in una scelta personale di fedeltà al Signore, o che non ci debbano essere le nostre opere di obbedienza: tutto questo ci deve essere; ma all’origine non sta quello che possiamo fare noi, bensì quanto fa il Signore. Bisogna diventare persone piccole, desiderose di accogliere il dono e disponibili a lasciarsi salvare. In questo senso, diventa possibile anche per un ricco salvarsi, diventa possibile per la grazia di Dio, se si colloca nell’atteggiamento della fede, del desiderio e dell’accoglienza.

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