MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 11

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

X meditazione

Terminato il discorso ecclesiastico, Gesù si mette in viaggio verso Gerusalemme, e mentre cammina con i suoi, li istruisce su alcune dimensioni fondamentali della vita del discepolo, di colui cioè che riconosce la presenza del regno nella propria vita. In particolare, nel cap. 19, Gesù dà alcuni insegnamenti che riguardano la sessualità e l’uso delle ricchezze. Sono dimensioni fondamentali della vita dell’uomo, e dobbiamo sapere come devono essere interpretate e vissute nella logica del regno di Dio. Vediamo perciò i temi del matrimonio e della povertà.

Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano. E lo seguì molta folla e colà egli guarì i malati. Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. Gli obiettarono: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?”. Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”. Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”» (Mt 19,1-12).

Il punto di partenza è una questione di diritto: nel libro del Deuteronomio si dice che se un uomo trova in sua moglie qualcosa di vergognoso la può ripudiare purché le dia l’atto del ripudio, il “libello del ripudio” (24,1). In quali casi allora è lecito il ripudio? Al tempo di Gesù c’erano scuole giuridiche, alcune più rigorose: affermavano che il “qualcosa di vergognoso” era l’adulterio, quindi si poteva ripudiare la moglie in caso di adulterio. Le scuole meno rigide, affermavano che, oltre l’adulterio, esistevano altri motivi per ripudiare la moglie: per es. il non saper cucinare. Vien chiesto perciò a Gesù con chi è d’accordo, se con i più rigorosi, o gli altri, e come interpreta il versetto del Deuteronomio che parla di ripudio se si trova qualcosa di vergognoso nella donna.

Gesù non risponde direttamente alla domanda; gli hanno chiesto un parere sul libro del Deuteronomio, ed egli risale al libro della Genesi: non avete letto che il Creatore al momento della creazione, li creò maschio e femmina? (cfr. Gen 1,27) e disse: «per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola» (Gen 2,24). Gesù, dunque, non spiega cosa intendeva Mosè, spiega invece la volontà originaria di Dio; spiega cioè che la sessualità fa parte del progetto originario di Dio: quando Dio ha pensato la persona umana, l’ha pensata maschio e femmina. Il motivo sta qui: «Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli stia di fronte”» (Gen 2,18).

Nella volontà di Dio, la sessualità è un segno di incompletezza: ogni singola persona non esaurisce la ricchezza della personalità umana, ne esprime solo un polo, maschile o femminile. Così ha voluto Dio, affinché la persona umana fosse portata al dialogo, alla ricerca della comunicazione, all’amore, al dono di sé: “non è bene che l’uomo sia solo”. Il progetto di Dio sulla persona umana non è per l’isolamento o l’autarchia, è invece un progetto di comunione.

Nell’ottica di Dio, la sessualità è vocazione all’amore, alla comunione e al dono; e poiché è una vocazione scritta profondamente nell’uomo, “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”; così che non sono più due ma una carne sola. Nell’ottica di Dio, non c’è dunque posto per il ripudio o per il divorzio; per Dio c’è posto solo per l’amore fedele e totale, senza pentimento.

Gli Ebrei obbiettano a Gesù: ci parli di un amore indissolubile, ma Mosè, nella Legge, ammette il ripudio. Sì, Mosè parla di ripudio, ma:

  1. non lo comanda,

  2. «per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli».

Mosè ha come abbassato il livello, il valore del matrimonio perché la persona umana non era capace di realizzare pienamente il progetto completo di Dio, che era l’amore totale.

Gesù pare considerare questo permesso di Mosè ormai superato perché, ora, è data la possibilità di realizzare il vero progetto di Dio sul matrimonio, come progetto di donazione piena. Nell’ottica di Gesù, dunque, c’è anzitutto il matrimonio così come lo ha inventato Dio: luogo di amore totale e permanente; c’è poi il matrimonio come è stato vissuto nella storia dall’uomo peccatore, la cui capacità di amore è ferita e diminuita dal peccato: così, spesso, l’uomo non è stato capace di vivere il matrimonio nel modo in cui Dio l’ha voluto. Ma ora – dice Gesù – Dio vi dà la possibilità di vivere il dono dell’amore in modo completo; ora il matrimonio può ritrovare il suo statuto originario, il suo valore pieno di amore.

Questo, perché il regno di Dio è vicino, Dio è vicino all’uomo con il suo amore e con il suo perdono; attraverso Gesù Cristo, l’uomo ha fatto l’esperienza dell’amore infinito di Dio per lui; solo questa esperienza scioglie il cuore indurito che l’uomo ha dentro di sé, crea il cuore nuovo, capace di fedeltà che l’uomo ha sempre sognato e i profeti avevano annunciato: «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo» (Ez 36,26). Ora succede proprio così: il Signore mette dentro di noi uno spirito nuovo, uno spirito di amore. Secondo Osea, l’uomo è spinto da uno spirito di fornicazione, forza che lo inclina all’infedeltà; ma ora il Signore mette nel cristiano uno spirito nuovo che possa realizzare pienamente l’amore nel matrimonio.

Il matrimonio come dono di sé totale e irrevocabile è un miracolo grande, è una capacità di amore che mostra quanto è grande l’amore di Dio; il matrimonio è, sì, un sacramento, cioè una realtà di questo mondo, ha però i lineamenti della realtà di Dio: per cui possiamo vedere nel matrimonio come è fatto l’amore di Dio. Gesù insegna appunto che ora l’amore di Dio è entrato nell’uomo tanto profondamente, attraverso la fede, che il cuore umano è reso capace di un amore simile all’amore di Dio, senza infedeltà. In tal modo, il matrimonio può veramente realizzare la sua vocazione, come era stato pensato da Dio all’origine, come è, in fondo, il desiderio costante di ogni uomo che vorrebbe il suo amore totale ed eterno, valido sempre e in ogni situazione.

Quanto Gesù ci insegna sul matrimonio, è davvero l’annuncio di una “buona notizia” sul matrimonio: all’uomo viene annunciato che è possibile finalmente un legame che diventi dono irrevocabile di sé all’altra persona.

La prospettiva di Gesù non è però del tutto gradita ai discepoli: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi»; pare un’esigenza troppo grande, per loro, un impegno che lega troppo. Ma Gesù risponde con un detto sull’eunuchia – l’eunuco è un uomo che non può sposarsi –, un testo per noi prezioso perché fa riferimento alla verginità e al celibato. Gesù «rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso”»: è vero che c’è nel non sposarsi la possibilità di un valore grande, di una realizzazione autentica del regno di Dio, ma questa non può mai essere una fuga dagli impegni del matrimonio. La verginità o il celibato non nascono dal rifiuto dei legami e dei pesi che il matrimonio comporta; scaturisce da un dono, da un carisma che non tutti possono comprendere, ma solo “coloro ai quali è stato concesso”, ossia coloro a cui Dio lo ha concesso. La verginità e il celibato sono dunque doni, sono anzitutto un essere scelti da Dio, prima ancora della scelta umana, che deve diventare una risposta responsabile a Dio. Gesù presenta proprio questa possibilità nuova.

Nella esperienza ebraica si conoscono eunuchi che sono così di nascita, altri che sono stati resi eunuchi dalla violenza degli uomini, ma, aggiunge Gesù, «vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca». Queste parole di Gesù sono certamente una novità, perché nella tradizione ebraica non sono molto presenti il celibato e la verginità o il superamento del matrimonio; anzi, nell’ebraismo il matrimonio pareva quasi comandato: un rabbi “doveva” sposarsi perché nella Genesi sta scritto: «Crescete e moltiplicatevi» (1,28), il matrimonio perciò fa parte della vocazione dell’uomo.

Nell’Antico Testamento non ci sono casi di verginità, salvo uno, stranissimo: Geremia. Egli non si sposa, non perché non lo desidererebbe, ma è così preso dalla missione che deve compiere, ed è così legato all’annuncio della distruzione di Gerusalemme e della fine del tempio e del popolo, che vive praticamente come un emarginato. Geremia racconta la sua esperienza: «Me infelice, madre mia, che mi hai partorito oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese. Non ho preso prestiti, non ho prestato a nessuno eppure tutti mi maledicono» (Ger 15,10); lo maledicono perché è un profeta di sventura e non può dire nessuna parola di gioia: è il Signore che lo fa parlare, ma questa profezia gli pesa addosso; vorrebbe dire cose belle, ma il Signore gli fa annunciare la distruzione che sta per avvenire: tutto questo lo colloca in una situazione di isolamento assoluto, perché il celibato di Geremia annuncia la distruzione, la morte. Non c’è ancora l’idea di un valore positivo del celibato, anche se è chiara l’idea della consacrazione a Dio: Geremia è infatti un consacrato, e tutto quello che fa e subisce è motivato dalla sua appartenenza al Signore: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto violenza e hai vinto» (20,7); Geremia appartiene al Signore che fa di lui un suo strumento; il suo celibato rientra in questa prospettiva di consacrazione al Signore, ma ancora con una visione piuttosto negativa.

Si conosce un altro caso di celibato, di un Rabbi che vive circa cento anni dopo Gesù Cristo. Egli andava dicendo che tutti si devono sposare, perché sta scritto nella Genesi, lui però non era sposato. Quando gli obbiettavano la sua incoerenza, Ben Azai rispondeva: «Cosa posso fare? La mia anima è legata alla Legge; il mondo può essere perpetuato dagli altri»: è una risposta molto bella e vicina al Cristianesimo. Ben Azai è innamorato della Legge, non può che studiare, proclamare, capire la Legge di Dio; bisogna anche prolungare l’umanità, ma altri ci penseranno: Ben Azai si sente legato alla Legge e sequestrato da lei.

È un discorso “lontano” dal Vangelo, il quale parla di regno di Dio e di Gesù Cristo, non di Legge; ma “vicino”, se ascoltiamo Matteo che parla di eunuchi a causa del regno di Dio entrato nella loro vita in modo così pieno e intenso da non lasciar spazio, da occupare tutti i loro progetti, desideri, prospettive.

Sta qui il significato cristiano della verginità e del celibato: non sono un rifiuto del matrimonio come se questo fosse negativo. Ci sono state sette che hanno considerato negativamente il matrimonio: ma si tratta di un’eresia. Ne parla san Paolo: «Negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza. Costoro vieteranno il matrimonio, imporranno di astenersi da alcuni cibi… Tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera» (1 Tm 4,1-5). Nella visione tipicamente cristiana, il matrimonio è buono, la sessualità è stata creata da Dio e quindi appartiene ai beni della creazione. Se c’è posto per la verginità e il celibato è perché l’incontro con il regno di Dio, con Gesù Cristo diventa così grande e intenso da riempire tutta la vita dell’uomo. Capita per il celibato quello che abbiamo letto nelle parabole del cap. 13, per es. dell’uomo che trova un tesoro nel campo e pieno di gioia vende tutto quello che ha e compera il campo. Nel Vangelo secondo Tommaso c’è una parabola di questo genere: il regno dei cieli – dice – è come un uomo che, andato a pescare, trova tanti pesciolini; ma poi, pescato un grosso pesce, ributta nell’acqua i piccoli.

Chi ha colto il valore del rapporto col Signore come valore pieno di vita, come rapporto di comunione, può capire il celibato e la verginità: è qualcosa di positivo entrato nella sua vita, che gli ha dato una gioia intensa, sicché tutto il resto appare meno importante, meno prezioso. È vero che nel celibato c’è anche una dimensione di rinuncia, ma deve essere sempre una rinuncia legata alla gioia. Così, quelli che il Vangelo chiama “eunuchi spirituali” diventano incapaci di dare alla loro vita un orientamento diverso da Gesù Cristo il quale diventa il riferimento e il valore fondamentale per il rapporto di fede, di comunione, di dialogo con lui nella preghiera.

C’è anche un altro aspetto: Gesù diventa importante per i vergini perché la loro vita diventa, per es. servizio alla parola di Dio, alla predicazione – come il prete –; servizio totale al Signore attraverso i poveri o gli emarginati; servizio al Signore nella preghiera personale e contemplativa: tutto questo rientra nell’esperienza del regno di Dio.

San Paolo fa riferimento proprio a questa esperienza, quando risponde a una domanda che gli è stata rivolta dai Corinzi: alcuni non consideravano male il frequentare le prostitute, altri consideravano un male anche il matrimonio. Ai primi, san Paolo risponde con un bellissimo testo sulla fornicazione nel cap. 6 della 1 Cor; nel cap. 7 risponde sulla verginità: «Quanto poi alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna. Tuttavia per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie, e ogni donna il proprio marito» (1 Cor 7,1-2): la verginità è, nella vita cristiana, un valore positivo, perché esprime l’esperienza del regno di Dio e del rapporto personale con il Signore.

San Paolo capovolge quanto è scritto nel libro della Genesi: «Non è bene che l’uomo sia solo»; dice infatti: «è bene per l’uomo non toccare donna». La verginità diventa un valore da quando è venuto Gesù Cristo, da quando il regno di Dio è entrato nella nostra storia e noi ne possiamo fare l’esperienza concreta. Però è un carisma, quindi non un dovere di tutti, bensì una possibilità di coloro che ne hanno ricevuto il dono dal Signore: «Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro» (1 Cor 7,7). Non bisogna imporre il celibato o la verginità, che devono però essere proposti come modi profondi e ricchi di vivere la vita della Chiesa, la vita della fede, il rapporto con il Signore.

«Quanto alle vergini, non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia. Penso dunque che sia bene per l’uomo a causa della presente necessità, di rimanere così (cioè di non sposarsi). Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei sciolto da donna? Non andare a cercarla. Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele. Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero, quelli che piangono, come se non piangessero e quelli che godono, come se non godessero; quelli che comperano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato, si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece, si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni» (1 Cor 7,25-35).

Anzitutto, occorre capire qual è la nostra condizione nel tempo: “il tempo ormai si è fatto breve”: il tempo ha imbrogliato le vele; c’è qui l’immagine di una nave a vela: quando sta per arrivare in porto, deve ammainare le vele per non essere sbattuta dal vento contro la riva; arriva così in porto per forza d’inerzia. Lo stesso vale per noi: siamo arrivati alla fine del cammino, e non c’è più bisogno di remare o di usare il vento: ormai il regno di Dio è vicino, tanto vicino che ne possiamo fare esperienza fin da ora, tanto vicino che può diventare rilevante nelle nostre scelte e occupare tutta l’attenzione. Allora «D’ora in poi, quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero, quelli che piangono come se non piangessero…»: il che non significa vivere come se queste realtà non esistessero, o far finta di fare le cose. Bisogna vivere queste realtà mantenendo un cuore libero: possiedi una casa, non attaccartici; fai esperienze di sofferenza, devi però avere il cuore aperto alla gioia del regno; gioisci, ma devi sapere che la gioia non è tutto: puoi sperimentare le cose di questo mondo, ma senza attaccarci il cuore. San Paolo direbbe: «Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; ho imparato a essere povero e ho imparato a essere ricco; sono iniziato a tutto in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,11-13): il cristiano, se crede davvero nel regno di Dio, deve vivere in questo mondo mantenendo il cuore libero, senza attaccarsi alle realtà mondane.

Ora, in una scelta di rinuncia, di verginità, di povertà, di obbedienza, questo distacco diventa più facile. Se uno mantiene tutte le strutture della vita sociale: si sposa, ha il lavoro, il conto in banca, ecc., gli diventa più difficile vivere il distacco. Infatti per il cristiano, non è una cosa facile vivere nel mondo: se uno va a lavorare in una fabbrica e gli sembra che la contabilità non sia onesta, che non si pagano le tasse con giustizia o si froda lo Stato, sono tutte tribolazioni per lui, e vive nell’angoscia del rimanere nella volontà di Dio. Dentro le strutture del mondo: nella politica o nell’economia, la vita cristiana è, sotto molti aspetti, difficilissima dal punto di vista morale: lo era duemila anni fa, lo è ancora oggi. Queste sono le tribolazioni che san Paolo vorrebbe risparmiare e, dice, una scelta di verginità, come una scelta di povertà, è certamente una scelta di rinuncia, ma, una volta fatta, rende anche la vita cristiana più facile, rende il riferimento al regno più costante, quotidiano.

Una persona che viva nella dimensione di consacrazione ha ogni giorno il suo riferimento essenziale al Signore; non ha da cercare né i soldi, né le realizzazioni o soddisfazioni: il Signore diventa il centro della sua vita. I voti rendono una vita cristiana più coerente: il che non vuol dire che tutto sia facile, perché anche un consacrato o una famiglia religiosa, vivono sotto la pressione della società, in un certo condizionamento da parte del mondo; i voti danno una maggiore e più diretta possibilità di realizzazione della vita cristiana. Non si deve però dimenticare che la verginità deve fare i conti con un cammino di ascesi e di rinuncia, per custodire la semplicità degli occhi, del cuore, della mente.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.