L’ORA DI GESU’ : IL MISTERO DELLA GLORIA

U.C.I.I.M. – Sezione Reggio Emilia
Via Prevostura 4
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi

Il Vangelo di Giovanni

L’ora di Gesù: il mistero della Gloria

1991

Elaborazione UCIIM Sezione Reggio Emilia.

Testo rilevato dalla registrazione, ma non rivisto dal relatore.

Abbiamo iniziato le nostre riflessioni sul Vangelo di S. Giovanni notando l’importanza particolare che ha in questo Vangelo la dimensione interpretativa. In realtà il discorso vale per tutti i Vangeli, perché anche i Sinottici non presentano semplicemente una cronaca della vita di Gesù, ma una interpretazione.

Sono appunto dei Vangeli.

Senza dubbio però nel Vangelo secondo San Giovanni la dimensione di interpretazione ha un’importanza particolare, tanto che S. Giovanni conclude la sua opera dicendo:

«[30]Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. [31]Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 30).

Ciò significa che Giovanni riconosce gli avvenimenti della vita di Gesù come dei segni, cioè delle realtà oggetto di esperienza, che si vedono con gli occhi e si ascoltano con gli orecchi, ma che sono oggetto di conoscenza interpretativa. Il “segno” infatti ha bisogno di una decodificazione e questo vale in particolare per tutte le opere di Gesù. Per questo motivo, quando nel corso del Vangelo si trovano i miracoli di Gesù, molto spesso S. Giovanni li accompagna con discorsi o discussioni che debbono mettere in luce il significato di quegli avvenimenti.

Così al cap. 6 dove Giovanni narra la moltiplicazione dei pani, aggiunge poi un lungo capitolo che contiene il discorso in cui Gesù presenta se stesso come il “pane della vita”.

Anche nel cap. 9, dove si parla della guarigione del cieco nato, il racconto del miracolo è seguito da una lunga serie di discussioni che devono portare a riconoscere in Gesù il “Figlio dell’uomo” e la “luce del mondo”.

Ancora, nel cap. 11, dove si narra la risurrezione di Lazzaro, il segno è preceduto da un lungo discorso e da una discussione attraverso cui si aiuta a capire che è Gesù stesso la “risurrezione e la vita”.

Perciò tutto quello che viene raccontato, nel IV Vangelo deve rivelane il mistero di Gesù e della sua missione; tutto è “segno” in riferimento a questa realtà profonda che è il rapporto tra Gesù e il Padre.

D’altra parte, lo abbiamo accennato ancora, il culmine della rivelazione di Gesù è senza dubbio il mistero Pasquale, cioè la sua morte e risurrezione ed è soprattutto questo mistero che ha bisogno di una attenta interpretazione. Noi a volte la diamo per scontata: ci sembra cioè che la morte di Gesù sia eloquente in se stessa, ma non è del tutto vero. Infatti, anche per coloro che il Venerdì Santo erano presenti al Calvario è stato tremendamente difficile capire; distinguere cioè la morte di quel Crocifisso da tante altre esperienze di crocifissioni alle quali erano abituati, era difficile cogliere il significato salvifico della croce di Gesù. Quindi l’interpretazione è decisiva per comprendere l’avvenimento del Calvario. Ed è così importante che S. Giovanni all’interpretazione della Pasqua di Gesù ha consacrato cinque capitoli del suo Vangelo (13-14-15-16-17) che interpretano la Pasqua del Signore (narrata nei capitoli 18-19-20) e che servono a introdurre il lettore a una sua comprensione piena e autentica.

Ed è proprio a questi capitoli che facciamo riferimento, facendoci guidare nella comprensione dell’“ora di Gesù” da un versetto che già conosciamo:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

Tentiamo allora di capire.

“Era giunta la sua ora”. Nel contesto del Vangelo di S. Giovanni il tema dell’ora è chiarissimo. Già nei primi capitoli noi impariamo che c’è un’ora di Gesù non ancora arrivata.

A Cana, ad esempio, Gesù dice a sua Madre: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2, 4).

E nei capitoli 7 e 8, nel contesto della “festa delle capanne”, il Vangelo di S. Giovanni ricorda che i tentativi di catturare Gesù vanno a vuoto «perché non era ancora giunta la sua ora».

A questo punto, invece, quell’ora attesa per tutto il Vangelo viene presentata come attuale.

«Era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre». Ma che cosa significa questa strana espressione?

Il termine “ora” nel Vangelo di S. Giovanni può avere diversi significati.

  • Può significare semplicemente un’ora del giorno. Quando i primi discepoli hanno seguito Gesù, era circa l’ora decima (cfr. Gv 1, 35ss); quando la Samaritana incontrò Gesù, era circa l’ora sesta (cfr. Gv 4, 6).

  • Ma può indicare anche qualche cosa di più impegnativo, come un avvenimento che si realizza dopo essere stato promesso e quindi atteso e desiderato.

Nel capitolo IV, parlando con la Samaritana, Gesù dice alla donna:

«[21] (…) è giunta l’ora in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre (…) [23]Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 21.23).

In questo brano l’“ora” non è semplicemente un’ora della giornata, ma indica un avvenimento escatologico.

Infatti dai profeti era stato promesso un tempo in cui la conoscenza di Dio sarebbe stata immediata, più viva e intensa che mai. Quel momento tanto atteso si realizza adesso.

  • Ma c’è poi un terzo significato, il più vicino al nostro testo: quello in cui “ora” ha un significato che noi oggi chiameremmo esistenziale. Qui non si tratta di un semplice avvenimento, ma di un avvenimento che rivela in modo particolare l’identità di qualcuno. Un esempio tipico è nel cap. 16 in cui Giovanni parla dell’ora della donna.

«[21]La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16, 21)

Il parto è l’ora della donna, cioè quell’avvenimento in cui la donna compie la sua fondamentale vocazione alla maternità, in cui realizza se stessa, cioè manifesta il senso vero della sua esistenza, la sua identità. Così ancora c’è l’ora dei persecutori in cui essi fanno vedere quello che sono. Per un po’ di tempo la loro identità rimane nascosta dietro a comportamenti usuali, ma poi questa identità nascosta si rivela palesemente agli occhi degli uomini perché diventa avvenimento, esperienza e storia.

L’ora di qualcuno indica dunque quel momento, quell’avvenimento in cui la persona fa vedere quello che è, quello che vale, quello che è capace di realizzare.

È significativo che l’ora di Gesù non sia presente a Corna. In quell’occasione Gesù ha certamente manifestato la sua gloria, e S. Giovanni lo dice:

«[11]Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2, 11)

E “gloria” non dice solo la manifestazione della sua potenza, ma dice un realtà migliore della precedente e una sorgente sovrabbondante di vita. Infatti il vino è migliore di quello precedente ed è sovrabbondante perché, chiunque voglia, possa attingere a questa sorgente di gioia.

A Cana infatti Gesù si manifesta come novità e come sorgente di vita. Eppure a Cana Gesù non esprime tutto di sé. Dice qualche cosa della sua identità, ma il mistero più profondo rimane ancora nascosto. E rimane nascosto attraverso tutti i segni che Gesù compie, che manifestano il valore della sua persona, ma noi in modo decisivo.

Questa rivelazione decisiva comincia invece a manifestare al cap. 12 quando alcuni greci (cioè pagani) vogliono vedere Gesù. A Filippo e Andrea che glielo riferiscono Gesù risponde:

«[23]È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. [24]In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 23-24).

In questa piccola parabola del chicco di grano possiamo notare che il chicco di grano diventa se stesso, realizza la sua potenzialità di seme solo nel momento della morte. Il chicco di grano è tale solo quando viene messo nel terreno e marcisce, perché solo allora comincia a produrre frutto e vita.

Così anche per Gesù. C’è un mistero che riguarda la sua persona e che si rivela solo nella morte.

La fecondità di Gesù, cioè la capacità di comunicare vita, paradossalmente si esprime solo nell’esperienza della morte, come accade appunto al chicco di grano. L’abbiamo già visto nel cap. 7 quando, nella festa delle capanne, l’ultimo giorno Gesù grida:

«Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Gv 7, 37.38).

  1. Giovanni spiega che Gesù si riferisce allo Spirito Santo che i credenti in Lui avrebbero ricevuto. Questo Spirito infatti non c’era ancora perché Gesù non era ancora stato glorificato. Ciò significa che Gesù è sorgente dello Spirito, ma nel momento in cui muore.

E quando viene innalzato in croce e glorificato che Gesù diventa sorgente di acqua viva, capace di comunicare lo Spirito.

Non certamente a caso nel capitolo 19 quando Giovanni descrive la morte di Gesù dice:

«chinato il capo, trasmise lo Spirito» (Gv 19, 30).

In italiano hanno tradotto “spirò” che sembra indicare semplicemente il venir meno dello spirito.

Ma S. Giovanni ha usato questa espressione per dire che Gesù in quel momento ha comunicato lo Spirito.

Infatti la nota della Bibbia di Gerusalemme lo accenna: “L’ultimo sospiro di Gesù è preludio alla effusione dello Spirito”.

Perciò nel momento in cui Gesù perde la vita, in realtà la dona, donando lo Spirito.

E Giovanni dice ancora che dal costato di Cristo in croce escono sangue e acqua, simbolo di vitalità e perciò simbolo dello Spirito che trasforma e rinnova il mondo.

Dunque questa è l’ora di Gesù, l’ora in cui Gesù manifesta quello che è e che vale. Anzi è l’ora della sua glorificazione.

Infatti abbiamo letto proprio così: «[12.23]È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo».

Ora “glorificare” nel linguaggio biblico non vuole dire solo magnificare con le parole, ma manifestare il peso, il valore di qualcuno. E siccome di per sé la gloria appartiene solo Dio, perché Dio solo ha peso, glorificare significa manifestare la divinità di qualcuno.

Allora “è giunta l’ora in cui è glorificato il Figlio dell’uomo” indica esattamente l’ora in cui si manifesta in modo pieno la divinità di Gesù, il fatto che in Lui abita la pienezza della divinità (come dice S. Paolo). Cominciando la preghiera sacerdotale Gesù usa due volte il verbo “glorificare”.

«[1]Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17, 1).

Ciò significa che nella croce di Gesù c’è una duplica glorificazione: viene glorificato il Figlio perché viene manifestato come Figlio di Dio. Infatti siccome la croce porta in sé anche la risurrezione e l’ascensione, rivela Gesù molto più di quanto non lo rivelino i miracoli e tutto il resto della sua vita.

Nello stesso tempo è glorificazione del Padre perché la morte di Gesù in croce è un gesto di obbedienza totale.

E’ tanto vero che per Gesù il Padre è Dio che alla volontà del Padre ha sacrificato tutto se stesso, non ha trattenuto nulla per se perché a Dio bisogna dare tutto, essendo degno di essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.

Ed è quello che esattamente Gesù compie sulla croce e quello che noi invece non siamo capaci di compiere.

Nella croce di Cristo l’obbedienza a Dio è obbedienza senza limiti. Per questo la croce glorifica Dio in quanto rivela quello che il Padre è; e per questo la croce glorifica Gesù in quanto rivela quello che Gesù è. S. Giovanni così unisce indissolubilmente tutti gli aspetti del mistero Pasquale: morte, Risurrezione, Ascensione, Pentecoste.

Il Vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli scandiscono cronologicamente questi avvenimenti, in una sequenza precisa:

  • venerdì santo: la morte.

  • tre giorni dopo: la risurrezione.

  • 40 giorni dopo: l’Ascensione.

  • 50 giorni dopo: la Pentecoste.

In S. Giovanni questa articolazione cronologica non c’è.

Questi elementi che costituiscono il mistero pasquale sono per S. Giovanni un’unica realtà: non vengono uno dopo l’altro, ma sono presenti uno nell’altro.

Perciò nella croce è già presente la glorificazione ed è già presente il dono dello Spirito. Naturalmente, dal punto di vista narrativo, dovremo raccontare una cosa dopo l’altra, ma dal punto di vista teologico per S. Giovanni c’è un unico grande mistero che comprende tutti questi elementi.

  1. Paolo, ad esempio, nell’inno famoso della lettera ai Filippesi distingue chiaramente in due strofe la carriera di Gesù.

Prima c’è la carriera discendente:

«[6]il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; [7]ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, [8]umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 6-8).

Poi c’è invece una carriera ascendente:

«[9]Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; [10]perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2, 9-10).

Queste due strofe dell’inno si succedono l’una all’altra contrapponendo la discesa di Gesù e la sua ascesa verso il Padre, come opera e dono del Padre stesso. In S. Giovanni, invece, questa successione non c’è. Nella morte è già presente la risurrezione e i due movimenti in discesa e di ascesa sono presenti uno nell’altro.

Questo fatto è così significativo che il Vangelo di S. Giovanni non contiene in senso stretto le profezie della passione. Se rileggiamo i Vangeli Sinottici, vediamo che, dopo la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, Gesù annuncia per tre volte la sua passione e morte.

In S. Giovanni invece c’è un triplice annuncio della esaltazione di Gesù.

I –

«[14]E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, [15]perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3, 14-15).

Il verbo “bisogna” che abbiamo sottolineato non deve essere inteso come una fatalità, ma come il volere, il progetto del Padre al quale Gesù ha sottomesso tutta la vita.

II –

«[28]Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo» (Gv 8, 28).

“Io sono”, lo abbiamo già detto, è un termine di rivelazione, è un’espressione teofonica, è il nome stesso di Dio.

III –

«[32]Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).

Quindi per tre volte viene annunciata la passione, ma usando il verbo “innalzare” che S. Giovanni ha preso dall’Antico Testamento e in particolare dal quarto canto del servo di Jahve dove si parla del servo sofferente e si racconta tutta la storia della sua sofferenza.

«[4]Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. [5]Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità (…)era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53, 4-5.7).

Questo grande poema, che è una specie di anticipo del Vangelo, inizia però così:

«[13]Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato» (Is 52, 13).

Prima dunque presenta l’immagine gloriosa del servo e poi tutto il camino di sofferenza. Perciò parte dalla conclusione e la conclusione è la gloria.

Allora si capisce perché per S. Giovanni è così importante la morte di Gesù in Croce: non una morte qualsiasi, ma una morte per innalzamento. Infatti nel racconto della passione noi troviamo che Gesù non può essere condannato dai Giudei perché la sua pena, in questo caso, sarebbe la lapidazione. Ma Gesù deve morire innalzato. Allora i Giudei consegnano Gesù a Pilato. Ma quando Pilato dice «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge» (Gv 18, 31a) essi rispondono: «a noi non è consentito mettere a morte nessuno» (Gv 18, 31b).

  1. Giovanni scrive che così adempivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire. Per Gesù la morte doveva essere per innalzamento. Naturalmente è un modo simbolico di vedere le cose, ma quel piccolo innalzamento che accompagna la crocifissione diventa per S. Giovanni rivelazione del significato della croce che non è umiliazione, ma intronizzazione.

Su questo tema il Vangelo di S. Giovanni insiste in modo particolare per la regalità di Gesù. Il racconto della Passione insiste particolarmente sul processo davanti a Pilato, tanto che S. Giovanni vi dedica un intero capitolo. E il motivo è che si deve discutere un problema essenziale: se Gesù sia re o no. Il problema è essenzialmente questo. Per cui la domanda che Pilato pone a Gesù è questa:

«Tu sei il Re dei giudei?» (Gv 18, 33).

Segue una lunga discussione in cui Gesù afferma di essere Re, ma non di questo mondo.

Dire che Gesù non è un re di questo mondo non vuol dire che la sua regalità si esercita in un altro mondo.

La sua regalità è in questo mondo perché Gesù è Re sugli uomini, adesso. Ma la regalità di Gesù non è di questo mondo perché non è fondata sulle motivazioni tipiche della regalità mondana. Non è fondata né sulla forza economica, né su quella politica o militare e neppure sulla forza del consenso. È invece fondata sulla rivelazione dell’amore del Padre.

Infatti Gesù dice:

«[37] (…) Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità; e la verità è la rivelazione dell’amore del Padre: «[37] (…) Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18, 37).

Chi crede nella sovranità del Padre e nella pienezza del suo amore, questi riconosce in Gesù il “mandato” del Padre e quindi sottomesso la su vita alla parola e alla volontà di Gesù. Riconosce così che sottomettendosi a Gesù si sottomette al Padre in quanto tra l’uno e l’altro c’è una comunione profonda. La regalità di Gesù è una regalità in questo mondo, anche se in una logica tipicamente divina.

Si potrebbe perciò dire che Gesù diventa re amando, cioè rivelando l’amore del Padre, trascinando dietro a sé della gente non con la forza, ma con l’amore.

Il processo davanti a Pilato si conclude con queste parole:

«Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». [15]Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare». [16]Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso» (Gv 19, 14-16).

Il problema della regalità è sempre stato spinoso per Israele.

Quando per la prima volta gli Ebrei hanno conosciuto una regalità umana con Saul e soprattutto con Davide, l’inizio della monarchia è stato tutt’altro che pacifico per Israele. C’è stata anzi una vera opposizione e i motivi erano di carattere teologico.

La convinzione infatti era questa: il Re d’Israele è Dio e quindi non c’è bisogno di altri re.

La monarchia, in realtà, entrerà, ma il re sarà sempre e solo un riferimento alla regalità di Dio.

Ora, nel momento in cui i Giudei rifiutano la regalità di Gesù e affermano di non avere altro re all’infuori di Cesare, essi rifiutano la sovranità di Dio e peccano di idolatria. Per S. Giovanni il discorso è chiarissimo e lo esprime con ironia, come fa spesso. Gli uomini, senza saperlo, dicono una verità infinitamente più grande di loro e questi Giudei che rifiutano la regalità di Gesù in realtà si sottomettono a una regalità umana, rifiutando in questo modo la regalità di Dio stesso. Risulta -perciò evidente che il tema della regalità, in S. Giovanni, è fondamentale.

Torniamo ora al versetto 13, 1:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Abbiamo spiegato cos’è questa ora di Gesù, l’abbiamo messa in rapporto con la sua glorificazione, con il suo innalzamento e con la sua regalità. Ma il versetto dice che questa è l’ora che realizza il passaggio di Gesù da questo mondo al Padre.

Non c’è dubbio: Giovanni gioca sul significato della Pasqua. La pasqua ebraica era infatti interpretata come passaggio: passaggio dall’Egitto alla terra promessa, passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà ecc. Ma S. Giovanni dice che questo passaggio di Israele alla terra promessa era solo un simbolo dell’ultimo e definitivo passaggio dell’uomo, che si esprime nell’andare verso Dio.

Gesù ha compiuto il passaggio non verso una terra libera dal punto di vista politico, ma verso il Padre.

«Era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre…». Abbiamo già ricordato che Gesù ha preso come punto di partenza del suo cammino la condizione umana. Partendo di lì, Gesù ha vissuto la sua vita come un itinerario continuamente rivolto al Padre.

«[34] (…) Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4, 34).

E nella preghiera sacerdotale Gesù dice:

«[4]Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare» (Gv 17, 4).

Si potrebbe quindi dire che Gesù, all’inizio della sua vita, ha orientato il suo sguardo, il suo interesse, la sua volontà verso il Padre e, con lo sguardo fisso a quella meta, ha percorso tutto il cammino della vita umana. Ora questo cammino è giunto al momento definitivo: il passaggio da questo mondo al Padre.

La morte diventa così l’ultima parola che Gesù pronuncia dentro alla storia, e la dice nell’obbedienza e nell’amore verso il Padre fino alla fine.

«[31]bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui» (Gv 14, 31).

Gesù dunque esce dal Cenacolo con questa decisione: «bisogna che il mondo sappia cha io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato».

Altro elemento importante di Giovanni 13, 1 ci viene dal verbo sapere: «sapendo che era giunta la sua ora…», perché sottolinea la coscienza esplicita che Gesù ha di quello che sta per accadergli. Questo è un tema importante in tutta la tradizione evangelica e non solo nel Vangelo di S. Giovanni.

Abbiamo ricordato che in tutti i Vangeli Sinottici ci sono tre annunci della Passione, quindi la Passione avviene non per caso, non come una sorpresa, ma come un fatto che Gesù aveva previsto e liberamente accettato.

Infatti nel contesto dell’ultima cena Gesù annuncia il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro e Gesù dona la sua vita nel segno del pane e del vino, perché l’Eucaristia è evidentemente l’annuncio della morte.

«[25] (…) non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Mc 14, 25).

“Prendete e mangiate; questo è il mio corpo che viene donato per voi. Questo è il calice del mio sangue che viene versato per voi” (cfr. Mt 26, 26-28).

Nell’“ultima cena” c’è dunque la consapevolezza di quello che sta per succedere. E la cena ha la sua verità solo in riferimento alla morte di Cristo.

E ciò che dà valore alla morte del Signore non è il fatto di essere una sofferenza, ma di essere una sofferenza scelta liberamente per amare. E’ la libertà dell’amore che trasforma la sofferenza in redenzione. Se la croce fosse al di fuori di una dimensione di libertà non porterebbe in sé nessuna speranza; invece Gesù la accoglie con una scelta libera.

Questo per S. Giovanni è così importante che lo ripete più di una volta.

«[11]Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10, 11).

«[17]Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. [18]Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10, 17-18).

Quindi la libertà di Gesù viene proclamata a chiare lettere. Questo tema c’è anche nel racconto della risurrezione di Lazzaro. Quando Gesù decide di andare in Giudea, i discepoli gli dicono:

«[8] (…) Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (Gv 11, 8).

Ma siccome Gesù ha deciso definitivamente dice:

«Orsù, andiamo da lui!» (Gv 11, 15).

Quindi lo sa che è pericoloso andare in Giudea, ma Gesù sceglie liberamente di andare, per dare la vita al suo amico, anche se dare la vita gli costerà il dono di se stesso.

Infatti, nel contesto del Vangelo di S. Giovanni, è la risurrezione di Lazzaro che scatena la decisione di uccidere Gesù. Quindi, andando a risuscitare Lazzaro, Gesù inette a repentaglio la sua vita; sceglie di far vivere l’amico accettando di morire.

Ancora al cap. 12, 27-28 si legge:

«[27]Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! [28]Padre, glorifica il tuo nome».

Il testo è significativo perché in alcuni elementi è abbastanza vicino alla tradizione sinottica del Getsemani. Il Vangelo di S. Giovanni infatti non ricorda l’agonia del Getsemani; quello che c’è della tradizione evangelica della agonia è in questi versetti dove però S. Giovanni pone Gesù di fronte a una duplice scelta.

Da una parte c’è il «Padre, salvami da quest’ora», e dall’altra c’è: «Padre, glorifica il tuo nome»

Gesù però non ha dubbi: «Per questo sono giunto a quest’ora».

Non c’è dunque nessuna perplessità, nessuna lentezza. Gesù abbraccia immediatamente e consapevolmente il dono della sua vita.

E arriviamo finalmente al racconto della Passione.

«[28]Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». [29]Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. [30]E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, rese lo Spirito» (Gv 19, 28-30).

Notiamo in particolare tre versetti:

  • «… ogni cosa era stata ormai compiuta».

  • «… Per adempiere la Scrittura».

  • «…Tutto è compiuto».

In essi si parla di compimento, di realizzazione perfetta. La morte di Gesù, per S. Giovanni, è il coronamento di tutta la sua obbedienza al Padre, il coronamento del suo amore. Perciò la morte di Gesù non accentua l’aspetto di umiliazione, ma quello di manifestazione gloriosa. E’ compimento, realizzazione della vocazione e della missione di Gesù. La Pasqua è dunque un passaggio: il passaggio da questo mondo al Padre affrontato liberamente e consapevolmente realizza l’ora di Gesù.

Come avviene questo passaggio?

«dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

Giovanni usa per la prima volta il tema dell’amore come categoria interpretativa globale della vita di Gesù. Perciò se uno vuole interpretare tutta la vita di Gesù, deve metterla sotto il tema dell’umore.

È perché prima ha amato i suoi che li ama sino alla fine, cioè fino al compimento.

“Amare i suoi” vuol dire fondamentalmente volere la vita dei suoi, perché si ama una persona quando si vuole che quella persona viva.

A Gesù sta tanto a cuore la vita dei suoi che, perché vivano, è disposto a donare tutto se stesso.

«[9]Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15, 9).

«[12]Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. [13]Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 12-13).

La Passione del Signore è l’amore per i suoi, portato alla realizzazione suprema. Per S.Giovanni è proprio attraverso l’amore che si compie il passaggio da questo mondo al Padre. Gesù perciò pub passare da questo mondo al Padre perché ha trasformato tutta la sua vita in obbedienza a Dio e in amore agli uomini.

E proprio nel fare così Gesù ha rivelato il Padre.

L’amore umano di Gesù è la traduzione in gesti umani dell’amore eterno e divino del Padre.

Gesù è il rivelatore del Padre: guardando il suo amore si impara a conoscere come è fatto l’amore del Padre. Per questo l’amore di Gesù è infinitamente fecondo.

Infine: la morte di Gesù raccoglie insieme i figli di Dio che erano dispersi. Per S. Giovanni questo è il primo e fondamentale frutto della passione: l’unità dei credenti, la comunione. Non è un dono aggiunto, ma il dono centrale perché attraverso la comunione i credenti realizzano nella loro vita lo stesso “mistero trinitario” che è “mistero di comunione”. Per questo il tema è importante. Al capitolo 11 viene ricordata la decisione di Caifa di mettere a morte Gesù e Giovanni spiega che Caifa, essendo Sommo Sacerdote, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per unire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Al cap. 12, 32 poi si legge:

«[32]Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

Poi al cap. 17, 21 c’è una lunghissima preghiera di Gesù per l’unità dei credenti:

«(…) [21]perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (…).

E finalmente, nel racconto della Passione, l’episodio un po’ misterioso della tunica senza cuciture sembrerebbe alludere a questo:

«[23]I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. [24]Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte. E i soldati fecero proprio così».

Se S. Giovanni dice, “Fecero così”, vuole dire che non è un caso, ma che c’è un progetto di Dio, annunciato nel Salmo. Ma qual è il suo significato? Secondo S. Giovanni sembra che quella tunica senza cuciture indichi l’effetto della morte di Gesù: raccogliere gli uomini da tutte le parti del mondo in un unico popolo, senza lacerazioni, senza divisioni. Questo per S. Giovanni è l’effetto fondamentale della morte di Gesù di cui gli altri sono soltanto realizzazioni parziali. Nella comunione invece c’è il tutto della passione del Signore a motivo della partecipazione alla comunione trinitaria.

In questo modo il versetto 13, 1 che abbiamo letto all’inizio può fare da chiave di interpretazione di tutto purché dentro ci vediamo:

  • il tema dell’ora, della glorificazione;

  • dell’innalzamento, dell’unità dei credenti;

  • dell’amore di Cristo nella sua obbedienza al Padre.

In tutto questo si realizza la Pasqua di Gesù che diventa anche la Pasqua del credente.

U.C.I.I.M. – Sezione di Reggio E. – Via Prevostura 4.