Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Ascolta, mio popolo, ti voglio parlare:
R. io sono Dio, il tuo Dio.

Prima Lettura
Dal libro del profeta Osea 14, 2-10

Invito alla conversione. Promessa della salvezza
Così dice il Signore:
«Torna, Israele, al Signore tuo Dio,
poiché hai inciampato nella tua iniquità.
Preparate le parole da dire
e tornate al Signore;
ditegli: “Togli ogni iniquità:
accetta ciò che è bene
e ti offriremo il frutto delle nostre labbra.
Assur non ci salverà,
non cavalcheremo più su cavalli,
né chiameremo più dio nostro
l’opera delle nostre mani,
poiché presso di te l’orfano
trova misericordia”.
Io li guarirò dalla loro infedeltà,
li amerò di vero cuore,
poiché la mia ira si è allontanata da loro.
Sarò come rugiada per Israele;
esso fiorirà come un giglio
e metterà radici come un albero del Libano,
si spanderanno i suoi germogli
e avrà la bellezza dell’olivo
e la fragranza del Libano.
Ritorneranno a sedersi alla mia ombra,
faranno rivivere il grano,
coltiveranno le vigne,
famose come il vino del Libano.
Efraim, che ha ancora in comune con gl’idoli?
Io l’esaudisco e veglio su di esso;
io sono come un cipresso sempre verde,
grazie a me tu porti frutto.
Chi è saggio comprenda queste cose,
chi ha intelligenza le comprenda;
poiché rette sono le vie del Signore,
i giusti camminano in esse,
mentre i malvagi v’inciampano».

Responsorio   Cfr. Os 14, 5; Gl 4, 21
R. Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò di vero cuore. * La mia ira si è allontanata da loro.
V. Vendicherò il loro sangue, non lo lascerò impunito; io, il Signore, dimorerò in Sion.
R. La mia ira si è allontanata da loro.

Seconda Lettura
Dal «Trattato sull’Incarnazione del Signore« di Teodoreto, vescovo di Ciro
(Nn. 26-27; PG 75, 1466-1467)

Li libererò dai loro affanni
Gesù corre spontaneamente incontro a quelle sofferenze che erano state predette a suo riguardo; egli le aveva spesso preannunziate ai suoi discepoli, anzi aveva anche rimproverato Pietro che non ne accoglieva volentieri l’annunzio, e dimostrando che la salvezza del mondo si doveva realizzare per mezzo di esse. Per questo offrì se stesso a coloro che venivano a prenderlo: Sono io colui che cercate (cfr. Gv 18, 5).
Egli, accusato, non rispose e, potendo nascondersi, non volle farlo, benché più volte, in altre circostanze, si fosse allontanato quando gli tendevano agguati. Inoltre pianse su Gerusalemme, che con la sua incredulità gli procurava la morte, e condannò alla totale distruzione il tempio, pur così celebre. Sopportò di essere percosso sul capo da un uomo doppiamente servile. Fu schiaffeggiato, sputacchiato, vituperato, torturato, flagellato, ed infine messo in croce. Accettò come compagni di supplizio dei ladroni dall’uno e dall’altro lato, e fu considerato alla pari degli omicidi e degli scellerati. Ricevette l’aceto e il fiele da una vite maligna, e venne coronato di spine invece che di tralci di vite e di grappoli d’uva. Rivestito con un drappo di porpora, divenne re da burla, e fu percosso con una canna. Il suo costato fu perforato dalla lancia. Infine fu messo nel sepolcro.
Tutto questo volle patire per la nostra salvezza. Poiché coloro che si erano lasciati dominare dal peccato erano stati assoggettati alle pene del peccato, egli, immune per se stesso da ogni peccato, dopo aver percorso tutto il cammino della giustizia, si sottopose al supplizio dei peccatori, distruggendo con la sua croce il decreto dell’antica maledizione. «Cristo», dice Paolo, «ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno» (Gal 3, 13; cfr. Dt 21, 23), e con la corona di spine ha messo fine ai castighi di Adamo, quei castighi che aveva sentito annunziare dopo il peccato: Maledetto la terra per causa tua: spine e cardi produrrà per te (cfr. Gn 3, 17-18). Col fiele egli raccolse in se stesso l’amarezza e le pene della vita mortale e le sofferenze degli uomini. Con l’aceto egli imputò a se stesso il pervertimento degli uomini, e procurò loro il ritorno a migliori condizioni. Con la porpora simboleggiò il regno, con la canna indicò la debolezza e al caducità della potenza del diavolo, con lo schiaffo manifestò la nostra liberazione, sempre prendendo su di sé le punizioni, le correzioni e le percosse dovute a noi. Dal costato aperto però non ebbe origine, come già da quello di Adamo, la donna che col suo peccato generò la morte, ma scaturì la fonte della vita che vivifica il mondo con due ruscelli. L’uno ci rinnova nel battistero e ci dà una vita immortale. L’altro serve a nutrirci dopo la nostra nascita, e proprio alla mensa divina, come fa il latte che sostenta e fa crescere i bambini.

Responsorio   R. Egli è stato trafitto per i nostri delitti; il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui. * Per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
V. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia.
R. Per le sue piaghe noi siamo stati guariti.