LA TENEREZZA

Una manifestazione squisitamente femminile dell’amore è: la tenerezza. Questa capacità di com­muoversi, di essere “presi nelle viscere” la ritroviamo in grado eminente in Dio che come una Madre ci ha generati e ci rigenera continuamente col Suo Amore. Di quante premure non ci circonda il Signore? Egli ci trae a Sé con legami di bontà, ci solleva alla Sua guancia perché possiamo respirare il Suo Amore, sentirne il calore, ci ha donato il Suo Figlio Diletto perché ci rivelasse questo Amore gratuito e appassio­nato che porta alla Sua creatura, ci ha resi figli nel Suo Figlio e nella Sua morte di Croce ci ha redenti per renderci partecipi della Sua Gloria affinché la nostra gioia fosse piena.

Dio è tenerezza.

Francesco e Chiara ne hanno fatto l’esperienza, si sono inebriati della tenerezza di Dio, l’hanno assi­milata, se ne sono riempiti per poi farsene donatori. Come non ricordare la tenerezza materna con la quale Chiara amava le sue figlie? Tenerezza che la muoveva ad alzarsi assai spesso nel freddo della not­te, per ricoprire le sue figlie mentre dormivano e così facendo le riscaldava ancor più che con le coperte, col suo gesto di tenero amore.

Per non dire di come, vedendo talvolta afflitta da tentazione o da mestizia qualcuna delle Suore, chiamatala da parte, la consolava piangendo, Talvolta poi si prostrava ai piedi delle afflitte per al­leviare con materne carezze la violenza del dolore.” Chiara guarisce le sue figlie con la tenerezza.” Come quando, Lei stando inferma, si avvede in spirito che una delle Sorelle, affetta da scrofole, mal sopporta quella sofferenza, allora la Madre ordina le sii porti un uovo riscaldato da bere e quella bevutolo; guarisce dal suo male fisico e morale. Chiara è capace di tenerezza perché ama. E chi, ama sul serio intuisce i desideri dell’altro, ciò che può fargli piacere, ciò che può farlo sentire amato; come dalla propria mamma: “Se una madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanta maggior cura deve una sorella amare e nutrire la sua sorella spiri­tuale!”.

Con quale tenerezza di amore poi, non solo lava i piedi alle Sorelle serviziali di ritorno dalla questua, ma ne bacia persino le piante.

Ella così tenacemente attaccata alla povertà per amore di Cristo povero, si mostra comprensiva, anzi previgente e maternamente sollecita nel provvedere ai bisogni delle Sorelle, specie se ammalate.

E come non fare memoria della tenerezza di Francesco per il “Bimbo di Betlemme”, come amava chiamare il Verbo Incarnato, leccandosi addirittura le labbra per la dolcezza che provava nel nominarlo così? Questa tenerezza d’amore lo spinse a riprodurre il presepe vivente e stando dinanzi alla mangiatoia era ri­colmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia, nel contemplare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio.

Parimenti grande era la tenerezza di Francesco per i Frati che amava maternamente e soprattutto per i poveri, alle cui sofferenze partecipava, sottraen­do al proprio corpo anche ciò che gli era indispen­sabile per offrirlo loro con mola gioia, pieno di sol­lecitudine e affetto.

Più volte con l’animo colmo di clemenza, senti­va sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati e quando non aveva altro da dare, offriva il suo affetto.

“Si chinava con meravigliosa tenerezza e com­passione verso chiunque fosse afflitto da qualche sof­ferenza fisica e quando notava in qualcuno indigenza o necessità, nella dolce pietà del cuore, la consi­derava come una sofferenza di Cristo” .

Quando in un Monastero si notano dei gesti di tenerezza, per piccoli che siano o insignificanti che ­possano apparire, è segno che è vivo e circola un amore profondo, l’amore che scaturisce dalle viscere:di Dio stesso e che viene reso trasparente, direi anzi palpabile.

I piccoli gesti di tenerezza, proprio quei gesti che non fanno rumore, non sono grandiosi, né spettacolari, ma che arrivano diritti al cuore dell’altra, edificano la Fraternità, incrementando la comunio­ne.

Le opere di carità vanno compiute… caritatevol­mente; accompagnandole con gesti di tenerezza. Sì, perché si può fare un atto di carità con freddezza, solo per dovere, il Signore ci chiama invece a perfe­zionarci sempre nell’amore, nella carità.

Il prossimo non desidera i nostri atti di carità, quanto… la carità nei nostri atti, l’amore che scaturi­sce dal nostro essere e si esprime in un servizio gioioso, gratuito, che dà sempre di più di quanto l’altra: possa chiedere o desiderare.

La tenerezza desta lo stupore nell’altra, accende una fiammella di amore e di gratitudine a Dio da cui proviene ogni bene.

Noi donne dovremmo essere esperte nell’intuire i bisogni e i desideri altrui.

Dal contatto quotidiano con la Fornace ardente dell’Amore poi dovremmo imparare le finezze della carità e accrescere la nostra capacità di tenerezza.