La sinagoga

§ 62. L’edificio chiamato oggi “sinagoga” fu essenzialmente un luo­go di preghiera e d’istruzione religiosa: giustamente i pagani usa­vano chiamare questo edificio, che ai tempi di Gesù si era largamente diffuso nelle loro regioni, col nome di “oratorio”. La funzione della sinagoga fu della massima importanza nella storia del giudaismo. Il suo scopo non fu già quello di sostituire l’unico Tempio israelitico, bensi di confermare ed estendere la sua efficacia quando esso esisteva ancora e di compensarla parzialmente dopoché fu distrutto. La sinagoga dunque non fu un contraltare al Tempio: ne fu piuttosto quasi un pronao spirituale e una cappella sussidiana. La liturgia sacrificale al Dio d’Israele non si poteva compiere legittimamente se non nel Tempio di Gerusalemme, e tale norma ri­mase sempre inconcussa per gli Israeliti ortodossi. Ma sta di fatto che quell’unico Tempio era troppo distante per molti Israeliti della Palestina stessa, e tanto più divenne remoto e difficilmente accessibile quando la nazione giudaica con la sua Diaspora cominciò a scia­mare dalla Palestina e ad inserirsi nelle varie regioni straniere; que­sti lontani fedeli avranno potuto inviare frequentemente pensieri af­fettuosi ed offerte preziose al loro unico santuario, ma piuttosto ra­ramente potevano visitarlo di persona e risentirne direttamente l’ef­ficacia spirituale. Bisognava quindi estendere sempre più quell’efficacia fra i Giudei sia della Palestina sia della Diaspora, e inoltre trovare ad essa, quando eventualmente mancava, un qualche com­penso che fosse compatibile con la più stretta ortodossia. Per tali ragioni sorse la sinagoga. Le sue prime origini, infatti, vanno ricercate fra i Giudei esuli in Babilonia, allorché il Tempio di Gerusalemme non esisteva affatto perché distrutto. A quei tempi certamente non si poté avere la sinagoga vera e propria (come pretenderebbe la tradizione rabbi­nica), tuttavia le varie riunioni che gli esuli facevano presso Eze­chiele ed altri insigni personaggi lasciano intravedere già il nucleo della sinagoga futura. Ma in seguito, anche dopo la ricostruzione del Tempio, i Giudei sia fuori che dentro la Palestina usarono sem­pre piu riunirsi in determinati luoghi o in appositi edifici, per pra­ticarvi quella preghiera ed istruzione religiosa ch’era impossibile pra­ticare nel lontano Tempio ed era meno opportuno praticare in un qualsiasi posto comune. Cosi nacque e prese fisionomia ben distinta l’istituto sinagogale. Già al secolo III av. Cr. si hanno sicure attestazioni archeologiche di edifici sinagogali, e nei secoli seguenti essi si moltiplicano a dismi­sura dentro e fuori la Palestina. Ai tempi di Gesù si può ritenere per certo che in Palestina nessun centro abitato, anche se di scarsa im­portanza, fosse sprovvisto di sinagoga; sarà poi una leggenda l’affer­mazione rabbinica che in Gerusalemme si contassero quattrocen­tottanta sinagoghe di cui una nel recinto del Tempio stesso, tuttavia la leggenda nacque da una buona dose di realtà. Fuori della Pale­stina, nelle varie regioni dell’Impero romano, sono noti circa cento-cinquanta centri abitati provvisti di sinagoga: la sola Roma nel secolo i dopo Cr. ha fornito la prova di tredici distinte comunità giudaiche, ciàscuna delle quali aveva certamente almeno una sina­goga, ma in tutto le comunità dovevano essere più numerose di quelle oggi attestate.

§ 63. Sotto l’aspetto architettonico la sinagoga era essenzialmente costituita da una sala, che di solito era rettangolare e disposta in mo­do che i convenuti fossero rivolti con la faccia verso Gerusalemme e il suo Tempio: in Galilea, paese di Gesù, quasi tutte le sinagoghe di cui rimangono ruderi hanno l’ingresso al lato meridionale, cioè ver­so Gerusalemme, e perciò i convenuti erano rivolti verso l’ingresso. La sala poteva essere divisa in navate da colonne, e sopra queste po­teva poggiare alla periferia un’impalcatura elevata, riservata forse alle donne (matroneo); talvolta avanti all’ingresso della sala s’apriva un atrio con una vasca in mezzo per le abluzioni, e ai lati dell’edi­ficio erano addossate stanze minori destinate a scuola dei fanciulli e ad ospizio dei pellegrini. La sala poteva essere decorata con pittu­re e mosaici; i motivi ornamentali nei templi più antichi si limita­vano alla raffigurazione di esseri inanimati (palme, candelabro a sette bracci, stella a cinque o a sei punte, ecc.), ma più recentemer­te rappresentarono anche animali e uomini (Mosè, Daniele, ecc.), contro la nota proibizione in vigore ai tempi di Gesù. Nell’interno della sala l’oggetto principale era l’armadio sacro, ove si custodivano i rotoli delle Scritture sacre; era collocato in una specie di cappelletta, protetto da un velo, e davan­ti ad esso sembra che ardessero una o più lampade. La sala era anche provvista di un pulpito, mobile o fisso, su cui saliva il lettore della Scrittura e poi il successivo oratore; lo spazio rimanente della sala era occupato da sgabelli, la cui prima fila era oggetto di comuni ambizioni da parte dei frequentatori come più onorifica: talvolta seggi speciali erano disposti a parte, fra l’armadio sacro e il pulpito, e destinati a personaggi insigni.

§ 64. L’edificio sinagogale era affidato a un archisinagogo scelto fra gli anziani della comunità locale; egli curava sia la buona con­servazione degli oggetti sia il regolare svolgimento delle adunanze. Alle sue dipendenze stava un “ministro”, quasi un sacre­stano, che accudiva a varie faccende materiali, come sonar la trom­ba al principio ed alla fine del sabbato, estrarre i rotoli della Scrittu­ra dall’armadio, eseguire la flagellazione di qualche colpevole con­dannato dal sinedrio locale (§ 61), e simili; talvolta questo sacresta­no faceva anche da maestro di scuola per i fanciulli, che si aduna­vano in una stanza attigua.

§ 65. Nella sinagoga le adunanze si tenevano in tutti i sabbati mat­tina e pomeriggio, e negli altri giorni festivi, ma, oltre a queste adunanze di prescrizione, se ne potevano tenere altre specialmente il lunedi’ e il giovedi, e in occasioni particolari. La sinagoga, infatti, divenne sempre più la roccaforte spirituale del popolo in essa si ravvivavano continuamente quei principii nazionali-religiosi che do­vevano distinguere Israele da tutte le altre nazioni; in essa si legge­vano quelle Scritture, si ricordavano quelle tradizioni, si recitavano quelle preghiere che sono rimaste, ancora oggi, il principale patri­monio morale del giudaismo; in essa si cementava l’unione, sia tra i Giudei di una stessa comunità, sia tra le varie comunità di una data regione e anche di tutto il mondo, la quale unione fu la massi­ma forza del giudaismo specialmente dopo la catastrofe del 70. Perché un’adunanza fosse regolare dovevano essere presenti non me­no di dieci uomini: per essere sicuri di tale numero, in tempi assai posteriori, si sussidiarono dieci Giudei della comunità affinché, an­che fuori del sabbato e dei giorni festivi, si tenessero liberi da altre occupazioni onde intervenire alle adunanze.

§ 66. L’adunanza s’iniziava con la recita del tratto scritturale chia­mato, dalla parola con cui comincia, Shema’ “Ascolta…”. Era un tratto composto da tre passi del Pentateuco, nel primo dei quali (Deuteronomio, 6, 4-9) si comanda l’amore di Dio, nel secondo (Deuter., 11, 13-21) l’osservanza dei comandamenti di Dio, e nel terzo (Numeri, 15, 37-41) s’impone che anche le frange delle vesti rammentino i comandamenti di Dio. Questo tratto scritturale era come il primo e fondamentale atto religioso dell’Israelita, l’atto di fede con cui egli affermava solennemente di credere nel Dio unico e di amarlo: non diversamente Gesù, allo Scriba che gli aveva do­mandato quale fosse il primo dei comandamenti, rispose citando appunto l’inizio dello Shema’ (Marco, 12, 29). Dopo lo Shema’ si recitava lo Shemòne esré “Diciotto”, cioè una serie di diciotto brevi preghiere esprimenti adorazione, sudditanza e speranza verso il Dio d’Israele. E’ molto probabile che questa serie di preghiere fosse recitata nelle sinagoghe già ai tempi di Gesù; ma in tal caso essa doveva essere alquanto differente e più breve della recensione (babilonese) oggi ufficialmente in uso, la quale consta in realtà di diciannove preghiere ed è posteriore di molto alla cata­strofe del 70, a cui pure allude. Più antica è un’altra recensione (palestinese) ritrovata da alcune decine d’anni, ma anch’essa non può risalire ai tempi di Gesù, perché la dodicesima preghiera contiene un’imprecazione contro i cristiani in questi termini: Per gli apostati non vi sia speranza, e il regno superbo (certamente l’Impero romano) sradica Tu ben tosto ai nostri giorni! E i nazareni (cristiani) e gli eretici periscano all’istante: siano essi cancellati dal libro della vita, e insieme con i giusti non siano iscritti. Benedetto sii Tu, o Jahve’, che curvi i superbi! Questa maledizione diretta espressamen­te contro i cristiani è scomparsa nella recensione posteriore (babi­lonese), in cui è stata sostituita con una maledizione contro i superbi e gli empi in genere; tuttavia l’impiego della formula di maledizione contro i cristiani è attestato ancora al secolo IV da S. Girolamo. Probabilmente la formula fu introdotta ai tempi di Rabbi Gamaliel Il verso l’anno 100 (cfr. Beratòth, 28 b), mentre il testo complessivo presumibilmente in uso ai tempi di Gesù ne era evidentemente privo.

§ 67. Dopo lo Shemòne esre si procedeva alla lettura delle Scrittu­re sacre. Si cominciava con la Torah (Pentateuco), la quale era divisa in 154 sezioni (eccezionalmente anche di più), in modo che la sua lettura continuativa si compiva interamente in tre anni; seguiva la lettura dei libri chiamati “Profeti” nel canone ebraico cioè i libri da Giosue’ fino ai Profeti minori – la quale era fatta con una certa libertà di scelta e di ampiezza. I testi si leggevano nella lingua originale ebraica: ma poiché ai tem­pi di Gesù il popolo parlava aramaico e ben pochi comprendevano l’ebraico, i singoli passi letti erano man mano tradotti in aramaico. Queste traduzioni, che già ai tempi di Gesù avevano assunto una forma tipica tradizionale, furono più tardi messe in iscritto e costi­tuirono i Targum (im) biblici. Terminata la doppia lettura con traduzione, seguiva un discorso istruttivo che si aggirava su qualche tratto della lettura fatta, spie­gandolo e traendone insegnamenti pratici. Questo discorso poteva essere tenuto da chiunque dei presenti; di solito l’archisinagogo in­vitava a tale incombenza i presenti da lui giudicati più adatti, ma chi lo desiderasse poteva anche offrirsi spontaneamente: in pratica gli oratori erano ordinariamente persone versate nella conoscenza delle Scritture e tradizioni sacre, cioè Scribi e Farisei. L’adunanza terminava con la benedizione sacerdotale contenuta in Numeri, 6, 22 segg. Se tra i presenti si trovava un sacerdote, egli recitava la benedizione e gli altri rispondevano Amen; altrimenti era recitata a guisa d’implorazione da tutti i presenti.