La preghiera del nome e la memoria del cuore

Oggi affronteremo quest’aspetto di maturazione della preghiera: la memoria del cuore e le preghiera del nome. Queste realtà sono già presenti in noi, però devono emergere con più potenza nella nostra vita. Penso che tutti voi abbiate fatto in qualche momento della vostra vite l’esperienza di una preghiera particolare in cui avete sentito la presenze del Signore, in cui siete stati toccatì anche in modo sensibile dallo Spì­rito che ha suscitato in voi il gusto, il desiderio di pregare e di lasciai cantare il vostro cuore per Dio.

In questi momenti lo Spirito che profondamente abita in noi, è, pos­siamo dire, “fuoriuscito”, ha invaso tutto il nostro essere, ci ha spinti alla lode, al ringraziamento, alla richiesta, a questa preghiera. A volte invece riscopriamo la presenza dello Spirito quando ci troviamo in situazioni di sofferenza, di croce.

Allora ci sentiamo spinti a rivolgerci al Signore, a risvegliare in noi il senso della sua presenza che era assopito: questo è il punto fondamentale. Dice Gesù nel Vangelo di Gìovanni: “Noi verremo e abiteremo presso di lui” (Gv. 14,23). Nell’Apocalisse leggiamo: “Sto alla porta e busso. Se uno mi apre entrerò e cenerò insieme con lui (Ap. 3,20): e in questa promessa Gesù ci rivela la profonda e reale comunione che Lui può e vuole instaurare con noi.

San Paolo parla del nostro corpo come tempio dello Spirito Santo (cfr. 1 Cor.6,19). Questa realtà fortissima della presenza di Dio in noi resta troppe volte a un livello inconscio. Gli orientali, in linea con la Bibbia parlano del “cuore” come della profondità del nostro essere in cui abita Dio, avviluppata però dalle mille distrazioni, preoccupazioni, strati di sclerosi. In un peccatore incallìto queste sclerosi diventano addirittura soffocamento, comprensione dello Spirito, morte della pre­senza di Dio.

Per noi si tratta di far “fuoriuscire” la presenza dello Spirito che troppe volte è lasciata nel più profondo del pozzo del nostro essere, coperta da un insieme di “alghe”, dimenticata per un insieme di cose. Dio è in noi, ma è ancora ospite; è in noi, ma non dialoghiamo con Lui: come se avessimo un ospite in casa di cui non ci occupiamo, relegato in una stanza, ogni tanto va e viene, ma lo incontriamo raramente.

La memoria del cuore è questo: scoprire la presenza del Signore in noi, attualizzarla nella nostra giornata e così ricevere da Lui la forza, la speranza, la costanza, e l’incoraggiamento per la nostra vita. Nella giornata di oggi ci siamo ricordati del Signore, di lodarlo, di riferire qualche aspetto della nostra quotidianità a Lui? In caso affermativo la memoria del cuore è viva in noi; altrimenti deve avvenire un cammino in questa linea.

Gli sguardi, le invocazioni al Signore non si improvvisano, ma biso­gna “battere e ribattere” perchè lentamente sempre più emerga la “sua” presenza dalle nostre mani, dai nostri occhi, dalla nostra bocca fino a diventare perdono, desiderio di dare generosamente purezza degli occhi, del cuore, della mente. Si realizza così la trasformazione totale della vita, nell’urgenza di gestire anche il tempo libero in modo alternativo.

Quando la memoria del cuore o sguardi di fuoco al Signore diven­tano la costante della nostra giornata è segno che la conversione è in atto dentro di noi. Quando questa memoria del cuore e questi sguardi di fuoco sono molte volte assenti è segno che preoccupazioni, affanni, interessi sono al centro del nostro cuore e soffocano la Presenza. Senza estraniarci dalle occupazioni quotidiane e dagli impegni della nostra vocazione specifica, dobbiamo arrivare a viverli tenendo desta in noi la coscienza della presenza del Signore, perchè le nostre limitate capacità umane ne siano fecondate e amplificate.

Vi leggo un piccolo brano di Jean Lafrance: “Ogni uomo deve una volta o l’altra scoprire che porta in sè un “cuore di preghiera”. Come dice bene Andrè Louf a proposito di un monaco “che la preghiera ha letteralmente affermato e che continua a occupar­lo”. “Oggi, egli dice, ho l’impressione che da anni portavo la preghiera nel mio cuore e non lo sapevo. Era come una sorgente ricoperta da una pietra. A un dato momento, Gesù ha tolto la pietra. Allora dalla sor­gente è scaturita l’acqua e ancora continua a scorrere”. (La Preghiera del cuore – Il ginepro – Civitella San Paolo (Roma) pag. 5).

Non facciamo un discorso accademico, ma un discorso di vita.

È necessario coltivare innanzitutto la speranza, la certezza della pre­senza profonda del Signore, della forza dello Spirito in grado di darci la pacificazione nell’oggi, la distensione nella tensione, la forza di amare i nemici, la forza della purezza del cuore e di convertirci a Dio. Dobbiamo essere disposti alla fatica per riscoprire dentro di noi questa attenzione a Dio come se prendessimo con un secchio acqua da un poz­zo.

Certamente tutto diventa più facile se il Signore ci fa dono della preghiera infusa come è avvenuto a molti santi di ieri e di oggi, che sono continuamente immersi in Lui. Non possiamo pretendere questo dono ma possiamo invocarlo e se non lo otteniamo possiamo però arri­vare alla nostra statura di preghiera del cuore, cioè al contatto continuo con Dio per una collaborazione con Lui.

Il Signore non fa tutto Lui perchè vuole la nostra risposta. Infatti nello sforzo di superare le nostre aridità, tensioni, ripieghi, peccati, poco alla volta sono coinvolte l’intelligenza, la volontà, la sensibilità, tutto il nostro essere.

Quando la preghiera del cuore riesce ad invadere una persona, ne trasforma anche la struttura fisica nel senso che diventa un tipo più calmo anche esternamente, pur mantenendo il suo carattere nervoso se è tale.

Per coltivare queste dimensioni bisogna vigilare (Vegliate, vigilate, lo spirito è pronto, ma la carne è debole, Cfr. Mc. 14,38), camminare nella perseveranza, nel distacco da noi stessi; lasciar svanire i rancori, liquefare le avarizie, immolare la sensualità.

Paolo dice: “Pregate senza interruzione” (1 Tess. 5,17). Possiamo farlo riservandoci dei tempi di preghiera, praticando la memoria del cuore e la preghiera del Nome.

Gli orientali parlano molto della preghiera del Nome: è la ripeti­zione del nome di Gesù in maniera continuata, come invocazione durante la giornata: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”. Questa è conosciuta anche come la preghiera del pellegrino russo: quest’uomo cerca a lungo qualcuno che gli insegni a pregare incessante­mente, ma invano. Finalmente incontra uno statetz, padre spirituale per gli ortodossi, che gli dice: “Non devi far altro che ripetere la pre­ghiera di Gesù con la fede nella potenza di risurrezione di questo Nome”. Quando Giovanni e Pietro incontreranno sui gradini del tem­pio un paralitico gli diranno: “Nel nome di Gesù, alzati!” e il paralitico guarisce. (Cfr. At. 3,1-10).

Invocare Gesù con vera fede nella sua risurrezione significa evo­carne la presenza, lasciarlo vivere dentro di noi, entrare in comunione con Lui per ricevere la forza di risurrezione.

Per una preghiera c’è una tecnica basata sulla ripetizione in sintonia con la respirazione; gli orientali usano sgranare un rosario con l’invoca­zione del Nome, ma non approfondiamo questo argomento. Possiamo adottare l’invocazione completa come il cieco di Gerico e il pubblicano al fondo del tempio, oppure possiamo ripetere solo il nome di Gesù nel profondo del cuore, ma l’importante è capire che si tratta di un mezzo per giungere all’evocazione del Signore.

Possiamo tener viva la memoria del cuore camminando, ascoltando, una lezione, cuocendo una frittata: non ci distrae da quello che stiamo facendo. Anche dialogando con una persona possiamo invocare mental­mente il Nome di Gesù, perchè ci illumini e ci aiuti a instaurare un dia­logo di pace.

Le prime volte può sembrarci una cosa un po’ strana, ma se noi per­severiamo in quest’atteggiamento, lentamente entriamo in una situa­zione diversa; è necessaria la costanza perchè è un esercizio che risponde a una spiritualità, cioè porta a una conversione.

Man mano che progrediamo in questo cammino rendiamo presente il Signore nella nostra vita, la nostra vita diventa una risposta a Lui e non può non subire una profonda trasformazione: l’invocazione del Signore penetra come un profumo che da una stanza si diffonde a tutta la casa, non opera a compartimenti stagni.

L’oriente ha conosciuto molto profondamente la preghiera del Nome che ora sta invadendo anche il nostro occidente cristiano: molti laici, consacrati, giovani, sposati praticano la preghiera e vedono cam­biare la loro vita.

È la preghiera dei poveri, perchè semplice e accessibile a tutti.

È un’esperienza di preghiera che mette veramente in contatto col Signore, comunica la pace dello Spirito, crea i santi all’interno del mondo d’oggi. Anche i laici, pur immersi in attività estenuanti, posso­no, se vogliono, entrare nel ricordo del Signore e affrontare in modo diverso le tensioni della vita, portando “a fior di pelle, di mente, di cuore” la potenza del Risorto.

Io ho la certezza che, come affermano anche persone più esperte di me, molti esaurimenti e molte forme di nevrosi si eviterebbero se riu­scissimo a comunicare alla gente una via di pacificazione del cuore attraverso l’incontro con il Signore. Questa pacificazione non avviene in modo automatico, ma si sviluppa gradualmente con un’esperienza di fede che viene comunicata, vissuta, combattuta fino a raggiungere in modo stabile questa nuova dimensione.

Chi si avvia per questa strada troverà delle grosse difficoltà di cui non si deve stupire: magari non riuscirà a ricordarsi della preghiera, oppure ripiomberà negli affanni; un inizio buono può venire completa­mente sconvolto. Il maligno fa di tutto per ostacolare una persona impegnata in questo cammino perchè è una persona conquistata per sempre a Cristo che genera fratelli al Signore, riportandoli all’essen­ziale della vita cristiana.

La preghiera non ci disincarna, ma anzi ci riporta al “reale più rea­le” delle nostre situazioni, ci spinge alla comunicazione della nostra esperienza e anche alla realizzazione di opere grandi, sostanzialmente a un traguardo di amore e pacificazione. I grandi padri del deserto hanno vissuto quest’esperienza e l’hanno tramandata al popolo. Oggi noi cristiani occidentali dobbiamo riscoprire questa ricchezza immensa per rispondere a quella fascia di persone giovani o meno giovani che mosse da un sentimento buono e anche onesto, si rivolgono verso espe­rienze esoteriche, religioni cosiddette orientali, alla ricerca di quello che non trovano nel nostro Cristianesimo, troppe volte impolverato, ma non certo privo di valori molto profondi. Dobbiamo farli riemer­gere con coraggio e operosità.

Quanto ho detto tocca più il campo dell’esperienza che quello degli studi, ma se volete, può essere approfondito con la lettura di questi testi: “Racconti di un pellegrino russo” – Rusconi; Caritone di Valamo – “L’arte della preghiera” – Gribaudi; Jean Lafrance – “La preghiera del cuore” – Il Ginepro Civitella San Paolo (Roma).

Tenete presente che i libri servono e non servono. bisogna provare, essere convinti che la Trinità abita in noi, che Gesù il Risorto vuole comunicarci oggi la potenza di risurrezione e può trasformarci se ci abbandoniamo alla sua azione. Noi dobbiamo avere la perseveranza del cieco di Gerico (Cfr. Mc. 10,46-52) e gridare nonostante tutto nel nostro cuore: “Signore Gesù abbi pietà di me”, “Gesù vieni in mio soc­corso”. Egli conosce i nostri problemi, ritardi, peccati, attese; sappiamo di non avere nulla, di essere poveri, ma ci appoggiamo a Lui con fidu­cia per ottenere risurrezione, speranza, pace.

In questo modo riconosciamo la nostra piccolezza, il nostro essere creature e diamo una giusta valutazione alla nostra sapienza che è nulla in confronto a quel Signore che abita in noi. Allora scopriremo il Padre, l’amico che innesta la sua potenza nel nostro limitato sapere e per mezzo di noi fa opere grandi. Scopriremo anche la nostra vocazione nella vita o approfondiremo le scelte già fatte.

Poichè è l’esperienza che conta in questo campo, vi faccio due pro­poste molto concrete:

– Riservarsi dei tempi di preghiera perchè senza questi non possiamo far rivivere in noi lo spirito di preghiera e non è sufficiente la pre­ghiera del Nome.

– Rendere l’invocazione del Signore sempre più frequente e fare alla sera un breve esame chiedendosi cosa l’ha impedita: quali preoccupa­zioni, distrazioni o affanni.

Scopriremo quanto spesso vogliamo agire senza di Lui, mentre con Lui faremmo meglio.

Non scoraggiamoci se ci sembra di fare dei passi indietro, non temiamo l’aridità, non cediamo alla tentazione di credere che serva a niente, che sia tutta un’autosuggestione, ma perseveriamo e sperimen­teremo una conversione, ci accorgeremo di quante meschinità portiamo in noi e di quanto il Signore voglia purificarci e liberarci dai ripiega­menti su noi stessi e dall’autosufficienza. Certo solo la fede può aiutarci ad entrare in queste dimensioni.