LA PREGHIERA

Diocesi Reggio Emilia
Vicariato V – Parrocchia di Mandrio Correggio (Re)

Giornata spirituale per i giovani

La Preghiera

1 Novembre 1989

Referente del presente volume Copelli Marcello.

Documento rilevato dalla registrazione audio, ma non rivisto dall’Autore.

Vedasi file MP011189 per relazione “La Preghiera”.

Mons. Luciano Monari

Relazione dopo i gruppi di Vangelo

Delle cose belle sono venute fuori. Non riesco a mettere in ordine tutte le cose perché mi ci vorrebbe più tempo, quindi provo ad andare secondo l’ordine delle domande che avete fatto e provo a rispondere alle cose più significative; se qualcosa rimane per aria, me lo chiedete.

Una prima domanda era: come fare silenzio interiormente? Questa è uscita da molti gruppi perché si diceva che delle volte, quando ci si mette a pregare, è difficile dimenticare le altre attività; uno incomincia a pregare ma gli rimangono in mente le cose che dovrà fare dopo e così via… Qui è chiaro che una soluzione che vada bene per tutti e per sempre è difficile, però alcune cose si possono fare.

Bisogna scegliere dei momenti nella giornata per la preghiera che siano abbastanza tranquilli. È difficile mettersi in una condizione di silenzio interiore se si esce immediatamente da una discussione forte con qualcuno e dopo un quarto d’ora di preghiera devo risolvere un altro problema importante.

Invece ci sono dei momenti per la preghiera che sono più propizi: il mattino e la sera.

Il mattino perché la notte ha un po’ cancellato i ricordi, le impressioni ecc. e al mattino uno è fresco; e se non si ha una fretta indiavolata al mattino si riesce a pregare bene.

È chiaro che per pregare bene al mattino bisogna alzarsi abbastanza presto, e per alzarsi abbastanza presto bisogna andare a letto presto. Almeno secondo me! Questa è la difficoltà più grossa per la preghiera al mattino: il fatto che andare a letto presto non è facilissimo anche se sarebbe, credo dal punto di vista spirituale e fisico, un vantaggio grosso.

Però lì vi arrangiate! Il mattino però è prezioso per la preghiera!

Così come anche il momento della sera.

Il momento della sera. È chiaro anche qui, se uno fa tardi diventa un pasticcio, perché all’una dopo mezzanotte è difficile che uno riesca a mettersi con calma a pregare, con il letto vicino!    Però là sera è un momento molto propizio perché ormai le preoccupazioni si calmano e si riesce a fare un quarto d’ora tranquillo di riflessione e di preghiera.

Quindi la scelta del tempo. Questo è un modo.

Serve, per fare il silenzio interiore, il cominciare con una formula breve, ripetuta lentamente e più volte. Una formula di quelle che dicevamo prima: “Gesù Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Se uno la ripete adagio, adagio, e la ripete per varie volte, questo dovrebbe in qualche modo calmare le preoccupazioni, le tensioni, dovrebbe rendere una persona più disponibile.

State attenti: se volete pregare bene non dovete essere tesi. La preghiera non va molto d’accordo con una tensione muscolare, per esempio. Cioè bisogna che uno sia abbastanza disteso, altrimenti la preghiera costa fatica, è qualcosa di sollevante dal punto di vista psicologico e fisico. Quindi se ce la cavate non tenete dentro delle tensioni grosse. I metodi per sciogliere le tensioni li sapete meglio di me. Però questo può servire: togliere le tensioni.

Ancora, per riuscire a fare silenzio interiormente, soprattutto per dimenticare le altre attività, dovete distinguere due tipi di preoccupazioni che possono disturbare.

Ci sono le fantasie. La fantasia (che s. Filippo Neri chiamava “la matta di casa”) è qualche cosa che è difficile da controllare, non segue esattamente la ragione delle persone, la volontà della persona, e allora possono venire facilmente pensieri o impressioni della giornata, ecc.

Ma se sono solo cose di questo genere l’unico atteggiamento è disprezzarle, cioè il non farci caso. Trattateli come si trattano le mosche d’estate: si agita la mano, ma non si sta a correre dietro ad ogni mosca che vi viene addosso per ammazzarla, altrimenti non si finirebbe più. Cioè cercate di andare avanti, di fare le cose che state facendo senza lasciarvi disturbare troppo. Questo è un tipo di preoccupazione.

Invece c’è un altro tipo di preoccupazione che è diverso, ed è quello che nasce dalle cose che dobbiamo fare. Voglio dire: mi è arrivata una lettera importante e debbo rispondere a questa lettera; allora ho la preoccupazione del che cosa dovrò rispondere a questa lettera e mentre studio mi viene in mente la lettera e immagino che cosa potrò dire, ecc. Questo è un altro tipo di preoccupazione, sono i così detti “pensieri parassiti”, cioè sono le preoccupazioni per delle cose che dovrò fare e che mi disturbano mentre ne sto facendo delle altre; mentre sto studiando sono preoccupato dell’incontro che dovrò avere o delle conferenze che dovrò fare…

Allora questo tipo di preoccupazione si controlla meglio se, quando uno ne ha, ci pensa direttamente, cioè si ferma un attimo e si chiede: “Perché sono agitato? Sono agitato perché ho quella lettera da scrivere…”. Va bene, allora quella lettera lo so che la debbo scrivere, lo so che è importante, ma questa sera dalle 20, 00 alle 20, 30 la scriverò la lettera, perciò fino alle 20, 00 alla lettera non ci penso.

Se io questo pensiero lo faccio in modo consapevole, dicendomelo, questo in qualche modo incapsula la preoccupazione, la mette al suo posto, e dopo riesco a fare meglio quello che sto facendo.

Se c’è una specie di pasticcio che vi rode dentro e vi impedisce di pensare, perché c’è un qualche cosa che… fatelo venire a galla, guardate che cosa è, e lo mettete al suo posto; dopo si dovrebbe riuscire a pregare meno distrattamente. Anche se un superamento assoluto delle distrazioni è difficile però, paradossalmente, è possibile essere attenti al Signore con il cuore anche quando gira una qualche fantasia. Non è che uno debba avere la testa vuota del tutto (sarebbe meglio se uno ci riesce) ma delle volte la attenzione del cuore può rimanere anche con qualche pensiero che gira per la testa.

Questo è quanto direi sulle distrazioni e sull’attenzione.

Distinguerei invece da questo il discorso della ARIDITA’ che è un’altra cosa che è venuta fuori e mi interessa. Aridità vuole dire: la preghiera quando non dà gusto, quando diventa faticosa, faticosa come il camminare su un terreno difficile senza avere grosse soddisfazioni sui punti raggiunti o mete o cose del genere.

Per l’aridità, quando la preghiera non dà gusto, bisogna distinguere ancora:

Ci sono dei casi in cui la preghiera è arida perché dovremmo cambiare qualcosa nella nostra vita e non lo cambiamo, e allora è come se noi fossimo davanti a un muro, e vai pure avanti, e vai pure avanti, ma il muro è lì. Fino a che non lo tiri via hai la frustrazione del battere il passo, perché invece di camminare stai sempre sul posto dove sei.

Questo può capitare alle volte. Non sempre l’aridità viene dal fatto che non facciamo quel saltino che il Signore ci sta chiedendo in quel momento lì, e allora viene la sensazione netta di non fare niente, di non stare camminando. Il che non è molto gradevole.

Delle volte invece l’aridità viene proprio dalla maturazione della fede. Cioè quando una persona ha in qualche modo superato quella preghiera psicologica gradevole dell’inizio, e arriva invece a una preghiera più distaccata dalle soddisfazioni psicologiche e arriva a una preghiera che è più di fede e meno di nervi, di sensazioni. In questo caso l’aridità è da chiamare “ben venuta” perché aiuta a maturare, perché aiuta la persona a rimanere nella fede non per la gradevolezza che gli viene, ma per l’amore unico del Signore, punto e basta, per una fedeltà di amore, di comunione. Quindi è da questo punto di vista una crescita.

Evidentemente non sarà sempre facilissimo distinguere quando è un caso o quando è l’altro. Credo che in questo vi potrà aiutare il Sacramento della Riconciliazione e il dialogo con il confessore, in cui si tenta di vedere insieme quali sono i motivi che rendono una preghiera arida e vedere quale tipo di risposta si possa dare: se è il momento di tener duro, con costanza o se è il momento di fare una scelta più impegnata dal punto di vista dell’attività quotidiana.

Altra domanda è stata: se è necessario o invece egoista una preghiera di invocazione, una preghiera di domanda.

Chiaramente la preghiera di domanda non dovrebbe coprire tutto l’ambito della preghiera. Bisognerebbe che ci fosse anche la preghiera di ringraziamento, di lode… e tutte queste cose. Però sono convinto che la preghiera di domanda è essenziale.

Essenziale perché? Perché il cammino della vita spirituale e il cammino dell’amore è, in una concezione cristiana, un cammino che è fondamentalmente GRAZIA.

Se uno pensa che il cammino della vita spirituale sia prima di tutto un esercizio di auto edificazione può anche non chiedere mai. Può preoccuparsi solo di irrobustire i suoi muscoli spirituali per diventare sempre più forte.

Ma nella concezione cristiana il cammino della vita spirituale è GRAZIA e questo vuole dire che è un dono che viene dal Signore, dal Signore. Ora perché questo dono che viene dal Signore sia possibile è necessario che io apra il cuore per desiderarlo e per riceverlo. Questo è quello che compie la preghiera di domanda.

La preghiera di domanda non è una tecnica per ottenere qualcosa; è piuttosto il modo di aprire il proprio cuore al DONO DI DIO.

Questo nasce dalla concezione cristiana della vita spirituale che è diversa, per esempio, da una concezione induista o buddista. In una concezione buddista si tratta di una specie di illuminazione che l’uomo deve raggiungere attraverso una serie di purificazioni o di elevazioni dello spirito.

Nella concezione cristiana la preghiera è DIALOGO, la vita spirituale è COMUNIONE. Comunione e dialogo vuole dire che la ricchezza della mia vita me la dà il Signore.

Così come in un rapporto di coppia (e torniamo sempre a questa immagine!) ciascuno deve ricevere dall’altro. È chiaro che è diverso dal Signore perché con il Signore è più il ricevere che il dare, ma anche in un rapporto di coppia se una persona non è disposta a ricevere dall’altro i doni del suo amore, delle sue attenzioni, della sua amicizia, e dice: “Io sono così simpatico che basto a me stesso!”; non costruirà MAI un rapporto di amicizia e MAI un rapporto di coppia.

Per costruire un rapporto di coppia bisogna essere disponibili a ricevere; disponibili a DARE, senza dubbio, ma disponibili anche a RICEVERE.

Nel rapporto con Dio questo è infinitamente di più, infinitamente di più quello che si riceve. Se debbo ricevere dall’amico, a maggior ragione devo ricevere da Dio, e quanto deve essere grande l’apertura del cuore lo potete immaginare se pensate che tutto quello che siamo è dono e lo dobbiamo ricevere come dono; altrimenti scompare la dimensione del dono, altrimenti le cose che ho e le cose che faccio le considero come realtà mie e non come dono del Signore. Allora non percepisco più l’amore di Dio dentro a queste cose. Il dono è la dimensione fondamentale.

Quindi io sono convinto che la preghiera di invocazione e di domanda è fondamentale.

D’altra parte credo che non ci voglia molto per un cristiano a capirlo: pigliate il “Padre Nostro” e ci trovate una serie di sette domande.

Un’altro discorso sarebbe il “che cosa domandare”, e lì il “Padre Nostro” fa da regola; ma che questa dimensione ci sia, credo sia indiscutibile.

La questione sulla progettazione.

È una di quelle cose su cui si può discutere. Io ho insistito sul fatto che la nostra vita è una vita da progettare con il Signore. Uno può anche dire: “Ma Dio ha il suo progetto personale sulla mia vita e si tratta semplicemente ci accettare e ricevere questo progetto”.

Ma si può anche dire che il progetto lo costruiamo io e il Signore insieme.

Quando dico che c’è un progetto di Dio che dobbiamo accettare, sottolineo che cosa:

  • il fatto che Dio conosce molto bene la mia vita, la conosce meglio di me;

  • cerca il mio bene più di quanto lo cerca io;

  • mi ama più di quanto m ami io;

  • sceglie per me più di quanto io possa… quindi quello che Dio ha in mente è certamente la mia gioia e il mio compimento; e su questo non c’è dubbio.

Quando invece dico che dobbiamo costruire il progetto con il Signore voglio dire: in concreto la formula di soluzione dei singoli problemi, delle singole scelte della mia giornata non ce l’ho. Non esiste nel Vangelo il versetto che mi spiega quale facoltà Universitaria debbo scegliere o che mi spiega quale Facoltà Universitaria debbo scegliere o che mi spiega quale tipo di rapporto di coppia devo costruire.

Qualcuno lo può anche fare di aprire il Vangelo e trovare la risposta che può forse andare bene (purché non entri nella magia) ma generalmente non c’è questo.

Capita a qualcuno che, mentre sta andando a Damasco a cavallo, il Signore lo sbatta giù da cavallo e lo costringe a farsi battezzare. Ma questa non è l’esperienza normale che capita a tutti. L’esperienza normale che capita a tutti è quella di essere davanti a un bivio e del domandarsi quale delle due strade debbo scegliere. E come faccio a scegliere? Oh perbacco! Nostro Signore mi ha dato la testa! Cioè io ci penso sopra, tento di vedere il pro di una cosa e il pro dell’altra; il contro dell’una e il pro dell’altra, e cerco di valutare quale delle due sia meglio secondo una certa scala di valori…

È lì che casca l’asino! Secondo una certa scala di valori! Qual è questa scala di valori?? È chiaro! Se uno è avaro, la scala di valori è: primo il denaro e poi tutte le altre cose. Ma se uno è cristiano la scala di valori è quella del Vangelo, e se uno ha interiorizzato i1 Vangelo quando è di fronte a questa scelta farà quella che delle due corrisponde meglio alla scala di valori del Vangelo e se fa questo chi è che ha scelto? Lui o il Signore?

Lui, perché ci ha pensato, perché si è rotto la testa per capire quale delle due era la migliore e poi ha rischiato, ha rischiato sulla sua libertà.

Ma ha scelto il Signore perché il criterio, il Vangelo, non lo ha inventato lui; il Vangelo lo ha preso dal Signore come criterio, quindi ha preso dal Signore il criterio fondamentale delle sue azioni.

Se questo discorso voi lo interiorizzate al massimo il discorso diventerebbe: tu fai la scelta, ma la fai secondo il dono dello Spirito che ti è stato dato nel cuore, per cui è lo Spirito che sceglie dentro di te. Ma lo Spirito non è altro che questa interiorizzazione profonda del Vangelo, fino a che uno non ha veramente assimilato del tutto lo Spirito Santo, deve fare la fatica di riflettere al pro e al contro di tutte le scelte, di misurarle con la scala dei valori del Vangelo, di fare l’opzione, anche con il rischio di fare, forse qualche volta, la scelta che non è la più perfetta.

Perché delle volte ci sono due scelte di cui una è buona e l’altra è cattiva. E lì se uno non è proprio stupido come cristiano lo sa qual è la direzione giusta.

Ma delle volte ci sano due scelte di cui una ha 27 gradi di bontà e l’altra ne ha 26. In quei casi lì non è facile distinguere quale delle due, se sia meglio fare la facoltà di Giurisprudenza o quella di Architettura perché pare che siano buone tutte e due.

Se una fosse un peccato sarebbe molto facile scegliere, ma in quel caso lì invece la questione è più sottile, e allora può anche darsi che in questa scelta uno non scelga sempre la più perfetta. Perché fino a che uno non ha capito del tutto la mente di nostro Signore può rimanere in difficoltà. Però, credo che non sia poi un pasticcio grosso se uno sceglie quella da 27 gradi anziché quella da 28. È chiaro che è una piccola diminuzione, ma se lo ha fatto con sincerità e impegno non ha fatto certamente dei pasticci grossi; non so se mi spiego.

In ogni modo credo che nello scegliere noi abbiamo tutta quella libertà e responsabilità che appartengono all’uomo, quindi dobbiamo fare la fatica di scegliere. Mi dispiace, perché è una fatica, però è inevitabile. Però il Signore è lì, èd è in quella scelta responsabile e libera lì che io mi sintonizzo sulla volontà del Signore, perché torno a dire, il progetto di Dio è misterioso e non viene giù dal cielo come le tavole di Mormon. (Le tavole di Mormon sono state portate dal cielo scritte in tavole d’oro sulla terra e poi sono state tradotte), ma questa è una leggenda, non è successo, non è una realtà della nostra vita. Nella nostra vita bisogna fare la fatica di riflettere, di pensare, di valutare, PREGANDO, pregando.

“Pregando”, vuole dire: non tanto per avere una specie di illuminazione che risolve tutti i problemi, ma per avere una scala di valori che è quella del Vangelo, per avere quel criterio di scelta che è quello del Vangelo.

Qui ci sarebbero delle altre cose molto più belle da dire, ma diventerebbe troppo lungo.

C’era ancora una domanda che è molto complessa e che bisognerebbe che riuscissi a pensarci un pochino prima di dare una risposta sensata. Però il tempo di pensare non ce l’ho, quindi provo a dire due cose con “beneficio di inventario”, cioè non pigliatelo come pensato tantissimo.

È il problema di quanto c’è di spirituale e quanto c’è di psicologico nella preghiera, nel rapporto tra noi e il Signore. Cercate di non contrapporre le due cose come se fossero due cose così distinte da essere separabili con un coltello. Credo cioè che lo spirituale sta dentro anche allo psicologico, quindi è esperienza psicologica dell’amore di Dio, della confidenza… tutte queste cose ci stanno tranquillamente dentro anche nella vita spirituale.

Quello che si può dire e che invece per noi rimane importante è questo. Bisogna distinguere quando la preghiera diventa un parlare a noi stessi e un parlare effettivo a Dio.

Il parlare effettivo a Dio ha una dimensione psicologica, questo è evidente: quando una persona prega, prega come persona umana e siccome la persona umana ha una dimensione psicologica inevitabile, questa è coinvolta dentro la preghiera; su questo non c’è dubbio.

Bisogna però stare attenti a quando invece la preghiera è SOLO un ritornare su se stessi, è solo un pregarsi addosso, e che può anche accadere.

Quali sono i criteri per distinguere questo?

Un primo criterio è appunto GESÙ CRISTO. Siccome Gesù Cristo è chiaramente altro da me, ha detto certe cose (le Beatitudini), ha compiuto certi gesti (la Passione, ecc.) il confronto con Gesù Cristo è certamente il confronto con un’altra persona; Gesù Cristo non è la proiezione del mio io, anche se posso proiettare su Gesù Cristo dei miei desideri, delle mie paure (questo vale anche nel rapporto tra amici); però se il rapporto procede ci si accorge molto bene di quello che l’altro è, e credo che Gesù Cristo per noi significa questo. Ci obbliga a fare i conti con una realtà concreta: Vangelo, per esempio, Eucaristia, i1 progetto di Gesù, ecc.

Un secondo criterio è quella marcia di avvicinamento a Dio in cui consiste la vita spirituale e che ne dà come la garanzia di autenticità. Mi spiego, quando io mi parlo addosso o mi prego addosso la tendenza e l’effetto è generalmente che io mi do ragione, che io proteggo, do garanzie alla mia vita.

Quando invece io mi incontro effettivamente con il Signore, mi SCONTRO cioè vedo delle realtà di dialogo che sono realtà di tensione per cui il Signore mi rimprovera, per esempio, o il Signore mi sostiene nel momento in cui sono in crisi nera per me stesso. Cioè c’è un ingresso di un altro nella mia vita.

Succede, quando questo capita, come in un rapporto tra un ragazzo e una ragazza e che è il passaggio dall’innamoramento all’amore: perché quando uno si innamora e ha la “cotta”, tende a proiettare sull’altro i suoi desideri; ma poi pian piano, man mano che dialoga con l’altro, impara a riconoscerlo così com’è; non lo vede più così perfetto come lo vedeva all’inizio, e gli tocca fare i conti con qualche cosa di inatteso e deve imparare ad accettarlo.

Lo stesso vale per il Signore. Non dico che il Signore abbia dei difetti che all’inizio non vediamo, ma dico che delle volte, nel dialogo con il Signore, siamo costretti a fare i conti con un Dio diverso da quello che vorremmo, diverso da quello che immaginiamo. Quando questo succede è proprio un bel segno; un bel segno perché vuole dire che stiamo scontrandoci con l’altro, che stiamo non-proiettando semplicemente le nostre paure, o i nostri desideri.

Questo è quello che è capitato, per esempio, a Giobbe quando è andato in crisi perché ha visto all’improvviso un Dio che non aveva mai immaginato, e questo capita nella nostra vita spirituale.

Quindi credo che sia più un cammino di maturazione da fare. Non esiste una vita spirituale chimicamente pura; la nostra vita spirituale è mescolata con i nostri desideri e con le nostre paure, ma di questo non c’è da spaventarsi. Il problema è che la nostra vita spirituale diventi un cammino di purificazione, e questo attraverso Gesù Cristo si realizza, attraverso l’accettazione di Dio così com’è, così come si manifesta, quindi Parola di Dio, quindi gli avvenimenti della mia vita accettati con cordialità, e così via.

Però, ripeto, questo bisognerebbe approfondirlo, pensarci di più.

Una domanda era il rapporto tra preghiera e servizio. Attenzione, io credo questo. Lo scopo della vita cristiana (spero di non dire delle fesserie) non è di per sé la preghiera; lo scopo della vita cristiana è la comunione con Dio, cioè il vivere insieme CON il Signore e PER il Signore. La preghiera è quel dialogo indispensabile per riuscire a vivere con il Signore e per il Signore.

Ma che cosa vuole dire comunione con Dio? Vuole dire l’estasi mistica? Certamente sì! Ma non solo! Nella concezione cristiana l’estasi mistica non è necessariamente il punto culminante della vita di fede. Se volete il punto culminante della vita di fede nella concezione cristiana si chiama MARTIRIO. Vuole dire morire per il Signore, questo è il massimo che l’uomo possa fare. Martirio vuole dire che la vita viene trasformata in dono fatto al Signore, questo è lo scopo di tutto, la preghiera vuole realizzare questo, la preghiera vuole fare sì che il tuo lavoro, il tuo studio, i tuoi rapporti con gli altri… assumano l’anima cristiana, diventino amore, diventino DONO. La preghiera è seria quando fa questo, quando diventa questo.

Il Signore ha un progetto che è un progetto di rendere partecipe il mondo intero della sua ricchezza di gioia, di vita, di amore. Bene! La preghiera deve aiutarti a fare-questo, a trasformare quel pezzettino di mondo, di cui tu hai la gestione, in un pezzo di mondo dove Dio è presente. Voglio dire questo: ciascuno di noi gestisce un pezzettino di mondo che sarà l’ufficio della banca dove lavora, la camera dell’appartamento doge abita, l’ambiente parrocchiale dove si incontra con gli amici… sono tanti spazi in cui io abito e in cui io vivo. Bene! In questi spazi debbo fare entrare la presenza di Dio perché siano toccati e santificati dalla presenza di Dio.

Quando faccio questo ho collaborato con il progetto del Signore, perché questo è il suo progetto.

La preghiera deve portare qui. Allora la preghiera è quel dialogo con il Signore che mi permette di vivere vicino a Lui, di conoscerlo sempre meglio, di conoscere sempre meglio il suo progetto e non solo di conoscerlo ma di AMARLO il suo progetto, di DESIDERARLO, di farlo diventare il progetto della mia vita. Quando questo succede le cose che io faccio le faccio all’interno di questo progetto, e quindi il servizio entra in questa logica proprie perché il servizio è esattamente il luogo in cui il progetto del Signore si compie, e la preghiera vuole portare a questo.

Se la preghiera mi sintonizza su Gesù Cristo, bene: Gesù non è venuto per essere servito ma per servire; fino a che io non servo non sono sintonizzato su Gesù Cristo. Posso anche andare in estasi ma questo non mi pone nella posizione giusta.

«[1]Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna» (1 Cor 13, 1).

“Parlare le lingue degli uomini e degli angeli”, vuole dire: andare in estasi, ma non conta se non è con l’amore, se non è per l’amore, quindi se non è per il servizio, per il dono.

Allora la preghiera credo che debba andare lì, se è preghiera cristiana, perché tende la preghiera cristiana alla carità, tende all’amore.

Una parolina sola sulle formule e sulla preghiera spontanea. Benissimo la preghiera spontanea, non c’è niente da dire. Credo però che la preghiera spontanea non debba essere assolutizzata. Cioè che non diventi il tutto; perché? Perché la preghiera è un dialogo e un dialogo vuole dire un parlare con il Signore, dove devo dire quello che sento (preghiera spontanea) ma debbo accettare il Signore per quello che dice, e quindi accettare Lui, non fare dire a Lui le cose che pare a me. Quindi quello che viene fuori dal mio cuore va benissimo e lo offro al Signore, ma devo mettere anche quello che viene fuori dal cuore del Signore… e questo non è spontaneo.

A meno che uno non sia santo, santo, santo che è arrivato sulla cima del monte Carmelo e allora dal suo cuore quello che viene fuori è solo Spirito Santo. Se dal vostro cuore viene fuori solo Spirito Santo non avete più bisogno della Bibbia, la pigliate e la buttate via. Ma fino a che dal vostro cuore, oltre allo Spirito Santo, viene fuori anche qualche egoismo, invidiuzza, cattiveria e cose del genere, bene avete bisogno di mettervi ad ascoltare la Parola di Dio e prendere Dio così com’è.

La Parola di Dio (Il Vangelo, i Salmi e tutte queste cose) ci conducono dentro a una visione oggettiva, e non puramente mia soggettiva della preghiera, e questo per un cristiano è importante.

Torno a dire, non assoluto, perché se uno arriva veramente sulla cima del monte Carmelo, che è possibile, si fa una fatica boia, si passa attraverso delle sofferenze da cane, ma ci si può arrivare, ma è possibile e se uno ci arriva, dice S. Giovanni della Croce, “Qui non c’è più sentiero perché il giusto è legge a se stesso”, non ha più bisogno di leggi esterne perché è diventato giusto dentro, e quindi il suo cuore è come il cuore di Dio, sente le cose come le sente Dio, quindi diventa la legge per se stesso.

Ma questo sarebbe il punto di arrivo della preghiera e io non ci sono ancora arrivato e, credo, neanche voi, e allora fino a che siamo per strada abbiamo bisogno di questa verifica in cui ci stanno i Salmi, ci sta il Padre Nostro… e tutte queste cose.

* * *

Abbiamo mezz’ora per l’adorazione. Fatela nel modo più tranquillo che volete: state in Chiesa in ginocchio, seduti o come volete. Se qualcuno ad un certo punto sente di essere tirato può andare a fare un girettino fuori, però, se ce la cavate, quando siete fuori non discutete altrimenti si perde quel pochino di raccoglimento che la preghiera può avere creato; e poi tornate in Chiesa. Pregate come vi pare però mi andrebbe bene, per esempio, se pregaste il Vangelo delle Beatitudini di questa mattina, e lo ascoltate e fate quel lavoro di cercare di gustarlo, di prenderlo come lettera del Signore, poi ci fate un pochino di esame sulla vostra vita e dopo rispondete al Signore.

Oppure prendete il Padre Nostro e lo dividete a frasi, e ripetete ogni frase alcune volte fino a che ci pigliate gusto. Quando una frase diventa pesante, passate all’altra fino a che riuscite a percepire la preghiera come del cuore; fatela scendere sempre nel cuore, questo è un criterio assoluto e importante.