«La Madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino»

Giovanni orienta subito il racconto verso quanto gli sta a cuo­re: il miracolo di Gesù e la fede dei discepoli. E tuttavia per se stesse le parole di Maria, in apparenza almeno, non sono anco­ra una richiesta di miracolo. Anzitutto rivelano qualcosa del suo carattere: la sua sensibilità verso le situazioni critiche degli altri, la sua prontezza a intervenire in favore di chi ha bisogno, la sua determinazione a coinvolgere il Figlio nella realtà concreta della vita e perfino nelle cose «materiali». Sono aspetti ai quali l’e­vangelista Giovanni è sensibilissimo, e non certo per offrire un tocco in più alla «biografia» mariana. Pur nella sua altissima spiritualità, il Quarto vangelo è il van­gelo dell’Incarnazione: il Verbo di Dio «si è fatto carne» (Giovan­ni 1,14); che vuol dire «sì è fatto uomo» ma in modo ancora più concreto, umile e realistico. Sarebbe pericoloso, per l’evangelista, spiritualizzare l’In­carnazione; per questo motivo non perde occasione per sot­tolineare l’autentica e veramente umana presenza fra gli uomini di Colui che «è venuto ad abitare in mezzo a noi». E lo descrive – lui solo! – stanco e assetato, malinconico, piangente, turbato per il tradimento dell’amico. La presenza della Madre accanto a Lui proprio all’inizio del­la sua missione, cosa che gli altri evangelisti non ricordano, è un tratto significativo della sua piena e totale umanità. Il gesto di Maria, che non esita a implicare il Figlio in una faccenda assai modesta, ma imbarazzante, entra nella stessa logica. Certo tutto si risolverà prodigiosamente, a livello divino ma intanto, per intervento di Maria, Gesù entra a contatto con la vi­cenda umana modesta, meschina, persino banale. E «invitato» a condividere la vita quotidiana di tutti, spesso crocifiggente anche nei suoi risvolti più meschini.
Ave, Maria, madre del Verbo incarnato: prega il tuo Fi­glio perché sentiamo il suo amore incarnarsi nella nostra po­vera vita di ogni giorno.

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