LA DONNA NEGLI SCRITTI DEL NUOVO TESTAMENTO

La donna nei Vangeli e negli scritti Neotestamentari

18 Maggio 1990

Fonte, “Annuario 1992-93” del Liceo Ginnasio Statale “Rinaldo Corso” – Correggio (RE) (pp 47-50).

Convegno che si è svolto nelle giornate del 18 e 19 Maggio 1990 presso il palazzo dei Principi e il Teatro Comunale “B. Asioli” di Correggio – Laboratorio di Storia Romana.

Trascrizione a cura della prof. Lidia Pergetti, docente del Liceo.

Comunicazione della fonte, don Fernando Borciani (RE).

Don Luciano Monari

Occorre distinguere la condizione femminile nei primi secoli della storia di Israele da quella del Giudaismo che di fatto dà alla donna un ruolo meno importante, di emarginazione.

Se si legge l’Antico Testamento si trovano alcune figure di donne che hanno un rilievo notevole, un’importanza grande anche nella storia religiosa di Israele.

Al tempo di Gesù, invece, le cose sono abbastanza cambiate, probabilmente per effetto dell’urbanesimo. Il fatto che nascano delle città, che incominci un modo diverso di vivere rispetto al modulo agricolo antico, ha certo cambiato qualcosa. Una donna che vive in campagna, dove l’attività più importante è l’agricoltura, ha un posto di maggiore rilievo.

Quando, invece, si sviluppa l’urbanesimo è più facile che la donna venga relegata in casa. Questo vale perla situazione di Gerusalemme dove l’artigianato e un poco il commercio cominciano a diffondersi, e la donna ha un posto più marginale.

Questo vale per tutte le dimensioni della vita della donna, a cominciare da quella religiosa. Quando Erode ha iniziato la ricostruzione del tempio ha fatto per la prima volta una distinzione tra il cortile d’Israele e il cortile delle donne.

Questo significa che, nell’avvicinarsi al Signore nel tempio di Erode (non in quello di Salomone, dove non c’era alcuna distinzione), c’è un cortile appositamente per le donne oltre il quale esse non possono andare. Solo i maschi possono entrare in quello che si chiama il cortile d’Israele, a contatto diretto con l’altare degli olocausti. Questo è un segno di distinzione che diverrà tradizionale, per es. nella Sinagoga. Nella Sinagoga, che è l’edificio dove gli Israeliti pregano, alla donna viene lasciato un posto marginale, periferico, separato dal resto. Anzi, secondo la regola di Israele, per costruire una Sinagoga, cioè un’assemblea valida per la preghiera pubblica di Israele, occorrono 10 uomini maschi. Il numero delle donne non conta.

Questa è una condizione di emarginazione che vale anche davanti alla legge.

Nella vita di Israele, del giudaismo in particolare, ha avuto grande importanza la legge, l’istruzione alla legge, infatti educare vuole dire fondamentalmente insegnare la legge. Ora al tempo di Gesù questa istruzione non viene data alle donne.

Ci sono anche alcune espressioni strane di rabbini che dicono che “se uno insegna la Torah a una donna le insegna la dissolutezza”, la pone cioè in una condizione di autorità in Israele che invece essa non deve avere e quindi la colloca al di fuori di quello che dovrebbe essere il suo binario autentico di esperienza.

C’è in realtà un luogo dove la donna ha un posto fondamentale nella vita religiosa ed casa. In casa, per es. nella celebrazione della Pasqua, la donna ha una funzione insostituibile, ad es. nella preparazione dell’ambiente, delle candele ma evidentemente è sempre un ruolo di secondo piano.

L’esclusione dalla vita sociale della donna si esprime anche in alcuni interdetti dal punto di vista giuridico.

Alla donna non viene generalmente permesso di fare da testimone, è proibito parlare con una donna in pubblico; essa non deve partecipare ai pranzi comuni per il rischio che possa prendere parte alle conversazioni ponendosi allo stesso livello dell’uomo. C’è la tendenza a una clausura domestica, a una condizione che è propria anche delle donne in Grecia (le donne stavano nel gineceo).

Il momento fondamentale di riconoscimento del valore della donna è il matrimonio, la procreazione. La donna, però, riconosce nel marito non solo il marito ma in qualche modo anche il suo padrone.

In ebraico il termine che indica il marito è baal baal vuol dire esattamente padrone, signore.

Nella preghiera quotidiana che l’ebreo pronuncia al mattino c’è tra le tante espressioni questa: “Benedetto sei tu Signore Dio dell’universo che non mi hai fatto schiavo, benedetto sei tu Signore Dio dell’universo che mi hai fatto ebreo, benedetto sei tu Signore Dio dell’universo che non mi hai fatto donna».

Questo è significativo della condizione della donna nella società giudaica, nel periodo che ruota intorno alla nascita di Gesù.

Dal punto di vista del divorzio la donna non ha pari diritti rispetto all’uomo. Quello che noi chiamiamo divorzio in Israele si chiamava ripudio e il ripudio è un gesto giuridico che può l’uomo nei confronti della donna.

Il cap. 24, 1 del Deuteronomio lo presenta in questo modo:

«[1]Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa».

Questo passo ha posto una serie di problemi giuridici notevoli perché la prescrizione è vaga.

Ci si chiedeva che cosa significasse «qualche cosa di vergognoso». Al tempo di Gesù ci sono posizioni diverse: la scuola di Schammai poneva l’adulterio come unico caso di ripudio; c’erano altre scuole come quelle di Hillel che ampliavano notevolmente il significato dell’espressione per cui bastava qualche motivazione, anche di minore importanza, per ripudiare la moglie. Ma il ripudio era per lei dal punto di vista sociale una disgrazia tremenda perché significava essere senza appoggio e senza sostegno. Il Deuteronomio dà come unica garanzia il libello del ripudio, cioè lo stato libero, la possibilità di sposarsi se si presentasse qualche occasione.

Questa garanzia è ben poco in una società in cui alla donna non vengono riconosciuti pubblicamente dei diritti di affermazione di sé.

Dunque la situazione della donna al tempo di Gesù a Gerusalemme era una situazione di emarginazione grave.

Come si colloca il Vangelo di fronte a questa condizione? Il punto di partenza è il centro della predicazione di Gesù: è essenziale cioè cogliere gli atteggiamenti che Gesù ha tenuto con la donna e collegarli al cuore della sua predicazione. Il cuore della predicazione di Gesù è l’annuncio del regno di Dio, della sovranità escatologica e storica di Dio nella vita dell’uomo. Sovranità significa per es. giustizia (Dio è giusto), significa pace (è un Dio di pace), fraternità (è un Dio di comunione), significa anche non distinzione tra le persone. Davanti a Dio gli uomini sono fondamentalmente uguali, quindi la venuta del regno di Dio introduce nel mondo un’ottica diversa, un modo diverso di collocarsi nei confronti delle realtà sociali perché c’è, come criterio di fondo, il giudizio di Dio che non conosce distinzione di persone.

Davanti a Dio non c’è differenza tra ricco e povero, fra sapiente e ignorante, anzi, se Dio ha una preferenza, ce l’ha per il debole, il povero perché questi ha maggior bisogno di protezione, quella protezione che non ha punto di vista sociale.

Un messaggio di questo genere non introduce direttamente delle modificazioni ma dei germi grandi di trasformazione sociale.

Quando, ad es., S. Paolo nella lettera ai Galati (cap. 3, 26-28), pone quel principio che è fondamentale nell’etica cristiana scrivendo che «non c’è più né uomo né donna perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù»tutte le differenze sociali non vengono cancellate ma vengono private di ogni motivazione religiosa in quanto l’uomo è, di fronte a Dio, come un’unica creatura (uno è maschile e non neutro, significa cioè una persona sola).

La condizione della donna in Israele poteva dipendere da fattori sociali (v. urbanesimo) certamente si fondava anche su presupposti religiosi o aspetti che come tali venivano riconosciuti. Il primo di questi era la circoncisione. La circoncisione è il segno dell’alleanza e la circoncisione è una pratica propria del maschio.

La donna non è circoncisa, per questo dal punto di vista religioso è in una condizione di inferiorità. Poi la donna per motivi fisiologici, per le mestruazioni, spesso dal punto di vista rituale, si trova in condizioni di impurità. Poi ancora influisce la visione per cui il peccato originale è prima di tutto della donna secondo una rilettura non corretta del cap. 3 della Genesi (che, però, ha avuto un suo peso in Israele), per cui la donna viene considerata, dal punto di vista etico, meno forte dell’uomo, meno capace di resistere alla tentazione.

Di fronte a tale mentalità il dire, come fa San Paolo, che in Cristo non c’è più uomo né donna (cfr. Gal 3, 28), significa cancellare le precedenti motivazioni religiose di inferiorità della donna.

Cogliere la novità del messaggio di Gesù sulla donna vuole dire cogliere il riferimento che è essenziale per Gesù per capire la vita dell’uomo.

Non è un discorso prima di tutto sociologico, anche se dal punto di vista sociologico ha delle conseguenze; è prima di tutto un discorso antropologico, cioè del modo di vedere l’uomo, la persona umana.

Quando la persona umana è valutata avendo come punto di riferimento il regno di Dio, la sovranità di Dio, le differenze fra i sessi diventano irrilevanti.

Nell’atteggiamento quotidiano di Gesù quali sono gli elementi da sottolineare? Innanzitutto il fatto che c’è un’immagine della donna nei Vangeli radicalmente positiva, in riferimento all’attività e alla predicazione di Gesù. Al cap. 10° di Luca (Luca 10, 38-42) c’è l’episodio famosissimo di Marta e Maria, che nella storia della Chiesa ha un ruolo importante. Occorre fare un confronto fra la tradizione rabbinica, per cui le parole della Torah non possono essere insegnate a una donna, e l’atteggiamento di Gesù. Maria ai piedi del Signore ascolta l’istruzione di Gesù sul Regno.

L’atteggiamento di Maria è l’atteggiamento del discepolo; dunque il Vangelo di Luca presenta una donna come modello del discepolato, come modello della persona che di fronte a Gesù si mette in ascolto.

Il discepolato è la condizione dell’uomo nuovo di fronte al regno di Dio, di colui che, di fronte alla rivelazione di Dio in Gesù Cristo, ha scelto la via giusta.

Marta assolve a quella che era la funzione della donna nella casa ebraica, lavora. Maria, invece, ascolta la Torah, si comporta dunque come un vero discepolo di Gesù.

Al cap. 8 di Luca (8, 1-3) troviamo un’immagine inedita di Gesù. Gesù è un predicatore, un araldo che percorre le città della Galilea per portare l’annuncio del Regno. In questo episodio lo immaginiamo circondato dai Dodici e da alcune donne. Di queste, come dei Dodici, vengono dati i nomi e impariamo che una è la moglie di Cusa, amministratore di Erode, una donna importante dal punto di vista sociale, che ha scelto il tipo di vita che è proprio del discepolo.

C’è una visione positiva della funzione della donna all’interno del ministero di Gesù. Queste donne non sono solo le aiutanti esterne ma stanno accanto al gruppo dei Dodici, sono partecipi dell’annuncio del Vangelo e della novità che esso porta.

Un terzo esempio si può trarre dal Vangelo di Marco nel quale Gesù e i discepoli sono visti sempre insieme.

Sembra che Marco non riesca a immaginare Gesù senza i discepoli tanto che, quando Gesù manda i discepoli in missione, il Vangelo di Marco non racconta niente di Gesù. C’è proprio sempre questa presenza? C’è un momento in cui Gesù rimane solo, è il momento della Passione in cui i discepoli tradiscono o abbandonano Gesù tanto che c’è quell’episodio stranissimo di un ragazzetto che nel Getsemani segue Gesù e poi fugge via. Di fronte al dramma della Passione (cfr. Marco, 14, 51-52) Gesù è solo per la prima volta – prima c’erano sempre i Dodici –; ma è proprio solo?

C’è qualcuno che rimane anche nel momento della Passione. Al cap. 15, 40 Marco dice che c’erano alcune donne (Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore, Salome) che stavano ad osservare da lontano.

L’immagine che Marco dà è quella delle donne che sono partite dalla Galilea con i discepoli, sono arrivate al Calvario, dove i discepoli non sono arrivati. Al Calvario esse diventano le testimoni della morte e della sepoltura di Gesù. Sono proprio loro. Quando Giuseppe d’Arimatea seppellisce Gesù, Maria di Magdala e Maria, madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto.

Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli per andare ad imbalsamare Gesù.

C’è, dunque, un momento della vita di Gesù. quello culminante della Pasqua, di cui testimoni non sono i discepoli ma le donne.

Il momento culminante della rivelazione di Gesù è un momento per la cui conoscenza dipendiamo dalla testimonianza delle donne. Loro c’erano al Calvario, loro c’erano al sepolcro, loro c’erano al mattino di Pasqua, mentre i discepoli non c’erano. Questo è molto significativo perché colloca queste donne in una posizione importante nel fondamento del Vangelo Cristiano. Infatti il centro del Vangelo Cristiano è l’annuncio della morte e della resurrezione del Signore. Viene riconosciuta alle donne una posizione propria, importante.

Si devono aggiungere a questo fatto due particolari significativi perché presentano la donna come quella che riesce a comprendere alcune realtà dell’identità di Gesù che i discepoli, per conto proprio, non sono riusciti a cogliere. Nel cap. 14 di Marco si incomincia il racconto della Passione con uno schema in lui molto frequente. È lo schema dell’inclusione (a-b-a) per cui c’è prima un episodio, poi un secondo episodio, poi si ritorna al primo in modo da includere una parte in mezzo. Il passo incluso ci riporta l’unzione di Betania (vv. 3-9), cioè il gesto di una donna che entra nella casa dove Gesù si trova con un vasetto di alabastro pieno di olio profumato e lo versa sui capelli di Gesù – mentre gli altri sono infuriati contro di lei. Marco inserisce questo episodio tra quello dell’atteggiamento delle autorità giudaiche che vogliono eliminare Gesù e quello di Giuda, il discepolo traditore. Marco vuole che il lettore faccia il confronto fra questi e l’atteggiamento della donna che per amore anticipa, ungendo il Signore, il gesto caritatevole della sepoltura, intuendo la prossima Passione. Questa donna è spinta solo dall’intuizione dell’amore, contestata dai discepoli, in particolare da Giuda. Essa è l’unica che, alla vigilia della Passione, ha colto l’esperienza di Gesù e ha risposto con l’amore, con quell’amore che per sua natura non ha misura.

L’amore si esprime unicamente nel cercare la vita dell’altro.

Un altro passo significativo è nel cap. 20 di Giovanni (v. 1-2; 11-18). Maria di Magdala dà l’annuncio del sepolcro vuoto «hanno portato via il mio Signore» e viene mandata come prima testimone dell’evento più importante del cristianesimo, la resurrezione. Ella ha questo privilegio perché ha saputo stabilire un rapporto personale con il Signore, si è impegnata nel dialogo e nella comunione con Lui. Ed è anche significativo che Gesù si faccia riconoscere chiamando Maria per nome. Al centro dell’esperienza di fede non sta tanto una serie di idee da capire, ma un rapporto interpersonale con Dio ed è questo che colloca Maria in una posizione privilegiata.

Riassumendo tutto il discorso fatto ne deriva che nei Vangeli appare chiaramente il posto riservato alle donne nel discepolato e nella testimonianza del mistero Pasquale.

Si possono aggiungere altri esempi significativi, facendo riferimento al ministero di Gesù. È bello che quel mondo umano, che è testimoniato dalle parabole di Gesù, metta in scena sia l’uomo sia la donna, anzi in parallelo. Nel cap. 15, 4-7 di Luca viene raccontata la «parabola della pecora smarrita», dove il protagonista è un pastore; nei vv. 8-10 viene raccontata la «parabola parallela della dramma smarrita», dove la protagonista è una donna di casa. E altri dittici di questo tipo ci sono nel Vangelo. Gesù riprende nella parabola l’immagine maschile e femminile come protagonista, in parallelo.

Il suo mondo, infatti, è un mondo in cui la persona umana è presa nella sua realtà, senza nessuna discriminazione.

Un altro episodio interessante è nel cap. 8 di Giovanni (forse di Luca). Al centro della scena c’è Gesù con la donna adultera; intorno, in cerchio, stanno i Farisei che pongono a Gesù una domanda riguardo alla donna, senza rivolgersi a lei.

La donna è per loro un oggetto su cui pronunciare un giudizio. Tutto l’atteggiamento di Gesù va, invece, in un’altra direzione. Gesù non risponde ma scrive per terra in quanto vuole rimandare gli accusatori a se stessi. L’unica possibilità per loro è quella di mettersi al posto della donna. Gli uomini, infatti, hanno tutti la stessa esperienza di peccato e hanno bisogno di misericordia. Dunque non esistono classificazioni. Poi Gesù si rivolge alla donna con un atteggiamento creativo che è quello di aprirsi alla persona umana, offrendole una possibilità nuova di essere.

Luca al cap. 7, 36-50 racconta l’episodio della peccatrice perdonata. C’è diversità tra l’atteggiamento del fariseo e l’atteggiamento di Gesù verso questa donna. Il fariseo giudica il passato di lei e rimane fermo e chiuso in tale giudizio. Gesù, invece, sa vedere in un gesto concreto di coraggio e di amore una possibilità nuova, si accosta alla donna come persona senza chiuderla nel suo ruolo sociale o nel suo passato, ma costruendo o provocando in lei una risposta creativa.

Il Cristo, dunque, vede la donna in modo rivoluzionario perché la considera una interlocutrice della Sua parola, del Suo amore, della Sua accoglienza. Egli avvicina ogni persona nella possibilità che essa ha di un futuro, di una trasformazione positiva.