LA CASA SULLA ROCCIA – 9

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia. 5

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Quinta Meditazione

10 Settembre 1989

Costruire “la casa sulla roccia”

“Sono passati ormai 18 secoli da quando Gesù Cristo camminava sulla Terra. Ma non si tratta di un fatto come gli altri, i quali una volta passati, si dileguano nella storia e, a lungo andare, cadono nell’oblio. Invece la sua presenza in Terra non diventerà mai un evento del passato, tanto meno qualcosa di sempre più passato, «qualora si trovi ancora la fede sulla terra» (Lc 18, 8); infatti, se questa manca, la vita terrena di Cristo diventa un fatto remotissimo. Ma fin quando esiste un credente, bisogna che egli, per essere divenuto tale, sia stato e, come credente, sia contemporaneo della sua presenza come i primi contemporanei; questa contemporaneità è la condizione della fede o più esattamente essa è la definizione della fede.

Signore Gesù Cristo, fa’ che a questo modo possiamo diventare tuoi contemporanei così da vederti nella tua vera figura e nell’ambiente dove realmente camminavi sulla terra e non nella forma di ricordo vuoto e insignificante, frutto di una esaltazione spensierata o sommersa nelle chiacchiere della storia; che possiamo vederti come sei e come fosti e come sarai fino al tuo ritorno nella gloria: il segno dello scandalo e l’oggetto della fede, l’uomo umile e tuttavia Salvatore e Redentore dell’umanità, venuto sul la terra per amore, per cercare quelli che erano perduti (Mt 18, 11), per soffrire e morire, e insieme preoccupato… di dover ripetere sempre: Beato colui che non si scandalizza di me (Mt 11, 16).

Che noi possiamo vederti così, ma senza dover scandalizzarci in te”.

Questo è l’inizio dell’Esercizio del Cristianesimo di Kierkegaard e, a parte la sua idea precisa di contemporaneità, c’è qualche cosa di prezioso per noi. Credere, dice, significa essere contemporanei di Gesù; quindi incontrarlo non come un maestro del passato, ma come un vivente, con tutto quello che l’incontro con il Gesù reale può avere di scandaloso, ma anche con tutto quello che ha di vivificante.

In fondo, quello che abbiamo tentato di fare in questi giorni, rileggendo il discorso della montagna, è non tanto imparare un insegnamento, ma incontrare una persona. Il discorso della montagna diventerebbe un peso insopportabile se lo si intendesse come una nuova legislazione che viene imposta all’uomo e diventa invece un peso leggero e soave se lo si intende come l’espressione di un rapporto di comunione, di fede, di amore, di condivisione con il Signore. Non è difficile da capire: quando uno è innamorato riesce a fare delle cose che altrimenti gli sarebbero pesantissime; ci riesce, perché l’amore dà un’energia, una forza, una solidità più grande. Per noi la fede ha esattamente questa funzione: è quel rapporto personale con il Signore vivo, contemporaneo, che ci permette di accogliere le sue parole con gioia e di portarne il peso con soavità (cfr. Mt 11, 28-30).

Una decisione forte

Riprendiamo allora la lettura del discorso della montagna, percorrendo velocemente l’ultima parte. Siamo partiti con quel «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). Abbiamo confrontato la giustizia del discepolo con quella degli scribi e, abbiamo detto, non è solo una giustizia legale, ma portata a un impegno radicale. L’abbiamo confrontata con quella dei farisei e, abbiamo detto non è solo una giustizia davanti agli altri, un “galantuomismo”, ma è giustizia davanti a Dio.

A questo punto c’è una sezione che ci invita a una “decisione” autentica. Il verbo “decidere” significa in origine “tagliare”. Una decisione è autentica quando taglia gli indugi, quando esclude le altre possibilità di scelta e si indirizza con, appunto, “decisione” verso una certa meta, un certo traguardo. Ed è quello che il discorso della montagna richiede. Dice:

«[19]Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; [20]accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. [21]Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. [22]La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; [23]ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! [24]Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6, 19-24).

Un tesoro in cielo

Questi tre brani contengono fondamentalmente un invito pressante alla scelta di Dio: devi decidere, e sapere che da questa decisione dipende la tua vita: dipende, dice il primo brano, il cuore. Hai un cuore, e il cuore è la realtà più preziosa perché è il centro della tua persona, è il tuo io, quello da cui dipende il senso di tutta la tua esistenza. È importante, s’intende, la mano; ma in fondo se ti viene meno la mano puoi ancora esistere, vivere, amare. Ma se va in rovina il cuore è tutta la vita che è perduta. Allora tieni prezioso il cuore. D’altra parte il cuore è capacità di amore, è desiderio di vita; se hai un cuore, c’è perciò necessariamente anche un tesoro al quale il tuo cuore si attacca. Diventa necessario allora prendere coscienza di quale sia questo tesoro: qual è quella realtà che riesce a mettere in movimento pensieri e desideri, a subordinare a sé tutte le altre scelte, tutti gli impegni e preoccupazioni? Questo è il tuo tesoro: devi verificare qual è il tesoro, perché il cuore vive o muore secondo che il suo tesoro sia solido o effimero. Allora:

«[19]Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; [20]accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano»(Mt 16, 19-20).

Mi piacerebbe scrivere quella parola, cielo, con la “C” maiuscola, perché esprime il nome stesso di Dio. Il discorso è: devi avere come tesoro della tua vita Dio stesso, Dio e quelli che sono i suoi doni, le sue ricchezze, perché solo questa è l’unica realtà solida; il resto è inevitabilmente destinato a scomparire. Qualunque tesoro ci sia sulla terra è, per natura sua, effimero: sono effimeri i soldi, sono effimeri i successi, è effimera ancora di più l’apparenza, l’applauso degli altri: stai attento che se ci leghi il cuore, lo rovini.

C’è invece una realtà solida e che rimane. Aggrappaci il cuore. Ricordate che nell’Antico Testamento tantissime volte Dio è presentato come una roccia: «La roccia della mia salvezza, la mia roccia». L’immagine è quella mitica dell’oceano primordiale, oceano caotico e di morte, in mezzo al quale c’è solo questa roccia ferma che resiste di fronte a tutti gli assalti della morte e delle potenze del caos, del disordine. Dio è la roccia, è quel fondamento solido che ti permette di rimanere tranquillo e sicuro anche in mezzo all’oscurità e al disordine, anche di fronte a quella realtà invincibile che si chiama morte. Per questo: accumulatevi tesori in Cielo.

Se volete prolungare la meditazione, potete rileggere il brano del “giovane ricco” (Mt 19, 16-22); oppure le parabole del “tesoro nascosto nel campo” e della “perla preziosa” nel cap. 13, 44-45 di Matteo.

Continua:

[22]La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; [23]ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» (Mt 6, 22-23a).

Un occhio semplice

È una piccola parabola, la parabola dell’occhio. Vuole dire: l’occhio è l’organo che percepisce la luce. Se l’occhio funziona bene, se è trasparente (il testo dice letteralmente: se l’occhio è semplice), attraverso l’occhio entra la luce e questa luce illumina non solo l’occhio, ma il corpo intero. Quando l’occhio ci vede bene, la mano sa dove deve spostarsi per afferrare la penna o un orologio, e il piede sa dove deve muoversi per andare in una certa direzione. Tutto il corpo viene illuminato se l’occhio percepisce bene la luce; ma se l’occhio non percepisce la luce perché è malato, tutto il corpo piomba nella tenebra, rimane come paralizzato e non sa più come muoversi, non sa più dove dirigersi.

Come dicevo, si tratta di una parabola. A che cosa si riferisce? A quella capacità interiore dell’uomo che gli permette di cogliere la presenza e l’amore di Dio; fa riferimento al cuore, se con il termine “cuore” intendiamo ancora quel centro dell’io che percepisce la verità e l’amore, che percepisce Dio nella dimensione della fede. Ebbene, se quel centro del tuo essere è limpido, chiaro, semplice; se quindi tu riesci, in questo centro di te stesso, a metterti alla presenza di Dio e a camminare davanti a lui, tutta la tua vita ne viene illuminata. La presenza di Dio illumina non solo il cuore, ma, attraverso il cuore, illumina tutti i tuoi comportamenti, dà una direzione alla tua vita; ma se quel centro diventa ottuso, non più capace di percepire, di vedere quella luce che è Dio e il suo amore; se quindi, da questo punto di vista, il mondo ti diventa opaco, non ti parla più di amore, non ti parla più di santità, tutto il tuo corpo, cioè tutta la tua vita, perde la sua lucidità, il suo orientamento.

«Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!». È un invito a una percezione profonda del cuore, quello con cui si ritrova nella nostra vita e nel mondo la presenza dell’amore di Dio o, che è lo stesso, si percepisce la verità di Gesù Cristo.

È quello che quando ti metti davanti a Gesù Cristo ti fa dire: ha ragione lui.

È una capacità di percezione, questa, che deve essere lucida: devi poter dire a Gesù Cristo: riconosco che hai ragione; devi potere dire del Vangelo: è vero.

Questo è l’occhio, una capacità interiore di riconoscimento della luce.

E finalmente:

«[24]Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6, 24).

Un servizio esclusivo

Vuole dire che la decisione deve essere radicale e senza compromessi. Un esempio molto bello credo che sia nel Libro dei Re al cap. 18, quando Elia fa la famosa sfida con. i profeti di Baal sul monte Carmelo; si deve decidere a chi appartiene il monte Carmelo, se appartiene alla zona di influenza dei Baal o se invece appartiene alla zona di influenza del Signore. Il discorso importante è che Elia propone a Israele di rifiutare ogni compromesso.

Ricordate le parole:

«Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!» (1Re 18, 21).

Non potete continuare a mettere insieme Jahve e Baal. Questo è il discorso di Elia; ma è un discorso che la gente non capisce:

«Il popolo non gli rispose nulla» (1Re 18, 21).

Il popolo non capisce perché si debba fare questa scelta. Il suo modo di ragionare suona più o meno così: al Signore noi diamo tutto quello che ci ha chiesto: le primizie, le decime, e le tasse che dobbiamo pagare al Signore gliele paghiamo. Che cosa gli interessa se, una volta che abbiamo pagato le tasse dovute a lui, diamo anche qualcosa ai Baal per garantirci la pioggia e la fecondità dei greggi? Per gli Israeliti è questione di procurarsi una sicurezza in più. I Baal erano gli dei della natura e da loro dipendeva la fecondità dei campi. Perché non ingraziarseli?

E invece il discorso di Elia è proprio questo: non si possono mettere insieme due servizi: il Signore è geloso, vuole tutto. Può apparire una pretesa troppo grande, ma il Dio di Israele vuole tutto. Non si accontenta della metà e neanche dei tre quarti; vuole che il servizio dell’uomo e del suo cuore sia totalmente dedicato a lui; che l’uomo si aspetti da lui, e da lui solo, tutto quello di cui ha bisogno. È necessaria, quindi, una decisione totale, senza riserve.

Questo discorso che, riferito all’idolatria, ci può sembrare antico e scontato, si applica anche a quello che ci insegnava ieri sera san Paolo nella Lettera ai Colossesi, quando, parlando della avarizia, diceva che è una forma di idolatria. L’avarizia insaziabile è una forma di idolatria perché consiste nel mettere qualcos’altro accanto a Dio come signore della nostra vita, come motivo delle nostre scelte.

Anzi, il discorso si può allargare perché tutto quello che nella nostra vita pretende di decidere i nostri comportamenti, di avere l’ultima parola sul sì e il no di una nostra scelta, questa è una divinità. Che sia il denaro o che sia il bisogno di affermarsi o il potere o cose del genere, è in fondo qualcosa che usurpa il ruolo di Dio, perché è a Dio solo che spetta l’ultima parola sul bene e sul male, sul sì o il no di fronte a una scelta.

Fiducia nel Padre

L’avaro questa ultima istanza la dà al denaro; il superficiale la può dare al successo; in ogni modo, a qualcosa che non è Dio. In conclusione questi tre brani (Mt 6, 19-20; 22-23a; 24) costituiscono il richiamo ad una decisione effettiva, che sia realmente tale. Segue poi, in parallelo (vv. 25-34), l’invito alla fiducia. Se tu fai una scelta di questo genere e poni veramente la tua vita al servizio di Dio, in cambio puoi stare tranquillo: il Signore mette la sua onnipotenza, la sua misericordia, la sua bontà al tuo servizio.

Tu devi essere per lui e il Signore è per te. Questo scambio è il cuore della esperienza religiosa, che può andare fino alle vette eccelse di una santità, tipo san Francesco o santa Teresa, ma che ha il suo inizio proprio nella nostra vita quotidiana, in una specie di spostamènto di attenzione. Mi assumo il servizio di Dio come regola suprema della mia vita e affido a Dio la difesa della mia esistenza. Questa logica di vita, come. dicevo, si apre a realizzazioni sempre più profonde.

Santa Teresa d’Avila nel Castello interiore descrive la vita spirituale dell’uomo; del cristiano, come un ingresso verso il centro del castello fino a quel centro dove c’è l’a presenza stessa di Dio. Ebbene, in quella stanza che è la stanza nuziale dell’anima con il Signore, l’esperienza è proprio questa: l’anima si sente dire dal Signore: ormai non devi più preoccuparti della tua vita; alla tua vita ci penso io. Tu occupati solo di me, della mia volontà, della mia lode. È lo stesso che leggiamo alla fine del cap. 6, 33:

«[33]Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».

Vi saranno date è un passivo che sembra impersonale, ma in realtà nasconde il nome di Dio, cioè “Dio vi darà tutte queste cose in aggiunta”; c’è uno scambio di attenzione, un dono reciproco, l’uomo dona se stesso al Signore e il Signore dona se stesso all’uomo. Dio è per l’uomo, per l’uomo che si dona a lui. Leggiamo allora questo ultimo brano, che ci allarga il cuore, anche se ci pone poi di fronte a delle grandi esigenze; però rimane un brano consolante e gioioso che delinea l’immagine di una vita d’autentica libertà.

«[25]Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? [26]Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? [27]E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? [28]E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. [29]Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. [30]Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? [31]Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? [32]Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. [33]Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. [34]Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6, 25-34).

Gli affanni della vita

Un brano di questo genere parte dal presupposto che la condizione dell’uomo è una condizione di bisogno: l’uomo è essenzialmente un bisognoso, perché per vivere ha bisogno di cibo e di bevanda, ha bisogno di vestito e di una casa, poi ha bisogno di lavoro e di soldi, poi ha bisogno di amicizia e di gratificazione, poi ha bisogno di protezione e difesa, di giustizia; insomma un uomo per vivere ha bisogno di tantissime cose. Proprio perché è una creatura complessa e ricca, ha bisogno di molte più cose che non le altre creature, che non gli animali e le piante.

Ora, ciascuno di questi bisogni dell’uomo può trasformarsi in affanno: ho bisogno di 2.500 calorie al giorno; le avrò anche domani? E se domani dovessi averne solo 1.800 e dopodomani ancora? E se mi venisse meno il cibo? Ho bisogno di amicizia: e se i miei amici mi abbandonassero? E se mi trovassi radicalmente solo? E se dovessi andare a chiedere l’elemosina? E se mi trovassi malato su un letto, incapace di badare a me stesso? E se perdessi la memoria? Le paure diventano molte e gravi, fino all’ultimo gradino, la paura della morte. Queste paure l’uomo se le porta addosso e possono facilmente trasformarsi in affanni cioè in preoccupazioni ossessive che impediscono di vivere in modo positivo il presente. L’uomo diventa angosciato per il futuro e perde la capacità di occuparsi degli altri, tanto è preoccupato per sé e per la sua vita e per la sua difesa; tempo ed energie psichiche per preoccuparsi del Signore e degli altri non gliene rimane affatto.

Da questo il cammino della fede può liberarci.

Libertà dagli affanni

È chiaro che è un cammino; è chiaro ancora che delle paure ce le portiamo sulla pelle e credo che ce le porteremo imo al letto di morte. Il Signore non dice che non si possa avere paura, ma che bisogna cercare di non affannarsi, cioè di non aggiungere qualche cosa a quello che è già il peso della vita quotidiana dell’uomo. L’uomo per vivere deve lavorare e questo un certo peso lo comporta. Ma l’affanno è qualche cosa di più, è quello che si aggiunge alle necessità oggettive per la vita per le nostre paure, per le nostre inquietudini: «Per la vostra vita non affannatevi, per quello che mangerete o berrete». Per capire correttamente questo brano, notate che gli uccelli del cielo e i gigli del campo vengono presentati non come dei modelli da imitare, ma come degli “insegnamenti da capire”. Il Signore non è così ingenuo da dire all’uomo: devi comportarti come, gli uccelli del cielo, cioè non devi fare nessun programma, o non devi avere un granaio, o cose di questo genere. Non è scritto da nessuna parte che si debbano imitare gli uccelli del cielo. Gli uccelli del cielo sono piuttosto un insegnamento. Dice il Signore: guardali e ti renderai conto che c’è un Dio che si prende cura di loro; non sono creature allo sbaraglio, c’è una provvidenza di Dio per gli uccelli del cielo, c’è una provvidenza, una premura, un amore, un’attenzione anche per i gigli del campo. Ora, se c’è un Dio che si prende cura dei gigli del campo, che valgono niente in confronto a te, in confronto all’uomo, vuoi che Dio non si prenda cura della tua vita? Vuoi quindi che il tuo futuro sia proprio allo sbaraglio, quando il mondo intero non è allo sbaraglio, ma vive sotto la cura e l’attenzione di un Dio creatore, di un Dio che è Padre? Egli è Padre provvidente verso tutto quello che ha creato, ma in modo particolare verso di te e della tua vita.

Ripeto: il Vangelo non è un invito a diventare imprevidenti, o fannulloni. Siccome il Signore ci ha regalato le mani, le dobbiamo adoperare per lavorare; e siccome ci ha regalato la testa, la dobbiamo usare per ragionare; non è mica proibito usare la testa! Almeno credo che il Signore ce l’abbia data perché l’usiamo, non perché uno la censuri e non pensi più. Il senso del discorso è: usa le mani per lavorare, usa la testa per pensare, per programmare quello che è necessario, ma senza affannarti; non lasciare che la paura del domani determini dei comportamenti di difesa troppo rigidi, per cui non sei più capace di vedere le necessità degli altri, di amare e di vivere la tua vita con un tantino di serenità e di fiducia.

La provvidenza di Dio

La provvidenza di Dio non è un’azione meccanica che sostituisce l’impegno dell’uomo; è invece quell’amore onnipotente che sostiene l’impegno dell’uomo e che lo libera dall’affanno. Per questo la condizione del cristiano può diventare una condizione di libertà pure in mezzo alla necessità. L’uomo vive nella necessità perché, dicevamo prima, è essenzialmente un bisognoso. Si tratta di vivere in mezzo ai bisogni, e quindi con tante cose che ci sono necessarie, ma conservando un tantino di libertà interiore. Credo che togliere del tutto le paure sia un dono particolare del Signore; però la fede toglie in ogni caso una notevole quota di paure e libera una notevole quota di attenzioni e di, gesti e di attività per l’amore. Quello che è bloccato dalla paura è ripiegato su noi stessi, quello che è sciolto dalla paura diventa libero per l’amore, per il dono.

È questo che il Signore vuole dire. Questa libertà che il Signore ti dà, te la dà perché ci siano nella tua vita delle ricchezze che puoi comunicare agli altri con un tantino di gratuità, di gioia, di libertà.

In questo modo la vita del credente dovrebbe essere radicalmente diversa dalla vita del “pagano”; perché la definizione del pagano, secondo questo brano, è essenzialmente l’inquietudine. Il pagano è inquieto per la povertà; è chiaro, quando sono povero, vivo preoccupato perché non so se avrò abbastanza da mangiare, se potrò coprirmi, se potrò pagare l’affitto, se avrò tutte le cose che sono indispensabili. C’è quindi una inquietudine che è l’inquietudine della povertà. Ma se il pagano fosse ricco sarebbe forse libero dalla inquietudine? Per niente! Il pagano quando è ricco è altrettanto inquieto perché ha molte cose, ma corre sempre il rischio di perderle. Così ogni mattino controlla con ansia l’indice della borsa e l’andamento del mercato. Le notizie del giorno possono esaltarlo ma possono anche angustiarlo. La sua speranza è legata al possesso e siccome il possesso non è mai garantito per il futuro, il pagano vive perennemente ansioso. C’è l’inquietudine della povertà, ma c’è anche l’inquietudine della ricchezza. È inquieto il povero che teme di non ottenere ciò che gli manca; è inquieto il ricco che teme di poter perdere ciò che possiede.

Beatitudine e libertà

La condizione del cristiano invece dovrebbe essere esattamente l’opposto: beatitudine nella povertà, perché vale l’affermazione: Beati i poveri in spirito, e libertà nella ricchezza. Quindi una gioia che si mantiene anche nella povertà; il cristiano povero – notava Kierkegaard – non ha una gran voglia di parlare di povertà, preferisce di gran lunga parlare di ricchezza. San Francesco, che della povertà aveva un’esperienza radicale, non si sente certo povero; è convinto piuttosto di essere ricco per avere scelto Gesù Cristo, la gioia di Gesù Cristo. Non si lamenta di ciò che non ha ma benedice, loda, ringrazia il Signore per ciò che ha. Si sente padrone del mondo e ringrazia per l’acqua e per il sole e per il fuoco robustoso et forte: è come se fossero cose sue! Ha trovato una sorgente di vita e gioisce per questo. Dall’altra parte quando il cristiano è nella abbondanza questa non lo blocca in un egoismo sterile; egli rimane libero, capace di comunicare agli altri quanto possiede: questo è certamente un miracolo grande. Un uomo ricco che non sia attaccato ai soldi è davvero un miracolo; ma bisogna che ai suoi beni non ci sia attaccato davvero; e di questo ci se ne accorge quando uno la ricchezza la perde, non fin che la mantiene. Con un po’ di umorismo S. Teresa d’Avila si stupiva per molte persone che dicono: io di ricchezza ne ho, ma non ci sono mica attaccato! Ma poi, se capita un rovescio per cui perdono i loro beni, vanno in crisi nera. Allora, dice, forse un pochino attaccati c’erano; allora la libertà interiore era solo apparente, era solo un riflesso della condizione di sicurezza. In realtà quanto sia profondo l’attaccamento alle cose, lo comprendiamo bene quando esse ci vengono portate via; quando le abbiamo, è facilissimo dire che non ci siamo attaccati del tutto: ma si tratta solo di parole. È raro poter dire con Paolo:

«[12]ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. [13]Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 12-13).

Mettiamo insieme le due cose: una scelta autentica del Signore e una piena fiducia in lui: riuscire a non preoccuparci troppo (insisto su questo “troppo”) per la nostra vita, nella fiducia che il Signore rimane come fondamento, come base. A lui possiamo fare appello in ogni occasione; su questo avremo occasione di tornare.

«Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena». Questa è una semplice norma del buon senso universale, è un proverbio semplice ma prezioso per custodire la serenità.

Non giudicate

«[1]Non giudicate, per non essere giudicati; [2]perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. [3]Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? [4]O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? [5]Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Mt 7, 1-5).

Notate la formulazione assoluta di questo comando del Signore: Non giudicate, che credo si possa tradurre: Non condannate, non giudicate con quel giudizio di condanna che non ha pietà per nessuno, che elimina senza possibilità di appello dalla sfera della fraternità. Non condannate per non essere condannati, perché il giudizio di Dio nei vostri confronti non sia esso stesso un giudizio di condanna. Che vuole dire? Siccome c’è un Dio giudice di tutti, non è richiesto a te di essere quello che mette ordine nel mondo, che dà a ciascuno il suo, che distribuisce il premio o il castigo secondo le opere buone o cattive di una persona. Questo compito lascialo nelle mani di Dio: è lui il giudice; non arrogarti tu la responsabilità, perché non hai la testa abbastanza acuta da prendere il posto di Dio e non ti è lecito metterti nei panni del giudice. Tu in realtà, sei e rimani un imputato.

Il tuo posto giusto non è il seggio del giudice, ma è il banco dell’imputato; è lì che devi andarti a sedere.

Quando ti metti lì, stai al tuo posto e ragioni nel modo giusto; ma se fai tanto di insediarti nello scranno del giudice, capovolgi tutta la tua realtà, non vedi più le cose così come sono. Ti arroghi una identità che non è la tua. E ingannarsi sulla propria identità è un pasticcio grosso. Tanto è un pasticcio grosso che, se fai questo, ti viene meno ogni lucidità sulla tua vita, non riesci più a renderti conto di quello che sei veramente; osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non vedi più la trave che è nel tuo occhio; sei così occupato e preoccupato e attento a scrutare i piccoli difetti degli altri, che i tuoi errori madornali neanche li vedi. Tutto questo perché ti sei messo al posto del giudice; il giudice non è quello che esamina i suoi difetti, è quello che esplora i difetti degli altri; tu fai proprio così, ma è questo che ti rovina. Quello che ti gioca un brutto scherzo è l’illusione che hai di poterti mettere nel posto del giudice e nello stesso tempo di poter vedere con chiarezza i tuoi difetti: non è possibile. Se vuoi vedere r tuoi difetti devi stare umilmente nel posto dell’imputato; se vai al poso del giudice vedrai molto bene i difetti altrui come dietro una lente d’ingrandimento, ma perderai la lucidità su te stesso.

«Come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». Questa riflessione è comune in tutto il Nuovo Testamento. Un esempio lampante nel cap. 2 della Lettera ai Romani. San Paolo si pone davanti all’uomo che conosce la legge di Dio e usa il criterio morale per giudicare gli altri; costui, nel momento in cui giudica gli altri, si sente dal punto di vista di Dio, e s’illude così di essere al sicuro. Ma è una illusione, perché lui stesso non è in grado di praticare pienamente la legge:

«Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose (…) Pensi forse, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, di sfuggire al giudizio di Dio?» (Rm 2, 1.3).

È dunque uno sport rischioso quello di giudicare perché impedisce a chi lo pratica di compiere un vero cammino di conversione personale. Un’altra immagine molto bella è quella del cap. 8 del Vangelo di, Giovanni, il brano famoso dell’adultera. Scribi e farisei trascinano da Gesù questa donna, sorpresa in flagrante adulterio, la mettono in mezzo, dice il vangelo di san Giovanni, e l’accusano. Senza parlare con lei – perché lei non è degna che le si rivolga la parola! – rivolgendosi a Gesù, gli dicono:

«[4]Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. [5]Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?»(Gv 8, 4-5).

Che cosa ne pensi? Ricordate che il Signore si mette a guardare per terra e comincia a scrivere. Non serve andare ad indovinare che cosa abbia scritto, perché nessuno lo sa, san Giovanni non ce l’ha detto; però il significato del gesto è molto chiaro. Gesù prende tempo o, meglio, offre a quella gente un tantino di tempo perché si renda conto di quello che sta facendo. È gente che si rende conto molto bene del peccato della donna; questo è molto chiaro; la donna è stata sorpresa in adulterio e l’adulterio viola la legge di Dio; su questo non ci sono dubbi: ma nello stesso tempo queste persone hanno perso la lucidità su se stesse; accusando, condannando, stanno mettendosi al posto del giudice. Bene, il momento di silenzio dovrebbe servire alla gente a ripensare a se stessa, a rientrare nel proprio cuore, a considerare la propria condizione. Siccome invece la gente non coglie questa occasione, ma continua ad accusare, allora Gesù parla esplicitamente:

«Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8, 7).

A questo punto la gente è costretta a guardarsi, perché le parole sono troppo esplicite; il silenzio era già un invito, ma non l’avevano colto; le parole costringono. Allora se ne vanno tutti, a cominciare dai più anziani, che l’esperienza faticosa della vita ha reso più accorti, se ne vanno tutti finché lì in mezzo non rimane che la donna adultera. I seggi dei giudici sono stati sgombrati, c’è solo il posto dell’imputato. Se uno vuole stare nella scena deve mettersi nel posto della donna; non ce ne sono altri disponibili. Solo il Signore è in grado di mettersi nel posto del giudice; e, paradossalmente, lui che potrebbe condannare perdona. Chi potrà ancora alzare una voce di giudizio e di condanna?

L’efficacia della preghiera

Lasciamo il versetto 6, la cui spiegazione è misteriosa e prendiamo brevemente i versetti dal 7 all’11 sulla preghiera e poi finalmente la regola d’oro:

«[7]Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; [8]perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. [9]Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? [10]O se gli chiede un pesce, darà una serpe? [11]Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!» (Mt 7, 7-11)

Legate queste parole con la fine del cap. 6. Siamo dei bisognosi; ci verrebbe da avere paura ogni giorno; ma abbiamo una sicurezza, quella della preghiera. La preghiera è certamente un dovere, ma dovrebbe essere interpretata prima di tutto come un diritto, il diritto dei figli. I figli hanno diritto di rivolgersi con libertà ai loro genitori per avere quello che è loro necessario per vivere. La preghiera nasce da questo rapporto; è un diritto, il diritto di rivolgerci a Dio e di chiedere a lui quello che ci è indispensabile per vivere. Si tratta di avere nei confronti di Dio quella fiducia che è propria del figlio, che ci permette di non affannarci per il domani, per quello che mangeremo, berremo, vestiremo. Allora chiedete e vi sarà dato. Attenti ad interpretare bene. “Chiedete e vi sarà dato” o vuol dire: chiedete “e Dio vi donerà”; cercate e troverete, vuol dire: cercate “e Dio vi darà” quello di cui avete bisogno, e così via. Non interpretate queste frasi come dei proverbi. Di fatto “chi cerca trova” è diventato un proverbio. Ora, un proverbio registra qualche cosa che succede normalmente; non dico proprio sempre come la legge di gravità, che è una legge rigida. l proverbi sono un pochino più flessibili, però normalmente accade come essi dicono, State bene attenti a non interpretare le parole di Gesù in questo modo.

La preghiera non è un gesto che abbia in sé una efficacia infallibile; la preghiera è un appello fiducioso alla libertà di Dio. La risposta sta nel gesto libero di Dio. Il significato, dunque, è questo: chiedete con libertà perché Dio ha deciso di essere per voi come un padre; ha deciso liberamente, nel suo amore, di ascoltare le vostre preghiere e di rispondere a tutte le vostre richieste. C’è quindi di mezzo la libertà di Dio; non è una formula meccanica, non è una legge di natura che “chi cerca trova”; è una scelta libera di Dio che chi si appella a lui con l’animo del figlio è ascoltato e riceve risposta, riceve quello di cui ha bisogno. Avere questa sicurezza è per noi, fondamentale, se vogliamo riuscire a custodire quella pace interiore che è essenziale alla vita cristiana.

Ricordate il brano famoso della Lettera ai Filippesi, al cap. 4, dove san Paolo dice:

«[4]Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. [5]La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! [6]Non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 4-6a).

E io dico: fai bene a dire di non angustiarmi per nulla, ma io se ho fame, se ho sete, se ho bisogno, se sono solo, come posso non angustiarmi affatto?

«[6]Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; [7]e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù» (Fil 4, 6-7).

Quindi la pace viene come effetto della preghiera, della preghiera filiale; la sicurezza nasce dalla provvidenza di Dio, dalla premura che Dio usa liberamente verso di noi.

La regola d’oro

Tutto questo, dicevamo, culmina finalmente nella regola d’oro:

«[12]Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Mt 7, 12).

Regola che trovate già nel Libro di Tobia (cfr.4, 15); che si trova nei testi rabbinici; in particolare è attribuita a quel famoso maestro che si chiamava Hillel; ma Gesù l’ha formulata in modo nuovo. La regola d’oro, di per sé, ha questa formulazione: «Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te»ha quindi una formulazione negativa; è una legge di proibizione che permette di evitare ogni comportamento cattivo o ingiusto nei confronti degli altri. Gesù ha capovolta la formulazione, facendola diventare positiva: «Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti». Messa in forma positiva, la regola diventa molto più impegnativa: non solo non devi fare il male, ma devi prendere l’iniziativa e cercare creativamente quello che è bene per gli altri, quello che è giusto e utile, quello che edifica e guarisce. Quindi è una Legge che non lascia mai in ozio. Una delle qualità dell’amore è di essere attivo; mica concitato e attivista, però attivo sì, cioè che va alla ricerca del bene degli altri; la regola d’oro ci orienta in questa direzione. State solo attenti a interpretarla bene. La regola d’oro è, come si dice, una regola “euristica” (= trovare la verità). Non vuole dire: se volete che gli uomini vi facciano del bene, fatelo voi per primi a loro. Vuole dire: se volete sapere quale deve essere il vostro comportamento, mettetevi nei panni degli altri e chiedetevi che cosa sarebbe bene fare, che cosa desiderereste che venga fatto a voi. Questo ti aiuta a comprendere quello che devi fare. Scopo della “regola” non è ottenere un comportamento buono da parte degli altri, ma capire quale deve essere il mio comportamento. Serve a questo la regola d’oro, serve per riconoscere i miei egoismi, le mie abitudini, per sciogliere le paure, in modo da trovare quel gesto creativo che è giusto. Una volta che uno ha capito questo, dice il Signore, ha capito tutto: questa è la Legge e i Profeti. Il resto è spiegazione e applicazione.

Ci possiamo fermare qui ricordando che in questo modo si capisce che la vita cristiana è una via, non è un possesso. Non c’è nessuno che possa dire: ho messo in pratica la regola d’oro; c’è qualcuno che può dire: ho messo in pratica la pazienza, oggi non ho perso la pazienza in tutta la giornata. È già un piccolo miracolo; ma non c’è nessuno che possa dire: oggi ho fatto agli altri tutto il bene che avrei potuto fare.

Da questo punto di vista non c’è una sicurezza di possesso dell’amore; l’amore è una via sulla quale è necessario camminare senza pretendere, senza avere la sicurezza di avere fatto tutto il possibile, semplicemente con la gioia di crescere verso quella direzione, senza lasciarsi prendere dall’angoscia, dall’avvilimento. Perciò non lasciate che la riflessione sul “discorso della montagna” vi avvilisca. Lo so anch’io che a leggere il discorso della montagna uno si trova “in rosso”, si accorge di essere in passivo. Ci sono nella nostra vita condizioni di insufficienza ecc.; ma guai a voi, se questo vi crea avvilimento. Deve servire piuttosto a mettersi davanti a Dio nell’atteggiamento della sincerità e a ripartire con calma, con perseveranza, con fiducia nell’aiuto del Signore. Perché

«[24]Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. [25]Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. [26]Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. [27]Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7, 24-27).

È importante concludere con queste parole per ricordare che il discorso della montagna, al di là di tutte le discussioni degli esegeti, è da mettere in pratica.

Il Signore lo ha pronunciato perché lo mettiamo in pratica, non semplicemente perché lo ammiriamo, nemmeno semplicemente perché ci sentiamo in colpa, ma perché, con la consapevolezza della nostra debolezza e fragilità, cerchiamo di camminare per questa strada. È il cammino lungo della perseveranza che avete già incominciato; anche solo in questi tre giorni di pazienza ne avete portata abbastanza. Adesso si tratta di continuare con perseveranza in quel cammino che il Signore ci ha dato la grazia di cominciare.