LA CASA SULLA ROCCIA – 8

La Casa sulla Roccia. 4

10 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Quarta Meditazione
10 Settembre 1989

Una vita religiosa autentica

«[20] (…) se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20).

Abbiamo tentato di cogliere il significato di questa espressione programmatica del discorso della montagna in quelle che vengono chiamate le “antitesi” del cap. 5 di Matteo, che abbiamo interpretato come il compimento della legge mosaica portato da Cristo e legato con la proclamazione e quindi l’ingresso del regno di Dio, della salvezza di Dio nella nostra vita. Ma il discorso non è ancora completo; il cap. 5 ha fatto soprattutto il confronto tra la giustizia del regno e la giustizia dello scriba, cioè di colui che è attento alla lettera della legge con una devozione infinita e ammirevole, ma che si ferma esattamente a quanto la legge richiede.

L’inizio del cap. 6 introduce un altro atteggiamento fondamentale del discepolo che potremmo mettere in rapporto con la religiosità farisaica. Come ricordavamo stamattina, la religiosità farisaica non è certamente una religiosità da poco, ma è una religiosità che, nell’ottica di Gesù, ha alcune mancanze che debbono essere corrette. Quali? Una delle fondamentali è presa di mira proprio all’inizio del cap. 6:

«[1]Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. [2]Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. [3]Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, [4]perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. [5]Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. [6]Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. [7]Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. [8]Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. [9]Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; [10]venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. [11]Dacci oggi il nostro pane quotidiano, [12]e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, [13]e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. [14]Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; [15]ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe. [16]E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. [17]Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, [18]perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6, 1-18).

Davanti agli uomini

Gesù prende in considerazione tre fra le forme di pietà classiche della religione ebraica, cioè l’elemosina, la preghiera, e il digiuno e a ciascuna di queste tre pratiche religiose applica un principio fondamentale che è questo: la vita religiosa vuole vissuta sotto lo sguardo di Dio. È essa, naturalmente, una vita che viene vissuta sulla terra, in mezzo agli altri; ma lo sguardo dell’uomo religioso non è rivolto agli altri per avere ammirazione o approvazione o lode di qualsiasi genere. Lo sguardo deve essere rivolto a Dio. Fa parte della vita religiosa il compiere le opere buone, non c’è dubbio; per il vangelo di Matteo questo è così importante che il giudizio finale si deciderà su questo: mi avete dato da mangiare… non mi avete dato da mangiare… Quindi le opere buone sono fondamentali. Ma come bisogna compiere queste opere? Davanti a Dio, sotto lo sguardo di Dio, per ricevere la approvazione di Dio, non davanti agli uomini, non per avere vantaggi umani: Questo è il principio che viene affermato nel versetto 1: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli».Viene quasi spontaneo un confronto con quanto il cap. 23 dice sul comportamento di alcuni farisei, che hanno deformato la religione. Si legge, per esempio, al versetto 5:

«[5]Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattéri e allungano le frange; [6]amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe [7]e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì’’ dalla gente» (Mt 23, 5-7).

Che vuole dire? Hanno usato la religione come strumento di successo, come strumento di realizzazione mondana. Essere religiosi serve a loro per ottenere dei posti di onore, di pieno rispetto. Compiono le opere buone certamente; riconosciamo che si impegnano in questo, ma lo fanno per essere ammirati dagli uomini. Allargano i loro filattéri: i filattéri sono scatolette che contengono un rotolo con alcune parole della Scrittura; l’ebreo le lega sul suo braccio sinistro e sulla fronte quando si mette a pregare. Sono quindi dei simboli di religiosità. Ebbene, i farisei fanno i loro filattéri un pochino più grandi degli altri, perché si vedano meglio, perché si riconosca che sono più religiosi degli altri. Lo stesso per le frange del mantello che viene usato per la preghiera; anche queste frange debbono ricordare la Legge di Dio e i farisei le fanno un poco più lunghe degli altri. Vogliono essere riconosciuti e apprezzati come persone religiose, ma questo è esattamente il capovolgimento dell’autentica ottica religiosa. Che cosa vuol dire essere religiosi se non “servire Dio”? Ma questi farisei non servono Dio, “si servono” di Dio. Dio serve a loro per un loro vantaggio umano, mondano. È una tentazione, e non la tentazione dei farisei, ma la mia, la vostra, quella delle persone religiose. Dobbiamo riconoscere noi stessi dentro a questa tentazione. Per certi aspetti, alcuni elementi che facevano parte della vita sociale in Israele sono scomparsi.

Oggi la gente non approva né applaude molto se vede qualcuno che prega in piazza. Ma la strumentalizzazione di Dio e della religione rimane una possibilità concreta alla quale dobbiamo stare attenti e dalla quale si esce stando umilmente sotto lo sguardo di Dio. Gli sguardi degli altri diventano meno rilevanti nella nostra vita e nei nostri comportamenti, quanto più diventa rilevante lo sguardo di Dio.

Sotto lo sguardo di Dio

È difficile per noi riuscire a vivere, a stare in mezzo agli altri senza fare attenzione con la coda dell’occhio (e qualche volta anche con il centro dell’occhio) a quello che gli altri dicono e fanno e pensano intorno a noi. È difficilissimo. L’unico modo non è cercare di chiudere gli occhi – che è impossibile – ma rivolgerli al Signore, in modo che lo sguardo di Dio stia sopra di noi. Quanto più il riferimento a Dio diventa significativo, importante, tanto meno diventa rilevante il giudizio degli altri.

Dovremmo fare quanto è detto nel Salmo 139 che incomincia:

«Signore, tu mi scruti e mi conosci, [2]tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, [3]mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; [4]la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta» (Sal 139, 1-4).

Potete continuare a leggere questo salmo. In realtà nessuno di noi è nascosto allo sguardo di Dio; lo sguardo di Dio è capace di entrare nelle profondità del nostro cuore, tutto è nudo davanti a lui, dice la Lettera agli Ebrei (4, 13), non c’è niente che possa essere nascosto, ma di questa realtà dobbiamo diventare consapevoli. Essere religiosi vuol dire sapere che Dio ci conosce e accettare cordialmente lo sguardo di Dio. Non è sempre uno sguardo gradevole, non è sempre uno sguardo gratificante, lo sguardo del Signore, proprio perché mette a nudo i nostri comportamenti e i nostri pensieri; è uno sguardo che mette a disagio, ma è terapeutico; è uno sguardo che pulisce, che purifica, che risana. Bisogna che uno faccia questa cura, la cura dello sguardo del Signore, accentandone tutto l’imbarazzo o la vergogna in certi momenti, ma nella convinzione che dall’incontro con lo sguardo del Signore esce una coscienza pulita, un cuore pulito: imparare a fare le cose davanti a lui, per piacere a lui. Diceva il profeta Elìa: «Vive il Signore davanti al quale io sto» (1Re 18, 15). Cerchiamo di parafrasare: io, Elia, ho a che fare con il re Acab, che gestisce il potere in Israele e che mi può mettere a morte quando gli pare; e tuttavia non ho paura, io non sto davanti ad Acab e non sono i desideri di Acab, che decidono le mie parole o i miei silenzi. Quello che io dico o faccio, lo decide il Signore; sono al suo servizio, è da lui che mi viene il comando di parlare o il comando di tacere, il comando di chiudere il cielo o il comando di aprirlo. Vive il Signore alla cui presenza io sto.

Diceva ancora il Signore ad Abramo: «Io sono EI Shaddai: cammina alla mia presenza e sii integro» (Gen 17, 1). È questo che il Signore chiede.

Per la gloria di Dio

Se tenete presente questo, capite che le indicazioni di Mt 6, 1-18, come quelle del cap. 5non vanno interpretate come dei codici di legge, come se fosse proibito il fare la elemosina in pubblico, o pregare in pubblico. Non è questo. Il Signore si serve di immagini, ma per richiedere un atteggiamento profondo del cuore.

«[1]Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6, 1).

Mettetelo accanto alle parole che abbiamo letto nelle terza Meditazione:

«Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano lode al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 16).

Non c’è una contraddizione? Da una parte: Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini. Ma poi: Vedano gli uomini le vostre opere buone. Ci si domanda: le nostre opere debbono essere visibili o invisibili, palesi o nascoste? Le devo fare di nascosto perché nessuno le ammiri o le devo fare apertamente perché la gente glorifichi Dio?

Le due affermazioni non sono in contrasto. Quello che è essenziale è che nel momento in cui tu compi le opere buone, cioè le opere del regno, le opere di giustizia, il tuo atteggiamento sia non rivolto a ottenere un’approvazione umana, ma rivolto a glorificare Dio nella obbedienza a lui. Puoi anche fare l’elemosina in mezzo alla piazza del mercato, purché il tuo cuore non sia preoccupato della gente che ti vede, ma sia alla ricerca di Dio e della sua volontà. Uno può anche pregare in piazza del Duomo, purché il pregare in pubblico non significhi pregare per ottenere vantaggi o stime umane, ma sia invece ugualmente un pregare al cospetto del Signore, per lui e per lui solo.

È un atteggiamento interiore quello che viene richiesto; esso va applicato all’elemosina, alla preghiera, al digiuno, ma a qualunque altra opera di pietà che si possa immaginare e creare. La vita religiosa è vita al cospetto di Dio, per piacere a Dio; è preoccupata della approvazione di Dio, più che non delle approvazioni umane.

Mentre parla della preghiera, il vangelo di Matteo ha inserito, dentro al trittico elemosina-preghiera-digiuno, delle esortazioni del Signore sul come pregare; sono esortazioni preziose alle quali dobbiamo stare un tantino attenti. Dice:

«[7]Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. [8]Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6, 7-8).

Una preghiera che rispetta la libertà di Dio

Che cos’è questo discorso del non sprecare parole? È un tentativo di distinguere la preghiera del discepolo, la preghiera cristiana, da una preghiera pagana di tipo magico. La mentalità pagana ritiene che la preghiera sia una specie di parola magica che, una volta ripetuta con una insistenza grande, ottiene infallibilmente l’effetto. Quello che è proprio della magia è questo: il mondo soprannaturale viene immaginato secondo un’ottica impersonale e rigida. Avviene come nel mondo della fisica: una volta poste certe cause, l’effetto ne segue inevitabilmente. Ebbene, io pongo certe preghiere, ne pongo il numero prescritto, secondo le modalità richieste, e l’effetto è garantito. Questa è una concezione magica della preghiera, pagana; quasi che Dio fosse una cosa, una legge di natura da scoprire e da mettere al nostro servizio. Lo scienziato impara a conoscere le leggi naturali per giungere a usarle per il proprio vantaggio; così dalla scienza nasce il mondo della tecnica. Ebbene, si può pensare alla vita religiosa come una tecnica per avere Dio al proprio servizio.

Ma Dio non è una legge di natura; Dio è un essere libero e personale. Non c’è modo di costringerlo a fare quello che pare a me, non ci sono delle preghiere così efficaci, delle formule così perfette che Dio ne rimanga in qualche modo imprigionato e sia costretto a rispondere. Questo vale solo per il mondo delle favole: se uno sfrega la lampada tre volte, viene fuori il genio della lampada e quello che gli chiedi te lo fa; ma Dio non è il genio della lampada, Dio non è un robot che risponde meccanicamente a un certo gesto.

Il rapporto con Dio si gioca sulla libertà e sull’amore. Debbo rivolgermi a Dio con una fiducia piena, ma appellarmi al suo amore non alla forza delle formule che io uso; non serve moltiplicare le parole come se queste creassero una specie di effetto sempre più intenso, fino a costringere Dio. La preghiera autentica rispetta immensamente la libertà di Dio. Il che non significa che la preghiera sia meno sicura; è una preghiera molto più sicura, quella cristiana, ma fondata sulla bontà e sulla fedeltà di Dio, non sulla efficacia di quello che io faccio e dico.

Pregare molto con poche parole

Pregare non vuole dire usare molte parole; bisogna pregare molto, ma con poche parole, perché vadano in profondità. Quanto più coinvolgo il cuore, tanto più la preghiera è efficace, non perché sia efficace in sé, ma perché è un appello più intenso e libero alla libertà di Dio, alla risposta di Dio. Perché il pregare non consiste nel pensare molto, ma nell’amare molto; non si tratta di fare delle lunghe preghiere complicate, con una sintassi barocca e opulenta. L’essenziale è il cuore e la libertà con cui uno si colloca davanti al Signore. Questo è importante per le preghiere che facciamo normalmente, per le riflessioni sulla Parola di Dio, ecc. Certo, è bello e importante uno studio esegetico per riuscire a cavare fuori dalla Parola di Dio i suoi, molti significati, ma la preghiera non consiste nel pensare molto, consiste nell’amare molto; questo diceva santa Teresa d’Avila, che di preghiera credo se ne intendesse alquanto.

«Voi dunque pregate così» e ci viene regalato il Padre nostro che sta al centro di tutto il discorso della montagna e sul quale è giusto che ci fermiamo un tantino, anche se il Padre nostro lo conoscete già bene. Cercheremo solo di collegarlo con le riflessioni che abbiamo fatto.

Padre…

Ricordate che il Padre nostro inizia con un’invocazione, un indirizzo, e poi ha sette domande articolate in due parti: tre domande con l’aggettivo possessivo “tuo” (sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà) e poi altre quattro con l’aggettivo “nostro”. L’indirizzo ha un’importanza fondamentale, perché colloca la persona che prega nell’atteggiamento giusto davanti a Dio che è l’atteggiamento filiale. Se uno vuole pregare da cristiano, deve pregare con un animo di figlio, per cui: «Padre nostro che sei nei cieli». Notate: quella espressione Padre vuole interpretata in senso specificamente cristiano. In moltissime religioni ci si rivolge a Dio chiamandolo Padre; ma questo non vuol dire che la parola abbia sempre lo stesso significato. Quando un cristiano usa questa parola la intende non secondo un significato storico-religioso generale; in questa concezione Padre vorrebbe dire il creatore del mondo, quello che ha dato la vita al mondo con la creazione: non è questo che intende il cristiano. Quando il cristiano usa questa parola intende piuttosto collocarsi nell’atteggiamento spirituale di Gesù di Nazaret. Il resto sta dentro a questa affermazione. Secondo tutto il Nuovo Testamento Gesù, quando pregava, si rivolgeva a Dio chiamandolo Abba, Padre. È interessante che il vangelo di Marco, riferendo la preghiera di Gesù nel Getsemani, abbia riportato anche la parola aramaica, «Abba, Padre, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice». E non solo: anche tutte le altre volte in cui Gesù prega egli usa questa parola – Padre; vuol dire che era un modo di pregare caratteristico di Gesù e che esprimeva il suo rapporto esclusivo, unico con il Padre, tanto unico che Gesù può dire:

«[25]In quel tempo Gesù disse: Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. [26]Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. [27]Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11, 25-27).

Nella concezione cristiana c’è un’unica persona che ha una percezione immediata di Dio, e questo è Gesù di Nazaret. Il rapporto che egli ha con Dio è un rapporto unico ed esclusivo e pieno. Se noi preghiamo dicendo Padre, vuole dire che Gesù introduce anche noi dentro alla sua esperienza di Dio, vuol dire che regala a noi il rapporto con Dio che viveva lui; è quindi un modo di entrare in Cristo. Se noi diciamo: Abba, Padre, è solo per la forza dello Spirito Santo; quindi non semplicemente perché siamo stati creati da Dio, ma perché siamo stati innestati in Cristo, perché siamo corpo di Cristo. È per questo motivo che la liturgia introduce il Padre nostro con questo invito: «Obbedienti al comando del Salvatore e formati al suo divino insegnamento..”. Cioè, non l’abbiamo inventata noi questa preghiera: questo modo di rivolgersi a Dio non è nostro, noi l’abbiamo imparato da Gesù. E allora «Obbedienti al comando del Salvatore osiamo dire: osiamo dire», vuole dire che prendiamo il coraggio di metterci nell’atteggiamento di Cristo, di pregare Dio così come lo pregava Gesù Cristo e quindi di fare nostra l’esperienza spirituale di Gesù Cristo. In questo senso il Padre nostro è preghiera specificamente cristiana; tutti possono pregare Dio chiamandolo Padre, ma il cristiano, quando usa questa parola, le dà un significato unico, quello di Gesù Cristo, Padre.

… nostro…

Nostro vuol dire che il cristiano, quando prega, prega sempre in comunione con tutta la Chiesa; può pregare a porte chiuse, per conto suo, senza che nessuno veda, ma non è mai solo, perché ha un Padre, e, se ha un Padre, ha dei fratelli; è perlomeno il fratello di Gesù Cristo, e quindi di tutti quelli che sono, in Cristo, una cosa sola. Pregare in questo modo vuol dire scoprire la paternità di Dio, ma vuol dire anche scoprire la fraternità della Chiesa, il nostro legame concreto con i fratelli, Padre nostro.

… che sei nei cieli

Che sei nei cieli ci ricorda che questo Padre, nonostante sia Padre, mantiene però la sua trascendenza; è vicinissimo a noi, ma è nello stesso tempo il Signore del cielo e della terra, che non dobbiamo per nessun motivo abbassare al nostro livello per dargli una dimensione umana. Rimane quel Signore del mondo che il:

«[27](…) i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere» (1 Re 8, 27).

Questo indirizzo tenetelo caro, perché è quello che ci mette nell’atteggiamento spirituale corretto; varrebbe la pena, ad esempio, che questa parolina Padre, la usassimo frequentemente quando preghiamo. Gesù l’ha usata sempre e ha dato a noi la possibilità di usarla; vale la pena ricordarla spesso, tenendo presente il suo significato, perché è quello che ci introduce dentro alla spiritualità cristiana.

Sia santificato il tuo nome

Poi le tre domande: «sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra»le quali, evidentemente, chiedono la stessa cosa. Sono delle domande. Insisto su questo perché, siccome in italiano c’è una forma col congiuntivo, possiamo avere l’impressione di essere davanti a degli auguri. Sia santificato il tuo nome, nella sua formulazione, assomiglia a “mi auguro (o ti auguro) che il tuo nome sia santificato”. Il senso, invece non è quello dell’augurio, ma è quello della domanda: io chiedo che il nome di Dio sia santificato. Siccome poi siamo davanti a un passivo, e il passivo è un “passivo divino”, chiedo che Dio santifichi il suo nome. Questo è il senso: “Padre, santifica il tuo nome”. È perciò un intervento efficace di Dio che chiediamo. Non diciamo sia santificato il tuo nome nel senso che “mi auguro che gli uomini santifichino il tuo nome”; questo me lo auguro chiaramente, fa parte anche della preghiera, ma il senso preciso è: “Padre, voglio, desidero, chiedo, che tu santifichi il tuo nome”.

Ma che cosa vuol dire che il nome di Dio sia santificato o che Dio santifichi il suo nome? Quand’è che Dio santifica il suo nome? Si potrebbe rispondere brevemente: Dio santifica il suo nome quando ci salva. E mi spiego. Voi siete una comunità cristiana, vuol dire che siete stati segnati con il nome di Cristo, che siete figli di Dio, che siete quella vigna di cui Cristo è la sorgente di vita. Siete in mezzo al mondo la presenza dell’appartenenza a Dio, della consacrazione a Dio. Potete dire a Dio:

“Il tuo nome è stato invocato sopra di noi» (Ger 14, 9).

Il mondo vi guarda e quando guarda voi, la comunità cristiana, che cosa gli viene da dire al mondo? Gli viene da riconoscere che Dio è grande perché ha fatto delle opere grandi in voi, o gli viene da affermare che Dio vale poco perché un popolo così è un popolo che non vale mica tanto?

La richiesta del Padre nostro è questa: noi chiediamo che Dio intervenga nella nostra vita a manifestarsi come Dio e come Salvatore, tanto che si riveli al mondo intero la santità di Dio, la divinità di Dio. Che Dio è un Dio che ha un popolo disgraziato, come siamo noi? Un popolo mal fatto come siamo noi, egoista come siamo noi, peccatore come siamo noi? Quanto vale questo Dio? Noi non sopportiamo questo. Non sopportiamo che il nome di Dio sia bestemmiato a causa dei nostri peccati e delle nostre miserie e chiediamo a Dio: santifica il tuo nome. Si intende: santifica il tuo nome in noi, cioè cambia la nostra vita in modo che essa diventi un inno alla tua bontà, alla tua santità, in modo che la gente vedendoci debba dire: Dio è grande. Quando il Signore ha liberato Israele dall’Egitto, i popoli hanno dovuto dire: Dio è grande, perché avevamo visto quello che Dio era capace di fare.

Io chiedo che Dio faccia vedere quello che è capace di fare nella nostra vita, che egli santifichi il suo nome intervenendo, perdonando, santificando e rinnovando. È quello che dice quel famoso inno di Ezechiele nel cap. 36, che cantiamo nelle Lodi quando Israele è schiavo in Babilonia, il nome di Dio è disonorato, perché si dice: che Dio è mai quello il cui popolo è schiavo? Un Dio che non è capace di liberare il suo popolo, che non sottomette al suo volere i Babilonesi! Quanto volete che valga un Dio così? Ecco allora che Dio viene a santificare il suo nome. Come? Riportando gli ebrei in patria; ma mica solo riportandoli in patria: perdonando tutti i loro peccati; ma mica solo perdonando i loro peccati: dando loro un cuore di carne e uno Spirito Santo, in modo che Israele diventi capace di mettere in pratica le leggi di Dio. Allora tutti dovranno dire che Dio è santo, perché è santo il suo popolo; dovranno dire che Dio è grande, perché il suo popolo è liberato e così via…

Il tuo regno, la tua volontà

“Padre, santifica il tuo nome”, vuol dire questo: Padre santo, vedi come siamo messi male! Intervieni a trasformare la nostra vita in modo che in noi il tuo nome sia santificato, in modo che la nostra santità, il nostro amore, la nostra pazienza diventi una rivelazione della tua santità e del tuo amore: Sia santificato in noi il tuo nome: santifica in noi il tuo nome. È la stessa richiesta che viene ripetuta nelle domande che seguono: Padre, venga il tuo regno. Non vuol dire solo: venga il paradiso. Quello verrà un giorno certamente, ma noi chiediamo che il regno di Dio incominci a venire dentro la nostra vita. Venga il tuo regno vuol dire: vieni a regnare sopra di noi. O, se volete, il parallelo: fa’ di noi dei sudditi autentici del tuo regno, sottomettici alla tua sovranità, esercita sopra di noi la tua sovranità. Siamo convinti che il regno di Dio sia un regno di giustizia e di amore, di fraternità e di pace, e lo desideriamo con tutto il cuore: non siamo soddisfatti fino a che questo regno non si compie nella nostra vita e in noi.

Ancora, «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». In cielo la volontà di Dio è compiuta perché gli angeli sono proprio bravi a fare la volontà di Dio e i santi sono proprio bravi a fare la volontà di Dio; siamo noi, invece, che siamo lenti e pigri. Allora, come la tua volontà è fatta in cielo, che venga compiuta anche sulla terra; in altri termini, che la nostra terra, la nostra comunità, diventi un anticipo del paradiso, che la nostra parrocchia diventi un anticipo del paradiso; non nel senso che si sta tutti bene, tutti in pace, ecc., ma nel senso che la volontà di Dio sia fatta davvero, come è fatta in paradiso; che la gente si voglia bene come si vuole bene in paradiso; che la gente viva rapporti di sincerità, di comunione come in paradiso; quello che avviene in cielo, che avvenga anche sulla terra.

Dacci il nostro pane quotidiano

Queste le prime tre domande, e capite che cose più importanti di queste da chiedere non ce ne sono. Le altre quattro domande della preghiera sembra spostino l’attenzione da Dio a noi: «dacci il nostro pane, rimetti i nostri debiti (…)», ma in realtà l’attenzione non viene spostata di molto. Piuttosto la stessa realtà viene considerata dall’altro punto di vista; è l’altra facciata del foglio, ma il foglio è sempre quello. Quando noi diciamo: “Padre, santifica il tuo nome”, si sottintende: dove? In noi. Venga il tuo regno»dove? In noi. Sia fatta la tua volontà. Anche qui: in noi. Viceversa: «Dacci il nostro pane quotidiano»perché chiediamo questo? Perché in noi il tuo nome sia santificato. «Perdona i nostri peccati»perché? Perché il tuo nome sia santificato, perché il tuo regno venga. Le domande si completano a vicenda, le prime tre con le altre quattro. Perché il nome di Dio sia davvero santificato, è necessario anche che noi si abbia da mangiare tutti i giorni: senza il cibo quotidiano non riusciremo nemmeno a diventare santi, a volerci bene, a sopportarci gli uni con gli altri. Uno può dire che il bisogno di pane quotidiano è una triste schiavitù della condizione umana, ma il bisogno rimane. La soddisfazione dei bisogni primari è indispensabile per potersi dedicare agli impegni più elevati e significativi. E allora metto nelle mani di Dio la sicurezza per il mio futuro, la fiducia di poter vivere giorno dopo giorno.

Scrive H. Schürmann quando spiega questa domanda: la si capisce molto bene se voi la mettete in bocca a Pietro o a Giovanni, a Giacomo, cioè a quelli che hanno abbandonato tutto per andare dietro al Signore. Allora si capisce: vogliamo seguire il Signore; abbiamo bisogno che Dio ci protegga e che quotidianamente ci dia il necessario per vivere, le 2.500 calorie indispensabili. Senza di queste non potremmo neanche andare dietro al Signore, verremmo meno per via (cfr Mc 8, 3).

Rimetti i nostri debiti

Il Padre nostro ci dà la sicurezza di appellarci a Dio perché ci garantisca quello di cui quotidianamente abbiamo bisogno. E siccome quotidianamente abbiamo bisogno anche di perdono (perché il giusto pecca sette volte al giorno, e noi quindi almeno otto), allora: «rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Chiediamo anche questo, perché se il peccato ci rimane addosso come un peso insopportabile, mi spiegate come può essere santificato il nome di Dio in noi? O come può venire il suo regno? Finché domina il peccato, il regno di Dio non opera sopra di noi. Allora: liberaci, «rimetti i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

Non ci indurre in tentazione

Non ci indurre in tentazione: nella nostra condizione cristiana riconosciamo che ci rimane addosso una debolezza tale che non siamo in grado di resistere alla grande tentazione che è quella del perdere la fede, del mollare tutto. Qui non si tratta delle varie tentazioni quotidiane, di una “piccola invidia” o di una mancanza di carità o di pazienza, o cose del genere. Qui si tratta della tentazione radicale del perdere la fede. Il presupposto è che la fede è un miracolo, e che rimane un miracolo; e che se non è il Signore a custodire e a proteggere la nostra fede, la tentazione ce la spazzerà via inevitabilmente. Per questo chiediamo: Padre, non ci indurre in tentazione, non lasciare che noi entriamo in quella prova in cui non riusciremmo a mantenere la fedeltà al Signore e al Vangelo, ma strappaci dal male. La vita cristiana è considerata quindi come una lotta che ha bisogno di essere sostenuta e custodita dalla protezione del Signore.

Così le altre quattro domande non fanno che ripetere le prime tre dal nostro punto di vista; mentre le prime dicono la nostra salvezza dal punto di vista divino. Salvaci, cioè «santifica il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà»e salvaci, cioè «dacci il nostro pane, il perdono, la liberazione dalla tentazione e dal male».

Ultima cosa.

«[14]Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; [15]ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6, 14-15).

La logica del perdono

Dico una parola su questo brano perché sembra che ponga il perdono fraterno prima del perdono di Dio. Se noi perdoniamo agli uomini, Dio perdonerà a noi: c’è quindi prima il nostro perdono, poi il perdono di Dio. Questo ordine può apparire strano (non è forse il perdono di Dio un gesto gratuito e creativo che precede ogni merito dell’uomo?). Ma l’anomalia è solo apparente. Per capire correttamente dovete ricordare che il Padre nostro è la preghiera del discepolo, cioè preghiera di colui che da Dio in Cristo ha già ricevuto il perdono di tutte le sue colpe. Allora a questo punto è proprio vero che se io perdono, Dio mi perdonerà e se io invece rifiuto il perdono ai fratelli, Dio rifiuterà il suo perdono. Siamo nella condizione descritta dalla parabola del servo spietato che esce dalla reggia. Ricordate quella parabola: un servo è debitore di diecimila talenti; il re, impietosito, gli perdona tutto. Quando il servo esce dalla reggia, gli viene chiesto di condonare un debito di cento denari a un suo fratello, servo come lui. Se li perdona, il perdono del re-Dio gli verrà confermato; ma se non perdona al suo fratello, il re-Dio non lo perdonerà più. La nostra condizione è questa: siamo persone che hanno ricevuto il grande perdono di Dio. Adesso dobbiamo concedere un piccolo perdono agli altri. Se diamo questo piccolo perdono, Dio ci perdonerà o, se volete, confermerà il suo grande perdono; ma se non diamo il nostro piccolo perdono agli altri, nemmeno Dio perdonerà le nostre colpe. Quel perdono che abbiamo alle spalle viene in qualche modo cancellato a motivo della nostra mancanza di riconoscenza e di amore.

Che cosa è possibile chiedere

Capito in questo modo, il Padre nostro diventa certamente la regola della preghiera cristiana. Regola della preghiera vuol dire che quando pregate potete pregare con tutte le parole che volete, purché preghiate con l’animo di figli: Padre nostro che sei nei cieli. Potete chiedere tutto quello che volete, purché quello che chiedete sia dentro all’orizzonte del Padre nostro: “Padre, fa venire il tuo regno”.

Uno può chiedere di superare un esame, può chiedere anche questo, nonostante sia una cosa banale (per quelli che non devono dare l’esame), ma è importante che, nel momento in cui chiede questo, lo chieda non come un problema personale o individuale di realizzazione, ma collochi il suo esame e la sua promozione, il suo futuro entro il regno di Dio, entro il progetto di Dio, come compimento della sua vocazione. L’attuazione del regno di Dio comprenderà anche le mie promozioni, spero; glielo chiedo, ma all’interno della sua volontà, non in modo indipendente da essa. Lo stesso vale per tutte le altre cose, per chiedere la guarigione, la salute, il lavoro. Si può chiedere qualunque cosa, con l’animo di figli, purché venga collocato entro l’orizzonte del regno, purché non sia in contrasto e nemmeno staccato dal regno. Perché il regno di Dio è il tutto della nostra speranza e ogni altra piccola speranza deve essere nel suo contesto.

Non siamo obbligati ad avere solo le grandi speranze, la speranza di andare in paradiso. Possiamo avere anche delle piccole speranze, la speranza di guarire da una malattia, ma queste devono essere inserite dentro la grande speranza, non staccate e, ancora meno, in contrasto con essa. Allora il Padre nostro diventa l’orizzonte della preghiera cristiana, all’interno del quale ogni altra preghiera deve cercare di collocarsi. Commenta molto efficacemente sant’Agostino:

“Tutte le altre formule destinate o a suscitare o a intensificare il fervore interiore, non contengono nulla che non si trovi già nella preghiera del Signore, purché naturalmente la recitiamo bene e con intelligenza. Chiunque prega con parole che non hanno alcun rapporto con questa preghiera evangelica, forse non fa una preghiera mal fatta, ma certo troppo umana e terrestre. Del resto stenterei a capacitarmi che una tale preghiera si possa dire ancora ben fatta per i cristiani. E la ragione è che essendo essi rinati dallo Spirito, devono pregare solo in modo spirituale”.