La Casa sulla Roccia – 6 – Seconda Meditazione

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia. 2

10 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Seconda Meditazione

8 Settembre 1989

L’identikit del discepolo

C’è un terzo modo di leggere le Beatitudini ed è quello che vede nelle beatitudini l’identikit del discepolo del regno, il suo programma di vita. Le beatitudini sono, nel vangelo di Matteo, interpretate così, come un programma, qualche cosa che il cristiano deve tentare di realizzare nella sua vita. Chiaramente, siccome modello del cristiano è anzitutto Gesù Cristo, le beatitudini sono 1’identikit di Gesù. I poveri in spirito sono prima di tutto Gesù; gli afflitti e i miti e quelli che hanno fame e sete della giustizia, cioè della volontà di Dio, sono prima di tutto Gesù. Si possono leggere le beatitudini come il disegno, il ritratto di Gesù e come il ritratto ideale del discepolo che dobbiamo tentare di realizzare quotidianamente.

Chi accoglie il Vangelo del regno è da questo medesimo vangelo trasformato e la trasformazione si esprime in comportamenti concreti, secondo una scala di valori morali che corrisponde esattamente al regno di Dio. Questi valori, questa scala è presentata dalle beatitudini.

Beati i poveri in spirito

Quali sono allora le richieste fondamentali, i lineamenti del discepolo del regno? La prima richiesta fondamentale è quella della povertà in spirito. Il significato, nel vangelo di Matteo, è abbastanza comprensibile: i poveri in spirito sono quelli che sanno accettare il regno di Dio come un dono e quindi si collocano davanti al regno di Dio senza delle pretese, senza delle sicurezze autonome, senza una propria autosufficienza; sono coloro che riconoscono con lucidità di essere, di fronte alla ricchezza del Regno, dei poveri, dei mendicanti.

«[18]Io sono povero e infelice; di me ha cura il Signore. Tu, mio aiuto e mia liberazione, mio Dio, non tardare» (Sal 40, 18).

All’opposto della povertà in spirito ci sta l’autosufficienza, tutti i tipi di autosufficienza di cui1’uomo può vantarsi. C’è per esempio l’autosufficienza che viene dalla ricchezza; la ricchezza è una forza, una garanzia, una sicurezza e l’uomo può correre il rischio di appoggiare sudi essa la sua speranza. Il Vangelo di Luca al cap. 12, nei versetti dal 15 al 21, parla di un uomo stolto che si era preoccupato di arricchire, ma non davanti a Dio. Ottenuta la ricchezza che aveva cercato, parla così:

«[19] (…) Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia» (Lc 12, 19).

Nella nostra vita cerchiamo la gioia e la felicità; quest’uomo si illude di averla trovata, nell’eccesso di beni che era riuscito a mettere da parte. Notate: il Vangelo non dice che se li fosse procurati in modo disonesto; no: è piuttosto un buon manager che ha amministrato con oculatezza e abilità. Qual è dunque il suo torto? Di aver speso tutta la sua attenzione solo per i beni materiali senza cercare di arricchire davanti a Dio. Si è considerato ricco mentre in realtà egli rimaneva un pover’uomo, un mendicante di vita. Gli viene detto:

«[20]Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? (Lc 12, 20).

Ecco dunque un ricco che ha messo la sua fiducia nei beni materiali; per lui la beatitudine della povertà è vuota.

Poi c’è l’autosufficienza che viene dalla forza, dal potere; il potere dà alla testa, dà come l’impressione a qualcuno di potere organizzare il mondo sulla base dei suoi bisogni e dei suoi interessi, per cui gli altri sono visti come strumenti utili per la realizzazione dei propri progetti. Un’immagine significativa di questo atteggiamento spirituale è quella che viene presentata nel capitolo 28 di Ezechiele attribuita al re di Tiro; il re di questa piccola isola sulla costa fenicia si illude, a motivo della sua posizione geografica, a motivo della sua ricchezza economica e dei traffici commerciali con tutto il Mediterraneo, si illude di potere stare al sicuro, che niente possa disturbare la sua tranquillità e la sua pace:

«[2]Figlio dell’uomo, parla al principe di Tiro: Dice il Signore Dio: Poiché il tuo cuore si è insuperbito e hai detto: Io sono un dio, siedo su un seggio divino in mezzo ai mari, mentre tu sei un uomo e non un dio, hai uguagliato la tua mente a quella di Dio, [3]ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun segreto ti è nascosto. [4]Con la tua saggezza e il tuo accorgimento hai creato la tua potenza e ammassato oro e argento nei tuoi scrigni; [5]con la tua grande accortezza e i tuoi traffici hai accresciuto le tue ricchezze e per le tue ricchezze si è inorgoglito il tuo cuore. [6]Perciò così dice il Signore Dio: Poiché hai uguagliato la tua mente a quella di Dio, [7]ecco, io manderò contro di te i più feroci popoli stranieri; snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, profaneranno il tuo splendore. [8]Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mezzo ai mari. [9]Ripeterai ancora: Io sono un dio, di fronte ai tuo uccisori? Ma sei un uomo e non un dio in balia di chi ti uccide. [10]Della morte dei non circoncisi morirai per mano di stranieri, perché io l’ho detto. Oracolo del Signore Dio» (Ez 28, 2-10).

Qui c’è una autosufficienza che viene sradicata dalla affermazione di Dio; dove Dio si afferma, ogni altra realtà che si presenti come Dio, che quindi voglia presentarsi come autosufficiente e forte, viene cancellata.

Ma deve essere cancellata anche la autosufficienza del virtuoso; non solo quella del ricco e quella del potente, ma anche quella del virtuoso; pensate al fariseo della parabola, che davanti al Signore nel tempio fa l’elenco delle sue buone opere, perché digiuna due volte alla settimana e perché paga la decima su tutto quello che possiede. Anche la sua virtù deve essere sradicata, non perché l’uomo non debba essere virtuoso, ma perché l’uomo deve vivere la sua virtù come un dono, la deve accogliere come grazia di Dio, non se ne può servire di fronte a Dio e contro di lui per accampare un qualche diritto autonomo.

I poveri in spirito sono quelli che sanno ricevere, che non hanno nessuna pretesa di raggiungere la propria realizzazione spirituale con le proprie forze, non hanno nessuna pretesa di costruirsi da sé il regno dei cieli. Il regno di Dio è di Dio e l’uomo lo può ricevere solo come un dono. Potete esaminare altre forme di autosufficienza. C’è l’autosufficienza della cultura, quella a cui fa riferimento san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi nel cap. 1: i Greci che cercano la sapienza e quindi si arroccano su quelle garanzie che la sapienza, la filosofia sotto tutte le sue forme, sembra garantire all’uomo. Secondo san Paolo, nella sapienza di Dio:

«è piaciuto di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1, 21);

perché l’uomo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio.

Quello di cui si parla nella nostra beatitudine – Beati i poveri in spirito – è un uomo che si fa “cliente” di Dio. Il cliente è un povero che la mattina presto va alla porta dell’uomo ricco e stende la mano per ricevere in elemosina quello che gli è necessario per vivere durante la giornata, per arrivare a sera. Non è esattamente questo che diciamo: Padre, dacci oggi il nostro pane quotidiano? Questa è la preghiera del povero in spirito, di quello la cui condizione diventa un appello a Dio; il povero non ha delle altre difese, non ha delle altre protezioni, si aspetta la sua salvezza unicamente da Dio.

Ripensate a quelle belle figure dei poveri in spirito che riempiono il Vangelo dell’infanzia secondo san Luca: Maria, prima di tutto:

«[48]perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. [49]Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente» (Lc 1, 48-49).

Maria si presenta come povera davanti al Signore; “umile” vuol dire questo: in una condizione di umiltà, di povertà, il Signore ha compiuto in lei cose grandi. Ma lo stesso vale per il vecchio Simeone, per Anna, per Elisabetta. Sono personaggi che vivono una gioia ricevuta dal Signore e dalla sua grazia.

Credo che di applicazioni ne possiate fare tantissime. Non dovrebbe essere difficile capire allora chi sono questi poveri in spirito, secondo Matteo.

Beati gli afflitti

Più complicata può sembrare la seconda beatitudine: Beati gli afflitti perché saranno consolati. Il passivo, in questo caso come in molti altri, è i I cosiddetto “passivo divino” che esprime l’azione di Dio. Perciò saranno consolati, è lo stesso che: Dio li consolerà. Non si tratta di un’affermazione proverbiale del tipo: le sorti umane sono necessariamente alterne; ciò che oggi è in alto si troverà domandi nella polvere, colui che oggi è nell’afflizione si troverà domani nella gioia. Il passivo è uno dei modi che gli Ebrei usano per evitare il nome di Dio. “Dio li consolerà” diventa allora saranno consolati, ma bisogna riconoscere in questo un intervento attivo di Dio; è un’opera di Dio, è grazia di Dio, è la consolazione che viene da Dio. Ma perché una ricompensa agli afflitti? È forse una virtù, un merito l’afflizione? È forse un ideale da proporre al cristiano? Credo che il modo migliore di leggere questa seconda beatitudine, sempre nell’ottica dell’identikit del discepolo, sia quello di accostarla alla figura del Signore, alla figura del Cristo sofferente e crocifisso, che dice al discepolo:

«[34] (…) Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34).

Viene annunciata al discepolo del Signore una inevitabile sofferenza, una inevitabile afflizione. È vero che se il regno di Dio fosse già compiuto ogni afflizione sarebbe cancellata. Egli, infatti:

«[4] asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (Ap 21, 4).

Ma siccome il regno di Dio è ancora una realtà che noi chiediamo nella preghiera –Padre fa venire il tuo regno –siccome il Regno è una realtà di cui sentiamo già gli effetti ma che sta ancora davanti a noi come oggetto di speranza e di attesa, proprio per questo il cammino della vita del discepolo è segnato dall’esperienza della sofferenza, della afflizione. Sarà quella afflizione che viene dal condividere le sofferenze degli altri, dal piangere con chi piange (cfr. Rm 12, 15); sarà quella afflizione che segue dai limiti della condizione umana accettati, e questa volta liberamente, in un’ottica di fede; sarà quella afflizione che viene dalla croce, dall’andare dietro al Signore. Esiste anche questa realtà, che però non deve essere tale, nella condizione del discepolo, da togliere la gioia e la speranza, per cui «Beati gli affitti perché saranno consolati»la gioia viene sperimentata in mezzo all’afflizione e la speranza è quella dell’intervento di Dio che consola.

Beati i miti

«Beati i miti, perché erediteranno la terra»miti, in questo caso, sono quelli che, non per temperamento, ma per scelta, per una libera scelta, vivono in mezzo agli altri senza cercare di affermarsi con la propria forza; sono esattamente il contrario dei prepotenti, degli arroganti. La mitezza è una delle dimensioni della povertà di spirito, è naturalmente prima di tutto l’atteggiamento di Gesù. Gesù dice di se stesso:

«[29] (…) imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime» (Mt 11, 29).

E nel vangelo di Matteo vengono applicate a Gesù le parole con cui Isaia definisce la missione del Servo di Jahve:

«[18]Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti. [19]Non contenderà, né griderà, è si udrà sulle piazze la sua voce. [20]La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante, finché abbia fatto trionfare la giustizia; [21]nel suo nome spereranno le genti» (Mt 12, 18-21.

C’è una decisione radicale e profonda di servizio al progetto di Dio, per cui questo servo si impegna a fare trionfare la giustizia, cioè la volontà di Dio, senza esitazione, senza riserve; ma lo fa senza litigare, senza gridare, senza spezzare la canna infranta, cioè lo fa con uno stile di mitezza. È lo stile di Gesù ed è lo stile del discepolo, tipicamente cristiano, non facile da capire; la mitezza non è facile da realizzare, non lo è nemmeno da capire, eppure diventa un elemento tipico. Se san Francesco è apparso ai suoi contemporanei come un secondo Gesù Cristo, forse uno dei suoi lineamenti caratteristici era proprio questo, la mitezza, la capacità di essere – come diceva e come voleva che fossero i suoi frati – un “minore”. Frati “minori” vuol dire quelli che non si mettono al di sopra degli altri e che non schiacciano nessuno nemmeno con la violenza delle parole, si mettono invece in una condizione di inferiorità, accolgono l’atteggiamento degli altri senza ribellarsi, senza rispondere con la violenza: ecco la mitezza. Quando san Francesco, in una delle sue esortazioni ai frati, dice che debbono essere sottomessi a ogni creatura, chiede esattamente la mitezza evangelica. E non solo lui; pensate a san Paolo che nella Prima lettera ai Corinzi al cap. 6 affronta il problema delle liti nella comunità cristiana. Ricordatela situazione: nella comunità cristiana di Corinto sono date delle liti (niente di strano, perché pare che esistano anche oggi) e allora i fratelli sono andati davanti al tribunale pagano per ricevere la sentenza, perché giudicasse sul diritto e il dovere di ciascuno. E Paolo, piega (v. 7):

«[7]E dire che è già per voi una sconfitta avere liti vicendevoli!».

Le liti fra i cristiani sono una sconfitta! La mancanza di comunione e di fraternità è una sconfitta del cristianesimo, vuole dire che la vita dei cristiani non è determinata dalla parola di Dio, ma dalla forza delle condizioni economiche e sociali e ambientali. In questo caso il cristiano non è più, prima di tutto, il “figlio di Dio”, ma il figlio di questo mondo. Ecco, allora, l’esortazione dell’Apostolo:

«[7] (…) Perché non subire piuttosto l’ingiustizia? – Chi di noi accoglierebbe un consiglio del genere? – Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene? [8]Siete voi invece che commettete ingiustizia e rubate, e ciò ai fratelli! [9]O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio?» (1 Cor 6, 7-9).

Nell’inno alla carità san Paolo (cfr. 1 Cor 13, 1-13) scrive a un certo punto che «la carità non cerca ciò che è suo» (1 Cor 13, 5). Hanno tradotto in italiano “non cerca il suo interesse”; ma il testo va più in là. Non dice solo che la carità non cerca il suo interesse, ma che non cerca ciò che è suo, noi diremmo “non cerca il suo diritto”; giunge fino a rinunciare al suo diritto, quando ci sono valori superiori di fraternità da assicurare. E esattamente ciò che scrive san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi.

Questa è la dimensione della mitezza; poi il paradosso. che cosa viene promesso al mite? Di diventare padrone della terra! Erediteranno la terra. Meraviglia! La terra si conquista con la violenza e con le guerre, almeno da quello che ho letto nei libri di storia. Nabucodonosor o Alessandro Magno o Napoleone – grandi conquistatori di terre – sono stati dei generali, capi di eserciti. Qui, invece, si parla di una terra che viene data a chi rinuncia alla violenza, ai miti. Terra singolare, quindi: è la terra di Dio, la terra promessa; è un dono, non è una conquista, non ci se ne appropria con la forza ma la si riceve come dono e grazia del Signore. Allora «Beati i miti perché erediteranno» (quindi riceveranno ìn dono; l’eredità è una ricchezza che non si conquista con sforzo personale, ma si riceve gratis) riceveranno in dono la terra, la terra promessa, la terra che è il dono di Dio; se volete, è quella città dalle solide fondamenta di cui è architetto e costruttore Dio stesso (cfr. Eb 11, 10).

Beati quelli che hanno fame

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati: avere fame e sete vuol dire nutrire un desiderio ardente, un desiderio fisico di qualche cosa di cui non si riesce a fare a meno. Un vivente non può fare a meno del cibo e tanto meno può fare a meno dell’acqua: beati quelli che hanno fame e sete della giustizia. Qui naturalmente la parola importante è proprio questa “giustizia”, che va intesa secondo il significato preciso che ha nel vangelo di Matteo. Noi, eredi di Aristotele, definiamo la giustizia come quella virtù che ci inclina a dare a ciascuno ciò che gli compete, a rispettare quindi i diritti degli altri. È virtù eminentemente sociale. Ma la giustizia nel vangelo di Matteo è molto di più, perché s’identifica con il progetto di Dio, la volontà di Dio; allora, “quelli che hanno fame e sete della giustizia” sono le persone che non riescono a rassegnarsi al male, alla ingiustizia, che non riescono a rassegnarsi a un mondo dal quale la volontà di Dio pare esclusa, cancellata, eliminata, e invece spendono la loro vita esattamente per questo, in una ricerca appassionata della giustizia e della volontà di Dio. Notate che la “ricerca appassionata” va intesa certamente come desiderio del cuore, ma come un desiderio efficace. Chi desidera la giustizia, la fa, perlomeno tenta di farla per quanto dipende da lui, dalla sua libertà. Un poco più avanti, nel discorso della montagna, c’è quell’invito:

«[33]Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33).

Allora cercate di compiere la volontà di Dio nel mondo e in voi stessi con tutto l’impegno, con tutta la passione, di cui siete capaci. È proprio quello che ha fatto Gesù Cristo.

Se ricordate, nel vangelo di Matteo viene narrato l’incontro fra Gesù e il Battista, quando Gesù va a farsi battezzare. Giovanni ha una esitazione di fronte alla richiesta di Gesù; anzi, dice il Vangelo:

«[14]Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? [15]Ma Gesù gli disse: Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3, 14-15).

È necessario il battesimo di Gesù, perché questa è la giustizia, cioè è la volontà di Dio e Gesù si sottomette pienamente a questa volontà. Chiaramente sottomettersi al Battesimo non vuole dire sottomettersi a un rito che non costa molto, ma esprime la sottomissione di tutta una vita di obbedienza al Padre, fino alla croce, perché la croce è essa stessa un battesimo. Il Battesimo con acqua è un anticipo della passione:

«[50]C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12, 50).

Sottomettersi alla giustizia vuol dire per Gesù, in concreto, accettare il progetto del Padre e quindi accettare la croce. Ed è proprio quello che Gesù ha compiuto in tutta la sua vita:

«[34]Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4, 34).

Gesù ha avuto fame e sete di giustizia. Le sue penultime parole, nel vangelo di Giovanni, sono: «Ho sete» (Gv 19, 28), e quel “ho sete” si riferisce esattamente al progetto di Dio; Gesù ha sete che si compia quello che Dio vuole; è vero che quello che Dio vuole è sofferenza e morte, ma in realtà quello che Dio vuole è salvezza, vita, gloria; è la glorificazione di Dio, è la salvezza per il mondo.

Beati i misericordiosi

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia». I misericordiosi sono quelli che assomigliano a Dio che è esattamente:

«[6]Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore» (Es 34, 6).

L’uomo è essenzialmente uno di cui Dio ha avuto misericordia, di cui Dio ha continuamente misericordia, l’uomo vive della misericordia di Dio e allora beati i misericordiosi, perché, a loro volta, troveranno misericordia.

Ricordate la parabola del cap. 18 di Matteo; vi si parla di un servo che ha ricevuto il condono d’un debito di diecimila talenti e che perciò dovrebbe usare misericordia verso il suo compagno:

«[33]Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18, 33).

Se dopo aver ottenuto da Dio una misericordia infinita, sei in grado di usare la misericordia verso i tuoi fratelli, beato te: il Signore ti confermerà per sempre, definitivamente, la sua misericordia. Sono misericordiosi quelli che sanno perdonare e che perdonano di cuore:

«[35]Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18, 35).

È un atteggiamento che si esprime in gesti esterni, ma che nasce da una scelta profonda, non puramente sentimentale – il cuore non è la sede dei sentimenti ma delle scelte libere –. La persona misericordiosa si colloca davanti all’altro nell’atteggiamento non della durezza, del giudizio e della condanna, ma della misericordia o, anche, della con-passione, che è la capacità di sentire la miseria e la povertà degli altri come propria, come un appello al proprio aiuto. Pensate al Samaritano che, vedendo il ferito sul lato della strada, ha “compassione” e si prende cura di lui; o al papà del figliol prodigo che, vedendolo tornare da lontano, prova “compassione” e gli corre incontro. Se è vero quello che dicevamo, cioè che la misericordia è caratteristica di Dio, i misericordiosi assomigliano a Dio, vivono trasmettendo, traducendo in comportamenti e contenuti, quell’amore gratuito e libero che scaturisce da Dio solo. Dio non è mai così Dio come quando perdona, non mostra mai così chiaramente la sua onnipotenza, come quando perdona, egli che manifesta la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono. Dio certamente manifesta la sua onnipotenza con la creazione. Creare è attività tipicamente divina; ma essere capaci di perdonare, lo è ancora di più: Dio perdona perché è Dio, non un uomo ma il «santo in mezzo a noi» (Os 11, 9).

Beati i puri di cuore

Abbiamo già ricordato che il cuore, nell’antropologia biblica, è il centro della persona, il luogo dove l’io si esprime e fa le sue scelte di fondo libere. La purezza di cuore è perciò quella semplicità interiore per cui l’uomo sceglie con un cuore pulito e trasparente, senza dei doppi fini, senza covare delle ambiguità, senza delle motivazioni false o pretestuose da mettere avanti per nascondere un interesse che non si può confessare. i puri di cuore sono delle persone trasparenti nelle quali il centro del cuore, la bocca, le parole, i gesti, sono coerenti, limpidi; uno manifesta l’altro senza doppiezza.

Nel pensiero di Gesù, l’essere morale di una persona si gioca nel cuore. È chiaro che la moralità è negli atti, nei comportamenti, ma in realtà il valore etico dei comportamenti dipende dal cuore; è nel cuore che essi vengono in qualche modo costruiti, creati, plasmati e quindi ricevono la loro qualità positiva o negativa. Forse ricordate che nel cap. 15 di Matteo c’è una controversia fra Gesù e i farisei prima a proposito delle tradizioni farisaiche, poi a proposito delle tradizioni sul puro e sull’impuro; ci sono cibi puri, che non contaminano chi li mangia, e i cibi impuri che debbono essere scartati. Gesù pone una regola che è rivoluzionaria rispetto alla concezione ebraica, perché (v. 10):

«[10]Poi riunita la folla disse: «Ascoltate e intendete! [11]Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!».

In questo modo Gesù cancella. di colpo la distinzione tra cibi puri e cibi impuri. Tu puoi fare tutte le diete che vuoi, ma non far passare le diete per una scelta religiosa, morale. Dal punto di vista etico, quello su cui devi lavorare non è la dieta, ma il cuore; non è quello che entra nella bocca ma quello che esce dalla bocca. Ma che cos’è che esce dalla bocca? andiamo più avanti dove c’è la spiegazione che Gesù dà ai discepoli:

«[16]Ed egli rispose: Anche voi siete ancora senza intelletto? [17]Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? [18]Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. [19]Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultéri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. [20]Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo» (Mt 15, 16-20).

Allora l’attenzione viene spostata su quel cuore dell’uomo nel quale si formano i pensieri e le scelte: il cuore pulito. Questo ha delle conseguenze che sono enormi, perché ci chiede quella trasparenza, quel ritornare su noi stessi, che è il mettere a nudo davanti al Signore le motivazioni vere dei nostri comportamenti; la verità dei gesti richiede la purezza nelle motivazioni. A questi puri di cuore, viene promesso che vedranno Dio, espressione tipicamente biblica, che nell’Antico Testamento fa riferimento al tempio di Gerusalemme dove il Signore abita e dove il pio ebreo va in pellegrinaggio. Si tratta di andare nel tempio per comparire davanti al Signore. Ma, ricordate, andare nel tempio di Dio e comparire davanti al Signore richiede delle condizioni etiche:

«[4]Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo» (Sal 24, 4).

Sono le condizioni di ingresso che venivano ricordate ai pellegrini prima che entrassero nel tempio. Le troviamo nei salmi 15 e 24in Isaia 33, 14-16 o nel cap. 7 di Geremia (lo riprenderemo nella Celebrazione penitenziale). Geremia si mette alla porta del tempio, perché quelli che entrano facciano l’esame di coscienza e verifichino se sono in grado di entrare. L’ingresso nel tempio non è semplicemente uno spostamento fisico, ma una vera esperienza di fede e di comunione con Dio. Tutte queste condizioni di ingresso vengono riportate da Gesù alla loro radice: il cuore e la purezza del cuore.

Beati gli operatori di pace

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio»Anche in questo caso per capire la beatitudine bisogna partire da Gesù Cristo. Operatore di pace è prima di tutto lui. Secondo Isaia il Messia viene proclamato principe della pace (Is 9, 5); e secondo le lettere della cattività, Colossesi ed Efesini, si può descrivere tutta l’opera compiuta da Gesù Cristo esattamente così, come la realizzazione della pace. Cristo è venuto per riconciliare l’uomo con Dio, per riconciliare l’uomo con i suoi fratelli, per riconciliare l’uomo con se stesso, per riconciliare l’uomo con il cosmo intero. La missione di Cristo ha una dimensione cosmica di riconciliazione. Non è questa la pace? In questo modo Gesù:

«[14] (…) ha abbattuto tutti i muri di separazione che dividevano l’umanità (…) Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo» (Ef (2, 14).

L’Apostolo si riferisce qui a pagani e Giudei: siccome la distinzione fra pagani e Giudei è la distinzione religiosamente più significativa, viene presa da san Paolo come immagine di tutti quei muri che separano gli uomini; muri religiosi, ma anche muri razziali, economici, politici, culturali e così via, di tutti i generi. Quella che era la separazione fondamentale, quella tra Giudei e pagani, Cristo l’ha eliminata, perché:

«[14] (…) ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, [15]annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, [16]e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. [17]Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2, 14-17).

Notate: l’effetto della redenzione di Cristo si può esprimere con questa parola: pace. Egli è il pacificatore, la nostra pace; ma come ha ottenuto Cristo la pace, come l’ha costruita? Dice Paolo: sulla croce. Ma come sulla croce? Subendo la maledizione del mondo intero, subendo la cattiveria dei Giudei e quella dei pagani e donando agli uni e gli altri il suo amore, senza restituire male per male. Egli ha riconciliato il mondo subendo il peso delle sue lacerazioni. Quello che la Lettera agli Efesini vuole dire, è che la costruzione della pace non è qualche cosa di innocuo e facile, non è qualche cosa che si possa fare con belle parole o con i pii desideri. Si tratta di abbattere i muri costruiti dalle nostre paure e dal nostro egoismo, da tutte le varie forme di egoismo. Non c’è modo di eliminare questi muri se non subendo noi stessi l’egoismo, portando il peso delle reazioni di paura dell’uomo, vincendo queste cose con il nostro perdono, con la forza dell’amore. Su questo argomento ritorneremo perché il cap. 5 di Matteo lo riprenderà con l’invito a porgere l’altra guancia. Ma è importante che lo teniamo presente: beati gli operatori di pace. Operatori di pace sono quelli che fanno le trattative internazionali, ma sono anche quelli che nella propria famiglia, tra moglie e marito, con i figli, cercano di costruire legami di fraternità e di comunione. Le dimensioni della pace vanno dalle più ampie, universali, a quelle più ristrette, a quelle del nostro quotidiano, della nostra famiglia. L’essenziale è ricordarci che operare la pace vuol dire distruggere i muri di separazione e che distruggere questi muri di separazione richiede la croce, in una forma o nell’altra, in modo cruento o no. Anche all’interno di una famiglia, per riuscire ad evitare le lacerazioni bisogna pagare del proprio. Pensate alle liti che facciamo per avere ragione, quelle liti che nascono dal dare la colpa a un altro; non c’è altro modo di toglierle se non rinunciare a questo bisogno istintivo della propria affermazione e sacrificare un tantino di orgoglio, un tantino di interesse, un tantino di vanità e di apparenza; c’è qualche cosa di noi che deve soffrire, che deve morire per operare la pace. Proprio per questo gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio; sono quelli che assomigliano a Dio e in cui Dio si compiace. Dio, infatti, ha manifestato se stesso nella croce di Cristo come il grande riconciliatore, come colui che possiamo definire principe della pace.

Beati i perseguitati

E finalmente, «beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli»questo si riallaccia alla quarta beatitudine che abbiamo già spiegato. Non c’è niente di più, se non il fatto che quell’avere fame e sete diventa essere perseguitati. Dicevamo, avere fame e sete della giustizia, significa non solo desiderarla interiormente, ma cercare di attuarla concretamente nella propria esistenza. Questo attuarla concretamente può andare a scontrarsi con interessi opposti e può quindi trasformarsi in esperienza di persecuzione. Bisogna che la fame e sete della giustizia sia così intensa e così piena da giustificare anche la sopportazione, anche il subire la persecuzione. Subire la persecuzione vuole dire esprimere, manifestare, rivelare la autenticità del desiderio: il fatto che il desiderio della giustizia – della volontà di Dio – non è puramente mentale ma è così vero che uno è disposto a pagare un prezzo suo, di persona.

L’affermazione poi viene applicata direttamente ai discepoli:

«[11]Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. [12]Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Mt 5, 11-12).

Noi possiamo aggiungere: così hanno perseguitato Cristo, prima di voi. Quindi nella accettazione degli insulti o persecuzioni o calunnie, il cristiano, il discepolo, non fa altro che sperimentare nella sua carne quello che per primo ha sperimentato Cristo, il rifiuto del mondo. Ne trovate la spiegazione nel cap. 10 di Matteo, nel discorso di missione, quando al versetto 24-25 dice Gesù:

«[24]Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; [25]è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!».

Non si può quindi pretendere un comportamento migliore di quello che è toccato a Gesù.

Leggete ancora il cap. 15 del Vangelo di Giovanni nei versetti dal 18 in poi.

Mi fermo solo a richiamare la Prima lettera di Pietro, dove al cap. 4, 12, scrive così:

«[12]Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. [13]Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. [14]Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. [15]Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. [16]Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome» (1 Pt 4, 12-16).

Non siate sorpresi come se vi accadesse qualcosa di strano; lo sapevate anche prima che questa era una possibilità concreta, da mettere in conto. Era già una realtà presente nella vita del Signore e quindi una possibilità effettiva per la vita del discepolo. Queste sofferenze non sono né nuove né accidentali né assurde. Il discepolo deve sapere che in questo modo la crocifissione di Cristo continua ad esercitare la sua efficacia di salvezza, la sua opera di redenzione.

Le beatitudini sono, come dicevamo, 1’identikit del discepolo. Vi è stato annunciato il regno di Dio. Voi siete chiamati ad accogliere questo regno di Dio; l’imperativo: convertitevi, significa: accogliete il regno, quindi orientate verso una nuova direzione i pensieri e le azioni della vostra vita. Dovete orientarvi su un’altra prospettiva. Quale? Quella delle beatitudini. C’è uno spirito delle beatitudini che è proprio del regno di Dio ed è quindi necessario per il discepolo.

Una beatitudine feconda

Rileggendo le Beatitudini potete anche capovolgerne la formulazione, qualcuno ha tentato di farlo, e invece di leggere beati i poveri in spirito, ha letto: poveri perché beati, poveri, quindi, quelli che sono beati; afflitti quelli che sono beati; miti quelli che sono beati; affamati e assetati di giustizia quelli che sono beati. Vuole dire (va legato con la seconda lettura delle beatitudini che abbiamo proposto stamattina) che la possibilità di vivere queste dimensioni del regno – la povertà di spirito, l’afflizione, la mitezza ecc. – questa possibilità ci è data se riusciamo a percepire nel regno di Dio, cioè in Gesù Cristo, una sorgente autentica di gioia. Non è possibile la mitezza se uno non ha dentro il suo cuore una gioia e una sicurezza grande; sono queste che gli permettono di non difendersi troppo nei confronti degli altri, di non diventare aggressivo, di non avere troppa paura. Se uno ha paura, non riesce ad essere mite; o, se lo è, lo è di quella mitezza che è debolezza. È possibile essere liberamente mite, è possibile essere povero se uno ha scoperto una sorgente di gioia e di sicurezza, nuova, invisibile, ma autentica; non è una povertà lagnosa, quella che il vangelo propone, è tana povertà nella gioia, che scaturisce dalla gioia. È l’esperienza di chi non ha bisogno di surrogati per costruirsi una tranquillità e una pace artificiale, ma ha riscoperto questa tranquillità nella comunione con il Signore, nella esperienza del regno. Allora è libero e può comportarsi davvero come uomo libero.