La Casa sulla Roccia – 5 – Prima Meditazione

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia. 1

10 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Prima Meditazione

8 Settembre 1989

L’etica del Regno e le Beatitudini

“Come sono belle, sui monti le insegne dell’araldo

che proclama la prossima salvezza

e dice a Sion:

Dio regna! Gioite, dunque o figli di Sion

e di Gerusalemme: Eccolo, giunge il Re, il Messia!

È giusto e vittorioso ed umile cavalca sopra un puledro d’asina. Dice il Signore:

Ecco! Infine vi mando il messaggero

a preparare la via che giunge a Me! E a un tratto,

dopo tanto vagare, tanto cercare, voi vedrete apparire

la fulgente visione del Signore nel suo Tempio.

È l’Angelo del patto,

il Signore delle schiere! Egli vi dice:

Ecco, prima che giunga terribile e grandioso il giorno del Signore

vi manderò di nuovo Elia il profeta, egli riconduce

il cuore dei padri ai figli e il cuore dei figli ai padri loro,

onde il mio giungere non sia dolore ma gioia. Giorni verranno,

dice Dio potente, che giungerà fra voi

il germoglio di Davide e allora regnerà, vero Re,

con grande saggezza, giustizia e umanità.

Ecco, in quei giorni la Giudea sarà salva e Israele vivo”.

È una preghiera che gli Ebrei recitano nel pomeriggio del sabato e ci serve ottimamente come introduzione a questa meditazione

I cinque discorsi di Matteo

Sapete che il tema di questi esercizi sarà il discorso della montagna, cioè i capp. 5-6-7 del vangelo di Matteo, che costituiscono il primo dei grandi discorsi di questo Vangelo. Il primo Vangelo è caratterizzato proprio da questo; l’Evangelista ha raccolto i detti di Gesù in alcuni, grandi discorsi: anzitutto il discorso della montagna (capp. dal 5 al 7), poi il discorso di missione (nel cap. 10) con tutte le indicazioni di Gesù che riguardano i missionari; il cap. 13 con il discorso in parabole; poi il 18 che contiene l’etica ecclesiale, il tipo di rapporti che si debbono costruire all’interno della comunità cristiana e finalmente i capp. 24 e 25 che sono il discorso escatologico, l’annuncio delle ultime cose.

Il Discorso della Montagna

Cinque grandi discorsi articolano il vangelo secondo Matteo. Di questi certamente il discorso della montagna è il più famoso. È stato chiamato da qualcuno il “manifesto del cristianesimo” perché, si dice, è una proclamazione pubblica solenne delle convinzioni fondamentali del cristianesimo. E per certi aspetti è verissimo, perché dentro al “discorso della montagna” ci sono le Beatitudini, che costituiscono un inizio solenne, poi c’è quel comando tipicamente cristiano che è l’amore verso i nemici; poi c’è la regola della preghiera, il “Padre nostro”; poi c’è la famosa “regola d’oro” che riassume in qualche modo le esigenze morali del cristiano: «fa’ agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te». Si può anche dire che in queste cose c’è l’essenziale del messaggio cristiano; ma è un’affermazione che va fatta con grande cautela. Bisogna stare attenti soprattutto a non isolare questo discorso dal resto del vangelo, perché si correrebbe il rischio di interpretare il discorso della montagna come un programma di autoformazione etica dell’uomo. Si dice: il “discorso della montagna” presenta una serie di valori morali elevati, come per esempio l’amore verso i nemici, la fiducia di fronte alla realtà, al mondo: tutta una serie di valori che fanno parte del patrimonio spirituale dell’uomo e rappresentano, messi insieme, un programma etico meraviglioso.

Un’etica di risposta

Ma è proprio un programma etico di autoformazione umana il discorso della montagna? Credo chiaramente di no. Perché? Come voi sapete, tutta l’etica biblica si presenta come un’etica di risposta. Etica è “la legge del comportamento dell’uomo”, l’indicazione di quello che l’uomo deve fare; questa è certamente una delle domande fondamentali che l’uomo si pone nella sua vita: che cosa debbo fare? Ma nella concezione biblica il “che cosa debbo fare” è essenzialmente la risposta a quello che Dio ha fatto per noi; l’etica è un’etica di rimando, che risponde a qualche cosa che sta prima di me. Nella Bibbia le leggi cominciano a metà del Libro dell’Esodo, dopo settanta capitoli di narrazione, nella quale è stata raccontata l’azione di Dio nella creazione, nella elezione di Abramo, nella liberazione dall’Egitto; solo dopo vengono le leggi. Il Decalogo incomincia:

«Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dall’Egitto, dalla casa della schiavitù. Non avrai altri dei di fronte a me» (Es 20, 23).

L’impegno etico a eliminare l’idolatria, non avrai altri dei, è fondato su quello che Dio ha compiuto per primo: Io ti ho liberato dall’Egitto, dalla casa della schiavitù, che vuole dire: se tu esisti, ed esisti come popolo libero, lo devi a me. La tua esistenza morale è la risposta a questa azione di amore preveniente di Dio.

I presupposti del discorso

Questo vale molto chiaramente anche e soprattutto per il discorso della montagna. Il discorso della montagna contiene le esigenze dell’etica cristiana, non c’è dubbio:

«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). «Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta» (Mt 6, 33).

Ma queste esigenze nascono da quello che il cristiano sa di Dio, da quello che Dio ha compiuto per lui, per cui prima del discorso della montagna nel vangelo si trova la proclamazione del regno di Dio. Nel cap. 4, versetti dal 12 in poi, S. Matteo ha presentato l’inizio della attività pubblica di Gesù con queste parole:

«[12]Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea [13]e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, [14]perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: [15]Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; [16]il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata. [17]Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mi 4, 12-17).

Vangelo e conversione

Notate la struttura di questa proclamazione, che è importante. C’è un invito, un imperativo: Convertitevi, e su questa base si muoverà tutto il discorso della montagna che spiega che cosa vuol dire convertirsi. Ma c’è una motivazione, qualcosa che sta prima: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Questo è un annuncio gratuito di gioia. Così va interpretato e così lo comprendevano gli ascoltatori di Gesù: la buona notizia è il “Vangelo”. Il Vangelo è esattamente l’annuncio della vicinanza del regno di Dio. È da qui che bisogna partire. Bisogna partire dal desiderio intenso che il regno di Dio venga. Per capire, bisogna avere fame e sete di questo regno di Dio. Bisogna che una persona non riesca a rassegnarsi alla condizione attuale del mondo, alle ingiustizie e infedeltà; desideri, così come cibo e bevanda, la venuta del regno di Dio.

Vale la pena leggere nel cap. 52 di Isaia un messaggio proclamato nel momento in cui gl’Israeliti dall’esilio possono ritornare in patria. Sono parole riprese nella preghiera che abbiamo ascoltato all’inizio:

«[7]Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio. [8]Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion. [9]Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. [10]Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (Is 52, 7-10).

Regna il tuo Dio!

Un brano di questo genere ci può aiutare a capire che cosa significa l’annuncio del regno di Dio. Pensate alla condizione degli Israeliti nel tempo dell’esilio: piegati sotto la sovranità di Babilonia, lontani da Gerusalemme che a sua volta è una città desolata, il fantasma di quella che era stata la capitale gloriosa di un tempo.

In questa situazione, in cui Israele vive una condizione di miseria e di oppressione, viene annunciato: Regna il tuo Dio. Da questo momento in poi il Signore prende nelle sue mani le redini della storia, si assume in prima persona la responsabilità per la tua esistenza e se il Signore incomincia a comandare, per Israele questo significa salvezza, significa il rinascere della vita: “torna a scorrere l’acqua della vita” in mezzo alle rovine di Israele.

“Regno di Dio”, vuole dire questo. Ma naturalmente mi chiedo: che cosa può significare per me? Per l’Israele del tempo dell’esilio non c’è problema: Regno di Dio significa il ritorno, la ricostruzione, la rinascita.

Per noi che viviamo in tutt’altra condizione, che cosa può significare tutto questo?

Il ministero di Gesù

Credo che ci aiuti quello che Matteo presenta della attività di Gesù; leggo sempre il cap. 4, 23-25:

«[23]Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. [24]La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. [25]E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano» (Mt 4, 23-25).

In questo che è uno dei tanti sommari del vangelo, l’immagine di umanità che viene presentata è un’immagine sofferente. Gli uomini del vangelo sono fondamentalmente dei malati, degli indemoniati, delle persone che non godono di una piena libertà: sperimentano la sottomissione a una forza di male che è più grande del loro desiderio di bene per cui si sentono e sono schiavi. Gli uomini del Vangelo sono fondamentalmente dei peccatori, persone che, se da una parte desiderano il bene, dall’altra ne sentono la difficoltà insormontabile per le proprie forze. Questa è la condizione dell’uomo. E il Signore Gesù, che passa in mezzo agli uomini, rappresenta la liberazione, il superamento di quella povertà che è propria della condizione umana; pensate al limite dell’ignoranza e della malattia, all’ultimo radicale limite della morte, fino a quell’altro limite ancora più grave, che è il peccato, l’egoismo e l’ingiustizia dell’uomo.

Il regno di Dio nelle parole e nelle opere di Gesù

II senso della proclamazione del regno di Dio è questo: Dio viene a regnare in mezzo agli uomini e nel momento in cui Dio instaura la sua regalità, la condizione di miseria dell’uomo incomincia a essere sanata; viene sanato il suo cuore, schiavo della realtà di peccato, e viene sanato il suo corpo, che conosce il limite della malattia; così l’uomo trova nella vicinanza del regno di Dio dei motivi di speranza e di fiducia. L’attività (il Gesù rappresenta essenzialmente questo.

Il regno di Dio viene annunciato con le parole, ma viene annunciato anche con i gesti, anzi soprattutto con i gesti, con le opere di Gesù; queste non creano ancora “i cieli nuovi e la terra nuova”, ma li anticipano realmente ed efficacemente; non tolgono ancora la morte dal mondo, ma mettono dei segni di vittoria sulla morte; non cancellano la malattia per sempre, ma producono delle esperienze vere di guarigione.

Il regno è “vicino”

Gesù proclama il regno di Dio non come già realizzato, ma come un regno vicino; intendete però il termine “vicino” in senso efficace. Un esame è vicino quando incomincia a preoccuparmi e quando sono costretto a cambiare i miei programmi di vita; quando non esco più tutte le sere perché devo cominciare a prepararmi; allora si capisce che l’esame è vicino. Il regno di Dio è vicino quando incomincia a fare effetto, quando le cose non vanno più avanti come prima, ma incomincia ad entrare una qualche novità, una qualche trasformazione del mondo. Quando per esempio un cieco viene guarito e ci vede; quando un peccatore viene perdonato e ricomincia a vivere con un cuore puro; quando un lebbroso viene sanato e rientra nella comunità di Israele a pieno titolo, e così via. Sono gesti profetici. Il regno di Dio è così vicino che incominciamo a percepirne degli effetti. È il senso della missione di Gesù e, si potrebbe dire, anche il senso della vita della Chiesa: la Chiesa deve annunciare con le parole e con i gesti che il regno di Dio è vicino. Lo proclama con le parole tutte le volte che annuncia l’amore di Dio e la redenzione, ma le parole non hanno credibilità se non sono accompagnate dall’esperienza; la Chiesa non è il regno di Dio, però deve porre segni anticipatori di questo regno. Dove vengono radunate persone diverse, per esempio, dove si creano dei rapporti di fraternità e di comunione, dove si sperimenta la gioia del dono e del perdono, si può riconoscere un inizio, un anticipo del regno di Dio. La Chiesa esiste proprio per questo.

Leggete per conto vostro il cap. 7 di Daniele, per esempio; o l’inizio del cap. 61 di Isaia; il cap. 4 di Luca, dove viene ricordata la proclamazione di Gesù nella sinagoga di Nazaret. Sono testi che possono aiutarci a cogliere le caratteristiche fondamentali del “Vangelo del Regno”.

L’etica del Regno

Il discorso della montagna contiene le esigenze etiche della vita del discepolo. Cercheremo di comprendere queste esigenze, ma il primo elemento fondamentale da ricordare è che nella concezione biblica ed Evangelica, le esigenze etiche sono la risposta a quello che Dio ha fatto per noi; quindi il discorso della montagna è essenzialmente una risposta che ci viene chiesta, risposta all’azione di Dio. E qual è questa azione di Dio? La venuta del regno, la vicinanza del regno; di questa vicinanza Gesù è l’incarnazione, Gesù è il regno che viene, che incomincia ad operare: lo è con le sue parole e lo è soprattutto con i suoi gesti, con i suoi miracoli, con il suo amore.

La scena del discorso

Vediamo allora come è costruito il “discorso della montagna”. Inizia così:

«[1]Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. [2]Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: [3]Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 1-3).

Notate una piccola cosa. Gesù sale sulla montagna e si mette a sedere; “si mette a sedere” è il segno di un insegnamento formale non casuale, non di quegli insegnamenti che Gesù può dare mentre cammina per la strada parlando con l’uno o con l’altro. No, qui Gesù si mette “in cattedra”, diremmo noi; il mettersi a sedere è esattamente il gesto del maestro. Quindi solennemente, in modo formale, apre la bocca, per istruire; chi? C’è una tensione nel vangelo, perché Gesù vede le folle, sale sulla montagna, gli si avvicinano i discepoli, apre la bocca per istruire. Il discorso sembrerebbe allora rivolto ai discepoli, ma in precedenza sono state ricordate le folle e, al termine del discorso, in Mt 7, 28 leggiamo:

«[28]Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: [29]egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi».

Sembra allora che Gesù parli ai discepoli e nello stesso tempo alle folle; a una parte privilegiata di persone, quelli che lui ha chiamato e lo hanno seguito, ma anche alle folle intere, senza distinzione. Vale la pena ricordarlo. Il discorso della montagna è per qualcuno. Per chi? Per la comunità cristiana, per voi; ma non per voi in senso esclusivo, come se gli altri fossero esclusi. Voi dovete essere le avanguardie delle folle, quelli che incominciano a trascinare il mondo verso Gesù Cristo ascoltando la sua parola e mettendola in pratica. La comunità cristiana ha una funzione di mediazione; Gesù Cristo non appartiene alla comunità cristiana, appartiene all’umanità intera. Ma la comunità cristiana è quel pezzo di umanità che ha creduto nel Signore, che gli è andata dietro e quindi deve trascinarsi dietro le folle, l’umanità intera. Queste due dimensioni ce le ricorderemo. Il discorso della montagna è per noi, ma ci dà una responsabilità nei confronti degli altri.

Il maestro della comunità

Ancora, dicevo, Gesù si colloca nell’atteggiamento del maestro e questo va inteso in senso attuale e efficace. Nell’ottica di Matteo, Gesù Cristo non è stato un maestro, Gesù Cristo è un maestro; non ha insegnato qualche anno fa alcune cose a della gente, Gesù è in mezzo alla comunità per sempre e rimane in mezzo alla comunità come il maestro, come quello che ha oggi l’autorità di insegnare, di dire: questa è la tua strada.

Il vangelo di Matteo termina con queste parole:

«Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).

E a metà del Vangelo c’è quella espressione:

«Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

Se volete capire bene il discorso della montagna, lo dovete capire così: siamo una comunità cristiana raccolta; per fare che cosa? Perché c’è un maestro che parla; il maestro che parla non sono io evidentemente, il maestro che parla è il Signore. Ha ancora voce per parlare; ha una voce che è capace di giungere ai nostri orecchi e al nostro cuore. Si tratta di mettersi nell’atteggiamento di ascolto.

La giustizia del discepolo

La costruzione del discorso della montagna la potete comprendere notando due versetti fondamentali:

«[20]Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» Mt 5, 20).

«[12]Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Mt 7, 12).

Legate questi due versetti: tutto quello che c’è in mezzo è la legge del discepolo, la giustizia del regno; Gesù definisce la giustizia propria di chi ha riconosciuto la vicinanza del regno di Dio. Quello che c’è prima (Mt 5, 1-19) è il fondamento, il richiamo ai valori fondamentali della vita cristiana; quello che c’è dopo (Mt 7, 13-29) è un’applicazione, una conclusione, un invito a prendere le parole di Gesù molto sul serio. Solo in questo modo ci mostreremo persone che hanno costruito la loro casa sulla roccia. Ma è tempo che iniziamo la lettura delle beatitudini.

Le Beatitudini

«[3]Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. [4]Beati gli afflitti, perché saranno consolati. [5]Beati i miti, perché erediteranno la terra. [6]Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. [7]Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. [8]Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. [9]Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. [10]Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. [11]Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. [12]Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Mt 5, 3-12).

Propongo semplicemente tre modi nei quali si possono leggere e meditare le Beatitudini, lasciando da parte tantissimi problemi esegetici, a cominciare da quello del rapporto tra il testo di Matteo e il testo di Luca.

Come sapete, anche Luca ha nel suo Vangelo un elenco di beatitudini, ma sono solo quattro e sono accompagnate da quattro “Guai” (cfr. Lc 6, 20-26). Studiare il rapporto fra le due redazioni, determinare l’ottica propria di ciascun evangelista sarebbe molto interessante ma ci porterebbe lontano. Vi offro perciò solo tre piste di lettura: come si possono leggere e meditare le beatitudini.

La rivoluzione di Dio

Le beatitudini annunciano un capovolgimento rivoluzionario nella condizione del mondo, un capovolgimento dei valori: quello che nella valutazione del inondo appare importante o grande o privilegiato, viene ridimensionato o addirittura trascurato; e quello invece che nella valutazione del mondo è considerato umiliante o motivo di sofferenza, questo viene proclamato come valore autentico. Si potrebbe dire in altro modo: si avvicina il regno di Dio e cambia perciò il regime, al regime mondano viene sostituito il regime di Dio. Ora, quando cambia regime, succede che quelli che prima erano al governo vanno in galera e quelli che prima erano in galera varino al governo. Questo è esattamente quello che Gesù proclama: ciò che di fronte al mondo significava successo – la ricchezza, la furbizia, la forza, la vittoria, la doppiezza astuta – tutte queste cose vengono annientate, private di ogni efficacia, e ciò che invece di fronte al mondo valeva niente, anzi, sembrava un disvalore, come la povertà o l’afflizione o la mitezza, questo viene proclamato come sorgente di felicità. “Beati” vuol dire che la gioia è lì, vuol dire che la riuscita è lì, è in questi valori alternativi rispetto al mondo.

Valori alternativi

Potreste fare un confronto tra quello che le beatitudini proclamano e quello che nel cap. 2, 6-10 del Libro della Sapienza è presentato come il progetto degli empi; lo si potrebbe definire “il nostro progetto mondano di vita”. Gli empi dicono così:

«[6]Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! [7]Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, [8]coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; [9]nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. [10]Spadroneggiamo sul giusto povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio. [11]La nostra forza sia regola della giustizia, perché la debolezza risulta inutile» (Sap 2, 6-10).

Provate a notare i valori che sono affermati in questo testo. II criterio fondamentale è la gioia. Si tratta di strappare alla vita il massimo di soddisfazione e di piacere; siccome abbiamo una vita sola e per di più breve, è stupido sciuparla. Quello che ti è possibile vivere oggi nel piacere, bisogna che tu non lo rimandi, perché il tempo non ti verrà più restituito; quello che perdi, è perso per l’eternità. Allora, godilo. Godersi la vita: questo è il criterio supremo. Ma che cosa ne viene come conseguenza? La propensione a commettere ingiustizia, la scelta della forza come criterio fondamentale delle proprie scelte.

Questo è esattamente lo stile di vita che le beatitudini distruggono. C’è una sapienza del mondo che si propone il successo ad ogni costo; e c’è invece una sapienza del regno che si sperimenta come accoglienza gioiosa del dono di Dio fatto alla nostra condizione di povertà, alla nostra condizione di debolezza. Per conto vostro, potete leggere tutte le beatitudini così, capovolgendole e confrontandole con i nostri criteri, i valori mondani. Questo modo di leggere le beatitudini potete collegarlo facilmente al Magnificat. Il Magnificat dice questo: c’è una gioia pura e grande per quelli che umanamente sono poveri, umili, affamati: Dio, che è onnipotente e santo, fa per loro cose grandi.

Ma i superbi, i potenti, i ricchi, quelli insomma che sembrano padroni della propria felicità e del proprio successo, loro gustano il fallimento, rimangono delusi e svergognati.

Una beatitudine paradossale

Un secondo modo di leggere le beatitudini è quello che annuncia il paradosso di una felicità dentro al suo opposto: Beati i poveri. Questa è una contraddizione in termini: la povertà effettiva è privazione, quindi sofferenza. Beati i poveri. Beati gli afflitti: un paradosso più evidente non lo si potrebbe immaginare; la formulazione è così contraddittoria (Beati quelli che piangono) che sembra avere il gusto amaro della ironia, dello scherno. Chi sente tutto il peso dell’afflizione sarebbe giustificato nel sentire queste parole come una presa in giro; eppure è proprio qui che il vangelo manifesta la sua forza rivoluzionaria.

Ho detto: un secondo modo di leggere le beatitudini. L’esistenza cristiana comporta inevitabilmente esperienze di povertà e di afflizione e di persecuzione; non dico che ci sia necessariamente la persecuzione cruenta, né tanto meno che uno la debba andare a cercare con una specie di masochismo spirituale, però bisogna prevederla, metterla in conto. Per il cristiano c’è una esperienza di afflizione che è inevitabile, prima o poi, in un modo o nell’altro. Si tratta di imparare a riconoscere anche in questa condizione disagiata la realtà della gioia, si tratta di imparare quello che scriveva san Paolo ai Corinzi:

«Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 7, 4);

dove gioia e tribolazione invece di essere incompatibili a vicenda, vivono esattamente insieme, traggono nutrimento una dall’altra.

Questa gioia misteriosa e paradossale, questa gioia che deve avere una sorgente invisibile, la si ritrova con evidenza nella esperienza dei santi, nell’esperienza di un san Francesco, nella gioia dei martiri (pensate a S. Ignazio di Antiochia); la si ritrova nella spiritualità di tutti i poveri di Jahve che attraversa l’Antico Testamento. Per esempio nel Salmo 16, che noi abbiamo pregato ieri sera, si parla della condizione del levita come la condizione di colui che non ha una parte di eredità nella terra. Quando si dividono le ricchezze della terra di Israele tra tutte le tribù, la tribù di Levi viene esclusa dal sorteggio: è una tribù senza terra, senza ricchezze umane.

Vuole dire che è senza gioia? Umanamente sì; umanamente il non avere ricchezze, il non avere la sicurezza dei beni materiali può significare proprio tristezza, ansia, una condizione di miseria. E invece:

«Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità» (Sal 16, 6).

Contesto: come puoi dire che la tua eredità è magnifica, quando non hai eredità affatto? Sei senza, privato di eredità! Mi risponde:

«Il Signore è la mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita» (Sal 16, 5);

rinunciare a un’eredità mondana vuol dire ottenere quell’eredità che è Dio stesso. Per questo è possibile sperimentare una misteriosa ma reale gioia pur in mezzo alla tribolazione.

“Io sono con te”

Così nel cap. 5, 41 degli Atti degli Apostoli si legge:

«[41]Ma essi – gli Apostoli – se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù».

Viene affermata quella gioia paradossale di cui parlavo, una gioia che nasce dall’essere oltraggiati. Che cosa significa questo? Masochismo? No, piuttosto esperienza della presenza divina, esperienza della vicinanza di Gesù. Se si può proclamare questa gioia, la si può proclamare perché dentro alla vita del credente è ormai entrata questa presenza che dà sicurezza e salvezza: «Non temere perché io sono con te» (Is 43, 5).

Ancora, il Salmo 73 presenta la crisi di fede di una persona che vede gli empi prosperare e si sente invece in mezzo alla tribolazione, fiaccato dall’angoscia, ma che giunge finalmente a questa sapienza misteriosa e paradossale di cui stiamo parlando. Dice il versetto 23:

«Io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria».

L’esperienza di essere privato degli altri beni potrebbe comportare tristezza, ma ho riconosciuto, in questa presenza di Dio, la sua provvidenza e il suo amore. «Tu mi hai preso per la mano destra» e ora l’esperienza di premura, di attenzione da parte di Dio è sorgente di una gioia non più cancellabile, di una beatitudine essenzialmente duratura.

Beati i perseguitati

C’è una beatitudine che nasce dalle circostanze esterne; uno è contento perché ha vinto alla lotteria, perché è ricco o perché è in salute o perché ha avuto successo, gli è capitato qualche cosa di gradevole: va bene, anche queste sono esperienze di felicità. Che durano quanto? Quanto dura la ricchezza o quanto dura la salute o quanto dura il successo; anzi durano fin tanto che ricchezza e salute o successo sono percepiti come novità o cose sorprendenti. C’è invece una beatitudine che viene non dalle sorti alterne della vita, ma che viene da un rapporto con Dio, da una presenza di Dio che è salda e per sempre. È questo il tipo di beatitudine che viene proclamato.

Al termine del brano si legge:

«[10]Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. [11]Beati voi – questo “voi” è rivolto ai discepoli – quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. [12]Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli (Mt 5, 10-12).

C’è una sorgente che genera gioia anche in mezzo agli insulti, alle persecuzioni e alle calunnie. C’è questa sorgente per chi nella sua vita ha riconosciuto e sperimenta la vicinanza del Signore, la presenza di un Signore che è per Lui.