La Casa sulla Roccia – 2

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia. 0

8 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di Esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5°, 6°, 7° del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Introduzione

Don Luciano Monari

Una diagnosi

“Sta succedendo qualcosa di strano alla nostra capacità di attenzione. Molti di noi non guardano più la televisione, noi la sfioriamo soltanto, passando da un canale all’altro ogni volta che raggiungiamo la soglia della noia. Nessuno fa solo una cosa alla volta. È nata una nuova cultura che nasce dal presupposto che la nostra capacità di attenzione sia pari a quella di una pulce. Abbiamo preso l’abitudine di farci vendere quattro prodotti diversi nei tre minuti di uno spot pubblicitario; siamo talmente abituati alla rapida successione delle immagini di un videoclip che i lungometraggi degli anni ‘30 ci sembrano lenti e antiquati.

I due minuti di un 45 giri registrato a 24 piste contengono tanti solchi quanto una sinfonia; gli uomini politici non si esprimono più tenendo discorsi, ma in frammenti di trenta secondi di suoni e di immagini; le notizie ci arrivano in briciole di novanta secondi; il genere televisivo più popolare, la commedia di situazione, sforna tante di quelle battute che, mentre ridiamo di una, ci siamo già dimenticati il perché” (M. Ignatieff).

Difficili ma necessari

Parto da questa diagnosi della nostra condizione perché credo che ci aiuti a capire quanto gli esercizi spirituali siano difficili e necessari. Difficili perché vanno contro la tendenza che ormai è istintiva, spontanea, della nostra attenzione. Ma necessari perché ci permettono di riscoprire dimensioni essenziali della vita. Fare gli esercizi vuole dire fermarsi; vuole dire fare una cosa sola, non due o tre alla volta; vuole dire approfondire i pensieri, non moltiplicarli, passando da uno all’altro, ma prenderne alcuni e sondarli in profondità, gustandoli e assimilandoli. Se è vera la diagnosi che ho letto prima, questo vuol dire andare contro la tendenza della nostra cultura, del nostro modo di pensare, di immaginare. La illustrazione più bella degli esercizi è forse quella che leggiamo nel vangelo di Luca alla fine del cap. 10:

«[38]Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. [39]Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; [40]Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. [41]Ma Gesù le rispose: Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, [42]ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10, 38-42).

Dall’agitazione alla quiete

Vorrei vedere i nostri esercizi alla luce di questo brano come un passaggio dalla agitazione alla quiete. Maria, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Da questo punto di vista, gli esercizi sono un momento di riposo; non dovrebbero essere faticosissimi dal punto di vista muscolare o dal punto di vista psichico; sono in qualche modo un riposarci ai piedi del Signore, un ritrovare la gioia della quiete attraverso l’abbandono in Lui. È scritto:

«[15] (…) Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (Is 30, 15).

Quindi calma e abbandono confidente.

Dalla molteplicità all’unità

Ancora, gli esercizi ci aiutano a passare dalla molteplicità all’unità: «[41] (…) tu ti affanni per molte cose, [42]ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno». E vuole dire: la nostra vita è fatta di molte cose, è fatta di molti interessi, di molti problemi, paure, scelte, attività, pensieri, ecc., ma è importante ricondurre questa molteplicità inevitabile a un centro, a una motivazione di fondo, che dia valore ad ogni scelta. In fondo la “persona” è esattamente il centro di riferimento che unifica tante scelte diverse; è necessario che ci sia un centro perché se questo viene a mancare la persona è disgregata; non è più un qualcuno con cui mi incontro, qualcuno che parla, che sente, che spera, che prova, diventa piuttosto una serie di frammenti. Ricondurre allora la molteplicità all’unità.

Dalla superficie al profondo

E, finalmente, esercizi vuole dire passare dalla superficie delle cose delle profondità: «[42] (…) Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Notate: “Che non le verrà tolta”; ci sono tante cose nella nostra vita che sono effimere, ci vengono date per un attimo, poi ci vengono tolte; godiamo per un po’ la luce del sole ma poi viene la notte che l’ingoia e così è per tante cose. Molte delle cose che facciamo sono effimere. «Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Dobbiamo andare a scavare sotto alla superficie, sotto alla pelle delle cose che facciamo, quello che rimane, che è fondamentale, permanente. Gli esercizi vorrebbero trovare questa roccia, questo fondamento. Allora, un triplice movimento, dicevamo: dall’agitazione alla quiete, dalla molteplicità all’unità, dalla superficie al profondo.

Non c’è bisogno allora di ripetere che gli esercizi sono difficili e, nello stesso tempo, necessari, se vogliamo ritrovare noi stessi, se vogliamo vivere non superficialmente, non disgregati, non continuamente agitati, se vogliamo riscoprire il senso della nostra esistenza umana e cristiana. Tenendo presente quelle che sono le dimensioni fondamentali degli esercizi (portate pazienza, se si tratta di cose evidenti; le richiamo solo e poi cercheremo di viverle, per quanto riusciremo, con la grazia del Signore).

Ascolto

La prima dimensione fondamentale è, naturalmente, quella dell’ascolto. «Seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola». Notate questa espressione: “Seduta ai piedi del Signore”, così dice il testo originale. Vuole dire che Gesù in quel momento si presenta come colui che può parlare con autorità, colui che dobbiamo ascoltare con fede e con docilità, è il Signore e lo riconosciamo volentieri come il nostro Signore. Negli esercizi il Signore parla a ciascuno di noi, a noi insieme come la sua Chiesa, come la sua comunità; gli doniamo un poco di tempo e naturalmente gli offriamo anche la disponibilità. “Disponibilità”, vuole dire: che l’ascolto è un’attività umana complessa; richiede certo l’attenzione degli orecchi, ma richiede anche l’intelligenza della testa e soprattutto l’impegno del cuore. Si ascolta con il cuore, cioè si ascolta con il centro della nostra persona. Intendete “cuore” nel senso in cui l’intende la Scrittura, come l’organo della libertà umana, quello da cui scaturiscono i pensieri e le decisioni; ma allora l’ascolto si identifica con l’obbedienza, e coinvolge concretamente la vita di tutti i giorni, le nostre esperienze.

Silenzio

Naturalmente condizione previa per l’ascolto è il silenzio; il silenzio degli esercizi è la condizione per ascoltare davvero, per scendere in profondità; perché le parole arrivino, come dicevamo, non solo agli orecchi (per quello non ci vuole molto) ma fino al cuore, è necessario che siano sostenute dal silenzio insieme esteriore e interiore. Questo vale sempre: tutte le volte in cui noi ascoltiamo un’altra persona dobbiamo fare tacere noi stessi; se mentre ascolto qualcun altro io lascio che parlino i miei desideri, le mie paure, le mie preoccupazioni, i miei programmi, l’ascolto non c’è o rimane superficiale. Se voglio ascoltare, bisogna che metta da parte ogni altra attività e che metta tutto me stesso, orecchi e intelligenza e sensibilità e cuore, a disposizione della persona che parla. Questo diventa indispensabile anche per dare effettivo valore alle parole che ascoltiamo e che diciamo. Anche alle parole che diciamo; una parola detta ha valore se prima è stata pensata, altrimenti è vuota. Quindi ha valore se è stata in qualche modo generata nel silenzio; è il silenzio che permette alle parole di nascere, di nascere come parole personali, non semplicemente come dei suoni.

Preghiera

Terza cosa – ascolto, silenzio – naturalmente la preghiera, perché stiamo in ascolto del Signore, ma ci stiamo proprio noi, con la nostra identità. Certo, il protagonista è il Signore, ma sono protagonista anch’io; il mio essere personale è coinvolto, c’è un io che ascolta e che reagisce alla parola, che deve “re-agire”, che deve rispondere. Siamo coinvolti nel dialogo con il Signore in tutta la nostra vita, con i desideri, le attese, le gioie; quindi all’ascolto deve rispondere la preghiera perché si realizzi la pienezza del dialogo. Il dialogo ha tutte e due le direzioni: la parola che esce da Dio per raggiungere la nostra vita, la parola che esce dal nostro cuore per rivolgersi a Dio, come parola di ringraziamento, di lode, di stupore, come supplica, richiesta di perdono, in tutte le sue forme. Ciascuno troverà il passo giusto della risposta secondo il suo cuore, secondo la guida dello Spirito; ma bisogna che l’ascolto diventi anche preghiera.

Insieme

E finalmente c’è l’ultima dimensione che è quella comunitaria, insieme. Non è, credo, un fatto puramente esterno che a fare questi esercizi siano due comunità parrocchiali; è chiaro che ciascuno di noi è coinvolto personalmente, con la sua faccia e con il suo nome, e ciascuno di noi è chiamato per nome dal Signore, però è anche vero che quando andiamo incontro al Signore ci andiamo con la nostra vita concreta e la nostra esistenza cristiana concreta è esistenza in una comunità; non è un’esistenza individuale e separata, ma è un’esistenza che si muove dentro un tessuto ricco di fraternità e di comunione con gli altri. Quando andiamo incontro al Signore, ci andiamo con questa straordinaria ricchezza di legami, con questa ricchezza di esperienza; per questo negli esercizi c’è una preghiera comunitaria importante, che sarà quella della Liturgia delle Ore, che sarà soprattutto quella dell’Eucaristia. Quando mi metto personalmente davanti al Signore, mi ci metto con la gioia e la responsabilità della comunità in cui vivo, da cui ho ricevuto la fede e verso la quale sono responsabile della mia vita cristiana.

In pratica…

Questa, allora, è la premessa. Dicevamo difficoltà e urgenza, necessità di questi esercizi, con quelle dimensioni di ascolto, di silenzio, di preghiera e di comunità. Per quanto riguarda il silenzio, mi interesserebbe soprattutto il cosiddetto “grande silenzio”, cioè quello che va dalla Compieta alla sera fino alle Lodi, alla prima preghiera del mattino. Naturalmente si fa quello che è possibile quando si è molto numerosi come in questi giorni, però credo che valga la pena farne un impegno, cioè che ciascuno di noi il silenzio lo senta come una responsabilità nei confronti del Signore e nei confronti degli altri; perché, evidentemente, il nostro silenzio diventa un aiuto agli altri. È un impegno non creare impicci, difficoltà; siccome le distrazioni per noi sono facilissime, e vengono senza bisogno che noi le andiamo a cercare, vale la pena che facciamo quello che è possibile per non crearli apposta.

Tra la cena e la Compieta c’è un momento di sollievo in cui potete tranquillamente parlare, senza urlare, se è possibile, cioè senza perdere troppo il raccoglimento; ma dopo compieta varrebbe la pena che raccogliessimo le nostre facoltà (memoria, intelligenza, sensibilità) e le mettessimo come nelle mani del Signore con fiducia e con quell’abbandono che la Compieta dovrebbe suscitare in noi.