La Casa sulla Roccia – 1

Diocesi Reggio Emilia
“Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia)

La Casa sulla Roccia

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Omelia S. Messa

Liturgia Natività Beata Vergine Maria a. C

Venerdì – 8 Settembre 1989

Letture: Mi 5, 1-4; Mt 1, 1-16.18-23.

«Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo». Con questo primo versetto del suo vangelo Matteo ci suggerisce l’ottica secondo cui dobbiamo e possiamo interpretare la figura del Signore, l’ottica delle promesse di Dio compiute: «figlio di Davide» vuole dire figlio di colui al quale Dio aveva promesso un discendente che si sarebbe seduto sul suo trono; e «figlio di Abramo»vuole dire figlio di colui al quale Dio aveva promesso una discendenza e una benedizione per tutte le famiglie della terra. A Davide e ad Abramo Dio aveva fatto delle promesse, dunque: «Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo; in lui le promesse di Dio sono diventate un si, hanno ricevuto il loro compimento. Ma il bello è cercare di vedere come. Il “come” sta in quella serie di nomi, quella quarantina di nomi che scandiscono la storia di Israele a cominciare da Abramo generò Isacco: così incomincia la storia della salvezza. La storia della salvezza incomincia con la promessa di Dio fatta ad Abramo, gratis; non c’è nessun merito umano, è un puro inizio. Ma la storia della salvezza incomincia anche con la fede dell’uomo, perché Abramo è colui che accoglie il Signore, che cammina alla luce della promessa. Quando uno legge o ascolta: Abramo generò Isacco, gli viene in mente il cammino faticoso e rischioso della fede, la prova a cui la fede di Abramo è stata sottomessa. Ci voleva quello perché la storia della salvezza potesse partire. «Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe»ma non è vero che Isacco ha generato Giacobbe; ha generato Esaù e Giacobbe, il primogenito era un altro, non lui. Ma non conta. Isacco ha generato Giacobbe; perché è il Signore che sceglie e sceglie con piena libertà. La storia della salvezza percorre i cammini che vuole Dio, non quelli che vogliono gli uomini; è la storia della gratuità, una storia davanti alla quale l’uomo deve rimanere con lo stupore, senza riuscire a controllare, senza poter dire: deve essere così. No, deve aspettare quello che il Signore decide e come il Signore decide. Dunque, «Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar»qui c’è la prima donna che viene nominata nella genealogia, una straniera; Tamar ottiene da Giuda, attraverso uno stratagemma, quello che era il suo diritto, di avere una discendenza. Lo ottiene in un modo strano, che a noi dà anche un tantino fastidio, lo ricordate, si fa passare per una prostituta, ma la storia della salvezza passa anche attraverso questo; il Signore si è servito anche dello stratagemma di Tamar perché Giuda desse a lei una discendenza.

Poi Fares, poi Esròm, poi Aram, poi Aminadàb, poi Naasòn, poi Salmòn: e chi sono questi? Non lo sappiamo, sono i secoli oscuri della permanenza di Israele in Egitto, secoli nei quali sembra che il ricordo della promessa di Dio sia svanito, sembra che le sabbie e le paludi dell’Egitto. abbiano coperto tutto, rimangono solo dei nomi e di quello che è successo non sappiamo niente. Però la parola di Dio rimane viva, magari sotto la sabbia, magari invisibile, ma c’è; ed è quella, la parola di Dio, che domina gli avvenimenti. Di fatto, dopo questa serie di generazioni oscure, Salmòn generò Booz da Racab; questa è una donna che non solo si fa passare, ma che è davvero una prostituta; però è una donna che ha riconosciuto nella fede il Dio di Israele e la validità delle promesse di Israele. Siamo al tempo della conquista, e questa donna che non ha certamente, dal punto di vista umano, dei grandi meriti, ha però meritato per la sua fede di entrare nella storia della salvezza. Un modo per dire che la storia della salvezza non procede per meriti, procede per dono, per dono gratuito di Dio.

«Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut»qui finalmente siamo davanti ad una donna stupenda, straniera; Rut è una Moabita e i Moabiti sono guardati con sospetto e un tantino anche con disprezzo da parte di Israele; basta che ricordiate quello che Israele pensa sull’origine dei Moabiti. Però questa donna, Rut, nonostante sia una Moabita, ha amato sinceramente il suo sposo, la madre del suo sposo, tanto che, rimasta vedova, sta con sua suocera e l’accompagna nella terra di Israele:

«[16] (…) dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio» (Rut 1, 16).

Questa professione di fede di Rut fa di lei una Israelita autentica, non di razza, ma di fede; e proprio per questo Rut ha un posto nella genealogia di Davide, del grande re.

Dopo di lei viene lesse e dopo lesse viene Davide. Qui finalmente si potrebbe dire: la promessa ha trovato una realizzazione; era stato detto ad Abramo: «in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra, fard di te un popolo grande, ti darò un nome grande». Ora il nome grande è arrivato, perché Davide era un re grande; il regno di Israele al tempo di Davide si allarga per arrivare fino a Damasco, ha quindi un’estensione che non avrà mai più nella storia di Israele. Le promesse di Dio si compiono. Sono passati dei secoli di oscurità, ma dopo questi secoli la promessa di Dio è tornata a galla, si è manifestata con tutto il suo vigore.

Possiamo andare avanti: abbiamo un impero, il grande impero di Davide, «Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria»Non va tutto bene nell’impero, non va tutto bene nel regno di Davide; ci troviamo in mezzo a un adulterio e addirittura ad un omicidio commesso per coprire l’adulterio. E tuttavia, nonostante questo, la storia della promessa continua; ma non continua attraverso un cammino progressivo di crescita, come ci saremmo potuti attendere, come forse gli Israeliti si attendevano: abbiamo costruito un impero, la promessa di Dio si compie. Invece no, invece quell’impero pian piano si sgretola; dopo Davide troviamo Salomone, dopo Salomone viene Roboamo e Roboamo è un re stupido, che provoca la divisione del regno; dieci tribù si allontanano; dopo Roboamo viene Abìa, dopo Abia Asàf e tutta una serie di re che, a leggere quello che dice la Scrittura, non sono proprio dei grandi re, sono dei re che cercano di fare la politica, ma che di fede ne frequentano non tanta; c’è qualcuno pio, fedele alle leggi della Torah – per esempio Giòsafat, poi Ezechia, soprattutto Giosia – ma sono pochi; la maggior parte cade sotto un giudizio negativo, fino a Acaz che stanca la pazienza di Dio, fino a Manasse così empio da essere passato poi nella memoria del popolo come uccisore di Isaia. Può darsi che sia una leggenda, ma vuol dire perlomeno che questo Manasse non doveva essere uno stinco di santo. Poi viene Amos, che è della stessa pasta, fino a Ieconia: «Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia». Qui si potrebbe dire: è fatta, avevamo un regno, abbiamo rovinato tutto. La deportazione in Babilonia vuol dire catastrofe, annientamento, perdita di ogni autonomia politica e praticamente per sempre; saranno solo pochi decenni quelli in cui Israele potrà recuperare qualche frammento di autonomia. La deportazione in Babilonia è davvero una catastrofe con qualche cosa di definitivo: avevamo immaginato l’impero come realizzazione delle promesse di Dio; ma ora ci troviamo con il regno a pezzi, sotto la sovranità di Babilonia, senza una speranza per il futuro. Eppure dopo la deportazione di Babilonia la genealogia continua: «Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle, Zorobabèle generò Abiùd». Fino a Zorobabèle ci orientiamo: di lui sappiamo almeno chi era, ma dopo di lui il buio. Abiùd, Elìacim, Azor, Sadoc, Achim, Eliùd, Eleàzar, Mattan: chi sono costoro? Niente, di loro non c’è rimasto niente; il nome, perché è andato a finire in questa genealogia, ma tutto l’Antico Testamento non ne parla. È semplicemente gente che è nata, ha lavorato, ha sofferto, ha amato, è morta, senza lasciare un segno, sono degli illustri sconosciuti. Ma ci sono anche questi nella genealogia, ce li hanno messi perché sono importanti anche loro; la promessa passa certamente attraverso i re, come Davide, ma la promessa di Dio passa anche attraverso la gente normale, quotidiana, quella che non fa niente di straordinario, che semplicemente vive una vita apparentemente banale, tanto banale che non va a finire sull’enciclopedia; è però una vita che porta il segno della benedizione di Dio, nonostante tutto. E forse ci voleva, dopo l’ubriacatura del tempo dei re, il periodo del nascondimento, del silenzio, perché Israele tornasse a diventare fecondo, perché tornasse a generare. È il silenzio che è fecondo; il rumore impressiona e spaventa, ma costruisce poco e dopo il tempo del re, dopo il tempo della gloria, è necessario anche il tempo della oscurità.

«Eleàzar genero Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo». Finalmente siamo alla quinta delle donne della genealogia; ma qui c’è qualcosa di strano che mi fa chiedere come mai Matteo abbia voluto scrivere una genealogia di questo genere. A che cosa serve la genealogia? A conoscere gli antenati di Gesù, a legare Gesù a tutta la promessa; Gesù è al termine della promessa di Israele, è figlio di Abramo, figlio di Davide; per questo, abbiamo visto tutti questi discendenti. Arriviamo a chi? A Giacobbe che ha generato Giuseppe, Giacobbe generò Giuseppe, dovrebbe venire “Giuseppe generò Gesù”: e invece no, «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo». Dunque Gesù, chiamato il Cristo, non è in realtà figlio di Giuseppe. Allora perché mi ci hai messo una genealogia? A che cosa mi serve sapere la genealogia se in realtà Giuseppe non è il padre di Gesù e quindi la promessa ha operato una svolta e ha raggiunto la realizzazione al di fuori di questa discendenza? Deve essere proprio così. È necessario rileggere la genealogia perché è la storia della promessa di Dio; ma devi anche sapere che il compimento della promessa di Dio non è semplicemente il risultato, il prodotto della umanità, di questa esperienza umana; la promessa di Dio si compie dove l’uomo vive, dove l’uomo ha sofferto, dove l’uomo ha ricevuto le promesse, ha camminato nella fede, ha conosciuto il peccato, l’angoscia, la sofferenza, ha tornato a sperare; è lì, in questo tessuto umano, che si compie la promessa, ma si compie non secondo la potenza degli uomini, ma secondo la potenza di Dio. Quindi non dalla discendenza di Giuseppe, ma dal dono dello Spirito Santo. È necessario che il compimento sia legato a Giuseppe, ma è. necessario che sia un dono che scaturisce dall’alto, come espressione della grandezza e della gratuità di Dio. Ecco allora il senso di questa genealogia e il senso della sua conclusione: una nascita che avviene in modo misterioso, come dono dello Spirito; che avviene entro l’esperienza umana della verginità, e quindi al di fuori dei progetti e della gestione umana delle cose. La realizzazione di tutto questo dice che la promessa di Dio è così: è fedele, compie quello che ha detto, ma lo compie in modo molto diverso da quello che gli uomini potrebbero immaginare, al di là del controllo dell’uomo e al di là di quello che l’uomo riesce a sperare. Per quanto Davide possa avere sperato in una discendenza perenne, per quanto Abramo possa avere sperato in un popolo grande, quello che al termine della genealogia viene annunciato, supera ogni immaginazione e ogni pensiero.

«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. [21]Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. [22]Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: [23]Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1, 20b-23).

Per questo era necessario che la genealogia subisse quella svolta improvvisa che dicevamo. La genealogia umana non poteva produrre 1’Emmanuele, il Dio con noi; poteva produrre una razza umana forte, una razza umana grande, ma non il figlio di Dio in mezzo agli uomini. Per questo era necessario che Dio manifestasse in modo sorprendente, inatteso, il suo intervento e la sua grazia. E la concezione verginale di Maria dice proprio questo, che il termine della promessa è pura grazia; dal punto di vista umano l’unico atteggiamento necessario è la docilità della fede e Maria rappresenta per noi questo. Maria è la creatura umana che accoglie il dono di Dio, che concepisce la parola di Dio nel suo corpo, ma che prima di tutto la concepisce nella sua fede, nella sua docilità, ed è in questa docilità che finalmente la storia della promessa arriva a riposarsi. Dove si trova Maria, e quindi dove si trova la sua fede, finalmente quella promessa misteriosa che aveva attraversato diciassette, diciotto secoli di storia, arriva a riposare e arriva a piantarsi in modo definitivo in mezzo alla nostra storia.

Credo allora che un vangelo di questo genere ci aiuti a rinnovare lo stupore, la riconoscenza; ci spinga a rileggere la storia come storia di salvezza in cui la parola di Dio non si perde; anche se passano dei secoli di nascondimento e apparente inattività, le parole di Dio rimangono ricche di vita e portatrici di un futuro; verrà il momento in cui esse tornano a manifestarsi in tutta la loro forza.

La festa di oggi ci richiama all’atteggiamento di Maria come l’atteggiamento che porta a compimento la storia della salvezza. In lei, nella sua fede, quello che Dio ha compiuto trova riposo effettivo in una creatura umana, senza ostacoli, senza riserve, senza quella realtà di peccato che impedisce alla parola di compiersi; così in Maria, quella parola può portare il massimo di fecondità. Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Se possiamo celebrare l’Eucaristia, la possiamo celebrare proprio per questo, perché in mezzo a noi c’è questa presenza di Dio in Gesù Cristo e questa presenza di Dio la riconosciamo legata alla fede e alla docilità di Maria.