IL VERBO FATTO CARNE: CRISTOLOGIA GIOVANNEA

U.C.I.I.M.
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi
Sezione di Reggio Emilia (Via Prevostura 4)

Il Vangelo di S. Giovanni

Il Verbo fatto carne: cristologia giovannea

1991

Ci poniamo innanzitutto una semplicissima domanda: chi è Gesù? Cercheremo di far emergere la risposta progressivamente partendo anzitutto dal fatto che Giovanni ci insegna a vedere Gesù come uomo.

Il Vangelo di S. Giovanni, riferendosi a Gesù, usa varie volte il termine “uomo”, a volte senza dargli un peso particolare e tuttavia non si tratta di testi inutili perché presentano Gesù semplicemente come un uomo in mezzo agli altri, inserito nell’anonimato umano. Non è quindi vero quello che qualcuno ha scritto, che Giovanni disumanizzerebbe Gesù, togliendogli quella dimensione profondamente umana, propria dei Vangeli sinottici.

Quando la Samaritana parla di Gesù ai suoi concittadini dice:

[29]Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto» (Gv 4, 29);

mettendo insieme da una parte l’umanità e dall’altra una conoscenza sovrumana.

Così quando le guardie ritornano al Sinedrio, senza aver catturato Gesù, si giustificano dicendo:

«[46] (…) Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!» (Gv 7, 46).

Gesù è dunque un “uomo” ma con una parola sovrumana. Questa tensione tra i due elementi del ritratto di Gesù è caratteristica del quarto Vangelo. Forse i testi più significativi sono nel capitolo 10 e nel capitolo 19.

«[31]I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. [32]Gesù rispose loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?». [33]Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». [34]Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei? [35]Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), [36]a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio? [37]Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; [38]ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre». [39]Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani» (Gv 10, 31-38).

Viene dunque fatta un’accusa a Gesù: “Tu sei uomo e ti fai Dio” e naturalmente l’accusa non avrebbe alcun valore se Gesù non fosse veramente uomo.

Nella risposta invece Gesù non nega la sua umanità; al contrario mette insieme i due termini, “uomo” e “Dio”, che sembrerebbero agli antipodi, e mostra che già nell’Antico Testamento il Salmo 82 li ha uniti.

In realtà il Salmo 82 parla dei giudici e da loro un titolo stranissimo, ma significativo: “io ho detto: voi siete dèi”. I giudici vengono chiamati dèi perché è affidato loro un incarico divino. Infatti in Israele il giudice esercita un ministero che nasce dalla conoscenza e dall’esercizio della Parola di Dio, quindi il suo incarico è divino, pur rimanendo uomo.

Gesù allora usa un procedimento “a fortiori” e si attribuisce il titolo di “Figlio di Dio” perché il Padre lo ha consacrato e lo ha mandato nel mondo. Quindi non ha solo un incarico dal Padre, ma è da Lui pienamente consacrato. Non solo deve compiere un ministero legato alla Parola di Dio, ma annuncia pienamente questa medesima parola. Perciò mette insieme i due elementi: “uomo” e “figlio di Dio”. L’ultimo testo che ci può aiutare è il capitolo 19. Dopo averlo fatto flagellare, Pilato presenta Gesù alla folla dicendo: «Ecco l’uomo» (Gv 19, 5).

Non c’è dubbi che il primo significato di questa espressione è derisorio perché Pilato presenta Gesù in tutta la sua umiliazione, come un uomo che ha perso anche la bellezza e l’apparenza dell’uomo, ma altrettanto chiaramente, nell’ottica del Vangelo di S. Giovanni, questa espressione ha un valore regale. Nel momento in cui Gesù viene posto in una condizione di abbassamento. Egli si rivela in tutta la sua forza e in tutta la sua gloria. Gli autori fanno particolare riferimento al capitolo 7 del libro di Daniele, dove si vede un figlio di uomo che viene sulle nubi del cielo e al quale Dio consegna un potere eterno e universale e perciò porta sopra di sé una sovranità regale.

Questo è tanto vero che nel Vangelo di Giovanni Gesù viene presentato così:

«[2]E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: [3]«Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi» (Gv 19, 2-3).

Senza saperlo, i soldati compiono dei gesti di rivelazione in cui si manifesta l’identità messianica di Gesù. Egli è davvero un re, ha i simboli regali, la corona e il manto, e viene esplicitamente riconosciuto come re dei Giudei nel momento della sua umiliazione.

Partiamo dunque dalla realtà umana di Gesù. Aggiungete a questo discorso il tema della carne di Gesù, tanto caro a S. Giovanni. Egli, nel suo Vangelo, usa questo termine 12 volte riferendolo a Gesù, a cominciare dal famoso testo del Prologo.

«[14]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

Per capire esattamente questo versetto, bisogna anzitutto misurare la distanza infinita che esiste tra il “Verbo” cioè là parola di Dio e la “carne”. Dal punto di vista dell’essere, la carne e la Parola di Dio sono esattamente gli antipodi.

Nel libro di Isaia (40, 6-8) è scritto:

«Ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. [7]Secca l’erba, il fiore appassisce quando il soffio del Signore spira su di essi. [8]Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre».

Come vedete, Isaia contrappone i due termini. Ogni carne è come l’erba, quindi è una realtà effimera, debole, sottomessa alla morte, ma la Parola del nostro Dio dura sempre. La Parola di Dio si presenta come eterna, potente, luminosa, quindi agli antipodi della carne. Ma il verbo si fece carne e perciò l’incarnazione unisce i due estremi.

S. Giovanni, nella sua prima Lettera dirà: “la vita si è fatta visibile”. E per Vita si intende la vita di Dio che di per sé è irraggiungibile dall’uomo, che sta al di sopra di tutto quello che l’uomo possa immaginare o pensare.

«[14]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14).

In questo versetto viene usato il verbo “abitare” assai significativo. Esso verrà usato nel libro della Apocalisse al capitolo 21; quando viene annunciato la manifestazione della Gerusalemme futura dei cieli nuovi e della terra nuova si dice:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. [4]E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21, 3-4).

Dunque il traguardo della storia del mondo si compie attraverso l’abitazione di Dio in mezzo agli uomini. Ma quello che si compirà alla fine dei tempi si è già compiuto inizialmente nell’incarnazione del Verbo. «è venuto ad abitare in mezzo a noi». Può anche darsi che Giovanni abbia usato questo verbo perché richiama un termine tipico con cui la teologia ebraica indica il segno di una presenza divina che accompagna il popolo di Israele come popolo di Dio in tutta la sua storia. Anche l’Incarnazione indica esattamente la dimora di Dio in mezzo agli uomini tanto che noi abbiamo visto la sua gloria.

Anche “gloria” è un termine strettamente divino e appartiene anzitutto al Cristo Risorto: Egli è entrato nella gloria del Padre; partecipe quindi di quella pienezza e ricchezza di vita che è propria di Dio.

Il termine “gloria” in ebraico viene da una radice che indica la pesantezza, perciò indica lo spessore di qualcosa o di qualcuno, la forza con cui qualcosa o qualcuno si impone. Da questo punto chi vista Dio solo è glorioso perché tutto quello che non è Dio ha essenzialmente l’esperienza del limite, perciò non può presentarsi come pesante e forte perché necessariamente destinato prima o poi a scomparire.

Dio invece è glorioso e noi abbiamo visto la sua gloria. La gloria è attribuita prima di tutto al Cristo risorto. Il capitolo 17 di S. Giovanni, che riporta la preghiera sacerdotale di Gesù, inizia così:

«Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17, 1);

e significa che proprio nella Pasqua di Gesù si rivela la gloria di Dio e la gloria di Gesù. Nei Vangeli sinottici quella gloria è anticipata al momento della trasfigurazione, quando Gesù, otto giorni dopo la professione di fede di Pietro, sale con alcuni dei suoi discepoli su un alto monte e si trasfigura davanti a loro in modo tale che gli uomini possano intravedere lo splendore divino di Gesù e quindi la sua gloria. Il Vangelo di Giovanni non ha il racconto della trasfigurazione probabilmente perché Giovanni vede la gloria di Gesù non solo in un episodio, ma in tutta la sua vita, come dimensione profonda e permanente di tutta la vita di Gesù.

Dopo il primo segno compiuto da Gesù a Cana, il Vangelo di S. Giovanni dice che i discepoli videro la sua gloria. Essi, nell’opera compiuta da Gesù, hanno visto la divinità di Gesù e la sua comunione col Padre.

E questo è il suo mistero.

Comprendere Gesù vuol dire vedere la carne di Gesù, perché solo la carne è visibile, solo la carne è oggetto di esperienza immediata per l’uomo.

Ma si tratta di vedere nella carne di Gesù e attraverso la carne di Gesù la sua gloria, la gloria che, ha come unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità.

Si tratta di fare quella esperienza che Paolo farà di fronte al Cristo Risorto.

Nella seconda Lettera ai Corinti Paolo scrive:

«[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6).

Questa frase vuoi dire che sulla via di Damasco Paolo ha fatto un’esperienza che può essere paragonata solo al primo giorno della creazione quando, in mezzo alle tenebre, Dio ha pronunciato il suo “Fiat lux”.

Paolo fino a quel momento aveva considerato Gesù secondo la carne, secondo ciò che dall’esterno poteva giudicare con la sua intelligenza umana e l’aveva giudicato un empio, tanto da dover perseguitare la sua Chiesa. Poi all’improvviso, sulla via di Damasco, il Signore Dio ha squarciato le tenebre dell’intelligenza di Paolo il quale ha potuto vedere la gloria di Dio sul volto di Cristo.

Ha visto il volto di Gesù in modo radicalmente nuovo, come glorioso. S. Giovanni ci vuole insegnare che tutta la vita di Gesù deve essere interpretata e compresa come rivelazione gloriosa.

Al termine del prologo S. Giovanni scrive:

«[18]Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1, 18).

“Dio nessuno lo ha mai visto” è da interpretare non solo come un’affermazione di fatto, ma come un’affermazione di diritto. Non significa solo che, di fatto, Dio nessuno lo ha mai visto, ma vuol dire che nessuno lo può vedere e che c’è una radicale sproporzione tra i mezzi di conoscenza dell’uomo e Dio in quanto oggetto di questa conoscenza. L’uomo, con tutta la sua attenzione e con tutto il suo impegno non ci può arrivare. Ma «il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui ce lo ha rivelato».

“Nel seno del Padre” traduce una espressione greca con una preposizione che nel greco classico non indica “stato in luogo” ma “moto a luogo”. Perciò quando S. Giovanni dice che il Figlio unigenito è nel seno del Padre, non vuol dire che è dentro l’amore del Padre (stato in luogo), ma che è rivolto verso l’amore del Padre.

Giovanni dunque vede nell’umanità di Gesù come una direzione perché essa è diretta verso un traguardo. Perciò, guardando quella umanità, si è portati a vedere quel Dio verso cui è diretta.

L’umanità di Gesù è dunque vista non in modo statico (come un’umanità riempita della divinità), ma in modo dinamico (come un’umanità “in cammino verso” “rivolta verso” “orientata verso”).

Essa ci conduce nel movimento della fede che va verso l’umanità di Gesù. Ma proprio perché l’umanità di Gesù è rivolta al Padre, il movimento della fede giunge fino alla conoscenza e all’amore del Padre.

Il versetto conclude: “Abbiamo visto la sua gloria, la gloria che gli compete come Figlio unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”. Questa espressione “pieno di grazia e di verità” dovrebbe essere tradotto “pieno della grazia della verità”.

Questo significa che Gesù, nella sua umanità, contiene per gli uomini, da parte dì Dio, il dono della verità. Per il Vangelo di S. Giovanni la verità e Gesù stesso (“io sono la via, la verità e la vita”) e questo termine “verità” dovrebbe indicare la rivelazione dell’amore di Dio per gli uomini, la rivelazione del Padre.

Gesù è la verità non solo perché è Figlio di Dio, ma perché è uomo. E’ nella sua umanità infatti che Gesù è verità perché è solo nell’umanità che Gesù è rivelatore.

Infatti la rivelazione avviene attraverso l’incarnazione che ci ha dato la possibilità di vederlo, ascoltarlo, contemplarlo e toccarlo, cioè di entrare in rapporto con Lui. In quanto uomo Gesù è rivelatore perché come tale contiene la grazia e la verità. Si tratta di riconoscerlo nell’atto della fede.

Si può dire dunque che per S. Giovanni la carne di Gesù è il luogo della rivelazione, è la condizione necessaria della rivelazione.

Scrive S. Agostino:

“Perché noi potessimo avere la vita, dovevamo seguire Dio, ma Dio per noi è invisibile e per questo il Verbo di Dio si è fatto Game, perché seguendo quello che è visibile, potessimo raggiungere quel Dio che è invisibile, perché seguendo il cammino umano di Gesù, potessimo conoscere e amare Dio stesso”.

Dunque la carne è luogo teologico della rivelazione e della redenzione. Ma questo comporta delle conseguenze. Siccome Gesù è veramente uomo, egli vive in un tempo umano e in uno spazio umano, cioè vive effettivamente in mezzo agli uomini.

E allora diventa importante il vocabolario spaziale che S. Giovanni usa con molta attenzione.

Naturalmente non possiamo richiamare tutte le indicazioni spaziali citate da S. Giovanni. Egli parla della Galilea con Nazaret, di Cana, Cafarnao, il mare di Tiberiade, la montagna, Betsaida (patria di Filippo), la Samaria con Sicar, il pozzo di Giacobbe, i campi intorno, la valle del Giordano con Betania oltre il fiume, la Giudea, Efraim, l’altra Betania, Gerusalemme….. E di Gerusalemme sono ricordati tantissimi luoghi: prima di tutto il tempio, ma poi la piscina delle pecore, Siloe, il giardino oltre il Cedron ecc.

Tutto questo dice che la narrazione di Giovanni si inscrive in un’area geografica concreta, precisa, di cui l’archeologia conferma spesso l’esattezza.

Ma non è tanto la geografia che ci interessa quanto il fatto che queste localizzazioni non hanno solo un valore storico, ma hanno anche un significato teologico perché costituiscono lo spazio religioso in cui Gesù opera e si manifesta.

Per esempio, quando si parla di Nazaret e della Galilea, che nel Vangelo hanno naturalmente grande importanza, si richiama lo scandalo dell’Incarnazione. Infatti quando la gente viene a sapere che Gesù ha la sua origine proprio a Nazaret ha come una reazione di rigetto perché quella condizione sembra in contrasto con la dignità messianica. Quando Filippo incontra Natanaele gli dice:

«Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret» (Gv 1, 45).

Ma Natanaele gli risponde:

«Da Nazaret può mai venir qualcosa di buono?» (Gv 1, 49).

Dunque la condizione umana di Gesù, il fatto che Egli sia un nazareno lo presenta in una condizione di umiltà, di debolezza.

Essere da Nazaret non vuol dire solo un’origine geografica, ma una condizione culturale di povertà, una condizione che le persone istruite di Gerusalemme tendono a disprezzare.

Vediamo un altro esempio al capitolo 7. Quando nel Sinedrio si discute su Gesù, Nicodemo prende la parola dicendo:

«La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?» (Gv 7, 51).

Gli rispondono allora:

«Sei forse tu della Galilea, Studia e vedrai che non sorge Profeta dalla Galilea» (Gv 7, 52).

La Galilea, dai punto di vista religioso, è una regione sottosviluppata, senza valore, senza fecondità, per cui c’è una specie di pregiudizio nei confronti di Gesù proprio per il fatto che viene da Nazaret.

Ora, quello che vale per Nazaret, vale anche per le altre localizzazioni. Invece la Giudea e il territorio intorno a Gerusalemme è il paese in cui la vita di Gesù è in pericolo.

In Giudea Gesù salirà proprio quando sarà venuto il “tempo opportuno” per la sua Ora.

Naturalmente, per S. Giovanni, al centro dello spazio c’è Gerusalemme con il tempio che rappresenta il simbolo della scelta religiosa giudaica. Secondo S. Giovanni il tempio deve lasciare il posto al corpo di Gesù perché il vero tempio di Dio non è più quello di pietra in Gerusalemme, ma è invece il corpo glorificato del Signore.

Il vero tempio è quel luogo umano, mondano dove Dio si rivela, dove l’uomo può incontrare la gloria e la bellezza di Dio. È nel tempio di Gerusalemme che si deve compiere la scelta se accettare o rifiutare la rivelazione di Gesù. E Gerusalemme rappresenta entrambe le dimensioni: da una parte è la città dove la gloria di Gesù si rivelerà pienamente; dall’altra è quella che rifiuta la rivelazione.

Nel racconto della Passione troviamo infatti Gesù che, portando la croce, esce da Gerusalemme e questa uscita ha un significato teologico molto preciso. Ma a parte questi luoghi, il discorso più significativo del Vangelo di S. Giovanni riguarda quello che si potrebbe chiamare uno spazio mistico (o misterioso). Gesù è carne, è uomo e abita in mezzo a noi.

Ma da dove viene Gesù?

I Giudei credono di saperlo perché sono informati che Gesù viene da Nazaret, ma in realtà l’origine di Gesù rimane misteriosa.

S. Giovanni usa abbastanza spesso dei verbi come “venire”, “uscire” (“sono uscito dal Padre”) oppure “scendere” (“sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà…”).

Quello che si vuol dire è che la vera origine di Gesù è dunque Dio stesso, anzi, per dire più precisamente, l’origine di Gesù è il Padre.

Gesù è uscito dal Padre ed è venuto verso gli uomini, ma naturalmente questa origine divina è anzitutto oggetto di fede e la si può percepire solo attraverso un legame di amicizia con Gesù che introduce, nello stesso tempo, nella amicizia con il Padre.

«… il Padre stesso via ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. Sono uscito dal Padre e son venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre» (Gv 16, 27-28).

In questo brano si coglie bene il modo di esprimersi di Giovanni. In quello che è il dramma mondano e storico di Gesù che viene dalla Galilea, che va a Gerusalemme, ecc., compie in realtà un dramma che ha dimensioni molto più ampie, perché unisce il cielo e la terra, Dio e la storia. In realtà l’uomo Gesù di Nazaret viene da Dio e il suo cammino non termina al Calvario, ma presso il Padre. Ed è proprio per questo che la presenza di Gesù sulla terra ha delle dimensioni così ampie.

Dal punto di vista geografico la vita di Gesù è ristretta dentro coordinate abbastanza limitate. Eppure in realtà lo spazio vero della missione di Gesù è il mondo.

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

Non è quindi semplicemente il dramma di quella regione limitata dell’umanità, ma è l’umanità intera, è il cosmo coinvolto nell’avventura di Gesù, proprio perché Gesù viene dal Padre.

Bisogna saper riconoscere questa sua origine, altrimenti rimaniamo nell’atteggiamento di chi riconosce in Gesù un Maestro, ma non vede il testimone, che parla di ciò che ha visto, comunicando non semplicemente una conoscenza intellettuale, ma una esperienza.

«Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’Uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13).

Credo si possa tradurre questa frase dicendo che nessuno hai mai raggiunto la conoscenza di Dio per portarci i misteri della sua vita se non il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo.

Non c’è una via che dal nostro mondo salga a Dio per raggiungere una conoscenza; c’è invece una via che da Dio scende all’uomo per comunicare una rivelazione.

Questo discorso viene ripetuto varie volte nel corso del Vangelo, soprattutto al capitolo 6 dove, dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù presenta se stesso come il pane della vita.

I Giudei, il giorno dopo la moltiplicazione dei pani, vanno dietro a Gesù per avere ancora il pane che li ha nutriti ed Egli li invita a cercare non il pane, ma il Donatore del pane, non il pane che perisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo darà. E questo pane è Gesù stesso, il Pane vero.

«[32]Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; [33]il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». [34]Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». [35]Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. [36]Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. [37]Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, [38]perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6, 32-38).

Dunque, Gesù non viene da sé, ma dal Padre, come dono capace di comunicare la vita. E il pane è esattamente questo: nutrimento, forza, energia di vita che viene data agli uomini.

Il pane per eccellenza era la manna che Dio aveva fatto scendere dal cielo per nutrire il suo popolo nel deserto. Quella manna, secondo la tradizione ebraica, era il simbolo della legge che è il vero pane in quanto l’uomo non vive solo di pane materiale, ma di tutto quello che esce dalla bocca di Dio. In realtà, il vero nutrimento non è la manna e neppure quella legge di cui la manna è simbolo, ma è Gesù. Sia la manna sia la legge sono figura dell’uomo Gesù di Nazaret che viene dal cielo, ma va verso Dio. Dio è il traguardo della sua vita e Gesù si propone questo traguardo con fermezza e con lucidità.

«[21]Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». [22]Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?». [23]E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo» (Gv 8, 21-23)

Dunque, ciò che caratterizza Gesù, nell’ottica di questa espressione giovannea, è l’origine e la destinazione. Se uno vuol capire chi è Gesù deve aver chiaro che Egli viene dal Padre e va verso il Padre.

La venuta e la partenza costituiscono un unico mistero che sorpassa l’intelligenza umana e che solo Gesù è in grado di conoscere.

«Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perchéso da dove vengo e dove vado» (Gv 8, 14)

Questa ampia dimensione della vita umana di Gesù è una dimensione di fede, percepibile solo per mezzo di una rivelazione.

Il traguardo del cammino di Gesù supera la capacità dell’uomo di arrivare:

«dove io vado, voi non potete venire» (Gv 8, 21).

E non potete venire perché in mezzo c’è quell’abisso che separa lo Spiriti (cioè la vita di Dio) dalla carne (cioè la vita dell’uomo).

Naturalmente è importante tenere presente che quel traguardo dei cammino di Gesù non è un luogo, ma è una Persona. Il traguardo di Gesù è il Padre stesso. Gesù è attirato dall’amore del Padre, perciò tutto il suo cammino tende con decisione e con chiarezza a quella meta.

Per questo nel Vangelo di Giovanni si nota che quando si parla della Passione e della Croce la prospettiva è di esultanza e di trionfo in quanto Gesù raggiunge la meta della sua vita.

«Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerà a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me» (Gv 14, 28).

Per Gesù la Pasqua è motivo di gioia.

1 discepoli potranno anche ricevere scandalo dalla Passione, ma proprio perché non sono in grado di leggerla come il ritorno di Gesù al Padre.

«Prima della festa di Pasqua, Gesù sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

E’ il momento del passaggio (Pasqua significa passaggio), ma il vero passaggio non è quello del Mar Rosso, bensì quello che Gesù ha compiuto da questo mondo al Padre.

«Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava…» (Gv 13, 3).

Gesù compie la lavanda dei piedi che è il simbolo della Croce. E prende la Croce per compiere il suo passaggio al Padre.

Scrive P. Mollat:

“Per il Cristo uscire dal Padre significa assumere un punto di partenza collocato alla distanza infinita che separa la carne dallo Spirito o l’uomo da Dio per superare questa stessa distanza in questo slancio verso il Padre che si compie nel suo passare al Padre; significa darsi una esistenza e uno spazio creati per realizzare nella carne, nell’esistenza umana, il movimento eterno del Figlio verso il Padre.

In altri termini incarnarsi significa per il Cristo muoversi verso il Padre nella condizione di uomo; l’esistenza del Cristo riproduce nell’esistenza umana ciò che il Cristo vive nella sua esistenza eterna, il movimento verso il Padre”.

Proviamo a spiegare questo testo partendo dal rapporto che unisce il Figlio al Padre dall’eternità. È un rapporto d’amore, è un rapporto di orientamento: il Figlio dall’eternità è continuamente rivolto al Padre, riceve tutto dal Padre e dona tutto se stesso al Padre.

Ora, che cosa vuol dire l’Incarnazione?

Vuole dire che il Verbo prende un punto di partenza infinitamente lontano da Dio, lontano quanto è lontana la carne dallo spirito, quanto è lontano Dio dall’uomo. Il Verbo dunque prende come punto di partenza la carne, la condizione umana, e in quella carne vive la sua esperienza eterna, il guardare, il tendere al Padre; per cui l’esistenza umana di Gesù non è statica, ma eminentemente dinamica.

Gesù è continuamente attratto verso il Padre e, siccome ha assunto una umanità, in quell’andare verso il Padre trascina la sua umanità, evidentemente intrecciata con la nostra.

Il cammino di Gesù porta perciò l’umanità intera verso la comunione piena con Dio.

Così Giovanni interpreta l’avventura umana di Gesù, la storia di Gesù: e questa è la sua cristologia.

Possiamo aggiungere un’ultima cosa che completa il quadro presentato attraverso un tema cristologico particolarmente importante nel Vangelo di S. Giovanni: il tema della missione.

Dicevamo che Gesù è uscito dal Padre.

Bisognerebbe dire ancora più precisamente: è stato mandato dal Padre. Ora, ciò che caratterizza la missione di Gesù nell’ottica di S. Giovanni, è la totalità. E per totalità si intende che la missione di Gesù non è semplicemente qualche cosa che Gesù è chiamato a fare.

Quando Dio manda un profeta, gli affida una parola perché il profeta vada e parli al popolo secondo quello che ha ricevuto. Perciò ha una missione che rappresenta un compito specifico, particolare. Per Gesù invece la missione coincide con la sua venuta nel mondo, coincide con la sua vita. Non è che Gesù prima abbia una vita umana e poi all’uomo Gesù sia affidata una missione.

Vivere per Lui è esattamente lo stesso che essere mandato.

Si può dire perciò che lo scopo della missione è la missione stessa; non deve semplicemente portare una parola o compiere un miracolo.

Il suo compito è quello di essere mandato per cui è importane non solo quello che Gesù fa, ma quello che Gesù è.

Gesù compie la missione stando in mezzo agli uomini perché la sua presenza tra loro è esattamente il compimento della missione. Per questo S. Giovanni usa una espressione che è tipica del Nuovo Testamento e anche dell’Antico. Si tratta del verbo credere usato con una preposizione che indica “moto a luogo”. Quindi non si tratta solo di credere a Gesù e neanche solo di credere Gesù ma di vivere la propria vita come un cammino verso Gesù.

Credere dunque è adesione, è dono, è attaccamento alla persona di Gesù in quanto tale, è “venire a Me”, quindi percorrere un cammino che ha come direzione Gesù nella sua umanità. Per questo se si vuol cercare nell’Antico Testamento qualche testo che spieghi la missione di Gesù, si dovrebbero cercare quei testi in cui si dice che Dio manda la Sapienza (esempio: la famosa preghiera di Salomone – Sap 9).

La Sapienza è certamente qualcosa che Dio manda, ma non è una cosa così separata da Dio. Nella Sapienza è Dio stesso che si fa vicino all’uno e che lo illumina.

Secondo il libro del Siracide la Sapienza è il libro della legge dell’Altissimo, la Torà. Ma la Torà è la volontà stessa di Dio e non qualcosa di staccato da Lui.

Nella Sapienza, dunque, Dio viene in mezzo agli uomini e guida, illumina, dirige e questo è il riferimento più tipico per comprendere la missione di Gesù, presenta nel Vangelo di Giovanni come un dono.

In Gv 3, 16 abbiamo letto:

«Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio…».

C’è in questo versetto un riferimento alla Passione, ma non solo, perché tutto ciò che Gesù ha detto e tutto ciò che Gesù è stato è il Dono.

«[10]Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4, 10).

Così dice il Signore alla Samaritana. Si tratta di cogliere la sua presenza, con tutto quello che comporta, come un dono di Dio.

La missione di Gesù si identifica perciò con l’incarnazione stessa, con tutta la sua vita, con tutte le sue parole e le sue opere. Gesù ha un’opera da compiere sulla terra ed è la manifestazione di se stesso, perché, manifestando se stesso, manifesta il Padre.

L’opera di Gesù è rivelare se stesso, rivelando nello stesso tempo il Padre; è amare, rivelando quindi l’amore del Padre.

Gesù infatti è amore e ha trasformato tutta la sua vita in amore. In questo modo ha manifestato se stesso e insieme ha manifestato il Padre.

Quando a Pilato che lo interroga sulla sua regalità Gesù dice:

«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità» (Gv 18, 37).

Il discorso è sempre lo stesso. Chi è la verità? Lui stesso. Rendere testimonianza alla verità non è altro che manifestare quella forza di amore che Lui possiede come dono del Padre. Nel fare questo Gesù ha realizzato perfettamente la sua opera.

Nel capitolo 17, 4 si legge:

«[4]Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare».

E il versetto immediatamente precedente spiega:

«[3]Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).

Quindi nella conoscenza dell’amore di Dio o (che è lo stesso) nella conoscenza dell’amore di Cristo si compie quella rivelazione che è l’opera che il Padre ha affidato a Gesù. Il fatto che la vita di Gesù si identifichi con la sua missione spiega perché la missione di Gesù è unica: non è una delle tante missioni che possono arricchire la storia della salvezza, ma è unica e l’unicità dipende esattamente dall’unità e unicità del suo rapporto con il Padre. Gesù è una cosa sola con il Padre, tanto che credere a Cristo o credere al Padre è la stessa cosa; venire a Gesù o venire al Padre è la stessa cosa.

I versetti da richiamare sarebbero tantissimi; ne richiameremo solo alcuni:

«[44]Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; [45]chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12, 44-45).

«[44]Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. [45]Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me» (Gv 6, 44-45).

L’andare a Gesù è lo stesso che essere attratti dal Padre.

Non c’è differenza e questo è il motivo per cui Gesù giungerà a fare il suo nome stesso di Dio.

«[24]Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati» (Gv 8, 24).

«[28]Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo» (Gv 8, 28).

«[58]In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono» (Gv 8, 58).

“Io sono” nell’Antico Testamento è il nome di Dio.

Infatti quando Mosè aveva chiesto al Signore di rivelargli il suo nome, Dio gli aveva risposto “Io sono quello che io sono”. E nel libro del secondo Isaia questa espressione viene ripetuta più volte per indicare quello che Dio è nei confronti di Israele.

“Io sono” indica perciò non l’essere metafisico di Dio, ma la rivelazione salvifica di Dio.

Quando in Isaia si dice “io sono” significa che Dio fa- vedere quello che vale.

Nel Vangelo di S. Giovanni Gesù può presentare se stesso come “io sono” nel senso che nella sua umanità Dio è presente accanto agli uomini ed è presente un Dio che ama e che salva.

Riassumendo:

Siamo partiti da Gesù uomo perché è il punto di partenza più immediato. Gesù uomo lo possiamo vedere e ascoltare, abbiamo poi tentato di riconoscere che nell’umanità di Gesù bisogna poter riconoscere, nella fede, la gloria stessa di Dio.

Poi abbiamo ricordato il tema della carne

«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…».

Proprio per questo motivo Gesù è in mezzo a noi. Lo si può vedere e incontrare. Si muove in una geografia concreta, in uno spazio concreto. Però quella avventura che, dal punto di vista spaziale, appare limitata, in realtà è trascendente perché l’origine di Gesù non è Nazaret, ma è il Padre; il traguardo della vita di Gesù non è Gerusalemme, ma è ancora il Padre.

Per questo motivo la vita di Gesù è significativa, non semplicemente per quelle alcune persone che l’hanno visto, ma per l’intero cosmo.

Bisogna imparare a riconoscere questo mistero: da dove Gesù viene e dove Gesù va. Questo vuol dire riconoscere in Gesù essenzialmente il mandato, colui che è nel mondo non per sua volontà, ma per la volontà del Padre che lo ha mandato.

La sua sottomissione perfetta al Padre diventa rivelazione altrettanto perfetta.

Questa è la logica del Vangelo di S. Giovanni in cui la persona di Gesù e la sua avventura umana è fondamentalmente presentata come quella del Rivelatore, di colui cioè che introduce nella storia del mondo la stessa presenza salvifica di Dio.

Testo da registrazione – non rivisto dal relatore – U.C.I.I.M. – Sezione di Reggio Emilia – Via Prevostura 4