IL VANGELO DI S. GIOVANNI – 1

U.C.I.I.M.
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi
Sezione di Reggio Emilia (Via Prevostura 4)

Il Vangelo di S. Giovanni

Un Vangelo originale:
genere letterario e struttura del quarto Vangelo

1991

Ci chiediamo anzitutto quale sia il genere letterario del Vangelo secondo Giovanni. Ci chiediamo cioè quali interessi e preoccupazioni abbiano mosso l’autore a scriverlo.

Di Gesù si può scrivere in tanti modi; hanno scritto in un modo i Vangeli sinottici che ci offrono delle narrazioni sulla vita di Gesù, ha scritto S. Paolo in un altro modo dandoci riflessioni teologiche sul mistero di Gesù.

Qual era invece l’intenzione di S. Giovanni?

Qualcuno, come il famoso Loisy, ha scritto che il Vangelo di S. Giovanni è una serie di meditazioni teologiche su Gesù, lasciando capire che il Vangelo di Giovanni non ha molto a che fare con la storia, mentre ha molto a che fare con la teologia e con la spiritualità.

Dice Loisy che S. Giovanni non aveva alcuna intenzione di ricordare i fatti e le effettive parole pronunciate da Gesù, perché il suo interesse era piuttosto quello di manifestare il significato che l’avvenimento di Gesù ha per la vita del credente.

Quindi l’interesse sarebbe stato al di fuori della sua prospettiva, perché la sua intenzione era quella di offrire delle riflessioni spirituali.

Oggi noi ci chiediamo se questo è vero e, per fortuna, lo stesso autore del Vangelo ci offre una piccola chiave che ci serve per capire le sue intenzioni.

La troviamo alla fine del capitolo 20, in quel brano che costituiva la chiusura della prima edizione del Vangelo secondo S. Giovanni:

«[30]Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. [31]Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 30-31).

In queste parole di Giovanni ci sono alcune indicazioni molto preziose per noi.

S. Giovanni dice di aver fatto una scelta del materiale che poteva essere usato «molti altri segni fece Gesù….. ma non sono stati scritti in questo libro».

È evidente che S. Giovanni afferma di non aver voluto dire tutto quello che si sarebbe potuto dire sulla vita di Gesù. Non voleva quindi soddisfare la curiosità dello storico perché non aveva la preoccupazione di raccontare tutto quello che pure lui sapeva.

Quello che Giovanni ha raccontato lo esprime con una parola strana, ma tipica del quarto Vangelo: «molti altri segni».

“Segno” è una parola che il Vangelo di S. Giovanni preferisce usare per indicare quelli che nei Vangeli sinottici sono i miracoli.

Ora quello che è caratteristico del “segno” è che mette in movimento non solo l’occhio o l’orecchio per vedere un’immagine o percepire un suono, ma muove l’intelligenza per capire il significato di quello che si vede.

S. Giovanni indica anche lo scopo per cui ha scritto: «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio». Quindi il suo scopo è quello di suscitare, o meglio dinutrire la fede. Perciò S. Giovanni presenta il suo Vangelo come un’opera a tesi, con cui intende proporre non solo dei fatti, ma un modo di interpretarli secondo la fede. Dopo aver letto il Vangelo di S. Giovanni il lettore è dunque invitato a credere.

Lo stesso evangelista lo dice esplicitamente: «io scrivo perché voi crediate». Perciò è una provocazione, un invito alla fede.

E qual è il contenuto di questa fede? «Crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio».

Gli esperti dicono che in questa affermazione l’accento è posto sulla parola “Gesù”.

Feuillet infatti scrive così:

“Contrariamente a quanto si ritiene, lo scopo dell’evangelista non è solo dimostrare che Gesù è il Messia e il Figlio di Dio, cosa che era già nota da molto tempo, ma piuttosto di sottolineare che non c’è distinzione tra Gesù di Nazaret che viveva e predicava in Galilea e in Giudea e il Cristo della fede, il Figlio di Dio presente nella Chiesa che continua a santificare le anime con i Sacramenti”.

Mi spiego meglio. L’espressione “Gesù è il Cristo” può essere letta e interpretata in due modi diversi.

Può essere letta come risposta alla domanda “Chi è Gesù di Nazaret, la cui risposta è: “Gesù di Nazaret è il Messia”.

Ma può essere anche letta come risposta alla domanda: “Chi è il Cristo”, la cui risposta è: “I1 Cristo è Gesù di Nazaret”.

Da un secolo a questa parte si usa fare distinzione fra le due parole “Gesù” e “Cristo”. Se con la parola “Gesù” si intende un avvenimento storico, cioè l’uomo Gesù di Nazaret, con la parola “Cristo” si intende una esperienza di fede, il mistero della salvezza.

L’ottica di S. Giovanni sembra proprio essere quella di affermare che non c’è distinzione fra quel Gesù di Nazaret di cui conosciamo le parole e i gesti e quel Cristo che nella vita della Chiesa viene celebrato e incontrato attraverso i Sacramenti.

Il Cristo è il Gesù dèlla storia e il Gesù della storia è il Cristo della fede. Se le cose stanno così, comprendiamo anche perché i principali destinatari del nostro libretto siano i credenti.

Sembra infatti che Giovanni non abbia scritto per dei pagani per invitarli alla fede, ma abbia scritto per i cristiani, per nutrire e arricchire la loro fede.

Ai credenti viene proposta una rilettura della vita di Gesù in modo che l’esperienza di fede, che essi quotidianamente vivono nella Chiesa, sia il più possibile fedele in riferimento al Gesù della Storia.

L’intenzione di Giovanni non è dunque quella di scrivere una biografia di Gesù, né quella di scrivere un’opera di pura teologia. Parla invece di Gesù che è il Cristo unendo la dimensione storica con quella della fede.

A questo punto potremmo semplicemente dire che il Vangelo di S. Giovanni è un Vangelo.

È significativo che quando la Chiesa si è trovata fra le mani i libretti di Matteo, Marco, Luca, Giovanni non li abbia chiamati “Vite di Gesù” o “Ricordi dei discepoli”, ma li abbia chiamati “Vangeli”. E “vangelo” vuole dire: “proclamazione di una salvezza, proclamazione di un’opera di Dio che trasforma la vita del mondo e che apre all’uomo un cammino di speranza”.

Siamo quindi arrivati a una conclusione di per sé lapalissiana: il quarto Vangelo è un Vangelo.

Questa affermazione non è così banale come potrebbe sembrare, perché ci aiuta a collocarci nella prospettiva del genere letterario di quest’opera che pretende di mettere insieme le due dimensioni della fede e della storia.

Qualsiasi frattura tra queste due dimensioni si allontana dall’intenzione di S. Giovanni.

A questo punto dobbiamo fare un passo ulteriore citando Clemente di Alessandria che ha scritto una frase diventata poi famosa: “Dopo che il corporeo ci era stato rivelato nei primi tre vangeli, S. Giovanni ha prodotto il Vangelo spirituale”.

Da allora in poi è tradizione indicare il quarto vangelo come Vangelo spirituale.

Per Clemente di Alessandria questa affermazione è un elogio fatto a S. Giovanni, il cui simbolo è l’aquila perché capace di innalzarsi per vedere e giudicare dall’alto la realtà con una capacità di intuizione molto più profonda.

Clemente di Alessandria ha inteso dire questo, ma la sua definizione è stata presa a rovescio dai moderni. Dall’illuminismo in poi un Vangelo spirituale suscita sospetti. L’aggettivo “spirituale” fa pensare a un Vangelo non così rispettoso della storia e siccome quello che interessa è la verità storica, il Vangelo spirituale interessa poco. Quando infatti, dal XIIX secolo in poi, si tenta di ricostruire i dati storici sulla vita di Gesù, il Vangelo di S. Giovanni è normalmente messo da parte.

Gli storici preferiscono concentrarsi sui vangeli sinottici e in particolare sul Vangelo di Marco ritenuto erroneamente il più semplice e ingenuo e il meno teologico.

Ci interessa notare la diversa valutazione: i sinottici ci avrebbero dato il corporeo, quindi l’aspetto esterno della storia di Gesù; S. Giovanni avrebbe dato lo spirituale, quindi il valore interiore, profondo.

Nasce così il problema della distinzione tra i vangeli sinottici e il vangelo di S. Giovanni.

Quando Grisbac alla fine del secolo XIIX inventa quel libro stupendo e utilissimo che è la Sinossi, utilizza i primi tre Vangeli escludendo il quarto perché la sua struttura e il suo contenuto lo rende, per molti aspetti, diverso dagli altri tre Vangeli.

Se i Vangeli secondo Matteo, Marco, Luca sono fondamentalmente costruiti sulla stessa struttura (prima c’è il ministero di Gesù in Galilea, poi c’è il viaggio verso Gerusalemme, poi gli avvenimenti a Gerusalemme), il Vangelo di Giovanni non ha affatto questa struttura.

Nei sinottici Gesù va a Gerusalemme solo una volta, al termine della sua vita (a parte il Vangelo dell’ infanzia).

Nel vangelo di Giovanni Gesù è molte volte a Gerusalemme. Ve lo troviamo già al capitolo 2, poi lo ritroviamo in occasione di tre Pasque, per la festa dei Tabernacoli, per la festa della dedicazione del Tempio e in occasione di un’altra festa di cui non sappiamo il riferimento preciso. Quindi, secondo il 4 Vangelo, si potrebbe dire che Gesù è più a Gerusalemme che non in Galilea, mentre nei sinottici è molto più in Galilea che non a Gerusalemme.

È quindi difficile collocare fianco a fianco i tre Vangeli Sinottici e il Vangelo di S. Giovanni.

In realtà oggi si fanno le sinossi dei quattro vangeli, quindi si tenta di fare questo accostamento, però la differenza effettivamente c’è e vale la pena notarla.

E non è solo differenza di struttura, di ordine con cui i fatti vengono raccontati, ma è anche differenza di ottica.

Prendiamo, ad esempio, alcuni elementi per vedere le differenze tra il Vangelo di S. Giovanni e i Vangeli sinottici.

Vediamo i miracoli che sono naturalmente una parte notevolissima del materiale evangelico.

Il Vangelo di Giovanni ne ricorda solo sette: le nozze di Cana, la guarigione del figlio dell’ufficiale regio, la guarigione del paralitico della piscina di Betzaetà, la moltiplicazione dei pani, Gesù che cammina sulle acque, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro.

(Ci sarebbe anche la pesca miracolosa del cap. 21, ma per ora la lasciamo da parte). Quindi fondamentalmente sono sette miracoli e di questi sette praticamente solo due sono comuni con i Vangeli sinottici: la moltiplicazione dei pani e Gesù che cammina sulle acque.

Ce n’è un terzo su cui rimangono alcuni dubbi: la guarigione del figlio dell’ufficiale regio che sembra corrispondere alla guarigione del servo del centurione dei vangeli sinottici. Ci sono sufficienti somiglianze per poter pensare a un rapporto, e ci sono però anche sufficienti differenze per pensare che siano due episodi diversi.

Per quel che riguarda gli altri miracoli, il materiale di S. Giovanni è proprio, non si trova nei vangeli sinottici.

Ma quel che è più importante ancora è che il modo come vengono raccontati i miracoli sembra diverso.

Ad esempio, cosa vuole dire la guarigione del cieco nato? Per S. Giovanni non ci sono dubbi: la guarigione del cieco nato è la rivelazione che Gesù è la luce del mondo.

«[12](…)Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12)

Nel racconto della guarigione del cieco nato (cap. 9), il miracolo è narrato nei primissimi versetti:

«[5]Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». [6]Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco [7]e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva» (Gv. 9, 5-7).

Già al versetto 7 si conclude il racconto del miracolo, ma il discorso va avanti fino al versetto 41: ci sono ancora 34 versetti nei quali ci si chiede “chi è Gesù”. Se lo chiedono i Giudei, se lo chiedono le folle. C’è tutta una serie di personaggi che devono prendere posizione rispetto a Gesù, fino a quando il cieco nato, alla fine del capitolo, si prostra davanti a Gesù e riconosce che Egli è davvero il Figlio dell’Uomo.

C’è quindi un problema che riguarda non tanto la guarigione del cieco, ma l’identità di Gesù. La guarigione del cieco è una rivelazione su “chi è Gesù”.

E ciò che vale per questo miracolo sembra valere anche per gli altri. Anche nella moltiplicazione dei pani Gesù dice: «Sono io il Pane della vita» (Gv 6, 35). Anche questo miracolo perciò sembra quasi un pretesto per il grande discorso che Gesù tiene nella Sinagoga di Cafarnao per presentare se stesso come nutrimento che viene dal cielo per dare la vita al mondo. Allora i miracoli, nel Vangelo di Giovanni, vanno insieme con un’ampia interpretazione che può essere presentata in un discorso (moltiplicazione dei pani), in una discussine (dopo la guarigione del cieco nato) in una professione di fede esplicita (la professione di fede di Marta dopo la risurrezione di Lazzaro) ecc.

In ogni modo l’attenzione è rivolta all’identità di Gesù, non a quello che fa, ma a quello che Gesù è.

E questa differenza trova riscontro anche nel materiale che riguarda gli insegnamenti di Gesù.

La prima cosa sorprendente è che il Vangelo di S. Giovanni racconta tutte le istruzioni di Gesù ai suoi discepoli in un’unica occasione: quella dell’ultima cena. I capitoli 13-14-15-16 del Vangelo di Giovanni sono discorsi fatti ai discepoli il giorno prima di morire. Nei Vangeli sinottici le istruzioni agli apostoli trovano posto in tutto il Vangelo, invece S. Giovanni le ha raccolte in un’unica occasione. Ma questa sarebbe ancora una differenza esterna.

Quello che sorprende molto di più è che il linguaggio usato da Gesù nel 4 Vangelo è diverso da quello che ritroviamo nei sinottici. In questi ultimi Gesù usa un linguaggio colorito, vivo, adatto alla mentalità popolare: usa le parabole, quindi parla di lievito, di seminatore, di seme, di uccelli ecc. Invece nel 4 Vangelo questo linguaggio sembra scomparire dietro l’emergere di altre parole, di altri termini fondamentali come vita, luce, gloria, verità.

Sembra di passare da una descrizione di immagini della realtà a una riflessione dottrinale certamente profonda.

Il Vangelo di S. Giovanni non ha le grandi parabole dei Vangeli sinottici. Alcune ci sono, ma molto brevi e notevolmente diverse da quei lunghi racconti come “il figlio prodigo”, “il buon samaritano” che sono così importanti nei Vangeli Sinottici.

Perché questa differenza? Un autore scrive così:

“Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al fatto che per lo più in questo gruppo di discorsi riferito da Giovanni, Gesù si rivolge a un uditorio alquanto differente da quello presupposto dai sinottici, dove esso è costituito in genere da contadini della Galilea. Nei capitoli 7-10 di Giovanni invece gli uditori sono rabbi di Gerusalemme o simili ed è giusto sottolineare che non ci si può attendere lo stesso genere di argomentazioni nelle discussioni coi rappresentanti della classe colta e con la semplice gente dei campi.

Al contrario è logico che si cerchi di scendere sullo stesso terreno dei propri critici e dibatterli con le loro stesse armi”.

Questo autore dunque dice che la differenza è probabilmente il frutto della differenza degli uditori.

Nei Vangeli sinottici Gesù viene presentato come il predicatore alle folle; nel Vangelo di S. Giovanni Gesù diventa quello che discute con le autorità religiose.

Si può immaginare perciò che Gesù abbia cambiato il modo di esprimersi secondo gli uditori ai quali si rivolge.

E questo è un ragionamento giusto e corretto, ma non risolve il problema alla radice.

Nei Vangeli sinottici ad esempio, Gesù discute con gli avversari, con le autorità giudaiche (scribi e farisei), ma usa le parabole. Inoltre il linguaggio che Gesù usa nel 4 vangelo è stranamente molto vicino al linguaggio delle lettere di S. Giovanni (soprattutto la prima).

È vero che si può dire che Giovanni ha imparato il suo linguaggio da Gesù, ma qualcuno potrebbe anche dire che Giovanni ha messo sulla bocca di Gesù il suo modo di esprimersi: quello che corrisponde a una sua visione teologica.

Aggiungete che anche il contenuto dei discorsi è diverso.

Infatti il contenuto fondamentale della predicazione di Gesù secondo i Vangeli sinottici è il Regno di Dio.

Si può dire che tutte le parabole di Gesù girano intorno a questo annuncio fondamentale. Gesù si presenta come l’araldo che annuncia la venuta di Dio come Re che prende in mano la Storia e la condizione degli uomini. Se Gesù presenta dei comandamenti è perché questi sono le esigenze del Regno. Le “Beatitudini”, ad esempio, sono le esigenze fondamentali del Regno per cui se uno vuole entrare nel Regno di Dio deve essere povero in spirito, mite, costruttore di pace…, deve compiere cioè quelle condizioni di ingresso che le “Beatitudini” rappresentano.

Perciò le beatitudini sono in prospettiva del Regno. E le parabole pure: «Il Regno dei cieli è come…».

Invece nel Vangelo secondo Giovanni il Regno di Dio sembra scomparire, non se ne parla. In un’unica occasione, nel dialogo con Nicodemo, Gesù dice:

«se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3, 3).

In tutto il resto del Vangelo non si parla di Regno di Dio. Si parla invece della persona di Gesù, della identità di Gesù. Anche nel racconto dei miracoli per S. Giovanni non è tanto importante quello che Gesù fa, quanto ciò che si capisce di Lui, della sua identità.

La preoccupazione di Giovanni è quella di far risaltare l’identità del Signore. Per questo usa sette volte la formula caratteristica «Io sono».

(io sono il pane della vita, io sono il buon pastore, io sono la porta delle pecore, io sono la risurrezione e la vita, io sono la via, la verità, la vita), perché si tratta di identificare Gesù come colui nel quale la vita di Dio è presente.

Anche nelle discussioni sul sabato, mentre nei sinottici discute se di sabato sia lecito fare del bene o del male, guarire una vita o perderla, cioè discute sulla giusta interpretazione della legge del sabato, nel Vangelo di Giovanni, Gesù discute soltanto se lui abbia o no l’autorità di operare in giorno di sabato come fa Dio.

«Il mio Padre opera sempre e anch’io opero» (Gv 5, 17).

Se Gesù guarisce in giorno di sabato è semplicemente perché è il Figlio di Dio, perché è plenipotenziario di Dio perciò quello che fa Dio lo fa anche Lui. Il discorso riguarda ancora l’identità di Gesù. Il problema centrale è dunque Gesù: se Egli sia davvero il Figlio che ha l’autorità di agire come il Padre.

A questo punto possiamo rifarci la domanda: se ci sono queste diversità di prospettiva possiamo ancora dire che il Vangelo secondo Giovanni è un vangelo come sono Vangeli i sinottici?

Possiamo rispondere che anche se ci sono diversità, fondamentalmente il Vangelo di Giovanni riprende l’ottica dei sinottici perché il contenuto del Vangelo di Giovanni è lo stesso di quello dei sinottici: gli eventi che vanno dal Battesimo di Gesù alla sua risurrezione.

Il Vangelo di Giovanni comincia infatti con il Battesimo di Gesù e procede fino alla sua Risurrezione, fedele al contenuto del Vangelo, secondo tutta la tradizione. Ricordiamo infatti che, dopo la Risurrezione di Gesù, quando si vuole sostituire Giuda Iscariota nel collegio dei Dodici per ristabilire quel numero che aveva come tale grande importanza, la condizione per scegliere il sostituto di Giuda la dichiara Pietro:

«[21]Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, [22]incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione» (At 1, 21-22).

E questo perché il Battesimo di Giovanni è esattamente l’inizio del Vangelo. Ci possiamo chiedere: perché Giovanni avrebbe scelto uno schema narrativo tradizionale se la sua intenzione fosse stata puramente teologica?

Certamente gli interessa la teologia, gli interessa il significato spirituale, ma non solo. Gli eventi che costituiscono il Vangelo di Giovanni sono collegati tra loro da un movimento che, dal punto di vista teologico, appare come lo scontro tra la rivelazione e l’incredulità, ma che nello stesso tempo, da punto di vista storico, esprime il dramma dello scontro tra Gesù e i suoi avversari. In altri termini: gli avvenimenti della vita di Gesù, come Giovanni li racconta, non sono solo interpretati dal punto di vista teologico, ma sono anche giustificati dal punto di vista storico.

In particolare Giovanni vuole giustificare dal punto di vista storico la passione e la morte di Gesù, vuole spiegare come mai sia avvenuto ciò e lo spiega appunto con quella tensione e contrasto con le autorità giudaiche che diventa sempre più intenso nel corso del Vangelo.

Il che dimostra che Giovanni aveva la prospettiva storica. A questo si aggiunga il fatto che il 4 Vangelo conosce una serie di indicazioni cronologiche e geografiche che non hanno nessun valore teologico e che sono comprensibili solo per un ricordo storico.

L’esempio che viene sempre portato è quello della famosa piscina dei cinque portici che Lòisy, ad esempio, pensandola pentagonale, aveva considerato come un’immagine tipicamente simbolica e ideale.

E invece la piscina a cinque portici è esistita e l’archeologia l’ha in qualche modo ricostruita. Vuol dire che il simbolo, se c’è, va insieme con la realtà che Giovanni non aveva semplicemente immaginato perché si trattava di una piscina reale.

E quello che vale per la piscina di Betzaetà, vale per numerose altre annotazioni di tipo cronologico e geografico.

Stranamente Giovanni ne ha più dei Vangeli sinottici e, dal punto di vista storico, sono generalmente fondate e precise, nonostante il Vangelo di Giovanni sia stato scritto quando ormai della Gerusalemme di Gesù era rimasto ben poco.

Ciò significa che dietro queste annotazioni c’è un ricordo storico.

Per rispondere dunque alla domanda da cui eravamo partiti, bisogna tenere presenti tutti i dati: sia le differenze che le somiglianze e la risposta non può che essere sfumata.

In fondo, torniamo alla definizione di Clemente di Alessandria: “Il Vangelo secondo Giovanni è il Vangelo spirituale”.

Tutti i Vangeli sono spirituali, perché tutti presentano la vita di Gesù come annuncio di salvezza, quindi tutti la interpretano nell’ottica della fede. Ma quello che vale per tutti i Vangeli, vale in modo ancora più profondo e luminoso per il Vangelo di Giovanni.

Possiamo fare qualche esempio. Nel capitolo 2 del Vangelo di Giovanni c’è l’episodio famoso della purificazione del tempio, episodio che ha un parallelo nei sinottici, anche se la collocazione è diversa.

«[19] Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2, 19).

In questo brano ci sono chiaramente due livelli di comprensione di Gesù. è una frase testimoniata in qualche modo anche dai sinottici ed è una delle accuse che viene portata contro Gesù al momento del processo.

Ma il Vangelo di Giovanni ha riletto in queste parole l’annuncio del mistero pasquale. Gesù si presenta chiaramente come il “tempio” di Dio e allude alla sua morte e alla sua risurrezione.

Ci sono anche altri testi in cui l’umanità di Gesù è presentata come il tempio di Dio. E siccome il tempio è il luogo dove Dio è presente e si manifesta agli uomini, non c’è un luogo dove Dio sia così presente e si manifesti in modo così luminoso come nella umanità di Gesù.

«[14]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria» (Gv 1, 14).

Quindi la carne di Gesù rivela la gloria di Dio, il volto di Dio.

«[18]Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha fatto conoscere» (Gv 1, 18).

Quindi siccome l’umanità di Gesù è il luogo terreno e umano dove si rivela la gloria di Dio, allora si può dire che l’umanità di Gesù è il vero tempio di Dio. Però S. Giovanni dice che la comprensione degli apostoli non era stata immediata. Essi avevano capito che Gesù annunciava la costruzione del tempio messianico (cfr. Ez. 40-43) ma dopo la risurrezione hanno capito che questo tempio messianico era l’umanità di Gesù.

Solo dopo la risurrezione infatti:

«[22] (…) si ricordarono – le parole di Gesù e allora – credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù» (Gv 2, 22).

S. Giovanni così ci dà una chiave molto preziosa per capire come è nato il suo Vangelo: è nato sì dal ricordo delle parole e delle opere di Gesù, ma dal ricordo pasquale, cioè da quello che le parole e le opere di Gesù hanno significato dopo la Pasqua per i credenti.

Non è quindi un ricordo puramente esterno, ma il ricordo che viene dall’esperienza del Signore Risorto e dall’incontro con Lui.

Incontrando il Signore come “Vivente” si percepisce e si comprende in modo nuovo quello che Gesù ha detto e fatto.

Che questa sia la vera ottica, S. Giovanni ce lo insegna nei discorsi di Gesù dell’Ultima Cena, quando egli annuncia il dono dello Spirito Paraclito il quale viene chiamato “Spirito di verità”.

Ora, la parola “verità” nel Vangelo secondo Giovanni significa fondamentalmente “rivelazione”, quindi lo Spirito di verità è quello che permette di comprendere la rivelazione e di entrare nel mistero di Dio. Dello Spirito Santo Gesù dice:

«[25]Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. [26]Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 25-26).

Dunque lo Spirito Santo viene mandato per insegnare.

In realtà il Maestro è stato Gesù che non ha fatto altro che insegnare ai discepoli. Ma viene lo Spirito Santo che farà anche lui il Maestro, sarà un secondo Maestro. Che cosa farà di caratteristico?

«Farà ricordare quello che io vi ho detto».

E questo “ricordare” non è solo un rinfrescare la memoria, ma si tratta di capire in profondità quello che prima era chiaramente incomprensibile. Infatti la Rivelazione è strutturalmente superiore all’intelligenza dell’uomo. Tutte le volte che Gesù nel Vangelo rivela qualche cosa, gli uomini regolarmente non capiscono perché prendono le parole di Gesù e le portano a livello della loro esperienza rendendole equivoche. Ma la parola di Gesù è a livello della rivelazione di Dio, non dell’esperienza dell’uomo.

Questo è evidente nel dialogo tra Gesù e Nicodemo. Quando Gesù parla del “nascere di nuovo”, Nicodemo capisce secondo la logica umana, e dal punto di vista umano è impossibile rinascere.

Perciò le parole di Gesù sono incomprensibili perché non parlano dell’esperienza del rinascere fisico, ma della rivelazione dell’opera di Dio, compiuta per mezzo del dono dello Spirito.

Anche nell’Ultima Cena, quando Gesù si mette a lavare i piedi ai suoi discepoli e Pietro non vuole lasciarsi servire, Gesù gli risponde:

«[7]Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» (Gv 13, 7).

“Tu ora non lo capisci” non è un giudizio sull’intelligenza di Pietro. È invece un giudizio sulla Rivelazione. Adesso non è ancora comprensibile il senso vero delle sue parole e dei suoi gesti. Dopo la morte e la risurrezione allora si capirà che la lavanda dei piedi era l’annuncio della morte. Adesso Pietro, al massimo, lo può comprendere come un gesto di umiltà di Gesù e questo è vero, ma è insufficiente per capire il gesto che il Signore ha compiuto. “Lo Spirito Santo vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto” (Gv 14, 26).

Questo significa che la comprensione non è data solo da una percezione sensibile, ma è il frutto di una illuminazione spirituale.

Non c’è dubbio che il Vangelo di S. Giovanni è quello che ha la teologia più elevata e ciò significa che Gesù viene presentato come il Figlio di Dio, come la rivelazione eterna del Padre.

Però, leggendo il Vangelo, noterete anche che S. Giovanni insiste più degli altri Vangeli sulla umanità di Gesù. A Gesù viene attribuito il titolo di “uomo” più di frequente che negli altri Vangeli.

Giovanni insiste moltissimo sull’uomo Gesù, sulla carne di Gesù, perché è la carne che diventa rivelatrice.

La teologia di S. Giovanni è costruita sul versetto del prologo “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Noi abbiamo visto la carne; però nella carne abbiamo visto la gloria, cioè nella umanità abbiamo visto la divinità. Non si possono separare le due cose, perché è solo attraverso la carne che la divinità si rivela ed è certamente solo attraverso una “percezione di fede” della carne che la divinità può essere percepita e creduta. L’ottica del Vangelo di Giovanni è dunque quella di unire indissolubilmente le due dimensioni: quella storica e quella della fede, quella concreta (la carne di Gesù) e quella spirituale (la divinità, la gloria di Gesù).

Il Padre Mollat a proposito scrive:

“Durante la sua vita terrena Gesù ha usato un linguaggio enigmatico, misterioso, incompreso. Doveva seguire un secondo tempo: quello della rivelazione perfetta dopo la Risurrezione. Maestro ne sarà lo Spirito Santo che parlerà in nome del Risorto, ricordando e insegnando ai discepoli quello che Gesù aveva detto loro, conducendoli a tutta la verità. Col Vangelo di Giovanni siamo a questo secondo stadio: quello del Vangelo nella luce piena dello Spirito.

Vero esegeta delle figure di Gesù, egli fa apparire i misteri che esse nascondono: Tempio nuovo – nuova nascita – culto in Spirito e verità. Pane di vita – acqua spirituale, elevazione del Figlio dell’uomo. Sono tutti termini che hanno bisogno di comprensione spirituale. La elevazione può essere riferita all’innalzamento materiale sulla croce, ma deve essere compresa come innalzamento alla gloria del Padre. 11 pane di vita può essere riferito a quel pane che Gesù ha dato, ma deve essere compreso anche in riferimento a quel pane che Gesù è. E così via”.

Quindi il Vangelo di Giovanni si muove in questa linea di interpretazione, A questo punto dovremmo tentare di illustrare la struttura del quarto Vangelo, ma ci resta solo il tempo per dire gli elementi fondamentali.

La Bibbia di Gerusalemme presenta già una struttura: basta essere attenti ai titoli dei singoli brani, a come sono organizzati (naturalmente i titoli non fanno parte del Vangelo, ma sono stati dati dai curatori).

Tutti gli studiosi sono praticamente d’accordo nell’articolare il Vangelo di Giovanni in due grandi sezioni:

  • una comprende i capitoli 1-12;

  • l’altra va dal capitolo 13 al 20.

I capitoli 1 – 12 sono la rivelazione progressiva storica di Gesù e sono la risposta degli uomini a questa rivelazione progressiva. Qualcuno ha intitolato questi 12 capitoli “il libro dei segni” e ciò significa che ci sono eventi della vita di Gesù che rivelano la sua identità.

Di fronte a questa rivelazione gli uomini rispondono, in massima parte, con il rifiuto.

E il capitolo 12 termina con un brano che è una specie di bilancio, ire parte negativo

«[37]Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui; [38]perché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra parola?» (Gv 12-37-38).

Il capitolo seguente, cioè il 13, comincia così:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

Per questo alcuni autori intitolano la seconda parte del Vangelo “il libro dell’ora di Gesù”.

Prima ci sono i segni come inizio della rivelazione, poi c’è l’Ora come compimento della Rivelazione stessa.

Di fronte ai segni S. Giovanni sottolinea l’incredulità degli uomini; di fronte all’ora sottolinea la presenza dei discepoli come coloro che Gesù ha amato.

Si potrebbe dire che la struttura del Vangelo corrisponde a quel versetto del Prologo che dice:

«[11]Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.[12]A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 11.12).

E la dialettica del Vangelo è esattamente questa: rivelazione – incredulità – fede.

Con l’Ora di Gesù la rivelazione viene portata a compimento e nel momento in cui Gesù viene innalzato sulla Croce comincia ad attirare a se il mondo intero.

I discepoli sono primizie di questo mondo che viene attirato alla Croce del Signore. Questa è la struttura fondamentale. Poi naturalmente bisogna distinguere i singoli brani.

Qualcuno li distingue secondo le feste giudaiche, altri dividono in modo diverso, ma fondamentalmente la divisione degli episodi è abbastanza facile, anche perché il Vangelo di S. Giovanni non ne ha tantissimi e tende piuttosto a raccontare ogni episodio abbastanza diffusamente.

Teniamo presente un’ultima cosa: siccome il Vangelo di Giovanni ha due conclusioni, una al capitolo 20 e una al capitolo 21, pare che il capitolo 21 sia stato aggiunto in una seconda edizione, anche se dal punto di vista dei manoscritti questa differenza di edizioni non è testimoniata.

Poi il Vangelo di S. Giovanni comincia con il prologo (vv. 1-18) che costituisce evidentemente un brano a parte, ponendo molti problemi dal punto di vista critico.

Quello che ci interessa però è che il prologo fa da chiave di lettura di tutto il Vangelo perché praticamente contiene i temi che il Vangelo svilupperà. Nel Vangelo i temi sono inseriti dentro a narrazioni; nel prologo invece i temi sono riflessione teologica pura. E’ la riflessione dell’apostolo Giovanni che ha come colto il succo delle rivelazione del Vangelo e lo ha posto come chiave di interpretazione.

Se si vuole capire il Vangelo di Giovanni, lo si deve leggere alla luce di questo versetto:

«[18]Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1, 18).

Testo da registrazione – non rivisto dal relatore – U.C.I.I.M. – Sezione di Reggio E. – Via Prevostura 4