IL VANGELO DI MARCO

Chiesa Vescovile di San Giorgio – Reggio Emilia

Scuola di preghiera per i giovani

Il Vangelo di Marco

5 Ottobre 1993 (1° incontro)

Tema: Mc 1, 14-20: Il Regno di Dio è vicino. Seguitemi

Il Vangelo che abbiamo ascoltato ha due parti:

  • c’è il grande annuncio del Regno di Dio, che Gesù semina in tutti i villaggi della Galilea;

  • poi c’è la chiamata dei primi discepoli a seguire Lui, Gesù.

Il legame tra i due brani è evidente: i discepoli vengono chiamati al servizio del Regno di Dio: Gesù è il grande annunciatore del Regno, i discepoli debbono accompagnarlo, per potere dilatare la sua attività. Dovranno diventare pescatori di uomini, cioè chiamare gli uomini alla conversione e alla fede. Dovranno fare ciò che ha fatto Gesù: donare, annunciare, trasmettere la salvezza agli uomini, proclamando il Vangelo.

Dobbiamo partire dalla riscoperta del significato, della ricchezza, della grandezza di questo Vangelo, perché da questo dipende tutto. Questo è il contenuto della missione di Gesù e di ogni vocazione cristiana.

Quale che sia la vocazione di una persona, è chiamata, come cristiano, al servizio del Regno, ad accogliere ed a vivere il Vangelo del Regno di Dio.

Per noi un brano di questo genere è preziosissimo: ci aiuta a capire il senso della nostra vita e il valore della nostra vocazione.

Qual’è questo annuncio? Dice Gesù: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo»: il tempo ormai è maturato, siamo vicini al momento in cui ci sono i frutti, il raccolto; il tempo della preparazione e dell’attesa sta per terminare, ormai siamo al punto di arrivo del lungo cammino della storia della salvezza.

Avviene come agli Ebrei nella notte di Pasqua: escono dall’Egitto, dove sono rimasti per 400 anni; è il momento dell’intervento di Dio e quel popolo, schiavo, può incominciare il cammino della liberazione.

Il tempo ormai era maturo.

O pensiamo al giorno in cui dagli Ebrei, dopo 50 anni di permanenza in esilio in Babilonia, arriva il profeta a dire: «Consolate il mio popolo, perché è terminata la sua schiavitù». Anche lì il tempo era compiuto. Si poteva ritornare verso la vita e la gioia.

Questo è il senso: la salvezza è vicina alla vostra vita; adesso si realizza, la potete accogliere, vivere, sperimentare; il tempo che state vivendo non è il tempo ordinario, dove le cose continuano a ripetersi sempre uguali; è il tempo di crisi e di cambiamento rivoluzionario perché c’è la venuta di Dio; «Il Regno di Dio è vicino»: è vicino il governo di Dio, efficace sul mondo e sulla terra. Il Regno di Dio è il governo di Dio, la sua sovranità, il suo intervento di salvezza.

Questo non è solo un concetto religioso. Quello che Gesù annuncia è un cambiamento della storia e del modo di vivere; è la nostra vita quotidiana che viene toccata.

Quello che cambia non sono i momenti in cui si sta davanti al Signore in preghiera, ma la vita in famiglia, il lavoro, l’impegno in politica ecc. Dio viene a regnare su tutta la vita, su tutti i pensieri, i progetti e i comportamenti.

C’è un capovolgimento della storia che Gesù vuole annunciare. Come si può descrivere? Forse più con dei simboli che con delle definizioni precise.

Nel libro del profeta Daniele c’è una visione notturna, in cui il profeta vede uscire dal mare delle bestie spaventose: leone, leopardo, orso, addirittura indescrivibili per la loro forza e la loro crudeltà. Queste bestie, per il profeta, rappresentano i poteri che si sono succeduti nella storia degli uomini: da quello dei persiani a quello di Alessandro Magno ecc.

Il profeta vuole dire che nella storia c’è un peso di disumanità. La vita dell’uomo sulla terra è segnata da realtà di oppressione, violenza, inganno, cattiveria, che si presentano come potenti e che hanno un volto bestiale. L’uomo, purtroppo, ha dovuto conoscere, e deve ancora conoscere dei poteri oppressivi e disumanizzanti.

Poi il profeta vede un’altra figura, che non viene fuori dal mare ma dalle nubi del cielo, ed è una figura di uomo. Arriva davanti all’Antico di giorni, cioè davanti a Dio che è eterno e cha ha nelle sue mani il tempo, e Dio dà a quest’uomo un potere universale ed eterno. Dio annienta i poteri bestiali e crea un potere umano.

Questo è il Regno di Dio.

È paradossale perché uno direbbe che questo è il regno del Figlio dell’uomo. Ed è vero: è il Figlio dell’uomo che riceve il regno, ma lo riceve da Dio. Il Regno di Dio è proprio un mondo dove l’uomo è protetto, custodito e salvato nella sua umanità. È il mondo dove l’uomo è condotto alla perfezione della sua vocazione umana.

Quello che Dio vuole è che l’uomo sia uomo; che giunga alla pienezza della sua realtà umana. È questo il Regno di Dio, ed è questo che viene annunciato.

Anche pur rimanendo in mezzo alla storia, con tutte le sue ambiguità, sofferenze e tribolazioni, proprio qui Dio pianta il suo Regno, lo instaura. Lì dove c’è il Regno di Dio, l’uomo è portato alla pienezza della sua vocazione.

Dov’è questo Regno di Dio? Dov’è questo uomo nuovo, liberato dai poteri negativi e dove Dio si riflette?

Per il Nuovo Testamento la risposta non è difficile, questo uomo nuovo è Gesù di Nazaret. Egli è uomo perfettamente uomo, però su di lui Regna Dio: cioè non sono i soldi che lo spingono ad agire, né la voglia di potere, né la paura degli avversari. Ciò che lo spinge ad agire è Dio: egli è sotto la sua sovranità.

Gesù di Nazaret opera in armonia perfetta con Dio. Questo è il Regno di Dio. Gesù è il Regno di Dio perché sopra di Lui comanda Dio. Tutto il senso della missione di Gesù è di allargare questa esperienza, perché il Regno di Dio sia Gesù, ma anche Giacomo, Giovanni, Simone, Andrea… e poi la folla, la comunità cristiana, poi l’umanità intera e infine il cosmo. Per il Nuovo Testamento il cosmo intero, attraverso l’uomo, è chiamato ad entrare dentro alla sovranità di Dio.

In qualche modo Gesù diventa la sorgente di una umanità nuova, che vive secondo la logica dell’amore, della gratuità, della verità.

È vero che questa umanità nuova non è perfetta, però è anche vero che incomincia ad esistere: dove ci sono delle persone che credono, amano, spendono la loro vita gli uni per gli altri, che portano con sincerità il peso della vita e aiutano gli altri a camminare insieme, qui Gesù si è allargato, il Regno di Dio si è dilatato.

Se uno vuole capire la sua vocazione cristiana e appassionarsi per quello che è il progetto di Dio su di lui deve partire da qui, deve avere un desiderio infinito del Regno di Dio e di una umanità nuova, autentica, che vive ad immagine e somiglianza di Dio, nella quale l’amore di Dio si rifletta.

Bisognerebbe che uno avesse fame e sete di questo.

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia»: beati quelli che non si rassegnano ad un mondo falso o malato spiritualmente! Beati quelli che sanno sognare un mondo migliore e gli vanno incontro; che cominciano a camminarci, perché credono in Dio e nel progetto che egli ha sull’uomo; perché sanno che la gloria di Dio è l’uomo che vive. Dio desidera che l’uomo viva, e anche loro sono appassionati dell’uomo e gli vogliono bene: vogliono che l’uomo concreto viva. Quindi spendono quello che hanno per farlo vivere; con l’aiuto materiale, con l’impegno educativo, con un impegno sociale o politico, con tutto quello che volete, perché ogni uomo possa vivere il più pienamente possibile.

Gesù annuncia ed è al servizio di tutto questo.

Ora si capisce quello che viene dopo:

«Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono».

Queste persone hanno le loro abitudini e le loro sicurezze; ormai hanno costruito una vita fondamentalmente equilibrata, fatta di lavoro, di famiglia, di una sicurezza che si apre verso il futuro.

All’improvviso passa Gesù di Nazaret che ha una grande forza di attrazione, così grande che strappa le abitudini o le sicurezze del passato.

Il Vangelo di Marco dice che questo avviene nel contesto della vita quotidiana: Simone e Andrea gettavano le reti in mare, Giacomo e Giovanni riassettavano le reti.

Noi avremmo immaginato più facilmente che dei discepoli del Regno fossero stati chiamati nel tempio, mentre stavano pregando Dio, quindi in un contesto religioso; oppure in un momento in cui non erano soddisfatti della vita, delusi, avviliti nella solitudine, nell’isolamento, con il desiderio della novità.

Invece sono nel contesto quotidiano del lavoro, non stanno rimuginando sulla loro povertà o miseria, e lì, nel lavoro quotidiano li raggiunge il Regno di Dio, ci raggiunge il Regno di Dio.

Così è per noi. Anche noi non dobbiamo aspettarci delle esperienze particolari di estasi, nella preghiera, ma dove siamo nel lavoro o nella scuola o nell’impegno ecc. è lì che entra il Regno di Dio.

Cosa fa questo Regno di Dio?

«Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». Non viene rovinata la loro vita, ma viene dilatata, ingrandita, arricchita di significato. Questo è il significato di una vocazione.

Scoprire la propria vita come vocazione, vuole dire rendersi conto della sua ampiezza: la nostra vita è fatta di piccole cose, non siamo dei grandi eroi, né facciamo cose che sconvolgono il mondo. Eppure quando ci accorgiamo che la vita è una vocazione, quel piccolo frammento, segmento, che è la nostra vita, assume delle dimensioni molto più grandi, perché viene rapportato a Dio e ai nostri fratelli.

«Pescatori di uomini» vuole dire che la vostra vita avrà significato non solo per voi, ma anche per gli altri. Quello che farete, il tempo che impiegherete diventerà motivo di gioia anche per delle altre persone.

Qualcuno ha detto che non è uomo, chi non è padre, e voleva dire che il senso della vita dell’uomo è la fecondità, e l’uomo deve arrivare ad essere fecondo. La vocazione vuole dire questo: vi farò pescatori di uomini, capaci di produrre per gli uomini una speranza e una gioia.

Tutto questo si lega in concreto ad un personaggio, alla sua chiamata: ricordiamo nella vocazione di Abramo che il Signore gli ha detto: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre e va nella terra che io ti mostrerò». C’era quel verbo «VAI!», «PARTI!»

Qui c’è un altro verbo «SEGUIMI!».

Abramo va verso il futuro, quello che il Signore gli preparerà; i discepoli vanno anche loro verso il futuro, ma vanno in concreto dietro a Gesù di Nazaret.

Direbbe San Giovanni: «Il Verbo si è fatto carne», Dio si è fatto uomo, perché seguendo l’uomo che possiamo vedere, possiamo andare dietro a Dio che non riusciamo a vedere. Dio è al di là della nostra percezione e ci rimane misterioso; ma in Gesù Cristo, Dio si è fatto carne, lo possiamo vedere e seguire. Ormai in tutto il nostro cammino e nella nostra vocazione rispondiamo a Dio attraverso Gesù Cristo.

Gesù diventerà, per noi, la legge di Dio, la sapienza di Dio, la rivelazione di Dio, la giustizia di Dio. «SEGUITEMI!»

Per questo la vocazione cristiana ha come un aspetto di innamoramento (che forse non è la parola giusta), cioè porta a vedere la propria vita come legata indissolubilmente alla vita di Gesù e a non poterla più immaginare staccata da Lui, dalla sua parola, dalla sua esperienza.

Continua il Vangelo di S. Marco: «E subito, lasciate le reti, lo seguirono». «SUBITO», in Marco non ha un grande valore perché è un intercalare, lo usa di frequente. Eppure quando c’è da seguire il Signore è proprio l’avverbio giusto.

«Subito» non vuole dire che non ci sia il tempo della scelta, della riflessione, della maturazione. Però nel momento in cui uno parte questo «subito» risuona come il senso vero della sua esperienza: non c’è più tempo da perdere; d’ora in poi il legame con il passato e le abitudini è superato.

«Dimentico del passato…» – direbbe San Paolo – corro, mi proietto verso il futuro per la ricerca del Signore. Il Signore mi ha raggiunto ed io cerco di corrergli dietro, nell’esperienza piena della mia vita.

«(…) lasciate le reti»: bisogna lasciare per andare dietro al Signore; non per il gusto di lasciare, ma per il gusto di andare dietro a Lui. Perché è chiaro che se tu stai attaccato alle reti non puoi andare molto lontano dal lago; ti sposterai 20 o 50 metri, ma non di più e sarai bloccato lì. Le reti ti legano. Se vuoi ritrovare la libertà, ti toccherà lasciare lì le reti.

Naturalmente bisogna che ciascuno di noi rifletta sulle sue reti. Siamo attaccati alla comodità, per esempio; le comodità non sono un peccato, ma se non sei disposto a mollare le tue comodità, andrai poco lontano, le comodità ti tengono fermo, ti legano.

Lo stesso vale per le altre cose. Se le nostre «reti» sono le sicurezze, non ci allontaneremo più dalle nostre abitudini.

«Ormai ho fatto quel sentiero e sono sicuro che non mi gioca dei cattivi scherzi, allo tutti i giorni lo rifaccio. Mi allontano di 2 metri da una parte o dall’altra ma non di tanto, perché mi interessa la sicurezza». In questo modo non parti, sei sempre lì, nel passato.

Abbandonare le reti vuole dire la capacità di rischiare, non sul vuoto, sull’ignoto o per il gusto in sé del rischio, ma sul Vangelo e su Gesù Cristo. Bisogna che uno sia convinto che vale la pena rischiare su Gesù Cristo, che c’è un mistero di vittoria e di sapienza dentro alle parole e alla vita di Gesù.

Allora uno lascia le reti, anzi lascia anche la famiglia: «…essi lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono».

È significativo che anche nel secondo capitolo della Genesi, dopo la creazione dell’uomo e della donna, si dica: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unità alla sua donna, e i due saranno una carne sola». Il senso del matrimonio è anche in questo distacco dal passato, dalla famiglia di origine per costruire l’avventura di una famiglia nuova.

Quello che avviene nel matrimonio avviene, in modo simile, nella sequela del Signore: «lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono». E questo non va visto come il frutto del coraggio e della forza che hanno avuto loro, ma della grande forza del Vangelo, dell’attrazione che scaturisce dalla persona di Gesù, dal suo fascino e dalle sue parole. È la convinzione che, per Lui, vale la pena di fare anche questo distacco, questo abbandono, un taglio con il passato.

Alla fine c’è il gusto di giocare la vita per qualcosa, per qualcuno che vale.

Non è un cammino che si presenti facile e tranquillo, senza crisi. La crisi, la povertà, le tristezze ci sono, ma anche la convinzione che Gesù Cristo vale. Magari non sono sicuro di me stesso, delle mie capacità, ma del valore di Gesù Cristo e del Vangelo sì.

Quando il Signore mette dentro al cuore questa convinzione, allora la possibilità di fare il cammino c’è, dove poi il Signore vuole e vorrà chiamare.

(Testo da registrazione, non rivisto dal relatore).