IL TEMPO, QUESTO SCONOSCIUTO

Quando non c’era l’invasione dei cellulari darsi un appuntamento era un vero atto di speranza. Se l’altra persona arrivava in ritardo c’era poco da fare, aspettare. Al massimo se c’era una cabina telefonica nei paraggi si poteva telefonare a casa dell’altra persona senza la certezza di trovarla ovviamente. E così si aspettava. Cosa facciamo oggi? L’appuntamento è alle 14.30 e alle 14.31 se l’altra persona non è arrivata lo chiamiamo o scriviamo un messaggio.

La prospettiva di vivere in un mondo sempre connesso, sempre online e sempre reperibili può avere un vantaggio per certi aspetti, ma come sempre c’è il risvolto della medaglia. Pensavo al fatto che ogni tanto ci piace anche un po’ di oblio, cioè non essere trovati, semplicemente per fare un po’ di silenzio e concentrarsi meglio su ciò che si sta facendo o per avere un po’ di tempo per se stessi, per il silenzio.

Nel campo della fede il tempo vuoto è il tempo della fede. C’è un momento in cui l’essere umano deve aspettare e quindi avere fede. A volte bisogna attendere; come disse una volta il mio ex parroco “Dio arriva con un quarto d’ora di ritardo”, nel senso che è in quel simbolico quarto d’ora che dobbiamo avere fede. Non è semplice.

Cerco di sforzarmi e aspettare, imparare ad attendere, affinchè il saggio detto dei latini “carpe diem” possa risuonare proprio in quei momenti in cui la realtà non può cambiare per causa mia. Per non perdermi un attimo di vita.