IL TEMPO DI AVVENTO E IL TEMPO DI NATALE

È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore.
Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza.
Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il Regno promesso che ora osiamo sperare, vigilanti nell’attesa.
(Prefazio per il tempo di Avvento 1)

Il Tempo di Avvento

La storia
Nel 490 il vescovo Perpetuus di Tours dichiarò ufficialmente l’Avvento periodo penitenziale nella Chiesa Franca dell’Europa Occidentale ordinando un digiuno di 3 giorni ogni settimana a partire dall’11 novembre (festa di S. Martino di Tours) fino a Natale. Questo digiuno di 40 giorni, simile alla Quaresima, fu chiamato originariamente Quadragesima Sancti Martini (Digiuno di 40 giorni di S. Martino). Le letture per la Liturgia Eucaristica venivano prese dalle Messe di Quaresima.
Per contrasto, il periodo di Avvento della Liturgia Romana che si sviluppò un secolo dopo quello della Chiesa Franca, non era un tempo penitenziale, bensì un periodo festivo e gioioso di preparazione al Natale. Quando la Chiesa unificò il tempo liturgico, la natura festiva dell’Avvento Romano entrò in contrasto con il più lungo e penitenziale Avvento Gallico. Nel XIII secolo fu raggiunto un compromesso che combinò il carattere penitenziale della tradizione gallica con i testi della Messa e il più breve ciclo di 4 settimane proprio della Liturgia dell’Avvento Romano. La liturgia dell’Avvento è rimasta sostanzialmente inalterata fino al Concilio Vaticano II, tranne qualche piccolo cambiamento per delineare più chiaramente lo spirito del periodo Quaresimale e di Avvento.

Il significato teologico e la liturgia
La teologia dell’Avvento ruota attorno a due prospettive principali. Da una parte con il termine “adventus” (= venuta, arrivo) si è inteso indicare il ricordo della prima venuta del Signore; d’altra parte designa anche la sua seconda venuta alla fine dei tempi.
Il Tempo di Avvento ha quindi una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.

Il Tempo di Avvento comincia dai primi Vespri della domenica che capita il 30 novembre o è la più vicina a questa data, e termina prima dei primi Vespri di Natale.
Le letture del Vangelo hanno nelle singole domeniche una loro caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il domenica) a Maria (III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell’Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia. Le letture dell’Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo.
Durante questo tempo non si canta il Gloria, il canto intonato dagli angeli sopra l’accampamento dei pastori («Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14)), dato che deve risuonare la notte di Natale ancora una volta come un nuovo messaggio.

Per i giorni che precedono il Natale c’è ancora una particolarità: le cosiddette “antifone della ‘O’” tratte dal libro delle Ore, le quali sono intonate come versi alleluiatici prima del vangelo e come antifone del Magnificat. Esse rappresentano una particolare ricchezza della liturgia. In questi testi vengono collegate, di volta in volta, un’invocazione del Messia atteso ed una preghiera di supplica per la sua venuta salvifica. Le iniziali di queste antifone in latino, dopo la ‘O’, lette dall’ultima alla prima formano l’acrostico: “Ero cras” (domani verrò).

La novena di Natale
Le novene sono celebrazioni popolari che nell’arco dei secoli hanno affiancato le “liturgie ufficiali”. Esse sono annoverate nel grande elenco dei “pii esercizi”. “I pii esercizi – afferma J. Castellano – si sono sviluppati nella pietà occidentale del medioevo e dell’epoca moderna per coltivare il senso della fede e della devozione verso il Signore, la Vergine, i santi, in un momento in cui il popolo rimaneva lontano dalle sorgenti della bibbia e della liturgia o in cui, comunque, queste sorgenti rimanevano chiuse e non nutrivano la vita del popolo cristiano”.
La novena di Natale, pur non essendo “preghiera ufficiale” della Chiesa, costituisce un momento molto significativo nella vita delle nostre comunità cristiane. Proprio perché non è una preghiera ufficiale essa può essere realizzata secondo diverse usanze. La domanda che ogni operatore pastorale dovrebbe porsi di anno in anno è: “Come posso valorizzare la novena di Natale per il cammino di fede della mia comunità?”.
Al di là degli adattamenti ‘annuali’, nella Novena dovrebbero esserci delle caratteristiche di fondo come sfondo comune su cui costruire la celebrazione. Eccone alcune:

  • La novena di Natale è molto vicina alla celebrazione dei vespri. Va pertanto realizzata attraverso una saggia utilizzazione dei simboli della preghiera serale: la luce e l’incenso. È bene che vi sia una proclamazione della parola e una breve riflessione.
  • Inoltre potrebbe essere l’occasione per la scelta di una “antologia biblica” ricca di nutrimento per lo spirito. È quindi l’occasione per proporre non una spiritualità devozionale ma ispirata profondamente dalla Parola di Dio.

Nella nostra comunità da anni proponiamo due punti focali per la celebrazione della novena: l’ambone con la Parola di Dio e l’icona mariana, Maria che ci guida all’incontro con il Signore Gesù, suo Figlio.

 

foto presepeIl Tempo di Natale

La storia
Già ai tempi di Agostino si celebrava Natale. Il Dies Natalis Domini a Roma (già nell’anno 336) e a Milano – il 25 dicembre indicava l’anniversario reale della nascita di Gesù. Clemente d’Alessandria, tuttavia, fin dall’inizio del terzo secolo, attesta che nella Chiesa non c’è una tradizione stabilita riguardo alla data precisa della nascita di Gesù. Dice anzi che alcuni copti «assegnano alla nascita del Salvatore non soltanto l’anno, ma il giorno; e secondo costoro si tratterebbe dell’anno 28 di Augusto, il 25° giorno del mese di Pachon (corrispondente al nostro 20 maggio) che il felice evento ha avuto luogo» (Stromata I, 21, PG 8,888).
In Oriente effettivamente si trovano tracce di un ciclo di feste in relazione alla Natività, celebrate in maggio: l’11 maggio i copti festeggiano infatti Giovanni l’Evangelista; il 12 maggio santo Stefano; il 16 Maria, la Madre di Gesù; il 19 l’entrata del Signore in terra d’Egitto. Il 18 maggio i georgiani e gli armeni festeggiano i Santi Innocenti. Epifane di Salamina (che è morto nel 403) ci informa come gli alogi (letteralmente i “negatori del Logos“, il Verbo) festeggino la nascita di Gesù il 21 maggio (cfr. Ch. Mohrmann, Epiphania, RSTP, t. 37, 1953, p. 658).
È solo nel IV secolo che in Occidente (grazie a papa Liberio, nel 354) apparve il Natale al 25 dicembre e in Oriente l’Epifania al 6 gennaio.
La scelta della data si giustificava in base a certe speculazioni circa la morte di Cristo e circa la festività pagana per il solstizio d’inverno. Forse, scopo dell’istituzione della festa cristiana era anche quello di cristianizzare il Dies Natalis Solis  Invicti. Questa festa della luce era diventata popolarissima tra i pagani del terzo e quarto secolo in relazione al culto di Mitra, praticato dall’esercito romano. Diocleziano, e altri imperatori, avevano proclamato Mitra «sostegno del loro potere imperiale».
Anche per i cristiani, il sole e la luce sarebbero diventati segni per presentare il Cristo e la sua storia. Ma la festa cristiana non sembra avere come intenzione principale quella di contrastare la solennità pagana del solstizio che era in declino già prima dell’inizio del IV secolo.
La spiegazione della scelta del 25 dicembre resta incerta. Una recentissima teoria sembra avvalorare questa data collegando il tempo del servizio di Zaccaria al Tempio di Gerusalemme (con l’annuncio del concepimento di Giovanni Battista, intorno al 25 di settembre e quindi con la sua nascita al 24 giugno e la conseguente nascita di Gesù (sei mesi dopo) il 25 dicembre). Questo calcolo è stato reso possibile dal calendario del servizio liturgico delle famiglie sacerdotali (Zaccaria era della famiglia di Abia) al Tempio di Gerusalemme, trovato nei manoscritti di Qumram. Ma è ancora una ipotesi suggestiva.
Fin dal V secolo, comunque, la Natività assunse tale importanza che, nel mondo cristiano, iniziò a segnalare la nascita del nuovo anno liturgico. Si continuò così fino al secolo XI, allorché al ciclo natalizio fu aggiunto l’Avvento, come preparazione della festa. Da allora, la prima domenica di Avvento è divenuta il primo giorno del nuovo anno delle celebrazioni cristiane.

Il significato teologico e la liturgia
Il contenuto del Natale è tutto incentrato sulla realtà di Dio che si fa uomo, venendo al mondo come tutti noi, salvo l’immacolato concepimento e l’esenzione dal peccato originale. La venuta del Figlio di Dio in carne e ossa nel nostro quotidiano ci rivela la generazione eterna del Verbo, che cioè il Cristo è non solo il figlio di Maria, ma è lo stesso Figlio di Dio, fin dall’eternità. Dio che è anche Figlio.
È un bambino umano, ma è nello stesso tempo la seconda persona della Trinità. Attraverso le letture dei vangeli dell’infanzia (di Luca e di Matteo, ma anche del prologo di Giovanni) Gesù è riconosciuto come il vero Dio e un vero uomo, mediatore e comunione personale e indissolubile tra cielo e terra; identità tra passato, presente e futuro eterno della nostra storia umana (cfr. Ebrei 13,8).
La nascita del Figlio di Dio tra noi redime ogni nascita e fa rinascere noi come figli di Dio. La festa, infatti, non è soltanto memoria, commemorazione genetliaca, ma mysterium: potenza della venuta di Cristo che ci fa diventare “cristiani”. È l’inizio della Chiesa come il corpo di Cristo (cfr. Rm 7,4; 8,10; 12,5). Ci sono testi sia giovannei che paolini che specificano la filiazione adottiva, la “nuova nascita” cioè, dall’acqua e dallo Spirito.

L’Epifania
L’Epifania é una festa di luce: una luce che guida a Gesù; una luce che traspare da Lui. Lo splendore di una stella attrae a Betlemme genti lontane. Esse sono il simbolo di tutti gli uomini, quindi anche di noi, che vanno verso il Signore guidati dalla fede, e lo adorano.
Il mistero della manifestazione del Signore si celebra come duplice nella festa di Natale e di Epifania, che sono il frutto del mutuo influsso delle tradizioni orientali ed occidentali. Malgrado l’influsso che le due tradizioni ebbero l’una sull’altra, le due feste non si fusero, ma continuarono a mantenere il loro proprio giorno di celebrazione insieme alle loro particolarità. La festa di Epifania ha le sue origini nell’Oriente Cristiano verso gli anni 120-140 come la commemorazione del battesimo del Signore.

Il ciclo di Natale – Epifania è il ciclo della manifestazione del Signore, manifestazione splendente, perché è la luce di Dio che risplende e illumina il mondo. Questa è l’idea base e fondamentale di questo periodo dell’anno liturgico. Dio si manifesta per mezzo dell’incarnazione del Figlio suo nel seno di Maria per opera dello Spirito Santo. Ma lo scopo dell’incarnazione è la redenzione dell’uomo: per noi e per la nostra salvezza… Questo ci porta in primo luogo non a contemplare l’anniversario della nascita di Cristo, ma a celebrare il mistero della sua manifestazione al mondo per salvare gli uomini nell’umiltà della nostra carne, che egli assunse nel grembo della Vergine Maria per mezzo dello Spirito.