IL PRIMO TRA VOI SARA’ IL SERVO DI TUTTI

Chiesa Vescovile di San Giorgio – Reggio Emilia

Scuola di preghiera per i giovani

Il Vangelo di Marco

8 Febbraio 1994 (5° incontro)

Tema: Mc 10, 35-52: Il primo tra voi sarà il servo di tutti.

Partiamo dalle parole di Gesù ai discepoli: il brano centrale. Parole che cominciano con una constatazione, un dato di fatto: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere».

Questo è un fatto. È istintiva, nell’uomo, una tendenza psicologica a comandare, a influenzare gli altri e a servirsi degli altri per realizzare i propri progetti. Quando qualcuno raggiunge un posto di potere, diventa un grande, diventa un capo, è portato a dare corso a questo istinto dell’ambizione o della strumentalizzazione degli altri. Non è che capiti sempre così, però è una tentazione abbastanza forte e frequentemente seguita dagli uomini.

A questo Gesù contrappone un comando, un imperativo: «Fra voi però non è così».

È la proclamazione di una logica di rapporto che deve essere alternativa rispetto a quella dei grandi e dei capi: «ma chi vuole essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà il servo di tutti».

Dicevo che c’è un desiderio istintivo nell’uomo ad essere primo, ad essere grande. Dobbiamo cancellarlo questo istinto? Dobbiamo censurarlo? Comprimerlo?

NO! Non è questo che il Signore chiede. Quello che il Signore chiede è di orientarlo bene, di dargli la giusta direzione. Non devi cancellare questa passione di realizzazione della tua vita, devi però orientarla nella direzione giusta.

Vuoi essere grande? fatti servo.

Vuoi essere primo? sii il servo di tutti.

Servo significa che devi imparare a considerare gli altri come degni del tuo impegno, della tua fatica, del sacrificio di te stesso. Devi imparare a sperare negli altri e a donare agli altri qualche cosa di te stesso; al limite donare agli altri la tua stessa vita.

Devi incominciare a sperare negli altri. In fondo potremo prendere tantissime immagini di questo servizio.

Pensate al Samaritano, il quale ha la sua strada, i suoi progetti, i suoi programmi, ma li cambia quando si trova di fronte un ferito.

Perché li cambia? Primo perché spera ancora che quel ferito lì possa vivere, perché se non avesse speranza sarebbe andato avanti tranquillamente. Deve sperare che l’uomo concretamente possa vivere. Poi, secondo, deve considerare la vita di quel ferito così importante da giustificare il sacrificio dei suoi programmi; il sacrificio delle sue scelte, quelle che aveva fatto per conto proprio, per cui deve riorganizzare le proprie scelte tenendo conto delle necessità di quel ferito.

Servire vuole dire proprio questo.

Vuoi diventare grande? È un desiderio buono; ma la strada non è quella di strumentalizzare gli altri, o servirsi degli altri, bensì mettere la tua vita al loro servizio.

Anzi, dice ad un certo punto il Signore: «(…) sarà il servo di tutti». Di tutti vuole dire che non sei nemmeno tu che devi scegliere le persone alle quali compiere, dare, offrire il tuo servizio.

Poiché ci sono, naturalmente, delle persone gradevoli alle quali si fa un servizio molto volentieri. Invece servire tutti vuol dire considerare il bisogno dell’altro come la motivazione del tuo servizio. L’altro non deve avere dei meriti per meritare il tuo tempo e il tuo lavoro; l’altro deve avere delle necessità, dei bisogni, delle attese, delle povertà. Sono queste che chiedono la tua risposta.

Perché questo modo di capovolgere l’istituto dell’ambizione, della realizzazione della propria vita?

Com’è possibile capovolgere questo istinto così radicato e, in fondo, biologicamente fondato?

Il motivo è: «Il Figlio dell’uomo (…) non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Vuol dire: hai davanti la vita di Gesù Cristo come esempio. Se la vita di Gesù ti piace, se Gesù per te è affascinante e bello, allora proprio questo, proprio il fascino, la bellezza di Gesù ti spingerà a fare lo stesso, a imitarlo.

Ma c’è qualcosa di più; perché quando si dice che Gesù Cristo è venuto per servire non si vuole dire per servire in genere, ma per servire gli uomini e quindi anche te, e quindi anche ME.

Ciascuno di noi può dire quello che ha scritto San Paolo «(…) mi ha amato e ha dato se stesso per me»[1].

«PER ME» vuol dire che io sono debitore della mia vita a un gesto di amore e di servizio di Cristo. Se io vivo, se io esisto come persona e come credente è per il servizio del Signore.

Quindi non solo ho visto quello che Gesù ha fatto, ma ho ricevuto, io sono il beneficiario del servizio del Signore.

Proprio perché sono beneficiario di questo servizio la logica del servizio entra profondamente dentro alla mia vita. Non la debbo andare a cercare a destra o a sinistra; no! Il signore l’ha scritta dentro al mio cuore, la debbo cercare lì. Dentro al mio cuore c’è scritto l’amore del Signore per me.

Dentro al mio cuore c’è la forza di servizio, la forza di amare.

La contemplazione diventa quella di Gesù come servo che compie il suo atto di amore con la predicazione, con i gesti (i gesti con cui Gesù si fa vicino a chi è povero e malato) e soprattutto con il dono della sua vita. Il servizio di Gesù consiste nel dare la vita, niente di meno.

Quello che viene messo davanti a noi è un modo di interpretare la propria vita come dono, come offerta.

Questo è il centro del brano, ma prima e dopo ci sono 2 brani che potremo mettere come in parallelo e forse in contrasto.

Il primo brano: «E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».»

Che cosa vogliono? L’onore «concedici di sedere nella tua gloria», il potere «uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Vuole dire: vogliamo essere persone che partecipano del potere e dell’autorità di Gesù, Gesù è naturalmente il re; ma i re esercitano il loro potere attraverso i primi ministri, attraverso i ministri e servi di vario genere.

Che loro siano i primi tra i ministri, quello che hanno il potere più grande, quelli che possono esercitare lo stesso potere di Gesù.

Poteva venire istintivo tappare loro la bocca. Non stanno capendo niente; Gesù sta andando a Gerusalemme, sta andando a sacrificare la sua vita e loro pensano al potere. Non hanno capito niente!

Poteva venire istintivo bloccare la loro richiesta. Invece Gesù non impedisce loro di parlare e non censura nemmeno i loro desideri. I loro desideri hanno anche qualche cosa di buono. Vediamo perché.

«Gesù dice loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?»«.

Il calice, come sapete, è un immagine della sofferenza, Gesù sta andando a Gerusalemme, lo ha appena detto, sta andando verso la sofferenza e la passione, quindi sta andando a bere il suo calice, il calice che il Padre gli ha preparato.

Questi voglio stare con Gesù uno alla destra e l’altro alla sinistra, allora siete disposti a bere il calice che io bevo? Quindi siete disposti ad assumere la sofferenza che io sto per fare mia.

L’immagine del battesimo è l’immagine di una immersione nella morte, quindi la sofferenza che diventa martirio. Siete disposti a ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?

Questi due discepoli gli rispondono: «Lo possiamo». Desiderano tanto fortemente essere con il Signore, alla sua destra e alla sua sinistra che sono disposti a pagare qualunque prezzo, sono disposti a pagare il prezzo del calice e il prezzo del battesimo.

Questo c’è di positivo nella passione con cui questi discepoli vogliono la gloria, vogliono il potere. Bisognerà correggere la direzione, ma la passione che vi hanno messo va proprio bene; perché se non avessero avuto questa passione, non sarebbero nemmeno stati disposti a condividere con il Signore la sofferenza.

Se uno vuole fare questo cammino bisogna che dentro abbia un fuoco, abbia un desiderio forte. Non si può avere dei mezzi desideri, di quelli che conducono semplicemente a superare una qualche «alturetta» di poca fatica; ci sono montagne grandi da scalare, ci vuole, quindi, una passione grande per riuscirci.

Giacomo e Giovanni ce l’hanno, non per niente sono chiamati i figli del tuono.

«E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato»«.

«È stato preparato» vuol dire: è per i quali Dio lo ha preparato, il passivo nasconde il nome di Dio.

Questa conclusione di Gesù sembra uno scherzo, una presa in giro; hanno chiesto una cosa e Gesù ne da un’altra e chiede a loro di accontentarsi di questo; ma in realtà non è una presa in giro, è una cosa seria.

È una cosa seria, innanzitutto, perché Gesù ha dato davvero l’essenziale che avevano chiesto: non avevano chiesto la gloria, ma avevano chiesto la gloria di Gesù, avevano chiesto una gloria legata alla vicinanza al Signore e questa vicinanza Gesù la dà a loro. Questa era la cosa più importante, il potere stare con il Signore, il potere stargli così vicino da condividere tutta la sua esperienza: battesimo e calice. Questo Gesù a loro lo dona.

Per la gloria vale per loro esattamente quello che vale per Gesù. Gesù sta andando verso la passione e la risurrezione, ma la passione è la scelta libera di Gesù, la risurrezione è il dono gratuito del Padre, per cui nella passione Gesù dovrà mettere la sua vita nelle mani del Padre, «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»[2]. Dopo tocca al Padre fare della vita di Gesù una vita vittoriosa. Tocca al Padre dargli la vita, la gloria e la risurrezione.

Quello che capiterà a Gesù, capiterà anche ai discepoli. Loro possono fare una scelta, di stare vicino al Signore fino alla morte, al resto non debbono più pensare loro, ci pensa qualcun altro.

Debbono imparare a fidarsi.

Fidarsi significa: fai della tua vita il dono dell’amore; se farai così, avrai la gloria e la risurrezione, ma questa gloria e risurrezione non le puoi avere con sicurezza e controllare tu, queste le devi lasciare nelle mani di Dio, è Lui che te le darà.

Devi imparare a fidarti, come si è fidato Gesù. Gesù ha fatto la scelta dell’obbedienza fino alla morte e il Padre ha risposta a Lui con la gloria della risurrezione.

Quello che vale per Gesù, vale per i discepoli.

Ed è questo il difficile! Perché se, nel momento in cui noi doniamo la vita, avessimo immediatamente la realizzazione del successo e della gloria, sì costerebbe fare il sacrificio, ma alla fine avremmo immediatamente la realizzazione e la consolazione. Invece no.

La consolazione sta nelle mani di Dio, bisogna imparare a vivere il dono senza controllare il risultato gioioso del proprio dono.

Dall’altra parte il cieco di Gerico, che possiamo mettere accanto a Giacomo e Giovanni. Se voi ci avete fatto caso Gesù chiede agli uni e all’altro la stessa cosa: «Che cosa volete» (a Giacomo e Giovanni); «che cosa vuoi che io ti faccia?» (al cieco).

La domanda è la stessa e in fondo il significato della guarigione è simile a quello che abbiamo ascoltato per Giacomo e Giovanni.

Siamo a Gerico, l’ultima tappa del cammino verso Gerusalemme, quindi l’ultima tappa del cammino verso la passione. Dopo Gerico si attraversa il deserto di Giuda, 20-25 Km, e si arriva a Gerusalemme.

«(…) mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare».

Perché siedi lungo la strada? La strada non è fatta per mettersi a sedere, ma è fatta per camminare. Perché sei a mendicare? Dovresti donare anche tu.

La risposta sta in quella parola «Bartimèo cieco». Questa cecità lo blocca, gli impedisce di realizzare pienamente la sua esistenza.

Sente dire che passa il Signore, cominciò a gridare e nonostante alcuni lo sgridino, continua a gridare.

Vuole dire: ha una possibilità, quella di allacciare un rapporto con Gesù di Nazaret che passa. Il fatto che Gesù passi, vuol dire che in mezzo agli uomini c’è una speranza, c’è un luogo di vita e questo cieco vuole afferrarlo. Siccome è cieco e non si può muovere, l’unico modo per afferrarlo è gridare forte, fino a che la sua voce arrivi agli orecchi del Signore. E ci arriva.

«Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.»

Riacquistò la vista, ma non è ritornato a Gerico e ha cominciato a seguire Gesù per la strada.

Per quale strada?

Quella che va a Gerusalemme.

Ma cosa vuol dire la strada che va a Gerusalemme?

La strada che va verso la passione, la strada che deve fare il discepolo, la strada che Gesù ha insegnato a Giacomo e Giovanni, «(…) Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Questa è la strada, il calice e il battesimo.

Questo cieco prese a seguirlo per la strada. Ecco cosa vuol dire che è guarito dalla cecità, questa non era semplicemente la cecità fisica che bloccava quell’uomo, che gli impediva di realizzare pienamente la sua vita, era la cecità umana. È il cuore che è coperto dalla tenebra e che non riesce a vedere la sua strada e non ha il coraggio, la forza di percorrerla fino in fondo.

Guarito si mette al seguito di Gesù, diventa discepolo, cioè accetta di condividere con Gesù la sua vita, la sua sofferenza e quello che sarà la volontà di Dio nella sua vita, al limite la morte.

Questa guarigione del cieco è effettivamente una rivelazione sul discepolato, per cui si tratta di fare la sua medesima esperienza.

Passa Gesù, c’è una possibilità per noi, ciechi, cioè bloccati lungo la strada, che non abbiamo il coraggio e la forza di andare a vanti. Capita anche a noi di essere ciechi.

Passa Gesù di Nazaret, allora non stare lì inerte, muoviti, cerca di gridare «Gesù abbi pietà di me».

Quando il Signore chiama, allora coraggio, «alzati, ti chiama».

Coraggio, significa che il tuo cuore deve superare l’avvilimento.

Alzati, vuol dire che devi deciderti, devi muoverti. C’è una parola del Signore che è proprio per te e per la tua vita, ti chiama.

«Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù». Che cosa sia questo famoso mantello, chi lo sa. Certamente gli serviva a stare fermo lungo la strada, faceva parte della sua abitudine, del suo corredo usuale di vita. A questo punto deve cominciare qualcosa di nuovo: viene buttato via il mantello. Sarebbe semplicemente d’impiccio, rimanere dentro alle sicurezze di prima, dentro alle abitudini di prima, deve incominciare una strada nuova con coraggio e con determinazione.

«Rabbunì, che io riabbia la vista!»

Questa richiesta è preziosa perché, a volte, siamo noi stessi a non desiderare del tutto la guarigione. Guarigione significa seguire il Signore per la strada. Stare fermi lungo la strada è umiliante per certi aspetti, ma è abbastanza comodo. Essere guariti è bello perché vuol dire imparare a muoversi, ma si tratta di andare a Gerusalemme, si tratta quindi di percorrere una via che è fatta di calice e di battesimo.

Per questo la richiesta del cieco è coraggiosa. Sono disposto a pagare, con la mia vita, la possibilità di donare, la possibilità di seguirti.

«(…) subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada».

Questa frase la potete prendere come punto di arrivo di tutto il cammino che abbiamo fatto in questi mesi, rileggendo il Vangelo secondo Marco, i testi che riguardano il discepolato.

Il Vangelo secondo Marco ci vuole portare qui: a seguire Gesù lungo la strada, sapendo che non è una strada facile, ma riconoscendo che Gesù è il Cristo e che vale la pena percorrere un cammino di vita insieme con Lui.

Il fatto che costi lo rende più prezioso, ma non toglie affatto il valore del seguire il Signore; ci vuole però un po’ di passione, un po’ di fuoco, quel desiderio di fare della nostra vita qualcosa che abbia valore davanti al Signore e che possa servire anche per gli altri.

Tre brevi indicazioni per la preghiera:

1) Siamo partiti dal brano dove Gesù chiede ai discepoli di scegliere nella loro vita la strada del servizio rivolto a tutti. Se ci avete fatto caso è un brano che comincia con il ritratto del mondo (i grandi, i capi delle nazioni); termina con il ritratto di Gesù. In mezzo ci sono i discepoli, perché per certi aspetti partecipano delle realtà del mondo, e per altri aspetti debbono partecipare delle realtà di Gesù.

Gesù significa una forza di amore e di servizio che Dio ha messo dentro al mondo e i discepoli debbono diventare lo strumento attraverso cui questa forza, che è presente in Gesù, entri dentro alle pieghe della storia e della vita umana.

Bene, noi siamo lì. Nella preghiera ci dobbiamo mettere proprio lì. Da una parte siamo appartenenti al mondo, e quindi patiamo tutte le sofferenze e le tensioni che ci sono nel mondo. Dall’altra apparteniamo al Signore e quindi possiamo accogliere la grazia della sua forza di amore e di servizio. Se riusciamo a sopportare questa tensione «del mondo, ma di Cristo» allora la nostra vita diventa feconda proprio per il mondo perché introduce Gesù Cristo proprio nel mondo.

Allora questa il primo aspetto di contemplazione nella preghiera: collocarci proprio come punto di passaggio attraverso cui la ricchezza di vita che è in Gesù possa diventare ricchezza di tutti gli uomini.

Potete riflettere sul significato della Chiesa, della Comunità parrocchiale… e rivedere che cosa vuol dire per noi vivere in queste realtà secondo la logica di Gesù, in modo da introdurla nel mondo.

2) Mettersi nei panni di Giacomo e di Giovanni e lasciare venire a galla tutti i nostri desideri, le nostre passioni. Anche dentro all’ambizione, che è una passione in sé negativa, c’è la possibilità di cavare una energia e una volta orientata serve anche quella.

Quindi lasciamo venire a galla quello che abbiamo nel cuore come desideri, anche se sono desideri egocentrici. È il Signore che li orienterà. Noi li mettiamo davanti a Lui, li confrontiamo con Lui e lasciamo che la sua esperienza diventi luce per orientare pensieri e desideri.

Quindi ci mettiamo nei panni di Giacomo e Giovanni e rifacciamo la loro esperienza: «Signore vogliamo che tu ci faccia quello che chiederemo…» e ciascuno chieda al Signore quello che gli viene istintivo, fossero anche le cose più banali o egocentriche, poi… poi è il Signore che ci prende per mano e orienta i nostri desideri.

3) Mettersi nei panni del cieco. Siamo noi quel cieco seduto lungo la strada, che non riesce a camminare. Però è per noi che il Signore passa. Siamo noi che dobbiamo gridare al Signore e che dobbiamo desiderare quella guarigione per potere seguire il Signore lungo la strada.

Quindi è questa preghiera un dialogo molto semplice che possiamo sperimentare con Lui. Il dialogo con le medesime parole che ha detto questo cieco di Gerico.

* Testo tratto da registrazione, non rivisto dal relatore