IL LIBRO DI GIOBBE – CONTENUTI E STRUTTURA

Diocesi Reggio Emilia – Guastalla

UCIIM
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi

Il Libro di Giobbe

Febbraio 1995

Referenti Marcello Copelli e Vittorio Ciani

Prof. Mons. Luciano Monari

“Il Libro di Giobbe: contenuti e struttura”

La trama del “Libro di Giobbe” è molto semplice: è la vita di un uomo ricco, onesto, un uomo che vive nella terra di Uz, fuori dalla Palestina e che appare un esempio di vita perfetta, sia dal punto di vista religioso, che dal punto di vista umano.

Il Satana, però, mette in dubbio la sua virtù, non è convinto che la religiosità di Giobbe sia autentica, così ottiene da Dio il potere di metterla alla prova: Giobbe deve perdere tutto quello che possiede, tutto, anche i propri figli.

Ciò nonostante, narrano i primi capitoli, Giobbe non viene meno alla sua fede.

Ha tre amici, che vengono a consolarlo, ma arrivati da lui non riescono a dire una parola, tanto la sua sofferenza è grande.

Poi incomincia un dialogo, nel quale gli amici cercano di convincere Giobbe che c’è un motivo per la sua sofferenza, se Dio lo ha colpito in modo così grave, Giobbe deve avere una qualche responsabilità, deve avere un qualche peccato.

Ma Giobbe non è convinto, anzi è convinto della propria giustizia e chiede conto a Dio e Dio risponde, si pone davanti a lui sottoponendolo a una serie di interrogativi, ai quali Giobbe non è in grado di rispondere, per cui è costretto, al termine di questo confronto con Dio, a riconoscere la propria piccolezza e a rinnovare la sua fiducia in Dio. E questo sembra in qualche modo, il culmine del libro, anche se segue una conclusione, nella quale vengono restituiti a Giobbe tutti i beni che aveva prima, per di più raddoppiati.

Questa è la trama, molto semplicemente, del Libro di Giobbe, che si può leggere così dal primo capitolo all’ultimo, ma che naturalmente ha dato da pensare agli interpreti, che cercano di trovare nel libro una coerenza, che non sempre è così chiara, non sempre così evidente.

Ci sono due immagini del protagonista in questo libro: c’è naturalmente l’immagine del Giobbe paziente; nei primi due capitoli Giobbe esprime una fede e una pazienza incrollabili, tutte le esperienze di sofferenza, che gli cadono addosso non piegano di un millimetro la sua adesione al Signore. Ma poi, nel corso del libro, emerge gradualmente la figura del Giobbe “impaziente”, del Giobbe, che, in mezzo alle sofferenze, si rivolge a Dio con durezza chiamandolo in causa, proclamando la propria innocenza, accusandolo di un comportamento incomprensibile e ingiusto.

Le figure ci sono entrambe, per questo i commentatori hanno ipotizzato che il libro non venga da un unico autore, che si è posto il problema della sofferenza e lo ha sviluppato integralmente, ma ritengono che il libro si sia formato a strati:

  • Cap. 1-2 + 42, 7-17 – leggenda di Giobbe – in prosa (sec. X-1X a.C.).

  • Cap. 3-27 – dialogo con gli amici – poema in versi.

  • Cap. 29-31 – dialogo con Dio           – poema in versi.

  • Cap. 38-41 –Dio risponde a Giobbe – poema in versi.

  • Cap. 32-37 –discorsi di Eliu – poema in versi.

  • Cap. 28 – Giobbe parla della inaccessibilità della sapienza – poema in versi.

Ci sarebbe, dunque, all’origine del libro di Giobbe una parte, che nel nostro testo è in prosa e che consiste nei primi due capitoli e nell’ultimo, il 42, 7-17. è quella che viene chiamata la Leggenda di Giobbe, dove con il termine “leggenda”, si intende un racconto popolare, che ha come contenuto l’esperienza di un protagonista esemplare dal punto di vista religioso. Giobbe è un uomo esemplare, la sua storia viene narrata, perché venga accolta come modello di vita, come modello di esperienza religiosa.

Questo racconto sarebbe antichissimo, nato in Israele con le origini della monarchia, nei secoli X-IX a. C., anche se, in seguito, ha subito delle aggiunte e delle modifiche.

Tuttavia questa è semplicemente la cornice del testo attuale: la parte più consistente del libro è costituita da una serie di poemi, una serie di interventi in poesia di Giobbe stesso, dei suoi amici, poi ancora di Giobbe e infine di Dio.

Nei cap. 3-27 Elifaz, il Temanita, Bildad, il Suchita e Zofar, il Naamatita, vanno a trovare Giobbe e intessono con lui un dialogo, che, di per se, dovrebbe essere un dialogo consolatorio; sono andati esattamente per questo, perciò si svolge non come una “tavola rotonda”, dove ognuno, a turno, prende la parola, ma al contrario la prima parola viene sempre lasciata a Giobbe ed ognuno, poi, gli risponde, prendendo atto di come Giobbe stia vivendo la sua sofferenza. Così lo accompagnano in questa esperienza, o meglio, dovrebbero accompagnarlo, perché di fatto il dialogo di consolazione diventa una contestazione contro Giobbe stesso. Gli amici diventano dei consolatori molesti: invece di aiutarlo a sopportare le sofferenze, non fanno altro che inasprirlo, sottoponendolo ad un giudizio di condanna, considerandolo come un peccatore.

A questa parte del libro appartengono anche i cap. 29-31, che sono ancora un discorso di Giobbe, ma questa volta rivolto a Dio. Il dialogo con gli anici è terminato, non c’è più niente da dire, tutto quello che si poteva mettere sulla bilancia è stato considerato, adesso Giobbe si rivolge direttamente a Dio e chiede il suo intervento, che viene presentato nei cap. 38-41. Dio si manifesta e imposta con Giobbe due discorsi, per così dire, di verifica: è un esame che Dio fa a Giobbe, al termine del quale questi per due volte risponde con un atteggiamento di conversione e di abbandono.

Che significato ha tutto questo? Significa, secondo la maggior parte degli interpreti, che c’è stato un poeta, un grande poeta, che ha utilizzato un racconto popolare, la così detta Leggenda di Giobbe, e ne ha fatto la cornice della sua opera, nella quale pone una serie di problemi, tra i quali quello fondamentale è il problema della fede nella sofferenza.

Primo problema: come fa Dio a governare il mondo? Quali sono le vie di Dio? E poi, come l’uomo può vivere la fede di fronte a questo Dio, di fronte a questo suo modo paradossale e a volte incomprensibile di governare la storia?

Vengono poi affrontati una serie di altri problemi come quello del male, il mistero del male e della sofferenza, il problema di come incontrare Dio nella sofferenza e se sia possibile per l’uomo avere fede quando non sperimenta la bontà e la misericordia di Dio nei suoi confronti, come si affronta il problema del dialogo con una persona che soffre, come consolare chi soffre e, finalmente, il problema del senso della vita di fronte al problema della sofferenza e alla realtà ultima della morte. Può anche darsi che qualcuno riesca ad evitare delle sofferenze straordinarie, ma prima o poi il confronto con la morte lo avrà e questo sembra porre un’ipoteca sul senso della vita, della stessa vita.

Tutti questi problemi vengono esposti nei dialoghi tra Giobbe e gli amici e tra Giobbe e Dio stesso.

Questa, naturalmente, è la parte centrale del libro, quella più ricca e significativa, dal nostro punto di vista.

Ci sono anche alcune aggiunte posteriori, che la maggior parte degli autori considera inseriti in un secondo tempo, quando il libro, nel suo complesso, era già fondamentalmente costituito: sono i cap. 32-37, che presentano i discorsi di un altro amico di Giobbe, che si chiama Eliu. Questi compare all’improvviso, di lui non si è detto niente in precedenza, non si dirà niente dopo. Questo è il motivo per cui gli interpreti sono sospettosi: è mai possibile che si presenti uno che non si sapeva chi fosse e che poi scompare di nuovo senza alcuna spiegazione? Alla fine del libro viene dato un giudizio su Giobbe e sugli amici, ma non su Eliu, che viene, in qualche modo ignorato.

Allora si dice che, probabilmente, c’era qualcuno poco soddisfatto della figura che avevano fatto gli amici di Giobbe, delle risposte che avevano dato al problema della sofferenza, così ha tentato di completare questa prospettiva teologica.

Gli amici di Giobbe sono, fondamentalmente, i teologi: la loro dottrina ha delle radici bibliche profonde, praticamente non fanno altro che ripetere quanto i libri sapienziali hanno detto e proclamato costantemente, quindi sono dei teologi, da riconoscere come tali, ma fanno una pessima figura perché non sanno rispondere alla foga con la quale Giobbe espone la propria sofferenza e la propria contestazione. Allora qualcuno ha tentato, dicono gli interpreti, di far fare una figura migliore alla teologia, aggiungendo qualche motivazione ulteriore del perché Dio governa in questo modo il mondo.

Finalmente, ultima parte, il cap. 28, che, probabilmente, è anch’esso aggiunto: il suo contenuto, nel testo, viene esposto da Giobbe stesso, parla della inaccessibilità della Sapienza, si dice che l’uomo è capace di penetrare tanti misteri, anche nascosti, della natura, è capace di scavare le montagne per trarne i metalli, di penetrare l’alto dei cieli e degli abissi, ma il luogo dove abita la Sapienza, l’uomo non lo comprende. Nessuna creatura è in grado di aiutarlo a trovare la via della Sapienza, è conosciuta da Dio solo e quindi il mistero del mondo, il mistero della creazione l’uomo non potrà mai sondarlo e deve accettarlo come più grande di lui.

L’unica sapienza che è possibile all’uomo, dice nell’ultimo versetto, è “…temere Dio, questa e sapienza e schivare il male, questa è intelligenza.” Temere Dio, schivare il male.

Vuol dire: in realtà c’è nel mondo un mistero, un segreto, ma solo Dio è capace di penetrarlo. Di questo mistero l’uomo può partecipare qualcosa, una verità pratica, qualche cosa che riguarda la sua “privacy”, non il problema teorico del perché della sofferenza. Il problema pratico del come viverla, come vivere e temere Dio, schivare il male, questo è l’unico tipo di sapienza che all’uomo è dato di raggiungere, è il traguardo della sua vita.

Naturalmente se Giobbe avesse potuto pronunciare concetti come questi, avrebbe risolto il

suo problema, avrebbe in qualche modo superato il suo disagio, perché avrebbe accettato l’iter radicale, secondo questo capitolo, della condizione umana.

Per questo motivo gli interpreti affermano che è impossibile pensarlo in bocca a Giobbe. Non è coerente, quindi viene considerato un’aggiunta successiva.

In conclusione, secondo la maggior parte degli autori, Il libro di Giobbe è nato a strati successivi:

  • lo strato più antico è in prosa ed è un racconto popolare, che risale nelle sue prime espressioni ai primi secoli della monarchia in Israele, sec. X-TX a.C.

  • la parte centrale del libro è stata aggiunta da un poeta, probabilmente intorno al V sec., cioè dopo l’esilio di Babilonia e contiene, tra l’altro, il dialogo tra Giobbe e Dio: è la parte più significativa, perché in essa vengono posti tutti i problemi riguardanti la sofferenza e la fede e il comportamento dell’uomo di fede nella sofferenza.

  • infine, sono stati aggiunti i discorsi di Eliu, i cap. dal 32 al 37, e l’elogio della sapienza nel cap. 28.

Questa è la posizione della maggior parte degli interpreti, anche se qualcuno ha delle obiezioni in proposito: per prima cosa è difficile costruire degli strati al di là del testo che possediamo ora, poi in ogni modo, il testo canonico, che si presenta come regola della fede, è quello che abbiamo e, naturalmente, quando il poeta ha usato la Leggenda come cornice del suo libro l’ha fatto volutamente, quindi tenendola ben presente, per inserirvi le sue riflessioni teologiche e spirituali. Quindi, dicono, vale la pena di prendere il testo così com’è ed esaminarlo senza soffermarsi troppo a studiare i possibili strati.

Cosa esce dal complesso di interventi che costituiscono il libro attuale?

Proviamo a ripercorrerlo e a vederne gli elementi fondamentali.

Inizia, come si diceva, con la parte in prosa; i primi due capitoli si possono descrivere come una successione di cinque movimenti:

  1. al cap. 1, nei versetti dall’1 al 5, viene presentato Giobbe: si dice di lui che è un uomo moralmente integro, senza difetto alcuno e, dal punto di vista materiale, è un uomo, che ha avuto molto successo nella vita, lo dimostrano i numerosi figli, l’abbondanza di servi, l’abbondanza delle ricchezze. Se si mettono insieme tutti questi elementi, Giobbe appare come l’ideale dell’uomo realizzato, secondo i libri sapienziali. Nella Bibbia ci sono alcuni libri, che vanno sotto il titolo di “Libri sapienziali”: “Il libro dei proverbi”, il !Siracide”, “Il libro della Sapienza” ecc., sono libri che hanno come scopo di indicare all’uomo la via per la sua realizzazione; realizzazione globale, umana e religiosa, che è un tutt’uno, la distinzione la possiamo fare noi, ma certamente non gli autori biblici.

    L’uomo realizzato è l’uomo che vive correttamente il rapporto con Dio e che vive correttamente il rapporto con gli altri e con il mondo. Giobbe è religiosissimo, tanto da essere addirittura scrupoloso, per cui offre al Signore una serie di sacrifici per espiare i peccati, che i figli potessero avere eventualmente commesso, Quindi attento a una religione integralmente vissuta e, proprio per questo, vive la gioia della benedizione di Dio. È benedetto da Dio.

  2. Prima scena, II movimento- cap. 1, 6-12, è quello che rompe l’idillio: “Un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore ed anche Satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a Satana: ‘Da dove vieni? ‘ Satana rispose. ~Da un giro sulla terra che ho percorso.’ Il Signore disse a Satana: ‘Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? nessuno è come lui sulla terra, uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male.’ Satana rispose al Signore e disse: ‘Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sua mani e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!’ Il Signore disse a Satana: ‘Ecco quanto possiede è in tuo potere, ma non stendere la mano su di lui.’ Satana si allontanò dal Signore.”

Viene sulla scena questo strano personaggio, Satana, anzi bisognerebbe dire “il satana”, perché nel teso ebraico è con l’articolo ed è una figura che complica un poco lo schema teologico. Secondo gli interpreti la figura del satana non esisteva nella leggenda più antica ed è stata introdotta dopo l’esilio.

Non è dunque un nome proprio di persona, “il satana” vuol dire ‘l’avversario”, la radice satan significa essere ostile, attaccare qualcuno, essere di ostacolo al suo cammino. Una figura che si presenta come ostile all’uomo, non è ancora il diavolo o il satana della tradizione posteriore, perché nel testo di Giobbe fa parte della corte celeste, è, in fondo, uno dei ministri di Dio, solo più tardi diventerà “l’avversario”, il nemico vero e proprio di Dio. Per il momento è presentato ancora sottomesso del tutto alla sovranità del Signore, presenta la sua opinione, ma deve chiedere il permesso di agire.

Il motivo per cui è stato introdotto, dicono sempre i commentatori, probabilmente è quello di attenuare la responsabilità di Dio riguardo al male che c’è nel mondo.

È vero che la responsabilità è, in ultima analisi, di Dio, ma è anche vero che c’è questo personaggio ambiguo, il satana, che è lo strumento immediato delle sofferenze di Giobbe, quindi, probabilmente, secondo l’opinione prevalente, dopo l’esilio qualcuno ha voluto proteggere Dio dall’immagine di causa diretta del male, introducendo questo elemento ulteriore tra Dio e Giobbe.

Si noti l’elogio che di Giobbe fa il Signore: “Satana hai posto attenzione al mio servo Giobbe (servo di Dio) ? Nessuno è come lui sulla terra, uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male.” Nel cap. 28 si dice che questa è la sapienza dell’uomo, temere Dio e allontanarsi dal male, bene, Giobbe è così, è perfetto, tanto perfetto, che addirittura lo sembra un pochino troppo. Non ha proprio nessun difetto Giobbe? Nessuna mancanza, nessun peccato? È possibile questo? Il racconto lo vuole proprio presentare così, perché vuole mettere in luce il paradosso della sofferenza dell’innocente. Se Giobbe fosse colpevole, la sua sofferenza sarebbe già spiegata in partenza, ma è proprio lì il problema, nella sofferenza dell’innocente, di quello che non ha commesso niente per meritare il male, è quello che deve essere pensato, affrontato, che il libro vuole considerare.

Dobbiamo partire con questo concetto idealizzato di Giobbe senza difetto alcuno.

Satana pone il sospetto: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla?” Questo avverbio “per nulla” è il problema vero: si tratta di vedere se la fede di Giobbe è una fede vera in Dio o se è semplicemente uno strumento per difendere la propria vita. L’uomo deve difendersi sempre, perché ha davanti un mondo, che è più grande di lui, ha bisogno di garantirsi delle sicurezze, bene, la fede diventa uno strumento, di cui l’uomo si serve per raggiungere le sue sicurezze. Ma se la fede è questa, non è un vero atto di fiducia in Dio, non è un atto gratuito, libero, è semplicemente uno strumento per difendere la propria vita.

Niente di straordinario in questo, non è da condannare, ma non è vera religione, non è servire Dio per Dio; la religione vera è rivolgersi a Dio, perché Dio è degno di fiducia, di obbedienza, del servizio dell’uomo, ma rivolgersi a Lui per salvare la propria vita, non è un modo corretto di vivere la religione.

Il sospetto del Satana è questo, la virtù di Giobbe è solo apparente e l’onore di Dio, in realtà, non è riconosciuto dagli uomini, è come se il satana dicesse: “Tu pensi che gli uomini ti vogliano bene e ti adorino e che ti servano. Illuso che non sei altro! E’ vero che gli uomini ti adorano, ma solo perché vogliono difendere se stessi, quindi perché tu servi loro, non per la tua misericordia e bontà, per te stesso.”

Quindi in dubbio viene messa la bontà di Giobbe e viene messa la sovranità di Dio, la divinità di Dio nella religione, nel comportamento dell’uomo.

Allora il Signore dà al satana la possibilità di mettere alla prova il suo servo Giobbe, accetta la sfida, con una riserva, deve rispettare la persona di Giobbe, può toccare i suoi beni, ma non lui come persona.

  1. Allora segue il terzo momento, con una catena di calamità, che colpiscono Giobbe.

Ci sono prima i Sabei, poi un fuoco dal cielo, poi i Caldei, poi un vento impetuoso. Avvengono, una dopo l’altra, queste catastrofi, che portano via a Giobbe tutta quella che era la sua ricchezza mondana. La serie è impressionante:

“…Accadde un giorno che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: I tuoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, quando i Sabei sono piombati su essi e li hanno predati e hanno passato a filo di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo. Mentre ancora egli parlava, entrò un altro e disse: Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo. Mentre egli ancora parlava entrò un altro e disse: I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti.Sono accampato io solo che ti racconto questo.

Una serie di catastrofi, una dopo l’altra, senza che Giobbe abbia il tempo di respirare, dopo un colpo non ha il tempo per respirare, che subito gliene vengono addosso altri.

Risposta di Giobbe: “Si alzò, si stracciò le vesti, si rase il capo, si prostrò a terra e disse: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore. In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.”

Quindi, ci sono i segni del lutto e questo discorso sulla nullità, vuol dire che Giobbe ritorna quello che era al momento della nascita. Quando l’uomo nasce, nasce fragile e minacciato, è vulnerabile. Dopo, l’uomo si dà da fare, studia e lavora, quindi si veste e si tutela con le ricchezze, con la casa, con i beni, che diventano in qualche modo la sua protezione. Bene, Giobbe ritorna il Giobbe vulnerabile della sua nascita, cioè l’uomo semplicemente uomo, l’uomo senza difesa alcuna, l’uomo in tutta la sua povertà, in tutta la sua fragilità.

Se ne va tutto quello che era protezione, rimane l’uomo nudo, rimane il credente, il Giobbe che risponde con l’atto di fede e il Giobbe che esprime una libertà: nemmeno le cose lo condizionano, quando gli vengono portate via, non per questo perde la sua fiducia in Dio. A questo punto la fiducia è veramente una scelta da parte di Giobbe: “Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò.” L’immagine è naturalmente quella del seno materno della terra: l’uomo esce dalla terra e ritorna alla terra come nel seno materno. La madre rappresenta in questo caso, la condizione di sicurezza: sino a che il bambino è nel seno della madre, vive in condizioni sicure, le sue necessità sono garantite. Giobbe vede il ritorno alla terra così, il ritorno a questa condizione di sicurezza, che non dipende dalle circostanze e riconosce la presenza di Dio in tutto quanto gli è successo. Quello che è avvenuto non è avvenuto per caso, il Signore ha dato, il Signore ha tolto, quindi non discute, riconosce che c’è una volontà divina, semplicemente benedice Dio.

È l’atteggiamento religioso dell’uomo di fronte ai benefici del Signore, nella tradizione ebraica l’uomo deve ringraziare il Signore per tutto quello che riceve: quando vai a tavola devi benedire per il cibo, quando ti svegli al mattino devi benedire per gli occhi aperti, per la luce e così via. A questo punto Giobbe benedice Dio: sia benedetto il nome del Signore.

È qualcosa di paradossale: deve riconoscere che lì c’è la mano di Dio e che Dio ha fatto questo per il suo bene, per il bene di Giobbe.

Naturalmente Giobbe non capisce il perché e in che modo quello che è avvenuto faccia parte di un disegno positivo, ma benedire il Signore vuol dire riconoscere che la sua mano si sta manifestando per il mio bene, anche se non capisco il perché.

“In tutto questo Giobbe non peccò.”

Ma il satana non è ancora soddisfatto e torna alla corte celeste. Il Signore con i suoi angeli tiene Consiglio sul governo del mondo e il satana ancora va da Lui e il Signore gli dice: “Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male. Egli è ancora saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo.” Satana rispose al Signore: “Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia!” Il Signore disse a satana: “Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita.”

Dunque nemmeno questa prova è stata sufficiente a sondare la virtù di Giobbe, la sua religiosità. E’ vero che è stata una prova forte, gli sono stati portati via i beni e gli sono stati portati via i figli, ma il satana è cinico e dice che, alla fine, all’uomo i figli interessano sì, ma quello che gli interessa veramente è la sua pelle e che è disposto a rinunciare a tutto, Dio e figli, pur di salvare la vita. Pelle per pelle, l’uomo dà tutto per difendere se stesso e allora la prova non è autentica finché non tocca l’uomo, finché non tocca la sua carne, la sua vita, finché non tocca il suo onore, la sua integrità personale e allora Giobbe deve essere sottoposto anche a questa prova. La prova sui beni è una prova vera, ma incompleta.

“Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. Allora sua moglie disse: Rimani ancora fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori Ma egli rispose: Come parlerebbe una stolta tu hai parlato Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?’.

Il comportamento della moglie di Giobbe esprime il comportamento della crisi di fede, dell’abbandono della fede, la fede di questa donna ha fatto naufragio, di fronte agli avvenimenti non è stata capace di mantenere la fiducia in Dio. Esasperata dalla sofferenza cerca di trascinare anche Giobbe in questo atteggiamento di ribellione, in un atteggiamento di empietà, di mancanza di pietà, di mancanza di fede.

Di fatto la traduzione non è chiarissima: quando Giobbe dice “Come parlerebbe una stolta tu hai parlato”, questo “stolta” non vuol dire una persona che ha poca saggezza, ma una persona che ha poca fede, una persona che chiameremmo empia in questo senso religioso.

Allora il confronto è proprio tra questi due atteggiamenti dell’uomo di fronte a Dio e l’atteggiamento di Giobbe è questo: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?” Notate, non solo se da Dio “riceviamo”, ma se da Dio “accettiamo”, accettiamo il bene vuol dire lo ricaviamo e lo approviamo, lo consideriamo positivo. Bene, anche il male lo dobbiamo accettare con il medesimo atteggiamento e questa, naturalmente, è una fede perfetta. Giobbe riconosce di non avere alcun diritto alla felicità, se la felicità gli è stata data l’accoglie dal Signore, se la felicità gli è stata tolta non la rivendica come suo diritto, riconosce che l’uomo non è padrone assoluto del suo destino; l’uomo è libero, ma la sua libertà sta in una libertà più grande, che è la libertà di Dio ed egli accetta la manifestazione di questa più grande libertà, quella del Signore, che governa il mondo come vuole Lui, a volte dando il bene, a volte dando il male, ma sempre come Dio.

Su questo Giobbe non avrà mai dubbi, sul fatto che Dio è sovrano della storia, quindi delle cose, le esperienze vengono tutte radicalmente da Lui.

Questi i primi due capitoli, l’ultima scena termina con l’arrivo degli amici di Giobbe, che vengono da lontano e sono Elifaz, il Temanita, Bildad, il Suchita e Zofar, il Naamatita: “…Alzarono gli occhi da lontano, ma non lo riconobbero e, dando in grida, si misero a piangere. Ognuno si stracciò le vesti e si cosparse il capo di polvere. Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti, e nessuno gli rivolse la parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore”.

Come si diceva questi setta giorni di silenzio diventano per il poeta occasione per dilatare il testo, perché, se hanno ragione gli interpreti, a questo punto l’originale proseguiva con il cap. 42°, alla fine del quale vengono restituiti a Giobbe i beni che gli erano stati tolti, anzi gli vengono restituiti raddoppiati: “…Il Signore benedisse la nuova condizione di Giobbe più della prima ed egli possedette quattordicimila pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. Ebbe anche sette figli e tre figlie. A una mise nome colomba, alla seconda Cassia e alla terza Fiala di Stibio. In tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe e il loro padre le mise a parte dell’eredità insieme con i loro fratelli.

Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centoquarant’anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni. Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni.”

Giobbe è stato messo alla prova, ha superato le prova, con una fede integra, incrollabile, il Signore ha riconosciuto questo e lo ha benedetto ancora più di prima.

Da questo punto di vista le cose si aggiustano, tutto finisce bene, tutto finisce all’interno di un disegno comprensibile di giustizia, di riconoscimento del Signore, di manifestazione della sua sovranità giusta nei confronti della storia. Ma probabilmente il poeta non era soddisfatto di questa soluzione, non perché fosse sbagliata, la soluzione è giusta, ma Giobbe si presenta troppo bravo, in fondo sembra che le prove non lo scalfiscano neanche un po’, ha una corazza così robusta, che le prove più gravi gli sono passate sopra quasi come se fossero acqua, mentre il poeta vuole manifestare Giobbe come uomo, in tutta la fragilità e vulnerabilità della condizione umana. Giobbe deve certamente arrivare alla fede, ma deve anche avvertire l’angoscia della prova, la deve sentire nella pelle, se ne deve sentire toccato, non semplicemente come qualche cosa che può guardare con distacco, come sembra avere fatto in questi due capitoli.

Allora nascono i dialoghi fra Giobbe e gli amici, che introducono questo tema a cominciare dal famosissimo cap. 3°, una maledizione, che cambia immediatamente l’atmosfera del libro. Tutto era etico, tragico per molti aspetti, ma positivo nella forza della fede di Giobbe, ma passati i sette giorni di silenzio:

“…Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno; prese a dire: “Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “E’ stato concepito un uomo!”. Quel giorno sia tenebra, non lo ricerchi Dio dall’alto, né brilli mai su di esso la luce. Lo rivendichi tenebra e morte, gli si stenda sopra una nube e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno! Quel giorno lo possieda il buio, non si aggiunga ai giorni dell’anno, non entri nel conto dei mesi. Ecco, quella notte sia lugubre e non entri giubilo in essa. La maledicano quelli che imprecano al giorno, che sono pronti a evocare Leviatan. Si oscurino le stelle al suo crepuscolo, speri la luce e non venga; non veda schiudersi le palpebre dell’aurora, poiché non mi ha chiuso il varco del grembo materno, e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei!’“.

Giobbe, dunque, vorrebbe far scomparire un giorno e una notte, il giorno della sua nascita, la notte del suo concepimento. Quel giorno e quella notte, che sono l’origine della sua vita, l’origine nascosta, il concepimento, la notte, l’origine palese, la nascita, il giorno. C’è una specie di creazione a rovescio, non nei confronti del tempo e del mondo, ma di quel giorno, quel giorno deve essere cancellato.

Quando al v. 4 dice: “ quel giorno sia tenebra”, capovolge il v. 3 di Gen 1, quando Dio dice: “Sia la luce” e la tenebra è cancellata, diventa luce. Naturalmente Giobbe se la prende con il giorno della sua origine, ma implicitamente se la prende con Dio, perché è Dio che non avrebbe dovuto permettere la nascita di un uomo così sfortunato, di un uomo che era destinato a soffrire tanto.

Non è l’unico caso nella Bibbia, c’è anche quello di Geremia. Anche Geremia arriva a maledire il giorno della sua nascita, perché le sofferenze della sua vita sono troppo pesanti e gli sembra che un uomo non possa avere la forza di sopportarle. Quindi c’è la maledizione, che vuol dire cancellare, desiderare che qualcosa sia cancellato dalla faccia della terra, maledire vuol dire esprimere il desiderio che qualcosa venga eliminato.

Poi cominciano i “perché”.

  1. 2: “E perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e perché due mammelle, per allattarne? Sì, ora giacerei tranquillo, dormirei e avrei pace con i re e i governanti della terra, che si sono costruiti mausolei, o con i principi, che hanno oro e riempiono le case di argento.

Oppure, come aborto nascosto, più non sarei, o come i bimbi che non hanno visto la luce.” Giobbe esprime il desiderio di passare al regno della morte senza il cammino della vita, il regno dei morti appare ai suoi occhi come il regno della tranquillità, il regno del riposo.

La vita, in mezzo, è invece il momento dell’angoscia, il momento della sofferenza insopportabile. Allora meglio sarebbe stato morire prima di nascere, come un aborto, oppure morire al momento stesso della nascita, oppure morire subito dopo, perché nessuno si è preso cura di lui. Tutto il cammino della vita a Giobbe appare come un cammino di sofferenza, vorrebbe risparmiarsi la vita. Risparmiarsi la vita vuol dire togliersi la fatica di viverla; questa gli appare una sofferenza così grande, che vorrebbe esservi già in fondo, senza averla dovuta attraversare, senza averla dovuta passare.

Ma poi egli diventa non solo l’uomo che soffre ed esprime tutta la sua angoscia, ma il rappresentante di tutti i sofferenti, il suo problema è un problema personale, ma è anche il problema di tanti: “Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono alla vista di un tumulo, gioiscono se possono trovare una tomba …. A un uomo la cui via è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato?” Non si tratta, dunque, solo di Giobbe, ma della condizione dell’uomo, che incomincia a perdere il gusto di vivere, perché Dio gli ha nascosto la sua via, cioè lo ha bloccato nella sua vita, non sa più dove andare, dove dirigersi, non ha un piano, un progetto, una realizzazione da compiere. E’ uno che è “murato” da Dio, è murato e non riesce a uscire da quella situazione in cui si trova. Una vita così non ha più senso, non doveva nemmeno essere data: perché dare la vita se poi questa viene bloccata e impedita da Dio stesso?

Conclusione: finalmente Dio, che era il vero oggetto della riflessione di Giobbe, si rivela all’uomo, la cui via è nascosta e che si sente sbarrato da ogni parte.

“…Così al posto del cibo entra il mio gemito, e i miei ruggiti sgorgano come acqua, perché ciò che temo mi accade e quel che mi spaventa mi raggiunge. Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento!” Così comincia la lamentazione di Giobbe e a lui rispondono gli amici, uno dopo l’altro, con quello schema molto semplice A-B, A-C, A-D, per tre volte.

Al centro c’è Giobbe che si lamenta e al suo lamento risponde, a turno, uno degli amici. Poi Giobbe riprende a lamentarsi, perché consolare qualcuno non vuol dire rispondere al suo lamento tappandogli la bocca, ma dargli la possibilità di dare sfogo al suo dolore, di dire tutto, di poter tirar fuori tutto.

Ne escono tre discorsi di Giobbe e tre di ciascuno degli amici )Elifaz, Bildad, Zofar.

Il primo tema è quello del lamento, il lamento di una persona, che soffre pur essendo innocente.

La domanda naturalmente è: chi è che lo fa soffrire? Chi sono i nemici, gli avversari di Giobbe?

Ne emergono alcuni: i primi, paradossalmente, sono gli amici, erano andati per consolarlo e invece sono diventati degli accusatori, sono diventati (dice Giobbe stesso) dei consolatori molesti. La sua esperienza nel confronto degli amici è descritta così:

Cap. 6, 13: “ Non vi è proprio aiuto per me? Ogni soccorso mi è precluso? A chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici, anche se ha abbandonato il timore di Dio. I miei fratelli mi hanno deluso come un torrente, sono dileguati come i torrenti delle valli, i quali sono torbidi per lo sgelo, si gonfiano allo sciogliersi della neve, ma al tempo della siccità svaniscono e all’arsura scompaiono dai loro letti. Deviano dalle loro piste le carovane, avanzano nel deserto e vi si perdono; le carovane di Tema guardano là, i viandanti di Saba sperano in essi: ma rimangono delusi di aver sperato, giunti fin là, ne restano confusi. Così ora voi siete per me: vedete che faccio orrore e vi prende paura.”

Il significato è questo: nel vicino Oriente ci sono dei torrenti stagionali, che per 11 mesi all’anno sono secchi e per 1 mese, invece, sono gonfi di acqua, ma proprio per questo sono infidi, se uno pensa di seguire il torrente per avere l’acqua di cui ha bisogno per sopravvivere, può rimanere deluso perché al momento opportuno il torrente si rivela asciutto, non è in grado di sostenere la vita dell’uomo. Così sono stati gli amici di Giobbe: era convinto di avere dei consolatori, delle persone su cui poter contare in qualunque situazione, ma di fronte alle sue sofferenze hanno avuto paura. Questo è molto significativo: la prima reazione degli amici non è la tendenza alla solidarietà, tu soffri e noi sentiamo la tua sofferenza, no, la prima tendenza è quella dell’autodifesa: sei stato colpito da Dio, bisogna che io difenda la mia vita, perché non voglio che colpisca anche me, perché se ti vengo troppo vicino, c’è il pericolo che la tua maledizione mi si attacchi, che la punizione di Dio, che è arrivata a te arrivi anche a me.

Allora, per questo, l’atteggiamento degli amici evita la solidarietà: non è vero, o non è sempre vero, che di fronte alla sofferenza scatta un meccanismo di solidarietà, a volte scatta un meccanismo di autodifesa, di protezione di se stessi, mettendosi a distanza di sicurezza. perché la zona della sofferenza è una zona malata, che può diventare una malattia anche per me, che può diventare sofferenza anche per me.

Dunque Giobbe rimane deluso per il comportamento degli amici, ma in fondo questo si potrebbe anche sopportarlo, il problema che rende la sofferenza più disperata è che accanto agli amici ingannatori c’è, come suo avversario, Dio. Quel Dio, al quale l’uomo della Bibbia fa normalmente appello nei momenti di sofferenza;! nei momento di angoscia, ad esempio nelle lamentazioni dei Salmi. Quando una persona soffre si rivolge a Dio e chiede a Lui la difesa della sua vita. Giobbe non può, perché ormai Dio gli sembra divenuto un avversario.

Cap. 16, 7ss: “ Ora però egli m’ha spossato, fiaccato, tutto il mio vicinato mi è addosso; si è costituito testimone ed è insorto contro di me: il mio calunniatore mi accusa in faccia. La sua collera mi dilania e mi perseguita; digrigna i denti contro di me, il mio nemico su di me aguzza gli occhi [….. ] Dio mi consegna come preda all’empio, e mi getta nelle mani dei malvagi. Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha rovinato, mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato; ha fatto di me il suo bersaglio. I suoi arcieri mi circondano; mi trafigge i fianchi senza pietà, versa a terra il mio fiele, mi apre ferita su ferita, mi si avventa contro come un guerriero. Ho cucito un sacco sulla mia pelle e ho prostrato la fronte nella polvere.”

Per questo la situazione di Giobbe è così grave: quando una persona soffre, soprattutto quando soffre ingiustamente, ha sempre almeno il conforto di potersi rivolgere a Dio, che è il difensore degli oppressi e, specialmente nella tradizione biblica, la tradizione dell’Alleanza, è il difensore del debole, del povero, dell’orfano, della vedova; ma Giobbe ha Dio come nemico e il problema diventa: dove rivolgersi per trovare aiuto?

Secondo tema: perché Giobbe si lamenta, qual è la sua sofferenza? Stranamente i passi in cui egli si lamenta per la sua malattia sono rari. Ne troviamo qualcuno al cap. 7, 3-5:

“…A me sono toccati mesi d’illusione e notti di dolore mi sono state assegnate. Se mi corico dico: ‘Quando mi alzerò?’. Si allungano le ombre e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. Ricoperta di vermi e croste è la mia carne, raggrinzita è la mia pelle e si disfà.”

Qui viene descritta la malattia, ma è raro, mentre più frequente è il lamento generico sul fatto della sofferenza, in quanto tale. Soprattutto la disperazione per una vita, che tende irrevocabilmente verso la morte.

Quindi, al di là della malattia, il problema di Giobbe è il fatto stesso di vivere, di un’esistenza che cammina verso la morte, senza che la sua direzione possa essere cambiata:

Cap. 76-8 “…I miei giorni sono stati più veloci di una spola, sono finiti senza speranza. Ricordati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene. Non mi scorgerà più l’occhio di chi mi vede: i tuoi occhi saranno su di me e io più non sarò.”

E al Cap. 14, 1-12 ha quell’espressione famosa: “ L’uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma. Tu, sopra un tal essere torni aperti i tuoi occhi e lo chiami a giudizio presso di te? Chi può trarre il puro dall’immondo? Nessuno. Se i suoi giorni sono contati, se il numero dei suoi mesi dipende da te, se hai fissato un termine che non può oltrepassare, distogli lo sguardo da lui e lascialo stare finché abbia compiuto, come un salariato, la sua giornata! Poiché anche per l’albero c’è speranza: se viene tagliato ancora ributta e i suoi germogli non cessano di crescere; se sotto terra invecchia la sua radice e al suolo muore il suo tronco, al sentore dell’acqua rigermoglia e mette rami come nuova pianta. L’uomo, invece, se muore giace inerte, quando il mortale spira, dov’è ? Potranno sparire le acque del mare e i fiumi prosciugarsi e disseccarsi, ma l’uomo che giace più non s’alzerà, finché durano i cieli non si sveglierà, né più si desterà dal suo sonno.”

Quindi il discorso è generale, non si tratta solo del problema di Giobbe, che ha vissuto un’esperienza particolarmente tragica, è la condizione dell’uomo in sé, che costituisce un problema, che è ingiustificabile, secondo Giobbe e di qui nasce l’accusa, l’accusa che rivolge agli amici, ma soprattutto a Dio e che diviene sempre più dura con il procedere del dialogo. All’inizio l’accusa è un tantino implicita, l’abbiamo visto nel cap. 3°, poi diviene sempre più chiara e orientata.

Cap. 7, 12: “….Sono io forse il mare o un mostro marino. perché tu mi metta accanto una guardia? Quando io dico: Il mio giaciglio mi darà sollievo, il mio letto allevierà la mia sofferenza, tu allora mo spaventi con sogni e con fantasmi tu mi atterrisci. Preferirei essere soffocato, la morte piuttosto che questi miei dolori! Io mi disfaccio, non vivrò più a lungo. Lasciami, perché un soffio sono i miei giorni. Che è quest’uomo che tu ne fai tanto conto e a lui rivolgi la tua attenzione e lo scruti ogni mattina e ad ogni istante lo metti alla prova? “ Vale a dire: si capirebbe che Dio si accanisca così contro Giobbe se egli fosse un nemico di Dio, se Giobbe fosse l’abisso (l’abisso nella mitologia antica era l’avversario), se fosse il mare (il mare è, sempre nella mitologia, un mostro), se Giobbe fosse tutto questo, si capirebbe perché Dio gli stia tanto addosso, perché lo cinga da ogni parte, ma Giobbe è fragile, è povero, dunque perché questo accanimento? Non ha motivazioni.

Non c’è un luogo dove Giobbe possa sfuggire a Dio, perché nemmeno i pensieri e nemmeno i sogni possono diventare un luogo di riposo, sono deteriorati anche quelli. Quando sogna la psicologia di Giobbe è sconvolta e i sogni diventano incubi, quindi non un momento di riposo, in nessuna situazione.

Allora che cosa chiede, Giobbe, che cosa domanda? Anzitutto domanda di morire, non riesce più a sopportare il suo dolore, la vita gli è diventata un peso, meglio sarebbe stato non essere mai nato, ma adesso la cosa migliore è poter morire e trovare finalmente quella pace, che la vita non è più in grado di offrirgli: “…Se avvenisse quello che invoco, lo voglia Dio e mi annienti, stenda la sua mano e mi recida”.

E’ da notare che Giobbe non ha mai pensato al suicidio, ha il desiderio di morire, ma che Dio lo faccia morire, il pensiero di togliersi la vita non gli appartiene, non lo sfiora mai.

Una seconda richiesta è che Dio lo lasci solo, che non gli stia addosso, che non gli respiri sul collo, perché lo sente come una forza ostile, da cui non riesce a difendersi, deve sempre fare i conti con lui. E’ un oppressore soffocante, Dio, non gli lascia spazio per respirare e per godere quel poco di riposo, che la vita può offrire.

C’è una terza richiesta, più strana, ma ancora più decisa, c’è che il caso di Giobbe sia discusso, che Dio istruisca un processo, nel quale Giobbe possa stare davanti a Dio a far valere le sue ragioni e presentarsi con la sua innocenza. Giobbe chiede fondamentalmente questo.

Cap. 13, 15ss: “Mi uccida pure, non me ne dolgo; voglio solo difendere davanti a lui la mia condotta! Questo mi sarà pegno di vittoria, perché un empio non si presenterebbe davanti a lui. Ascoltate bene le mie parole e il mio esposto sia nei vostri orecchi. Ecco, tutto ho preparato per il giudizio, sono convinto che sarò dichiarato innocente. Chi vuol muovere causa contro di me? Perché allora tacerò, pronto a morire. Solo, assicurami due cose e allora non mi sottrarrò alla tua presenza; allontana da me la tua mano e il tuo terrore più non mi spaventi; poi interrogami pure e io risponderò oppure parlerò io e tu mi risponderai. Quante sono le mie colpe e i miei peccati? Fammi conoscere il mio misfatto e il mio peccato.”

Questa è la domanda più significativa di Giobbe, accetterebbe di dover pagare un conto così grande, ma non vuole che questo conto passi per una punizione dei suoi peccati, delle sue colpe. Vuole discutere la sua questione davanti a Dio e questo fatto stesso è un pegno della sua innocenza, perché nessuno consapevole del suo peccato, accetterebbe di discutere la sua causa davanti a Dio. Se invece egli è disposto è perché sa di non aver peccato o perlomeno di non avere un peccato, che giustifichi una punizione di questo genere.

Quindi vuole discutere con Dio, ma ad una condizione, di poterlo fare liberamente, perché, naturalmente, Dio è così grande, così forte, che può terrorizzare Giobbe e se egli va in tribunale e si trova di fronte la sua maestà, non riuscirà a parlare, non riuscirà a difendersi equamente e giustamente. È questo il punto di arrivo delle richieste di Giobbe, quello più significativo.

Le risposte degli amici partono da due principi fondamentali, secondo loro, che sono questi:

  1. Dio retribuisce l’uomo prima della morte, la fede nell’aldilà non c’è, quindi la retribuzione dopo la morte non viene presa in considerazione. Se Dio è giusto deve dare qui la giusta retribuzione.

  2. Dio è giusto, quindi la retribuzione è certamente giusta. C’è sempre una proporzione esatta tra le opere dell’uomo e la sanzione di Dio, la virtù produce felicità, la malvagità produce castigo. Questo è un dogma. Se Dio è giusto le cose devono andare così e quindi gli amici non hanno alcun dubbio.

È una concezione di fede che porta a delle conseguenze rigide, a delle conclusioni chiarissime nel modo di valutare le cose. Se uno soffre e vuole ritrovare la felicità deve ritornare a Dio.

È il discorso che i tre amici fanno a Giobbe: riconosciamo che stai soffrendo, desideriamo la tua gioia, convertiti, confessa il tuo peccato, ritorna al tuo Signore e questo sarà una garanzia di felicità e di benedizione.

Ed è il discorso che Giobbe non vuole, non può accettare. In sintesi dice: cosa vuol dire tornare a Dio? Non l’ho mai abbandonato, non ho peccato, non gli ho mai voltato le spalle; la conversione è l’atteggiamento di chi ha voltato le spalle e poi torna indietro, ma io non l’ho mai fatto. In ogni modo non è vero che se io torno a Dio mi è garantita la felicità, perché quando ero onesto mi è venuta addosso la sofferenza e allora lamia conversione non mi garantisce niente, se la virtù e l’integrità mi hanno fruttato la sofferenza. Voglio sapere che cosa Dio mi rimprovera. Qual è il vero motivo del suo accanimento contro di me. I discorsi degli amici hanno tre temi fondamentale: la descrizione della sorte dei malvagi, quindi fanno dei quadri molto belli, anche dal punto di vista letterario, della condizione dei malvagi, che sono nella instabilità, insicuri, sradicati, vanno verso la disperazione, verso il nulla; viceversa i giusti sono benedetti da Dio, bastano gli atteggiamenti corretti per poter entrare in questa sfera di gioia. La conversione, l’umiltà, la stabilità della fede, la preghiera sono il vaccino contro l’infelicità. Se uno fa queste cose, Dio lo garantisce, non gli si attacca nessuna malattia, nessuna sofferenza e oppressione.

Ultimo tema, nessun uomo è giusto e può essere puro davanti a Dio; stranamente però cambiano un tema che era tradizionale, che è presente in tutta la Bibbia: quando la Scrittura dice che nessun uomo è giusto e puro davanti a Dio, questo è normalmente interpretato come una specie di scusante, proprio perché siamo fragili, Dio non può essere troppo severo, deve avere un atteggiamento di benevolenza e di misericordia. La fragilità è una scusante, invece per gli amici di Giobbe diventa un’arma contro di lui: non ti puoi considerare innocente, perché ogni uomo è radicalmente colpevole. Quindi, in un modo sempre più violento, man mano che il dialogo procede, mettono Giobbe sotto accusa. Partono come dei consolatori, ma diventano, nel corso del dialogo, degli accusatori, perché si basano su una concezione rigida di ciò che Dio deve essere, della sua giustizia.

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