IL DISCEPOLATO PER I GIOVANI OGGI – 3

Diocesi Reggio Emilia-Guastalla
Azione Cattolica Settore Giovani
Esercizi Spirituali di Pietravolta (21-24 Luglio 1994)

Maestro dove abiti?
Venite e vedrete

Il discepolato per i giovani oggi

Quarta Meditazione

Il giovane, discepolo per le strade del mondo

Ora consideriamo dei brani tratti dalla Lettera di S. Paolo agli Efesini, che riguardano la vocazione cristiana, ma nell’aspetto della sua varietà. Questa mattina (IV meditazione) abbiamo ricordato la vocazione cristiana che coinvolge tutti. I testi che vogliono leggere adesso riguardano invece le funzioni diverse che ci sono all’interno di una comunità.

Il primo testo, lo abbiamo già letto (Ef 4, 7-8), dice: «A ciascuno di noi, tuttavia è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con se prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». Vuol dire che con la sua Risurrezione e la sua Ascensione, Gesù è diventato il Signore del mondo, ha portato con sé prigionieri tutte quelle potenze che condizionavano e rendevano schiavi gli uomini, le ha vinte, e ha distribuito agli uomini doni.

I doni sono chiaramente le grazie che accompagnano la vita dell’uomo. E queste grazie sono diverse secondo le diverse persone: a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo.

Al versetto 11 S. Paolo scrive: «[11]È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, [12]per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, [13]finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. [14]Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. [15]Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, [16]dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità».

E poi continua con quel brano che abbiamo già ricordato ieri nella 2° meditazione.

Che cosa dice San Paolo? Dice che il Signore ha messo nella Chiesa alcune persone che svolgono un ministero, un compito per rendere idonei i fratelli a svolgere il loro ministero che è quello di edificare il corpo di Cristo.

Tutti voi che siete cristiani avete un compito da realizzare e il compito è edificare il corpo di Cristo. Questo riguarda tutti: dovete educare il corpo di Cristo qualunque sia la vostra vocazione, la vostra condizione, la vostra situazione, il vostro servizio, ecc.

Che cosa vuol dire edificare il corpo di Cristo? Vuol dire che la vita di ciascuno di voi esercita una influenza su un certo pezzettino di mondo: un pezzettino della famiglia dove vivete, un pezzettino del luogo di lavoro dove lavorate, un pezzettino della parrocchia che frequentate, un pezzettino del bar dove andate a prendere il caffè. Ci sono tutta una serie di realtà del mondo nelle quali voi vivete e sulle quali avete una certa autorità, perché ci entrate dentro.

Dovete trasformare queste realtà in corpo di Cristo; se voi mettete dentro al vostro modo di vivere la famiglia, l’amore, al vostro modo di vivere il lavoro, l’onestà, al vostro modo di vivere i rapporti umani, la sincerità e l’amicizia… voi costruite il corpo di Cristo, voi introducete il Signore dentro al mondo, agli ambienti del mondo.

Con questo non voglio dire che dovete predicare il Vangelo di Gesù Cristo (se lo fate va bene), ma che dovete vivere da cristiani li dove siete. In qualunque luogo vi rechiate, comportatevi da cristiani e così edificate il corpo di Cristo.

Ma come fate? Dove trovate voi la forza per fare quello che abbiamo appena detto? Dove trovate la forza per essere cristiani lì dove siete? Lì dove lavorate? Lo ricordavate anche voi che gli ambienti in cui vivete non sono tranquilli e facili, che vi trovate gomito a gomito con persone che hanno atteggiamenti diversi di fronte alla fede e a volte anche di contestazione e di rifiuto e che possono creare disagio o mettere in crisi o schernire il vostro comportamento. Sono ambienti dove non è facile essere cristiani, ci si riesce per una settimana, ma per un mese, un anno, vent’anni? Rimanere fedeli è difficile, dove trovare la forza?

Il Signore vi regala alcune persone che vi aiutino per questo; sono tutti quelli che in un modo o nell’altro annunciano il Vangelo. S. Paolo ne fa l’elenco: alcuni come Apostoli, altri come profeti, altri come pastori e maestri ma l’elenco lo potete fare voi in un altro modo: ci mettete quelli che fanno i preti, i diaconi e i catechisti. A che cosa servono queste persone? Nell’ottica di S. Paolo servono ad aiutarvi per essere cristiani; non perché loro sono bravi, ma semplicemente perché annunciano Gesù Cristo, perché vi parlano del Vangelo, perché celebrano i Sacramenti che sono quelle cose di cui voi avete bisogno per essere cristiani.

A essere cristiani non ce la fate con le vostre forze, avete bisogno della forza che viene dal Signore. Il Signore la sua forza ve la dà attraverso la Parola e i sacramenti, che vi sono trasmessi da Lui attraverso alcune persone che sono chiamate proprio per questo e che hanno una vocazione di servizio (preti e anche catechisti) cioè tutti quelli che hanno il compito di annunciare la Parola di Dio, in un modo o nell’altro.

«Finché arriviamo tutti all’ unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo», vuol dire: fino a che quella comunità che siamo, quella Chiesa che siamo, non diventi una Chiesa matura, adulta. La Chiesa, la nostra comunità, è ancora piccolina, è ancora bambina e non ha ancora una grande capacità di rivelare Gesù Cristo; ha bisogno di crescere e la dovete fare crescere voi con tutto il vostro impegno quotidiano, ma perché voi lo possiate fare prendete i preti come un regalo del Signore. È vero che non sempre i regali sono belli e gradevoli però sono un regalo del Signore, servono.

Questo è il primo elemento di quelle vocazioni particolari che ci sono all’interno della Chiesa.

Al capitolo 5, 21 incomincia un brano che la Bibbia di Gerusalemme intitola: Morale domestica, ed è un brano sorprendente almeno per alcune cose e anche un po’ scandalizzante; qualcuno si arrabbia ad ascoltare questo brano, ma anche se si arrabbia proviamo a leggerlo comunque.

«[21]Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. [22]Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; [23]il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. [24]E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. [25]E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, [26]per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, [27]al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. [28]Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. [29]Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, [30]poiché siamo membra del suo corpo. [31]Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. [32]Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! [33]Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito. [1]Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. [2]Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato a una promessa: [3]perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra. [4]E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore. [5]Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, [6]e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, [7]prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini. [8]Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo sia libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. [9]Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo, e che non v’è preferenza di persone presso di lui.» (Ef 5, 21–6, 9).

II motivo per cui questo brano può creare un po’ di reazione è anzitutto quel discorso dei mariti che sono capo delle mogli le quali devono essere sottomesse ai mariti e l’altro è il discorso degli schiavi che devono obbedire ai loro padroni. Noi la schiavitù l’abbiamo passata da un pezzo, ma evidentemente a S. Paolo le questioni sociologiche interessavano poco o niente: il problema politico della liberazione degli schiavi non lo sfiora neanche e non se lo pone.

Il problema che Paolo si pone, invece, è un altro: in qualunque condizione di vita una persona si trovi, come può fare per edificare il corpo di Cristo? Se una persona è sposata come può fare a trasformare il suo matrimonio in corpo di Cristo? E se una persona ha dei figli come può fare a trasformare la famiglia in corpo dì Cristo? E se uno ha degli schiavi o uno schiavo vive servendo un padrone, può trasformare queste cose in corpo di Cristo? Questo è il problema di base e significa che se voi volete edificare il corpo di Cristo, il problema non è stare in Chiesa 24 ore al giorno, ma il problema è vivere la vita sociale in un certo modo.

Vivere la famiglia, vivere il lavoro, i rapporti umani e tutte le altre cose come l’università, l’impegno politico, la cultura, lo sport, il bar e anche le azioni e le obbligazioni… in un certo modo. Edificare il corpo di Cristo non vuole dire necessariamente vivere solo con la preghiera (un attimo di sola preghiera è inevitabile, ci vuole per tutti); ci sono quelli che hanno nella Chiesa il compito della preghiera in un modo speciale che pregano dalla mattina alla sera o quasi, ma l’importante è che ciascuno, secondo la sua vocazione, trasformi quella vita che fa in qualche cosa che piace al Signore: la vita quotidiana, sociale, quella realtà lì. Questo è prezioso.

Ci dovete mettere dentro tutto, ci dovete mettere dentro il modo di vivere e interpretare la sessualità, ci dovete mettere dentro il modo di interpretare e vivere il denaro, il modo di interpretare e vivere l’autorità, il potere, perché queste sono le cose in cui giochiamo la nostra identità cristiana.

  1. Paolo, se avete notato, considera tre coppie di persone: marito e moglie, genitori e figli, padroni e schiavi; e ha da dire qualcosa a ciascuna di queste coppie. Ha qualcosa da dire alla moglie e qualcosa da dire al marito, qualcosa ai genitori e qualcosa ai figli, qualcosa agli schiavi e qualcosa ai padroni, c’è una specie di reciprocità di doveri, la moglie ha dei doveri verso il marito, il marito ha dei, doveri verso la moglie, ecc.

C’è una reciprocità e questa reciprocità è definita da una affermazione di fondo che sta alla base del brano: «siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo».

Queste parole sono la chiave di lettura di tutto il brano; essere cristiani vuol dire considerare gli altri degni del nostro servizio. Vuoi dire amare, ma amare vuol dire volere la vita degli altri e volere la vita degli altri vuol dire qualificare i nostri comportamenti in funzione del loro bene, del bene degli altri. -Siate sottomessi vuol dire questo: quando il buon samaritano vede il ferito a lato della strada si ferma, scende, ecc. cioè si sottomette al ferito, il ferito ha bisogno di essere curato e.lui interrompe il suo programma per fare spazio alla necessità del ferito: questo è un modo concreto: di sottomettersi.

Sottomettervi gli uni agli altri non vuol dire che mentalmente dovete pensare di essere sotto, il mentalmente conta relativamente, è con i fatti che dovete considerare gli altri degni di servizio. Sottomettervi gli uni agli altri nel timore del Signore, vuol dire che dal punto di vista cristiano bisogna. fare le domande giuste, perché se uno prende un brano di questo genere e cerca di rispondere; ad una domanda come questa: chi è più importante, il marito o la moglie? sbaglia la domanda perché dall’ottica cristiana il problema non è chi è più importante ma il problema è che dovete essere sottomessi gli uni agli altri, quindi la moglie sottomessa al marito, il marito sottomesso alla moglie.

Ci sarà il problema dei modi e i modi potranno essere diversi, ma deve essere una sottomissione vera e propria.

I figli sono sottomessi ai genitori, devono obbedire, ma i genitori sono sottomessi ai figli. Sottomessi ai figli non vuol dire che faranno quello che vogliono i figli, ma vuol dire che tutte le scelte che i genitori fanno le debbono fare in vista del bene dei figli e davvero nel bene dei figli, non impongono il proprio arbitrio ai figli, ma preparano ai figli un cammino che sia il loro bene. Se fanno questo sono sottomessi ai figli, perché non fanno quello che pare a loro, perché non vanno fuori quando ne avrebbero voglia, perché non fanno un programma di matrimonio come pare a loro, ma preparano i figli ad una maturità che porterà i figli lontani da loro. I genitori realizzeranno la loro vita quando i figli diranno: “Ciao, ci vediamo” e andranno per conto loro, perderanno i propri figli, ma è proprio per questo che i genitori li hanno fatti: per perderli e non tenerli legati. Ma questo vuol dire sottomettersi ai figli, vuol dire considerare i figli come degni di spendere la propria vita. La domanda giusta con cui dovete leggere questo brano non è: chi è prima, chi conta di più, chi vale di più, chi può imporre il suo volere? (o cose di questo genere) ma come si può essere sottomessi gli uni agli altri? Come si può fare della propria vita una scelta di servizio e di dono? Ricordate il Vangelo? 1 figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, avevano chiesto a Gesù: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nel regno dei cieli». Tradotto vuol dire: tu stai per diventare il presidente del consiglio, dacci il posto del ministro degli interni e degli esteri, i posti più importanti dalli a noi. E gli altri Apostoli si arrabbiano per questo, perché dicono: a me cosa deve rimanere solo il ministero della cultura?

Il Signore allora li prende da parte e incomincia a insegnare: voi sapete che coloro che sono ritenuti capi per le nazioni, le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere, tra voi però non è così, ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servo e chi vuol essere il primo fra voi sarà il servitore di tutti. Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita come riscatto per la moltitudine.

Gesù è venuto mettendosi all’ultimo posto, vuoi diventare grande? Ti è lecito, è un desiderio bello diventare grande, però, se vuoi diventare grande, devi metterti all’ultimo posto e diventare il servo di tutti. Non è proibito avere il desiderio della grandezza, ma devi capovolgere l’ottica, devi capovolgere il modo di considerare la grandezza, devi mettere al centro il servizio e il dono della tua vita.

Applicate ciò ai rapporti fra marito e moglie, le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore. Come al Signore vuol dire non: come al tiranno, al dominatore. Quindi una sottomissione che non è quella dello schiavo per paura ma è quella dell’amore. «Il marito è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano sottomesse ai loro mariti in tutto»Tradotto vuol dire: siete sposati? Volete trasformare la vostra esperienza di matrimonio in corpo di Cristo? Bene, vivete in atteggiamento di sottomissione nel cercare il bene dell’altro.

Per i mariti c’è la reciprocità: E voi mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. Questo vuol dire che se volete fare i mariti cristiani dovete dare la vita per le mogli. Dare la vita perché così ha fatto Gesù Cristo, che ha messo la vita della Chiesa come scopo della sua vita e del suo sacrificio e non ha tiranneggiato la sua Chiesa, ma l’ha amata fino a dare la sua esistenza.

«Come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavoro dell’acqua. accompagnato dalla parola, alfine di darsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia ne ruga o alcunché di simile». Il modo di vivere l’esperienza matrimoniale è questa. Per questo S. Paolo si attenta a dire alla fine del brano che: poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola:.

Il matrimonio è vocazione alla comunione, è vocazione alla complementarità, ad essere una cosa sola, ad abbandonare le sicurezze del passato, della propria famiglia d’origine, per costruire una famiglia nuova. Che valore ha la scelta del matrimonio? Che significato ha per il cristiano? Il matrimonio ha naturalmente una sua struttura originaria, biologica, fa parte della natura dell’uomo in quanto animale, ma nell’ottica umana e cristiana questa, struttura biologica viene trasfigurata e assume un significato nuovo: «Questo mistero. è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!».

Ricordate quello che dicevamo ieri mattina nella I meditazione? Che cos’è il mistero per S. Paolo? E’ quel progetto misterioso che Dio ha pensato dall’eternità e che ha rivelato attraverso Gesù Cristo, ed è il progetto di ricapitolare le cose in Cristo, è il progetto di raccogliere il mondo, il cosmo, nella varietà dei suoi elementi e nel farlo diventare una realtà armoniosa e una, è ricondurre all’unità il cosmo.

E la famiglia che cosa è? Questo: un uomo e una donna, ciascuno con la sua storia, ciascuno con le sue preferenze, ciascuno con le sue abitudini, che, diventano una coppia unica, diventano una famiglia unica, superando ciascuno il proprio egocentrismo smettono di essere semplicemente persone lontane e costruiscono un progetto unico di vita. Nasce quello che si chiama il noi, tu ed io insieme, e questo noi deve essere così prezioso in una famiglia che ciascuno non ragiona più a partire dalle sue preferenze e nemmeno dalla sua ragione.

Quando una famiglia funziona bene, non c’è il problema di aver ragione uno contro l’altro, c’è il problema di sentirsi insieme di fronte alla vita e di fronte ai problemi della vita. Quando una famiglia funziona male, e ci si trova davanti ad uno ostacolo la prima reazione è dare la colpa uno all’altro: “E’ colpa tua se siamo a questo punto, perché tu non mi hai voluto abbastanza bene, perché non mi hai comperato…”. Quando invece una famiglia funziona bene di fronte ad uno ostacolo non c’è il dare la colpa uno all’altro, ma c’è il dire insieme: “Abbiamo questo ostacolo da saltare, come lo possiamo superare insieme?”. Cioè invece di giocare a ping-pong uno contro l’altro si mettono tutti e due dalla stessa parte per togliere l’ostacolo.

E’ un atteggiamento mentale diverso, ma che diventa possibile quando si è dimenticato il proprio egocentrismo, quando uno non si considera più il centro del mondo. Io non devo affermare me stesso e l’altro diventa uno strumento per la mia affermazione, io ho rinunciato ad una affermazione privata, perché è il noi che dobbiamo costruire insieme, che vogliamo costruire insieme. Quando questo succede, succede che due persone diverse vengono a costruire una armonia, un’unità.

In piccolo questo è lo scopo del mondo: il mondo è per l’unità, Dio lo ha sognato così. La famiglia è un piccolo germe, la coppia non è l’unità del cosmo, ma è un germe prezioso perché riflette il progetto di Dio sull’umanità. Questo è tra i tanti motivi quello per cui il matrimonio è un sacramento: nella sua realtà umana, terrena, il matrimonio diventa uno specchio dell’unità di Cristo e della Chiesa. L’unità di Cristo e della Chiesa è lo scopo del mondo, è quel cosmo ricondotto all’unità, riconciliato in Cristo.

Il cammino di fidanzamento è un cammino in cui due persone partono ciascuno da casa propria per andare a costruire una casa insieme e devono fare una fatica lunga, perché devono imparare a conoscersi, devono vedere le differenze, devono togliere un pochino le asprezze, le punte aspre e dure che ci sono e debbono sintonizzarsi uno con l’altro, devono imparare a ragionare a partire dal noi.

Fare questo vuol dire imparare a sintonizzarsi sul progetto di Dio, imparare a costruire il corpo di Cristo e la vita di coppia realizzerà esattamente questo. La vocazione al matrimonio dice essenzialmente questo: la vocazione a realizzare il grande progetto di Dio che è l’unità del cosmo nel piccolo ambito della coppia, piccolo ma significativo.

Stesso discorso per ciò che riguarda i genitori e i figli: Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento…

Notate come S. Paolo da due motivi per cui i figli debbono obbedire ai genitori. E “giusto” vuol dire che fa parte della virtù (è una concezione fondamentale greca) e poi ci mette il motivo biblico che è il quarto comandamento del Decalogo che dice: “Onora tuo padre e tua madre” S. Paolo nota che questo è il primo dei comandamenti a cui è annessa una promessa che è: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra; al rispetto verso i genitori è assegnata come promessa la felicità e la vita lunga.

Naturalmente questo non prendetelo come una cosa magica, ma intendetelo in quel senso bello che deve avere e cioè che onorare i genitori vuol dire onorare coloro dai quali c’è venuta la vita; quindi è un modo per accettare la vita. La vita ce l’abbiamo come un dato, perché nessuno ha scelto di averla, però quel dato che abbiamo lo dobbiamo far diventare scelta.

lo devo accettare di vivere, e onorare i genitori è un modo di accettare la mia esistenza perché mi viene da loro. Il mio codice genetico le lo hanno trasmesso loro e se io accetto loro accetto me stesso. È per questo che c’è una benedizione di vita. Fare questo vuol dire fare un atto di fede nella vita e vuol dire quindi sintonizzarsi su quella bellezza che la vita possiede in sé; accoglierla con tutti i limiti che ci possono essere nel rapporto con i genitori, ma in questa logica.

E voi, padri, non inasprite i vostri figli: è il rischio dei genitori che sono possessivi e che invece di fare crescere i figli in qualche modo li tengono sotto un loro comando e debbono stare all’interno della loro volontà. I genitori hanno il dovere di comandare ai figli, ma debbono comandane perché il figlio è ancora incapace di prendere decisioni mature. Lo scopo è quello di farlo arrivare alla maturità e non di tenerlo indefinitamente bambino.

La sottomissione dei figli è per natura una sottomissione provvisoria, che dura per qualche anno e poi è destinata a scomparire, ma non il rispetto per i genitori che ci sarà sempre, come ci deve essere sempre il rispetto nei confronti del prossimo. La sottomissione ai genitori è per sua natura provvisoria e i genitori debbono sapere questo e debbono esattamente fare in modo che i figli maturino in questa logica. Quando fanno questo hanno costruito il corpo di Cristo, hanno vissuto il dono, la gratuità del dono, hanno messo al mondo dei figli gratis, non per se stessi ma per loro, direi in termini più precisi dal punto di vista cristiano, li hanno messi al mondo per il Signore.

Per il Signore vuol dire che i genitori danno ai figli il codice genetico, ma non danno ai figli la vocazione, cioè non danno ai figli la strada che dovranno percorrere, quella strada gliela dà il Signore e i genitori accettano i figli così come il Signore li ha pensati. Ciò vuole dire prendere: i figli diversi da come li avevano pensati loro o programmati. Qualche volta c’è anche un figlio che fa esattamente quello che i genitori avevano pensato come mestiere, come progetto, ma questo è raro, generalmente i figli vanno per conto proprio e fanno altre cose rispetto a quello che i genitori sognavano.

San Paolo parla poi degli schiavi e dei padroni. Uno schiavo è quello messo peggio dal punto di vista sociale. La schiavitù è una condizione che sembra irrecuperabile, invece per S. Paolo anche lo schiavo può trasformare la sua condizione in servizio al Signore. Dice S. Paolo: Obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore (una espressione biblica che vuol dire con rispetto e non con paura), con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo.

In questa condizione anche il servizio dello schiavo diventa attività di fede e notate la cosa più interessante dal punto di vista sociaologico tra schiavi e padroni: i padroni avevano tutti i diritti e gli schiavi tutti i doveri, ma per S. Paolo gli schiavi hanno dei doveri ma anche dei diritti perché, voi sapete, infatti, che ciascuno sia schiavo sia libero riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene.

La vostra condizione di schiavitù è una condizione relativa, siete schiavi dal punto di vista sociologico, ma non siete schiavi come persona. Come persona siete figli di Dio e avete una dignità che niente vi toglie e viceversa i padroni hanno dei doveri: Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro: cioè come loro si debbono comportare verso di voi con rispetto e ossequio, voi allo stesso modo verso di loro.

Non c’è uno che ha i doveri e l’altro tutti i diritti, c’è reciprocità: ciascuno deve avere nei confronti dell’altro gli stessi atteggiamenti e questo è sorprendente, perché vuol dire ai padroni che debbono comportarsi con gli schiavi con lo stesso atteggiamento con cui gli schiavi debbono comportarsi verso i padroni. Ciò significa evidentemente introdurre una mentalità nuova.

Mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nei cieli, non siete dei padroni in senso assoluto, siete dei padroni dal punto di vista sociologico, perché potete esigere le cose che la legge vi permette di esigere dai vostri servi, ma in realtà avete anche voi un solo Padrone nel cielo e non c’è preferenza di persone in Lui.

Davanti a Lui la condizione dell’uno come dell’altro è la stessa: Dio non fa differenza alcuna, per cui ricordatelo e cerca di vivere sotto la presenza di questo Dio, alla luce della sua volontà e del suo amore. In questo modo S. Paolo risponde alla domanda in che modo io posso trasformare la condizione sociale che sto vivendo, in che modo posso edificare il corpo di Cristo? Come posso trasformare la mia condizione sociale in cristianesimo?

Come faccio? Moglie, marito; figli, genitori; schiavi, padroni; ciascuno ha il suo modo di trasformare la sua esperienza sociale, umana in obbedienza a Dio. Naturalmente queste sono esemplificazioni, bisognerebbe moltiplicarle: come fate voi a trasformare lo studio all’Università in edificazione del corpo di Cristo? Come fate a trasformare il tipo di lavoro che fate in edificazione del corpo di Cristo? Qualunque sia il tipo di lavoro (può darsi che sia più facile quello del medico, per certi aspetti, però ci sta dentro anche il lavoro del bancario, ecc.)

Gli unici lavori che non sono recuperabili, dal punto di vista della fede, sono quelli disonesti; il lavoro del ladro non riesco a farlo diventare cristiano nemmeno con tutta la mia buona volontà, ma quando un lavoro è onesto, è sempre recuperabile dal punto di vista del significato cristiano e ciascuno deve trovare il modo di farlo.

Come posso trasformare la mia autorevolezza, ad esempio, politica? Il potere politico che esercito, supponendo di essere un assessore, lo esercito in edificazione del corpo di Cristo?

Non posso rispondere a tutte queste domande; ciascuno deve trovare il modo nella sua vita, però quello che mi interessa molto è che voi capiste che la vita cristiana si gioca nel quotidiano, nel modo di vivere queste dimensioni umane, questi rapporti umani con gli altri.