I FONDAMENTI BIBLICI DELL’ EUCARISTIA

I fondamenti biblici dell’Eucaristia

Parte di un corso di catechesi agli adulti sul tema dell’Eucaristia tenuto durante l’anno pastorale 1991/92 nella parrocchia di Rivalta da più relatori.

Cerchiamo di riflettere sul significato della Pasqua ebraica e questo non semplicemente per un interesse storico o culturale. Ma perché la Pasqua ebraica ha dato alla Pasqua cristiana la sua struttura: la Pasqua cristiana è naturalmente il riferimento alla morte e resurrezione del Signore e quindi un evento nuovo che va al di là di tutta l’esperienza ebraica, ma trova il suo significato strutturale nella Pasqua ebraica. Riflettere sulla Pasqua ebraica ci aiuta a capire meglio quella cristiana ed anche l’Eucaristia.

Che cosa è dunque la Pasqua ebraica? Per capirla occorre ritornare innanzitutto all’origine della storia della salvezza che ne è l’origine e la base. Le feste ebraiche generalmente sono commemorazioni di avvenimenti storici, in qualche modo sono diverse dalle feste religiose pagane; perché sono generalmente celebrazioni dei cicli naturali come la festa dell’inverno, quella della primavera: per esempio quando la natura rinasce c’è la festa del raccolto e così via; questo vale in qualche modo anche per le feste ebraiche, ma non è il centro. Quello che è tipico della festa ebraica è che si ricorda una azione storica, Dio entra nella trama degli avvenimenti umani e ordina la storia verso una direzione ed un traguardo di salvezza. Per capire cos’è la Pasqua si deve partire dalla storia di Israele in Egitto. Dalla schiavitù in Egitto, Israele è stato liberato;, è stato salvato e da questa esperienza di salvezza nasce la Pasqua. Inoltre, proprio in Egitto, Israele ha conosciuto la protezione di Dio. Tutto ciò traspare nello episodio delle dieci piaghe, in cui vi è la morte dei primogeniti egiziani, mentre i primogeniti di Israele sono salvati dal sangue dell’agnello. Dunque Israele è stato preservato dalla morte, è stato custodito, protetto, c’è stato un intervento del Signore a suo favore. Inoltre Israele è stato liberato da una condizione di schiavitù: L’Egitto per Israele è stato una condizione di servilismo, di sottomissione ed anche di sterminio. Ma l’intervento di Dio fa passare Israele da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà. Questa esperienza di salvezza si concretizza attraverso il passaggio del Mar Rosso, quando Israele scende in mezzo agli abissi del mare ed in quel mare che di per sé dovrebbe essere una forza di distruzione e di annientamento, diventa per Israele un passaggio verso la libertà e verso la vista. Israele scende verso il mare e ne esce come un popolo libero e vivo. tutti questi avvenimenti dell’Esodo contengono come significato questo: Dio è intervento per liberare il suo popolo e il contenuto della liberazione è fondamentalmente la vita, il passaggio dalla morte alla vita, da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà, da uno stato di tristezza ad uno di gioia: questo è il significato fondamentale dell’avvenimento. In realtà avviene sempre così, quando noi diciamo che Dio interviene nella storia dell’uomo, lo scopo dell’intervento di Dio ha sempre uno scopo di salvezza. Tanto che la storia degli interventi di Dio si chiama «storia della salvezza». Questo è l’intento di Dio, lo scopo e questo è ciò che Dio produce, con questi suoi atti di potenza e di misericordia. Questo è il significato dell’Esodo, per esempio: il significato dei 40 anni che Israele ha passato nel deserto guidato dalla presenza di Dio, il significato naturalmente dell’ingresso nella terra promessa, quando Israele entra nella terra di Canaan e ne prende possesso vuol dire che entra in una condizione di gioia, una condizione di pienezza di vita, e così è per tutti gli altri interventi di Dio.

Nella storia di Israele la Pasqua prima di tutto fa riferimento all’Esodo, ossia il riassunto di tutte le opere di salvezza di Dio. C’è un testo famosissimo il [???] in cui si narra di una notte fondamentale che è la notte della Pasqua, in cui Dio ha creato il mondo e l’uomo, cioè la notte della creazione prima delle grandi opere di salvezza di Dio. È la notte dell’alleanza di Dio con Abramo quando il Signore lo ha chiamato e gli ha chiesto il sacrificio di Isacco, la nascita della comunione di Dio con l’uomo cioè di Dio con Abramo, la protezione nei suoi confronti e della salvezza di Isacco. Questa notte nella concezione ebraica sarà anche la notte in cui si manifesterà il Messia e in cui la salvezza sarà quindi portata alla perfezione e al compimento. Tutto ciò sta alla base della Pasqua, se si vuole capire il vero significato si deve partire dalla storia di Israele che è vissuta e interpretata come una storia di salvezza e in particolare si deve partire da quell’avvenimento che è la storia dell’Esodo, quando Israele ha ottenuto la libertà attraversando il Mar Rosso rimanendone illeso. Perciò la notte di Pasqua ricorderà agli Ebrei tutta la storia della salvezza, dal momento dell’evacuazione. Questa storia è divenuta per essi la festa di Pasqua che si celebra nel plenilunio di primavera: un momento particolare dell’anno dove si ricorda il messaggio dell’opera di salvezza di Dio. In realtà gli storici sostengono che all’origine della Pasqua c’erano due diverse feste: una era soprattutto dei pastori e l’altra degli agricoltori. Per festa dei pastori si intende quel momento dell’anno in cui si passa dai pascoli invernali a quelli estivi, avviene una migrazione o transumanza; è un momento critico per la vita del gregge, soprattutto per gli agnelli appena nati e perché si incontravano pericoli e difficoltà. Durante il momento della transumanza si faceva un sacrificio nel quale veniva offerto un agnello come invocazione alla protezione divina e il sangue dell’agnello assumeva un valore apotroporico (?), da tenere lontane le potenze della morte in modo che il gregge potesse compiere il suo passaggio illeso. Più o meno nello stesso periodo c’era la festa degli agricoltori, cioè la festa della primavera che simboleggia la rinascita. Così con la natura rinasce la vita e ciò viene festeggiato dai contadini. Nel rituale pasquale c’è la festa degli azzimi dove tutto il pane fatto con il lievito vecchio viene gettato via e si ricomincia con una pasta nuova che è il simbolo esperienza di novità. Si è parlato di due feste legate al ciclo della natura, l’una tipica dei pastori e l’altra degli agricoltori. Queste due feste sono diventate un’unica grande festa di Pasqua con gli azzimi, ma con un contenuto diverso. Così il sacrificio dell’agnello nel momento della transumanza, ma ricorda la liberazione dell’Egitto.

Quindi la festa della novità, non più la festa della primavera ma il ricordo dell’uscita dall’Egitto. Il ricordo di quella notte in cui gli Ebrei sono dovuti fuggire quando la pasta non era ancora lievitata e dunque hanno mangiato pane azzimo non lievitato. In altri termini nella celebrazione della Pasqua, Israele ha compiuto una storicizzazione di feste agricole o pastorali che in origine erano legate ai cicli della natura. Israele ha dato un contenuto diverso a dei fatti storici, ciò è tipico nella religiosità ebraico-cristiana.

In fondo è una tendenza paganeggiante quella che trasforma il Natale nella festa dell’inverno e la Pasqua nella festa della primavera, ciò vuol dire ritornare al paganesimo. Non siamo semplicemente figli della natura, siamo figli dell’azione di Dio nella storia, di quello che Dio ha compiuto, questo è proprio dell’ebraismo ed è proprio del cristianesimo. Quelle che erano in origine feste legate al ciclo della natura sono diventate commemorazione di avvenimenti storici in cui Dio è intervenuto come salvatore.

La Pasqua per un ebreo è innanzitutto un memoriale.

Nel libro dell’Esodo cap. 12 v. 14, quando vengono date le leggi sulla celebrazione della Pasqua si dice: «Questo giorno sarà per voi un memoriale, lo celebrerete come festa del Signore di generazione in generazione, come un rito perenne». La parola memoriale è molto importante anche per noi perché esprime pure il significato dell’Eucaristia. Fa parte della liturgia di Pasqua la parola «Alleluia», è un inno che vuol dire lodate il Signore che ha operato nella vita e ha compiuto la salvezza. La lode è sempre una preghiera di risposta; infatti quando il Signore fa qualche cosa di grande l’uomo deve lodarlo, cioè ringraziare, Alleluia. Per un ebreo e per un cristiano il senso del memoriale e la parola Alleluia sono fondamentali perché custodiscono l’identità religiosa. Per ogni persona è fondamentale la memoria che significa vivere portandosi dietro tutto un patrimonio delle proprie esperienze. Ognuno ha un patrimonio genetico che ha ereditato dai suoi genitori e questo fa parte della memoria di ciascuno; poi si ha il patrimonio ricevuto dagli anni di vita che il Signore ci ha donato fino ad oggi, e poiché si ha memoria ognuno è se stesso. Se una persona perde la memoria viene meno il senso della sua identità, non sa più il significato della vita, di quello che sta facendo e quello che vuole costruire. Da un punto di vista psicologico perdere la memoria è un trauma grave, e questo anche per l’esperienza religiosa.

Il nostro essere cristiani è per qualcosa che è accaduto prima di noi e che ha determinato la nostra identità e ciò anche per gli ebrei. Nella religione ebraica un peccato fondamentale è il dimenticare. «Ricorda tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere per quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se osservavi i suoi comandamenti, perché il Signore sta per farti entrare in un paese fertile, di torrenti, di fonti, di acque sotterranee, ecc. Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così dal non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi; guardati dal pensare che la tua forza e la potenza delle tue mani abbiano conquistato queste ricchezze, ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà la forza». In altre parole si potrebbe dire: stai per entrare in una terra ricca, in una società del benessere, potrai arricchirti; guardati dal dimenticare il Signore tuo Dio, quello che hai vissuto nel deserto per quarant’anni, poiché là ti ha dato da mangiare e da bere, ti ha mantenuto e ti ha protetto dai nemici solo Dio. Questo tu lo devi ricordare perché è la tua identità, popolo di Israele, questo non per motivi razziali e nemmeno per fini economici e politici, soltanto perché il Signore ti ha liberato dall’Egitto, ha fatto alleanza con te sul monte Sinai. Ecco perché il Signore ti ha guidato nel deserto e perché ti ha dato la Terra Promessa.

Il memoriale è la garanzia dell’identità del cristiano. Un cristiano deve partire ricordando Cristo perché è Lui l’identità vera. È la Pasqua di Gesù l’identità della comunità cristiana, così com’è la fuga dall’Egitto l’identità di Israele. Questo memoriale non è solo una memoria psicologica, cioè attraverso la memoria si ritorna ai contenuti del passato, non solo, ma per un ebreo è ricordare la liberazione, vivere e rivivere. Dal punto di vista di un ebreo se oggi egli è un uomo libero è perché il Signore lo ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto. È vero che è un liberazione di dieci, cento o mille anni fa, ma gli effetti di quella liberazione ci sono ancora. Ricordare non vuol dire soltanto pensare con la testa a qualcosa di lontano, significa ritrovare l’origine di quello che si sta vivendo adesso, le radici, le sorgenti dell’esperienza attuale, riattualizzare la salvezza.

Quando l’ebreo fa memoria della Pasqua vive la liberazione dall’Egitto. Non la pensa e non la immagina soltanto, la VIVE; nella liturgia ma in modo reale. Un famoso testo della raccolta delle leggi ebraiche dice: «Non soddisfa il suo obbligo chi nella festa di Pasqua, celebrandola, non pronuncia queste tre parole: Pasqua, azzimi, erbe amare».

Pasqua perché la «dimora» cioè Dio ha risparmiato le nostre case in Egitto. Azzimi perché i nostri padri sono stati liberati dall’Egitto. Erbe amare perché gli egiziani resero amara la vita dei nostri padri. Ogni generazione si deve considerare come uscita dall’Egitto; è scritto infatti: «Tu racconterai a tuo figlio di questo giorno così: in vista di tutto ciò il Signore mi ha fatto questo quando uscivo io dall’Egitto!». Ecco perché siamo venuti a ringraziare, cantare, glorificare, onorare, esaltare, lodare, benedire, innalzare, proclamare, colui che ha fatto per noi e per i nostri padri tutti questi segni. Egli ci ha liberato dalla schiavitù, per portarci alla libertà, dalla tristezza per portarci alla gioia, dal lutto a un giorno di festa, dalle tenebre a una grande luce, dalla schiavitù a una grande liberazione, cantiamo allora davanti a Lui «Alleluia».

Quindi un memoriale in senso povero, è a questo che serve il rito della Pasqua. Nel rito della Pasqua per esempio ci si sveglia, viene fatto di sera e dopo cena si continua a vegliare e a pregare. La spiegazione, stranissima ma interessante, del perché la P. si celebri come una veglia, la dà l’Esodo nel cap. 12, 42. Gli ebrei sono partiti dall’Egitto al termine di 430 anni e tutte le schiere del Signore uscirono dal paese: «Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto, questa sarà una notte di veglia in onore del Signore di generazione in generazione». Ciò significa che in quella notte il Signore ha fatto veglia. È stato sveglio perché doveva liberare Israele. Israele starà sveglio per il Signore. Quando Israele fa la veglia pasquale farà quello che ha fatto il Signore, risponde a Lui e quindi rivivrà quell’esperienza.

Nella celebrazione uno deve essere vestito come se stesse partendo per un viaggio, i fianchi cinti, un bastone in mano, i calzari ai piedi, deve mangiare come uno che sta partendo. Per questo nella celebrazione del pasto si mangia l’agnello, erbe amare, per fare l’esperienza dell’amarezza, i nostri padri in Egitto l’hanno conosciuta perché erano schiavi e noi rifacciamo la medesima esperienza nel rito. Le erbe non sono un’oppressione politica come quella che Israele ha sperimentato, ma sono amare quindi ci permettono di fare l’esperienza dell’afflizione e lo stesso vale per tutti gli altri elementi del rito. Il rito serve a rivivere, serve a sperimentare come attuale la liberazione dall’Egitto, la tristezza, la gioia della liberazione.

La Pasqua si presenta dunque anche come pasto sacrificale. L’agnello viene sacrificato, ucciso nel tempio, le parti grasse bruciate, il sangue versato sull’altare e poi si partecipava al banchetto con l’agnello sacrificato e offerto al Signore. La Pasqua è un pasto sacro, benedetto, in cui il cibo è donato da Dio. È il Signore che imbandisce la tavola per i suoi commensali e amici; ciò avveniva in Israele in tutti quelli che erano definiti PAX, i sacrifici pacifici, dove la vittima non veniva tutta bruciata, ma alcune parti venivano consumate in un banchetto. Non è questo un comune banchetto, qui il Signore ci invita alla sua tavola, entriamo in comunione con Lui e ci offre il suo cibo, il segno della vita. Il partecipare al medesimo pasto era sempre un segno di fraternità, di comunione e di amicizia. S. Paolo dice: «Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il Corpo di Cristo e il calice di benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo».

Nell’Eucaristia c’è un banchetto che il Signore imbandisce per la sua comunità. È il S. che ci invita alla comunione con Lui e alla Sua amicizia, noi veniamo nutriti del dono del Signore. Anche in questo la Pasqua cristiana riprende la Pasqua ebraica.

Altro elemento importante è la componente ecclesiale della Pasqua ebraica. Ecclesiale significa festa, la salvezza è per ciascuno, tuttavia la celebrazione è sempre comunitaria, del popolo e della famiglia. È nel medesimo giorno in cui gli israeliti celebrano il pasto pasquale che l’agnello viene ucciso nel tempio in un’azione rituale che coinvolge tutto il popolo dal punto di vista ideale, a Gerusalemme addirittura vanno tutti al tempio, poi il banchetto si fa nelle case, in famiglia o fra due famiglie assieme perché l’agnello possa essere mangiato tutto secondo il numero dei membri. Questa dimensione è così importante che un ebreo deve per legge celebrare la Pasqua e se per qualche motivo non può celebrarla quel 12 di nisan la celebrerà il mese dopo, ma la deve celebrare. Perché se un ebreo potendo celebrare la Pasqua non lo fa, si allontana dal popolo, taglia il legale di comunione che lo unisce. È essenziale questo e lo ritrova come esperienza sua personale, io sono stato liberato e nello stesso tempo come esperienza di comunità, faccio parte di un popolo. Anche qui è strano ma c’è un parallelo significativo con l’Eucaristia. Questa è la celebrazione del popolo del Signore, quindi è la natura sua universale, è la chiesa cattolica che la celebra sempre, ma nello stesso tempo è la comunità particolare. L’Eucaristia è universale, ma viene sperimentata in concreto in una piccola comunità dove le persone sono legale da dei vincoli di conoscenza e di comunione di fede. Allora fa parte della dimensione della Pasqua la prospettiva ecclesiale, la Pasqua unisce, costituisce un popolo, mette insieme i salvati e li rende consapevoli di un legale di comunione che li unisce.

Occorre inoltre capire la Pasqua dalla prospettiva escatologica. È la prefigurazione dell’evento definitivo della salvezza che verrà sempre più contemplato come una nuova Pasqua. Il testo famoso del (?): «in questa notte il Signore ha creato… scioglierà definitivamente le catene di ogni schiavitù». Significa che il popolo ebreo celebra la Pasqua libero, ma non del tutto, perché prima di tutto la dimensione politica della salvezza non è completa. Israele conoscerà ancora la sottomissione ai Babilonesi, ai Persiani, ai Siriani, ai Romani, ecc., ma al di là della schiavitù Israele sperimenta nella sua storia la schiavitù del peccato, quella schiavitù che impedisce al popolo del signore di essere realmente, perfettamente, pienamente, il popolo di Dio, allora, aspettiamo una seconda liberazione di Dio, una seconda Pasqua, un secondo esodo.

Quando nel libro di Isaia, si descrive il ritorno all’esilio di Babilonia la descrive come se fosse un secondo esodo, modello di quello di Egitto. Scrive per esempio così Isaia al capitolo 43°: «così dice il Signore: offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti. Il Signore che un giorno ha regalato ad Israele una strada in mezzo al mare, colui che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi insieme; essi giacciono morti e mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo e sono estinti». In altri termini diciamo: non ricordate più le cose passate, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete, aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa, mi glorificheranno bestie selvatiche, sciacalli, struzzi, perché ho fornito fiumi alla steppa, acqua al deserto per dissetare il Mio popolo eletto che Io ho plasmato, per Me celebrerà le lodi. Viene annunciato il ritorno dall’esilio, pensano a come sono stati fortunati i loro padri che hanno conosciuto la potenza di Dio, la Sua mano forte e il Suo braccio teso. Non pensate più alle cose passate, non perdete tempo, io faccio una cosa nuova, è adesso la salvezza, Dio sta per intervenire nel nuovo esodo. Salvezza per gli ebrei è una nuova e definitiva Pasqua, celebrarla è rinnovare la speranza che il Signore ci ha liberato e però continuano a sperimentare una serie di debolezze, portiamo il peso del peccato, tutte queste realtà rendono la salvezza di Dio incompleta. Attendiamo nella speranza una salvezza futura.

Tutti gli anni quando un ebreo celebra la Pasqua dice che l’anno prossimo la celebrerà a Gerusalemme, la nostra speranza non è la Gerusalemme di pietra, è quella ideale dove il Signore si rivela e manifesta come salvatore del suo popolo. La Pasqua è da porre prima in rapporto con il passato perché è un memoriale, Lui ha compiuto per noi delle opere di salvezza che fondano la nostra esistenza al passato, ma occorre sperimentarla come presente. Tutto quello che si fa nella liturgia avviene oggi, la liturgia non è mai solo qualcosa che pensa al passato. Anzi bisogna legarla con il futuro e con la speranza futura. Passato, presente e futuro, a queste dimensioni aggiungiamo quella ecclesiale, di ciascuno ma sempre del popolo intero. La Pasqua riassume tutto il tempo, la storia di Israele. Nel momento in cui si celebra la Pasqua, tutta la serie dei secoli che scandiscono la storia del mondo si compiono nell’opera di Dio.

La Pasqua è opera del Signore e io la vivo e ne godo. Quella mia breve vita, nella celebrazione della Pasqua assume questa dimensione immensa perché diventa quel piccolo mondo nel quale si concentra la storia dell’umanità intera, anzi il senso del cosmo intero. C’è una famosissima antifona di S. Tommaso che è legata alla celebrazione del Corpus Domini: «O sacro convito in cui viene ricevuto Cristo, si fa memoria della sua passione, l’anima è piena di grazia e ci viene data in pegno della gloria futura». Si fa memoria della passione del Signore cioè questo è il passato, l’anima viene riempita adesso di grazia dal dono del Signore, ci viene data in pegno della gloria futura cioè la speranza si anticipa in questa celebrazione, nell’Eucaristia. Le tre dimensioni di tempo si concentrano nella celebrazione pasquale o meglio in quella Eucaristica-pasquale cristiana.

L’esperienza di fede è sempre personale e nessuno è cristiano per delega, ognuno è chiamato ad una scelta personale di fede e di vita, ma questa scelta si affida sempre in una esperienza di popolo, non esiste il cristiano isolato, è sempre in un legame di comunione profonda nella comunità intera. Celebrare l’Eucaristia o la Pasqua vuol dire recuperare il senso della nostra partecipazione alla vita cristiana, nella storia di salvezza, in un avvenimento di salvezza che riassume il cammino dell’umanità sulla terra e che si esprime nelle grandi opere che il Signore ha compiuto.

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