GESU’ EDIFICA LA SUA COMUNITA’ – 6

Diocesi di Reggio Emilia
Centro di Spiritualità di Marola (RE)
Esercizi spirituali – Settembre 1990

“Gesù edifica la sua comunità”
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28, 20)

Fonte “Sussidi biblici” n. 34, periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo Reggio Emilia. Finito di stampare settembre 1991.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Nel settembre 1990 alcune parrocchie di Reggio Emilia hanno partecipato, presso il “Centro di spiritualità” su Marola, ad un corso di esercizi spirituali predicato da don Luciano Monari. Attraverso la lettura dei capitoli sal 16° al 18° del Vangelo di Matteo si è cercato di comprendere come Gesù, con la sua presenza, edifichi ogni giorno la sua comunità.

Omelia Santa Messa

14 Settembre 1990

Mons. Luciano Monari

Letture: (Nm 21, 4-9; Sal77; Fil 2, 6-11; Gv 3, 13-17).

Dice il Libro dei Numeri che il popolo non sopportò il viaggio e mormorò contro Dio e contro Mosè. Credo sia una situazione significativa perché questo è un popolo che è stato liberato. Era in una condizione di servitù in Egitto e il Signore lo ha liberato con braccio forte, con una mano potente. Ha spaccato in due il mare perché il popolo uscisse.

Uno potrebbe pensare che una volta usciti dall’Egitto sia tutto fatto. Invece no! Una volta che sono usciti dall’Egitto incomincia tutto, incomincia il cammino attraverso il deserto, che non è agevole e facile.

È un cammino che si compie in mezzo ai pericoli, alle fatiche e alle tribolazioni quotidiane, tanto che il popolo dice: “Perché ci avete fatto uscire dall’Egitto?”. Ossia, perché ci avete salvati per farci morire in questo deserto?

Sembra che la salvezza non abbia ottenuto un grande effetto. C’è ancora una fatica e una sofferenza da sopportare: “Qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”. Quindi non è una grande vita quella che ci avete procurato; è invece una vita faticosa e senza molte gratificazioni.

Ma proprio per questo il brano è prezioso, perché non è difficile rispecchiare noi stessi nell’esperienza di questi Ebrei che sono usciti dall’Egitto. Siete cristiani battezzati e salvati. Da questo punto di vista potete andare fieri, perché portate il nome di Dio sulla fronte, appartenete a Dio, siete figli di Dio. Vuole dire che adesso tutto è facile, tutto è sereno, tutto è tranquillo? No, vuole dire che adesso dovete attraversare il deserto, con tutto quello che il deserto comporta. La vita diventa un cammino di salvezza. Non c’è dubbio, la vostra vita è un cammino di salvezza, ma rimane una vita fatta di prove e di tribolazioni, tanto che può venire anche la voglia di mormorare, che vuole dire perdere il gusto di camminare.

Questi Ebrei non hanno più voglia di camminare attraverso il deserto, si lasciano in qualche modo andare e quello che ne viene come conseguenza lo si capisce bene: “Allora il Signore mandò fra loro dei serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero di Israeliti mori”. Questo non è altro che l’effetto del venir meno della voglia di camminare, della voglia di andare verso la Terra Promessa, di vivere come persone salvate.

A questo punto si fa l’esperienza della malattia, della sofferenza e del fallimento, della morte. Non c’è più speranza? Per fortuna, c’è il rimedio alla malattia. Ascoltiamo:

«[7]Allora il popolo venne a Mosè e disse: Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti (…)» (Nm 21, 7).

C’è quindi un aspetto positivo; non è tantissimo, però è il riconoscimento che hanno peccato, il riconoscimento che se le cose non vanno bene è colpa loro. Non danno più la colpa al Signore che li ha liberati. Dicono: riconosciamo che abbiamo peccato, abbiamo mancato di fede e di fiducia, di obbedienza nei confronti del Signore.

«(…)Mosè pregò per il popolo. [8]Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita. [9]Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita» (Nm 21, 7-9)

Quindi un serpente di rame fatto da Mosè, ma messo sopra un’asta. È fatto di materiale terreno questo serpente, però deve essere messo in alto, in modo che sia più facile da guardare. Non solo, ma in modo che gli Ebrei si ricordino che quello è il serpente che il Signore ha donato a Mosè e, attraverso lui, al popolo. Che non pensino che sia un serpente magico, che sia il rame che guarisce, perché ha degli influssi misteriosi. Alzando lo sguardo verso il serpente si ricordino gli Israeliti che questo dono viene dal Signore, che la guarigione viene dal Signore non dal serpente.

Allora il brano è significativo: la fatica del cammino, la morte come effetto del venir meno della fiducia nel Signore, la salvezza, la guarigione come dono di Dio attraverso questo segno del serpente sollevato sopra l’asta. Detto così il brano ci aiuta a capire meglio il Vangelo, dove Gesù parla con Nicodemo:

«[13]Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13).

Che vuole dire: la salvezza non va dal basso verso l’alto. L’uomo non ha conquistato il cielo e la vita; non è come un gigante che è salito sull’Olimpo, per potere strappare agli dei la scintilla del fuoco e della vita. Questa strada è preclusa: “Nessun uomo è salito fino a Dio, eccetto il Figlio dell’uomo che è disceso da Dio, che è disceso dal cielo”. La via della salvezza è una via di discesa, che parte da Dio e che arriva a salvare l’uomo.

«[14]E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, [15]perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3, 14-15).

E qui ci sono dei misteri grossi da cercare di comprendere: Mosè ha innalzato il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo. Figlio dell’uomo vuol dire che appartiene alla nostra razza, è venuto fuori dalla storia umana. I Vangeli danno la genealogia di Gesù: Egli è veramente figlio di Maria. San Paolo dice:

«(…) è nato da donna, è nato sotto la legge» (Gal 4, 4).

Appartiene a noi, ma, nello stesso tempo, viene da Dio.

Come quel serpente era fatto di rame, ma era soprattutto fatto di volontà di Dio, così il Figlio dell’uomo è fatto di umanità, ma nello stesso tempo è impastato dell’amore di Dio. Bisogna allora che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché lo si riconosca come il segno dell’amore di Dio per noi.

“Innalzato”, vuole dire: innalzato sulla croce, ma, nello stesso tempo, innalzato verso Dio. Bisogna che ritorni al Padre con il dono della propria vita, attraverso la croce, in modo che noi possiamo riconoscere in Lui la ricchezza dell’amore di Dio.

È un amore così grande che si è manifestato nel dono della vita di Gesù.

«[13]Non c’è un amore più grande di chi dona la vita per i propri amici» (Gv 15, 13).

Gesù ha fatto questo. Allora, in quella realtà della croce c’è scritta la serietà dell’amore di Dio per noi, così come si è rivelata in Gesù Cristo e c’è scritta la rivelazione dell’amore e del volto misterioso di Dio.

Se uno d’ora in poi vuole sapere chi è Dio, alzi lo sguardo verso la croce, contempli il crocefisso, Gesù di Nazareth, e in lui potrà vedere i lineamenti del volto di Dio.

Dio è fatto così, e lo spiega san Giovanni:

«[16]Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

Gesù, dicevamo, è il dono di Dio agli uomini. Allora devi alzare lo sguardo verso quel dono e devi accoglierlo con tutta la tua fede. Devi dire: credo nell’amore di Dio, perché credo in Gesù Cristo. Nel momento in cui fai questo, apri il tuo cuore e ti lasci amare da Dio, lasciando che l’amore di Dio entri dentro ai tuoi pensieri, alle tue scelte, alle tue azioni. In questo modo ricevi come dono la salvezza. Il dono di Dio è Gesù Cristo e la salvezza di Dio è Gesù Cristo: devi riceverla.

Devi accogliere Gesù Cristo come dono di Dio, senza chiuderti nella tua autosufficienza, senza dire: “non ne ho bisogno”, ma desiderando essere amato e perdonato da Dio.

«[17]Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17).

In realtà, uno potrebbe pensare che la rivelazione dell’amore di Dio è un giudizio del mondo. Ed è anche vero. Da quando Gesù Cristo è venuto in mezzo agli uomini, noi abbiamo coscienza del nostro peccato in modo molto più chiaro, molto più evidente, perché abbiamo visto in Gesù Cristo la ricchezza dell’amore di Dio. Diventa immediato capire la profondità del nostro egoismo.

Finché ci confrontiamo gli uni con gli altri non ci sentiamo così tanto peccatori, perché siamo fatti più o meno della stessa stoffa. Quando ci confrontiamo con l’amore di Dio, che si è incarnato in uno che ha dato la vita per gli amici, ci sentiamo giudicati e costretti a riconoscere che siamo egoisti, diversi da Dio perché siamo diversi da Gesù Cristo.

Ma, dice il Vangelo, Dio ci ha rivelato il suo amore per salvarci.

È vero che la rivelazione dell’amore di Dio ci dà una consapevolezza più pungente e aspra del nostro peccato, ma questo non fa male. Il Signore ci salva proprio rendendoci consapevoli del nostro egoismo, e così ci rende consapevoli del fatto che siamo dei malati dal punto di vista spirituale. Ma questo è solo l’anticipo della guarigione che il Signore vuole operare dentro di noi.

Mettiamoci allora davanti al Signore in questo atteggiamento: guardiamolo, cerchiamo di alzare lo sguardo verso il Figlio dell’uomo innalzato sulla croce per ritrovare sul crocefisso la rivelazione dell’amore di Dio e per ricevere da questa rivelazione la possibilità di essere salvati, lasciandoci amare, perdonare e guarire dal Signore.

* Testo trascritto da registrazione audio, senza revisione dell’autore.