GESU’ EDIFICA LA SUA COMUNITA’ – 5

Diocesi di Reggio Emilia
Centro di Spiritualità di Marola (RE)
Esercizi spirituali – Settembre 1990

«Gesù edifica la sua comunità»
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28, 20)

15 Settembre 1990

Fonte «Sussidi biblici» n. 34, periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo Reggio Emilia. Finito di stampare settembre 1991.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Nel settembre 1990 alcune parrocchie di Reggio Emilia hanno partecipato, presso il «Centro di spiritualità» su Marola, ad un corso di esercizi spirituali predicato da don Luciano Monari. Attraverso la lettura dei capitoli sal 16° al 18° del Vangelo di Matteo si è cercato di comprendere come Gesù, con la sua presenza, edifichi ogni giorno la sua comunità.

Terza Meditazione

Per essere grandi davanti a Dio: la legge della comunità cristiana.

«[1]In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli? [2]Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: [3] In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. [4]Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 1-4).

Questi quattro versetti sono la legge base. La domanda è: “chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?” Cioè nel regno di Dio.

Si suppone, chiaramente, che esso abbia dei valori diversi dai regni del mondo, dove chi sia il più grande nel mondo riusciamo abbastanza facilmente a capirlo, seguendo le logiche di potere, di ricchezza, di riuscita, di successo tipiche del mondo e i grandi sono esattamente quelli che realizzano la vita secondo queste logiche.

Ma se il Regno è davvero di Dio, la sua logica sarà, chiaramente, diversa. E allora è bene capire quale sia la grandezza vera, cosa è che conti, cosa sia prezioso in esso. Gesù risponde facendo prima un’azione simbolica, e poi dando la risposta vera e propria. L’azione simbolica è di prendere un bambino e metterlo in mezzo.

Le azioni simboliche sono azioni che usavano i profeti per dare alle loro parole un’efficacia più grande. Generalmente era un’azione strana, che maggiormente aiutava a comprendere qualche cosa di sorprendente. Gesù dunque prende un bambino e lo mette in mezzo. Il bambino viene scelto non perché sia il simbolo dell’innocenza, della bontà, ma perché dal punto di vista sociale non è rilevante.

La spiegazione viene data con le parole: «[4]Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 4).

Vuole dire che i criteri umani e mondani di valutazione vengono capovolti; quello che dal punto di vista mondano è grande non sembra che conti molto nel Regno dei cieli. Dio non si lascia comperare né dalle ricchezze, né dalla cultura degli uomini o dal loro potere; quindi, le grandezze umane non contano, e quello invece che appare piccolo agli occhi degli uomini, non preclude la salvezza di Dio.

Dio non è così debole da non essere capace di dare valore a ciò che ne ha poco, ma ha deciso di dare valore esattamente a quello che è piccolo, per cui abbassarsi può diventare addirittura una finalità, uno scopo.

Si capovolge l’idea di carriera: se carriera vuole dire salire dei gradini, qui viene proposta una carriera alla rovescia, che comporta il discendere dei gradini, diventare piccolo come un bambino: È importante notare che Gesù dice di “diventare bambino”.

Rimanere bambini è infantilismo, diventare bambini è una scelta che una persona adulta è in grado di compere liberamente e che corrisponde a tutta una lunga spiritualità dell’Antico Testamento. Uno dei temi dell’Antico Testamento è la presentazione di Dio come il difensore dei poveri, dei deboli, dell’orfano, dello straniero, della vedova, che sono categorie sociali. Dio si impegna a loro favore.

Nei Salmi, ad esempio, si propone la povertà come scelta per diventare clienti di Dio. Il cliente era quel povero che la mattina andava alla porta del ricco per avere il sufficiente da mangiare per la giornata. L’uomo di fede è il cliente di Dio: tutte le mattine quando si alza, va a bussare alla porta del Signore, chiedendogli la forza di vivere, di sperare, di amare.

Questa è una «povertà in spirito»; è un atteggiamento che colloca una persona nella posizione giusta, davanti a Dio, per cui: «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3).

Dicevo prima che questi versetti vano presi come la legge di fondo, perché vogliono dire che i valori che contano nel regno di Dio sono esattamente l’opposto di quelli che contano nei regni mondani, ed è dunque, necessario capovolgere la propria mentalità e la direzione della propria vita. Ma come si fa a diventare piccolo come un bambino? Devo pensare male di me stesso? Devo avvilire i miei pensieri o i miei desideri.?

Il versetto seguente dice:

«[5]E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me» (Mt 18, 5).

Dal punto di vista letterario, è probabile che i primi quattro versetti provengano da contesti storici originari diversi, ma questo non interessa direttamente il nostro tema. Matteo li ha messi insieme e ciò vuol dire clic questo versetto 5 per lui è la spiegazione di quanto detto prima: se vuoi diventare come bambino, incomincia accogliendo i bambini, accogliendo cioè quelli che, umanamente, valgono poco, e che non hanno possibilità di affermare se stessi.

Spiega un commentatore: Matteo non combatte l’ambizione religiosa con un ideale di umiltà statica, ma dinamica. Diventare come un bambino significa agire, accogliere i bambini.

L’umiltà non è un fatto puramente mentale, ma un modo di vivere e di trattare le persone. Si è umili se di fronte agli altri si è capaci di dare loro valore, se non si è egocentrici, ma si è capaci di valorizzarli con il proprio servizio e con la propria accoglienza. Diventare piccoli vuole dire, in concreto, anche accogliere i piccoli. Dirà Gesù:

«[40] (…) ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» ( Mt 25, 40).

Il discorso dell’accoglienza è un discorso che ritorna frequentemente nel Nuovo Testamento, come un tema di fondo: siccome Dio ha accolto noi in Gesù Cristo, noi dobbiamo accoglierci gli uni gli altri.

Accogliere una persona vuole dire in concreto considerarla effettivamente tanto preziosa, da essere degna del nostro servizio. È in questo modo che ci rendiamo piccoli.

Potreste rileggere, oltre al brano del giudizio finale che abbiamo citato, il capitalo 15° della Lettera ai Romani, che, nei primi versetti, dice:

«[1]Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (Rm 15, 1).

Paolo si sta qui rivolgendo a una comunità cristiana in cui ci sono persone che hanno una coscienza matura e che hanno imparato che i cibi contano poco dal punto di vista religioso; che essere carnivori o vegetariani, potrà essere una cosa importante dal punto di vista della dieta alimentare, ma priva di valore di fronte a Dio. Non è certamente da questo che dipende il regno di Dio, che non è fatto di cibo e di bevanda. Nella comunità cristiana, però, ci sono di quelli che, invece, hanno una coscienza delicata e un tantino scrupolosa, per cui ritengono di dover essere vegetariani, di dover rifiutare certi cibi o cose del genere.

Paolo fa un lungo discorso per dire che bisogna cercare di avere la scienza, ma avendo come criterio assoluto la carità, perché, ricorderete, la scienza gonfia mentre la carità edifica (cfr. Rm 14). Allora se noi siamo i forti perché abbiamo studiato teologia e sappiamo tante cose, possiamo vivere disprezzando e non tenendo conto degli altri che hanno ancora una scienza delicata?

Nessuno di noi deve usare la sua scienza o le sue capacità per compiacere se stesso, per affermare se stesso contro gli altri, ma «[2]Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo» (Rm 15, 2), cioè cerchi di essere attento all’altro e a ciò di cui l’altro ha bisogno, perché ciò sia il criterio delle nostre scelte, e non semplicemente i nostri diritti, considerati come assoluti.

Dice Paolo: «[3]Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me» (Rm 15, 3).

La Redenzione è possibile solo nel momento in cui Cristo bada al nostro bene, a quello di cui noi abbiamo bisogno. Se questo è il fondamento della redenzione, questo diventa il criterio di base della vita cristiana.

Ritornando al Vangelo di Matteo, vediamo che i tre brani si susseguono con un legame non fortissimo, ma con quelle che gli esegeti chiamano parole gancio, parole cioè che servono a collegare. In realtà, però, i discorsi sono da mettere uno accanto all’altro, in quanto non c’è un legame strettamente logico.

Quindi:

«[5]E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. [6]Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. [7]Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!» (Mt 18, 5-7).

Bisogna allora accogliere i piccoli e bisogna non dare loro scandalo. Per capire cosa voglia dire esattamente, bisogna ricordare che “scandalo” letteralmente è un inciampo. Vuole dire un sasso che è piazzato in mezzo al sentiero per cui, mentre uno cammina o corre, ci si sbatte contro cascando. Da questo punto di vista, lo scandalo è un comportamento che impedisce all’altro il cammino di fede, che gli ruba la fede.

Ci sono nella comunità cristiana delle querce, che non si piegano per il tirare del vento, perché sono robuste e forti, ma ci sono anche degli alberelli un tantino fragili, che possono subire di più la violenza delle intemperie. Bisogna stare attenti a non dare scandalo a chi ha una fede anche povera, limitata o fragile, perché portare via la fede, per Gesù, è un peccato grave, in quanto è come portargli via la vita, quello che gli permette di vivere, di sperare, che mantiene il suo rapporto di comunione con Dio.

Ma quali sono, poi, i comportamenti che scandalizzano, che possono impedire la fede? Il Vangelo qui non li dice. Ne potremmo trovare qualcuno, come esempio, nel capitolo 23° del Vangelo di Matteo dove il riferimento è agli scribi e ai farisei, alle persone religiose, cioè, che possono dare scandalo, diventare un inciampo grave alla fede.

«[2]Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. [3]Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. [4]Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. [5]Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattéri e allungano le frange; [6]amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe [7]e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare «rabbì’’ dalla gente. [8]Ma voi non fatevi chiamare «rabbì’’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23, 2-8).

Gesù presenta una serie di atteggiamenti religiosi ambigui, che, proprio perché tali, rischiano di rubare la fede ad altri, comportamenti che direbbe san Paolo fanno bestemmiare il nome di Dio (cfr. Rm 2, 24), o, direbbe san Giacomo, fanno bestemmiare il bel nome che è stato invocato sopra di voi (cfr. Gc 2, 7).

Siamo cristiani ma ci sono dei comportamenti che danno scandalo proprio perché fanno bestemmiare Gesù Cristo, e, da questo punto di vista, proprio perché portiamo il nome del Signore, dobbiamo tentare di avere almeno un tentativo di coerenza, altrimenti la nostra vita diventa un inciampo, un impedimento alla fede.

«[8]Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. [9]E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco» (Mt 18, 8-9).

L’argomento è ancora mutato: prima ci è stato insegnato a non dare scandalo, a far sì che il nostro comportamento non diventi una predica contro il Vangelo, non impedisca l’adesione di fede a Gesù Cristo; adesso ci viene detto di stare attenti a non lasciarci scandalizzale, per nessun motivo, a non lasciarci impedire nel cammino della fede, per la quale dobbiamo essere disposti a sacrificare molto; anzi a sacrificare tutto. Naturalmente, mano, piede e occhio sono delle immagini, ma per la fede dobbiamo essere disposti a sacrificare qualunque cosa, fosse anche quella cosa a cui siamo così attaccati, come la mano o il piede, che proprio per questo vengono presi come esempio.

Dobbiamo saper valutare la fede più di ogni altra ricchezza come insegnano le parabole di Mt 13°:

«[44]Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. [45]Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; [46]trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13, 44-46).

La fede nel regno di Dio ha un valore assoluto, può dare l’energia, la forza necessaria per resistere. Anche quando il resto viene meno, è in grado di dare significato e valore alla vita.

Il capovolgimento nel modo di sentire e di pensare, che consiste nel diventare come bambini, viene dalla fede, da questo modo nuovo di vedere le cose, secondo l’ottica del Signore. Proprio per questo la fede è i muri portanti della casa, quelli che tengono in piedi ogni cosa e dai quali dipende la solidità dell’edificio della vita.

«[10]Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. [11]È venuto infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto. [12]Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? [13]Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. [14]Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18, 10-14).

Come vedete ho legato il versetto 10 con la famosa parabola della «pecora smarrita», ma che Matteo colloca in un contesto diverso, rispetto a Luca. Nel capitolo 15° del Vangelo di Luca la parabola della pecora smarrita è messa insieme a quella della dramma smarrita e a quella del figliol prodigo, volendo essere risposta alle critiche che scribi e farisei stanno facendo a Gesù perché accoglie i peccatori. Gesù, per spiegare il suo comportamento, racconta le parabole della pecora smarrita, della dramma e del figliol prodigo, volendo con ciò dire che non solo non devono criticare, ma devono fare festa se va con i pubblicani e i peccatori, perché dona la grazia e il perdono di Dio.

«[32]Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15, 32).

Così finisce la parabola del «figliol prodigo», perché:

«[7]Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 7).

Dio gioisce per il peccatore che si converte, è l’ottica di Luca. Matteo, invece, ha messo questa parabola nel discorso ecclesiastico, che insegna ai membri della comunità cristiana come ci si comporta al suo interno. È quindi un’esortazione ai membri della comunità, e, in particolare, ai suoi capi: e che dice allora:

«[10]Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18, 10).

E vuole dire che se c’è anche un solo piccolo, non possiamo andare avanti per la nostra strada senza dover fare i conti con la sua presenza, bisogna guardarsi dal disprezzarlo, perché è vero che sono piccoli m a i loro angeli, i loro custodi stanno sempre davanti al trono di Dio e, quindi, le loro lamentele arrivano fino al trono di Dio.

Per un pastore è chiaro che, se uno si pone il problema dal punto di vista venale, non c’è dubbio che novantanove pecore valgono di più, esattamente novantanove volte una pecora.

Eppure, stranamente, c’è un caso in cui il pastore, invece di preoccuparsi per le novantanove, si preoccupa proprio della centesima, proprio di quella lì, che, smarritasi, diventa così importante e preziosa, che il pastore lascia le altre novantanove e va a cercarla. Nel testo greco c’è differenza fra “smarrirsi” e “perdersi”. Questa è una pecora che si è smarrita, ma non si è ancora perduta. Si è smarrita perché è andata lontano dal gregge, ma non è perduta perché non è ancora finita dentro le fauci di un lupo. Finché è in pericolo bisogna andarla a prendere, riportarla all’ovile.

Se uno perde l’orologio non si consola dicendo ho la macchina che vale di più, si mette a cercare l’orologio e prova a ripercorrere i luoghi in cui è passato per vedere se lo ritrova, perché gli interessa, è suo e gli dispiace perderlo. Altrettanto fa il Signore. Egli si considera quel pastore a cui appartengono le pecore e nonni rassegna a perderle. Se c’è qualcuna che si smarrisce, non l’abbandona ma vuole che venga cercata.

Il vostro Padre celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli, perché per lui è prezioso, sta a cuore, interessa. L’esortazione, rivolta ai capi della comunità è di non lasciare che qualche cosa si perda per causa vostra, per distrazione, per non sufficiente zelo. Bisogna che quello che è l’interesse di Dio, per ciò che gli appartiene, diventi anche il vostro impegno, il vostro interesse. Questo corrisponde da una parte al comportamento di Gesù, che è venuto esattamente per cercare quello che era perduto, per guarire quello che era ammalato.

Corrisponde, ancora, a quell’immagine del buon pastore che viene data nel capitolo 34° di Ezechiele, dove, ai pastori che invece di pascolare il gregge badano ai propri interessi, Dio contrappone il proprio comportamento:

«[15]Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. [16]Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia» (Ez 34, 15-16).

Il bello è che questa cura pastorale di Dio non è una cura di massa, ma una cura che si rivolge a ciascuno secondo le necessità e a ciascuno dà quel comportamento premuroso che serve per la sua crescita e per la sua maturazione.

Vediamo quali sono le conseguenze di questo atteggiamento in un testo importante e famoso, forse non facilissimo:

«[15]Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; [16]se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. [17]Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. [18]In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18, 15-18).

È una regola comunitaria, preziosa e importante da capire “Se il tuo fratello commette una colpa”: notate che si tratta, in questo caso, non di una colpa personale, di un’offesa fatta a me, ma di una colpa che riguarda la comunità. Una colpa pubblica e grave che rischia di lacerare il tessuto della comunità è qualche cosa di più grave di un comportamento sbagliato, qualche cosa che minaccia di fare perdere alla comunità cristiana la sua identità.

Qualche cosa del genere c’è nella Prima lettera ai Corinzi (cap. 5°) quando Paolo parla del caso di un incesto a Corinto, un caso pubblico che Paolo ritiene incompatibile con la vita della comunità cristiana.

Se il tuo fratello commette una colpa puoi forse dire: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Cfr Gen 4, 96). Non puoi rinunciare a una tua responsabilità: «Se il tuo fratello commette una colpa và e ammoniscilo fra te e lui solo».

Il verbo ammonire vuole dire convincere una persona della propria colpa, mettergli davanti il proprio peccato, perché si converta; convincerlo nel senso di spingerlo ad una lucidità sulla sua condizione, su quello che sta vivendo, su quello che sta facendo. Quindi: «[15]và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello».

Se ti ascolterà avrai compiuto il gesto di carità più bello che si possa immaginare, perché guadagnare il fratello è esattamente un’opera di amore, e da esso deve nascere. «Convincere», qui, non è inteso nel senso del criticare, del fare vergognare una persona, ma è, invece, quel desiderio di cui parlavamo prima, quello del pastore che vuole il bene di quello che gli appartiene e che cerca la sua vita, la sua gioia.

Quindi: ammoniscilo, và e arca il suo bene aiutandolo a rendersi conto della situazione grave e rischiosa in cui si trova.

San Giacomo termina la sua Lettera proprio su questa nota:

«[19]Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, [20]costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5, 19-20).

Se ricordate, è la carità che copre una moltitudine di peccati. Secondo l’Antico e il Nuovo Testamento, questo è esattamente un gesto di carità.

«[16]se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni».

Bisogna tentare ancora e cenare di dare alle parole una forza di convinzione maggiore. Ci vuole più arroganza nel rifiutare la correzione quando viene da due o tre persone riunite insieme per amore e con lo scopo di riuscire a fare ritrovare a una persona il rapporto integro con la comunità.

È una persona che si sta gravemente allontanando dalla comunità e dal Vangelo, il che vuole dire allontanarsi dall’Eucaristia, da tutta quella ricchezza di grazia e di amore, che è necessaria per vivere secondo il Vangelo. Corre dei rischi gravi.

Se poi non ascolterà neppure costoro, i due o tre, dillo all’assemblea, alla Chiesa. Chiaramente qui la Chiesa è la comunità concreta, che si suppone essere un insieme di persone che si conoscono, una comunità dove i rapporti sono fondamentalmente interpersonali.

Perciò la comunità, la Chiesa, è presentata come se fosse una persona. Non è chiaro cosa Matteo indichi con «assemblea», ma, in ogni modo, è l’assemblea come tale che si esprime davanti a questa persona che sbaglia, che si sta allontanando, con l’invito lla conversione, alla piena comunione con la comunità stessa.

“E se non ascolterà neppure l’assemblea…” allora se il tuo fratello commette una colpa puoi disinteressartene?

No. Lo vai a cercare; se non ci riesci, prendi degli altri; riprovate in due o tre; se non ci riuscite prendi degli altri; che provi tutta la comunità.

Notate come è organizzato il brano: in un crescendo, perché l’idea è che bisogna fare tutto quello che è possibile, tutto quello che è nelle nostre mani per potere ottenere che una persona non si stacchi dalla comunità, non abbandoni la comunione con la Chiesa, con il Vangelo e con il Signore. Bisogna fare tutto quello che è possibile e solo quando tutte le possibilità sono state rifiutate “sia per te come un pagano e un pubblicano”, che non vuole nemmeno dire scomunicarlo, ma prendere atto del fatto che si è allontanato dalla comunità, che rifiuta la comunione con la comunità e che bisogna trattarlo come un pagano e un pubblicano.

Ai pagani e ai pubblicani viene annunciato il Vangelo, cominciando da capo l’Evangelizzazione. Non appartengono alla comunità e, quindi, a loro bisogna annunciare quella salvezza che Dio ha comunicato a tutti gli uomini. Una persona che è fuori, bisogna trattarla come tale; quindi, gli annunci il Vangelo, ed egli ricomincerà il cammino da capo.

È indispensabile che sia fuori perché la comunità ha una sua integrità e non la si può spaccare con dei comportamenti gravemente lesivi dell’identità cristiana. Ciò, però, non vuole dire che lo si maledica ma al contrario che si prende atto della sua non appartenenza alla comunità e che si rende necessario cominciare il discorso dell’Evangelizzazione, come ai pagani e ai pubblicani.

Per quello che si legge nel Vangelo non sembra che Gesù abbia molto disprezzato i pagani e i pubblicani; al contrario, li è andati a cercare – ritenendoli bisognosi della grazia e del perdono di Dio – per far loro ricominciare un cammino di salvezza.

Il motivo per cui la comunità cristiana deve essere così cauta nel prendere dei provvedimenti e nel valutare un comportamento, è che le sue decisioni sono decisioni gravi, perché coinvolgono Dio stesso, perché

«tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18, 18).

Che, tradotto, vuole dire: stai bene attento a legare e a sciogliere. Agisci con molta discrezione, con molta attenzione, con un senso di responsabilità grande, consapevole di quello che costa e significa una decisione che la comunità cristiana prende e che riguarda il rapporto con Dio.

* Testo trascritto da registrazione audio, senza revisione dell’autore.