GESU’ EDIFICA LA SUA COMUNITA’ – 4

Diocesi di Reggio Emilia
Centro di Spiritualità di Marola (RE)
Esercizi spirituali – Settembre 1990

«Gesù edifica la sua comunità»
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28, 20)

Fonte «Sussidi biblici» n. 34, periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo Reggio Emilia. Finito di stampare settembre 1991.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Nel settembre 1990 alcune parrocchie di Reggio Emilia hanno partecipato, presso il «Centro di spiritualità» su Marola, ad un corso di esercizi spirituali predicato da don Luciano Monari. Attraverso la lettura dei capitoli sal 16° al 18° del Vangelo di Matteo si è cercato di comprendere come Gesù, con la sua presenza, edifichi ogni giorno la sua comunità.

Omelia Santa Messa

Sabato 15 Settembre 1990

Letture: (Eb 5, 7-9; Sal 30; Gv 19, 25-27).

È certamente un brano sorprendente che abbiamo ascoltato nella Lettera agli Ebrei. Sorprendente perché ci fa entrare con chiarezza dentro al mistero dell’umanità di Gesù. Lo presenta come colui che nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte. Gesù ha condiviso davvero in tutto la povertà, la debolezza della condizione umana. L’uomo per definizione è una creatura debole, una creatura che deve misurare il proprio limite scontrandosi, inevitabilmente, con la morte. Questo limite lo ha sperimentato anche Gesù con tutto quello che la morte può portare con sé di paura e di angoscia, con tutto quello che la fiducia nel Padre può portare con sé di preghiera e di supplica.

Il riferimento è chiaramente alla preghiera dell’orto del Getsemani, una preghiera che accompagnala paura, (dice proprio così il Vangelo), ma nella quale la paura diventa abbandono nelle mani del Padre.

«[36]Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14, 36).

Si parte quindi con una professione di fede nella potenza di Dio, nel fatto che Dio è più grande della morte stessa, che, quindi, tiene nelle sue mani la nostra condizione e il nostro futuro. Diventa poi supplica, obbedienza e abbandono. Per questo dice la Lettera agli Ebrei:

«Gesù fu esaudito per la sua pietà» (Eb 5, 7).

La «pietà» è quell’atteggiamento attraverso cui l’uomo riconosce la divinità e la sovranità di Dio, la sua grandezza e santità e, quindi, mette nel giusto atteggiamento davanti a Dio.

Dice la Lettera agli Ebrei che Gesù, pregando, ha pregato con l’atteggiamento giusto, che è quello della fiducia e dell’obbedienza. Perciò è stato esaudito. Qui c’è l’altro elemento sorprendente. A noi non sembrava proprie che fosse stato esaudito. Aveva chiesto: «allontana da me questo calice». In realtà Gesù ha chiesto la liberazione dalla morte. In modo misterioso, ma straordinario, Gesù è stato esaudito, non perché è stato esonerato dalla sofferenza della morte, ma perché la morte è stata definitivamente vinta in Lui.

«Il Cristo risorto non muore più, la morte non ha più nessun potere sopra di Lui» (Rm 5, 9).

Per quanto riguarda la morte, è morto una volta per sempre, ma adesso, per il fatto che vive, vive per Dio. È passato attraverso la morte, ma vincitore. La morte è stata sbaragliata, e definitivamente, in Lui. La sua preghiera è stata in realtà esaudita.

Continua la Lettera agli Ebrei, sorprendendoci ancora di più:

«Pur essendo figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5, 8).

Dicevo che è sorprendente questa immagine. Noi diremmo che Gesù non avesse bisogno di imparare l’obbedienza, perché era obbediente dall’inizio della sua vita. E questo è anche vero, ma è pure vero che l’obbedienza diventa seria quando viene pagata con una sottomissione che costa alla volontà di Dio.

L’obbedienza s’impara praticandola, vivendola.

Nel momento in cui a Gesù viene chiesto, come prezzo dell’obbedienza, il dono della sua vita, diventa radicalmente seria e la vive umanamente e pienamente come abbandono nelle mani del Padre. Davvero, quindi, imparò l’obbedienza dalle cose che patì, non c’è un altro modo d’imparare l’obbedienza. Come atteggiamento del cuore, è facile dire che desideriamo e che ci sentiamo obbedienti, ma in realtà quello che conta è la fatica e la tribolazione del quotidiano. È vivere la nostra obbedienza a Dio come obbedienza alla vita, alle fatiche che la vita ci pone davanti con positività, in un’ottica di verità, di sincerità e di amore. Cristo in questo modo, obbedendo al Padre, è reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono. Reso perfetto naturalmente si riferisce ancora all’umanità di Gesù. In quanto Figlio di Dio non aveva bisogno di essere reso perfetto lo è da sempre. In quanto uomo, aveva bisogno di trasformare la propria umanità, in trasparenza alla volontà di Dio, e, per questo, la morte lo rende perfetto, perché non c’è più niente in Gesù che non sia sottomesso al Padre, che non sia trasfigurato nell’obbedienza al Padre. Si può dire di ogni persona che è l’artista della propria vita. Ciascuno di noi, giorno per giorno, plasma la propria vita, cercando di darle una forma, cercando di farla diventare una bella opera d’arte, che trasmetta una profondità, un significato.

Con la morte, Gesù ha portato a perfezione la propria vita. L’ha fatta diventare quell’opera d’arte davvero geniale e perfetta dove Dio si rispecchia e che ha davvero un’anima, una ricchezza. Più la si guarda e più si rimane abbagliati e stupiti, proprio per quella pienezza d’amore che essa contiene.

L’ultimo e definitivo tocco di genio a quella vita plasmata, che è l’esistenza di Gesù, è esattamente la sua morte. In questo modo, proprio perché ha trasformato l’umanità in strumento docile alla volontà del Padre, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono. Evidentemente, l’essenziale è l’obbedienza a Dio, che si è fatto carne nell’obbedienza di Gesù, è la sua vita, la sua morte e la sua croce.

Allora, guardando Gesù, sappiamo che cosa voglia dire obbedire a Dio. Obbedendo all’umanità di Gesù, in modo che il suo Vangelo e la sua croce diventino la logica e l’intuizione fondamentale della nostra vita, possiamo obbedire a Dio, e, così, la nostra vita viene assunta dentro una logica di salvezza. Quindi Gesù è diventato causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono. Credo che non sia difficile legare a questo il Vangelo. Coloro che obbediscono a Gesù, facendo della loro vita un capolavoro di santità, somigliante al capolavoro di Gesù, nel Vangelo che abbiamo ascoltato sono rappresentati da Maria di Nazareth:

«[25] In quell’ora stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala» Gv 19, 25).

Notate quell’inizio: “in quell’ora”. Non è usuale. Noi di solito cominciamo il Vangelo dicendo: “in quel tempo”. Qui hanno, e giustamente, preso il termine che ha usato san Giovanni: “in quell’ora”, che non è semplicemente un tempo come tutti gli altri, ma quella famosa ora di Gesù, verso cui tende tutto il Vangelo, quell’ora di cui si dice a Cana che non è ancora venuta (cfr. Gv 2, 4)e alla festa dei Tabernacoli si dice che non poterono catturare Gesù, perché non era ancora giunta la sua ora (cfr. Gv 7, 30); e quando, invece, al momento dell’ingresso in Gerusalemme, alcuni Greci vogliono vedere Gesù, allora Gesù dice è giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo (cfr. Gv 12, 23)Quella è l’ora in cui Gesù manifesta quello che vale, quello che è.

Se uno vuole capire Gesù e capire il suo amore, deve guardare tutto quello che Gesù ha fatto, ascoltare tutte le parole che Gesù ha detto, ma deve guardare soprattutto quell’ora in cui Gesù dona se stesso. È l’ora della pienezza, l’ora del compimento, l’ora, dicevamo, della perfezione: reso perfetto.

«In quell’ora stavano presso la croce di Gesù, sua madre, la sorella di sua madre…». Stavano presso la croce di Gesù, che è, naturalmente, una collocazione topografica, ma non solo questo.

È una questione di fede e di partecipazione alla sofferenza di Gesù. Queste persone non sono li vicino come degli spettatori, ma soffrono e muoiono, in qualche modo, interiormente, insieme con il Signore. Stavano vicino, presso la croce di Gesù, sentendone dentro di sé, quindi, l’effetto, il peso e la violenza.

«[26]Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio! [27]Poi disse al discepolo: Ecco la tua madre! E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 26-27).

Se ricordate, abbiamo detto, commentando il capitolo 16 del Vangelo di Matteo, che nella logica del Vangelo l’uomo possiede solo quello che dona, non quello che tiene per sé.

Questo è esattamente quello che capita a Maria: nel momento in cui perde suo figlio donandolo, diventa madre: “donna, ecco il tuo figlio”. Non viene privata di una maternità, anzi, in un certo senso, questo è il momento in cui la maternità di Maria si dilata all’infinito. È madre del discepolo che Gesù amava e che rappresenta tutti i credenti nel Signore, tutti coloro che, in Cristo, diventeranno i figli di Dio.

Nel momento in cui dona il figlio che le appartiene, Maria diventa “madre” di tutti i credenti, simbolo di una maternità feconda, che passa attraverso il dono di sé, che passa attraverso la croce. Perché la croce ha certamente privato Gesù della sua esistenza, ma solo apparentemente. In realtà Gesù conquista quello che dona: la vita. Maria vive quello che dona: la maternità. La conclusione è proprio qui: “e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”.

In realtà, per gli esegeti non è la traduzione giusta.

La frase andrebbe tradotta “la prese tra i suoi beni”, che vuol dire che la croce del Signore, la passione del Signore è sorgente di tutti i beni della redenzione.

Dal costato di Cristo uscirono sangue e acqua, simbolo di quella vita che Cristo comunica agli uomini. Il discepolo vive dei doni della redenzione, che gli vengono da Cristo, e, tra questi doni, c’è Maria come madre, segno di quell’amore di Dio, che è anche amore materno, che ha bisogno di una traduzione in segni umani per cui anche lei entra dentro i doni che Cristo ci comunica e che arricchiscono la nostra vita.

Nell’ottica della fede cristiana Maria è, in fondo, il segno della Chiesa stessa. Allora ecco che troviamo il mistero della Chiesa, di quella Chiesa che sta ai piedi della croce e li donando il Cristo che è suo figlio, diventa madre feconda di una moltitudine di figli.

Tutti quelli che, attraverso l’annuncio del Vangelo e la proclamazione della salvezza, giungono a credere in Gesù, ci arrivano a motivo della Chiesa. È la Chiesa che genera, perché è la Chiesa che annuncia il Vangelo, che predica la parola di Dio. In questo modo ella vive pienamente la sua fecondità, e, sempre in questo modo, noi non siamo senza madre, perché abbiamo nella Chiesa il segno della maternità di Dio, di quell’amore tenero, misericordioso e ricco di bontà, che è l’amore stesso di Dio. La Chiesa ci rimane come segno.

Rivediamo allora in queste letture quel cammino di obbedienza che il Signore ha compiuto, che Maria ha compiuto insieme con Lui, che la Chiesa ha compiuto ed è chiamata a compiere continuamente. Un cammino che è fatto di sofferenza, di obbedienza a Dio in una sofferenza feconda.

La sofferenza di Cristo è feconda perché redime il mondo, lo è quella di Maria perché la fa diventare madre, lo è quella della Chiesa perché genera una moltitudine di figli. Chiediamo al Signore che ci faccia entrare in questa logica di obbedienza che è un dono, non una perdita. Misteriosamente, nella logica della fede, è un arricchimento, una vita.