GESU’ EDIFICA LA SUA COMUNITA’ – 3

Diocesi di Reggio Emilia
Centro di Spiritualità di Marola (RE)
Esercizi spirituali – Settembre 1990

“Gesù edifica la sua comunità”
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28, 20)

Fonte “Sussidi biblici” n. 34, periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo Reggio Emilia. Finito di stampare settembre 1991.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Nel settembre 1990 alcune parrocchie di Reggio Emilia hanno partecipato, presso il “Centro di spiritualità” su Marola, ad un corso di esercizi spirituali predicato da don Luciano Monari. Attraverso la lettura dei capitoli sal 16° al 18° del Vangelo di Matteo si è cercato di comprendere come Gesù, con la sua presenza, edifichi ogni giorno la sua comunità.

Omelia Santa Messa

Liturgia Domenica XXIV t.o./a.A

16 Settembre 1990

Letture: (Sir 27, 30. 28, 7; Sal 102; Rm 14, 7-9; Mt 18, 21-35.

Vorrei cambiare la parabola. Mettiamoci nella seconda scena. Quando il servo esce dalla reggia, trova un servo come lui che gli deve cento denari, e, afferratolo, lo soffoca dicendogli di pagare quel che deve. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendogli: «Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito» (Mt 18, 29b).

Allora quel servo condonò al suo compagno il debito dei cento denari. Naturalmente un gesto così è un gesto sorprendente, perché non succede molto spesso nel mondo che sia cancellato radicalmente un debito. Gli altri che sono lì intorno e che vedono, ma che non hanno visto quello che è successo nella reggia, dove c’erano solo il re e il servo, vedono semplicemente due servi: uno che deve all’altro cento denari e l’altro che cancella al primo il debito.

Vedono qualche cosa di inedito, perché non succede molto spesso che vengano cancellati, così gratuitamente e senza motivo, dei debiti. Ma proprio perché succede, viene da interrogarci: perché? Che cosa sta facendo quello li, ha perso il bene dell’intelletto? Doveva usare un altro modo: o chiedere il pagamento del debito o, eventualmente, concedere una dilazione.

Si deve allora andare a scoprire qual è il segreto, perché il servo deve pure guadagnarci, se cancella un debito così. Si scopre allora che chi ha condonato il debito ha il suo guadagno.

È, se volete, un guadagno misterioso, ma reale e la motivazione è che quel servo era così contento del debito che gli era stato cancellato, che ai cento denari non fa neanche caso.

In questo modo la gente che ha intorno, gli altri servi, viene a conoscenza della generosità, della misericordia, della capacità di perdono infinita del re.

Che cosa vuol dire la parabola, cambiata così? E spero che il Signore non se la prenda se gli cambiamo un pochettino la parabola! Vuole dire questo: c’è, alla radice della storia degli uomini, un amore infinito e grande, quello di Dio che ha creato il mondo e che ha donato il suo Figlio unigenito: «perché chiunque creda in Lui non muoia ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

Questa è l’origine del mondo, anche se non è poi tanto chiaro se vediamo quello che succede nel mondo, se leggiamo i giornali, se guardiamo la televisione. Sembra che le cose non siano mica tanto cambiate: molta gente non era nella reggia a vedere l’amore del re, l’amore di Dio. Come lo può vedere?

Solo se si è capaci di perdonare i “cento denari”.

Se voi nella vostra vita, incontrando i vostri fratelli, siete capaci di cancellare dei debiti – cento denari, ma anche un denaro solo – di fare dei gesti di gratuità o di generosità, la gente viene a imparare quanto è grande e buono Dio, perché, in questo modo, fate quello che, secondo la parabola, è un gesto divino. Perdonare è un gesto da Dio, non è un gesto da uomo.

Nel libro del profeta Osea questo è detto in modo esplicito. Il Signore dice al suo popolo che non durerà per sempre la sua ira:

«[9]Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira» (Os 11, 9).

Che, tradotto, vuole dire: io perdono perché sono Dio e non sono un uomo. Il perdono è un comportamento da Dio e se è presente in mezzo agli uomini, rivela il mistero di Dio, l’amore infinito di Dio. Possiamo perdonare solo perché per primi siamo stati perdonati.

Se volete andare a dire agli uomini che Dio c’è e che li ama, avete un modo preciso e semplice: perdonare. Così annunciate la verità dell’amore di Dio.

Se il perdono è profondo, autentico, sincero, bisogna che alla radice ci sia la gioia per un dono infinito che voi avete ricevuto. Allora, in questo senso, la parabola dà non solo un insegnamento sul perdono, ma sulla vita cristiana.

La vita cristiana ha una struttura molto semplice, anche se non facile, perché consiste di due elementi fondamentali: il primo è l’amore di Dio che noi riceviamo; il secondo è donare agli altri l’amore, il dono e il perdono, che da Dio abbiamo ricevuto. All’inizio c’è il dono del Signore, che suscita in noi la capacità del dono nei confronti dei fratelli.

La vita cristiana è tutta lì. Il resto è la spiegazione di questa struttura di fondo: del ricevere e donare, della fede e della carità. La fede è lasciarsi amare, la carità è amare il prossimo: sono queste le due dimensioni dell’esistenza cristiana.

Ma voi capite che se questo è vero, la nostra carità, cioè l’amore che noi doniamo agli altri, è fondato su quell’amore che abbiamo ricevuto da Dio, su quell’amore per cui, all’inizio della vita cristiana, ci deve stare, in qualche modo, la memoria.

La “memoria”, vuole dire: quando il servo esce dalla reggia deve ricordarsi di quello che è successo poco prima, perché altrimenti non è capace di perdonare. Lo è solo se si ricorda perché ha impresso dentro al cuore la gioia per il perdono dei “10.000 talenti”.

Tutti noi viviamo sulla base della memoria. C’è una memoria biologica che è quella del nostro codice genetico, che noi non possiamo cambiare. È segno di saggezza accettare il proprio codice genetico, diversamente si sarebbe tristi per tutta la vita e si combinerebbe poco.

Accanto alla memoria biologica ci sarà quella culturale, perché ciascuno di noi è cresciuto in una certa cultura ed ha imparato delle cose. Abbiamo imparato a camminare facilmente, ma ciò è stato possibile perché c’è della gente che ha camminato prima di noi e ci ha insegnato. È una memoria culturale che ci aiuta a vivere.

Accanto a tutto questo, per il cristiano c’è la memoria della fede, dove è scritto l’amore di Dio per noi, tanto grande da donare per noi il suo Figlio unigenito. È scritto quello che Paolo diceva scrivendo ai cristiani della Galizia:

«Cristo mi ha amato e ha donato se stesso per me» (Gal 2, 20).

Questo “per me” vuol dire che la mia vita è determinata dal gesto di amore del Signore per la mia esistenza. Allora questo è quel gene dal quale scaturisce l’esistenza cristiana e bisogna ricordarlo, custodirlo. Esso non procede biologicamente per conto suo, ma solo attraverso la memoria della fede. Bisogna che uno lo assimili liberamente dicendo di sì all’amore di Dio, lasciandosi amare; e se compie questo gesto di fede che è il lasciarsi amare, allora l’amore di Dio entra e cambia, trasforma e rinnova la sua vita. È per questo, per esempio, che nella vita cristiana ha tanta importanza la Messa: essa è la nostra memoria.

Nella Messa, infatti, noi facciamo memoria di quello che il Signore ha fatto pei noi, ci ricordiamo che Gesù ha donato la vita: «Questo è il mio corpo donato per voi… Questo è il calice del mio sangue versato per voi». E se noi mangiamo e beviamo diciamo di sì all’amore del Signore, ci lasciamo amare, accogliamo quel gene di vita cristiana che è l’amore di Cristo e la nostra vita cristiana si edifica.

È per questo motivo che accanto alla Messa abbiamo bisogno della parola d Dio, perché lì è scritto quello che Dio ha fatto per noi. È scritto che Dio è venuto in cerca degli uomini e per arrivare a trovarli ha percorso delle strade lunghe, faticose e tortuose. Ha percorso la via del Calvario per arrivare a trovare l’uomo, e, se noi ci ricordiamo questo e diciamo di sì con la nostra fede a quella parola di Dio, riconosciamo: “Parola del Signore, Lode a te, o Cristo”.

Se noi riconosciamo questo con l’atto della fede, allora quella Parola diventa il germe che costruisce la nostra esistenza cristiana. Nasce dal ricordo gioioso di quello che il Signore ha fatto per noi, del perdono di Dio e di ogni dono di Dio tutte quello che noi abbiamo.

Se lo accogliamo così, allora la nostra stessa vita diventa un’esistenza umana trasformata in dono. E questo è un miracolo grande perché, dal punto di vista biologico, noi ci portiamo dentro la tendenza istintiva alla difesa di noi stessi e questo non è male.

Partendo però da questa tendenza, dobbiamo arrivare alla gratuità del gesto di amore, alla gratuità del dono. E fare questo è un miracolo.

Il gesto d’amore di un uomo, cioè di una realtà limitata, vuole dire: riflettere la presenza e l’amore di Dio, compiere qualche cosa oli di divino, di grande. È proprio questa la sfida della nostra vita. Il Signore ha messo dentro di noi la forza del suo amore, scommettendo che, nonostante tutti i limiti della nostra condizione umana, siamo capaci, con la sua grazia, di compiere gesti gratuiti di amore, dei gesti di perdono, di solidarietà, senza la ricerca solo di un vantaggio personale.

Credo che di atti perfetti di amore sarà difficile che riusciamo a farne, ma, perlomeno, dovremmo riuscire a compiere degli atti dove c’è – insieme con tutti i nostri egoismi e i nostri orgogli – autentica anche una radice di amore, una radice di gioia del donare.

A questo ci chiama il Vangelo ed è per questo che san Paolo nella Lettera ai Romani dice che in noi deve avvenire, è avvenuta una trasformazione:

«Nessuno di noi vive per se stesso» (Rm 14, 7);

che è esattamente quell’atteggiamento di autodifesa che ci portiamo dietro a motivo della nostra origine biologica, ma

«[7]Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, [8]perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14, 7-8).

“Sia che si viva sia che si muoia siamo dunque del Signore”. Cristo è morto ed è ritornato alla vita per essere il Signore dei morti e dei viventi. Se, cioè, è avvenuto questo cambiamento, è perché Gesù lo ha provocato con la forza del suo amore. Se Cristo avesse tenuto la sua vita per sé, noi avremmo tenuto la nostra per noi. Ma Cristo l’ha donata per noi, e, in questo modo, suscita in noi la capacità di dare la vita per Lui, di rispondere al suo gesto gratuito di amore.

Allora chiediamo al Signore, al termine di questi Esercizi, che quella forza di amore che il Signore ci rivela in Gesù Cristo entri dentro di noi e ci cambi. Che il Signore tiri via tutte quelle barriere che ci sono in noi e che c’impediscono di credere e di amare, che ci dia lui stesso una trasparenza e una generosità più grande.

È il senso degli Esercizi, che cominciano adesso. Finora siamo stati sul monte Tabor:

«Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia» (Mt 17, 4).

Ma poi bisogna scendere e dopo… dopo il monte Tabor, abbiamo meditato che c’è il cammino verso Gerusalemme, quindi verso la croce. Non è un cammino trionfale. Il trionfo c’è, ma è dopo. È un cammino che comporta dei sacrifici e delle rinunce, ed è quello che dobbiamo tentare di incominciare. Passare dalla gioia (credo, ma non lo so…) degli Esercizi, cioè dell’ascolto della parola del Signore, alla fatica del quotidiano è una difficoltà grossa, perché incarnare il Vangelo nel proprio lavoro e nella vita di tutti i giorni è una fatica grande. Il Vangelo è un’intuizione stupenda d’amore, ma tradurre l’amore nella pazienza, nella fedeltà e nella perseveranza, tradurre l’amore in quei gesti quotidiani che non sono sempre gradevoli, ma che, anzi, molte volte sono noiosi e faticosi, non è facile, ma è proprio la sfida che il Signore ci chiede di accettare e di affrontare.

Per quanto mi riguarda, se vi debbo dare dei consigli (voi forse dite che ne potrei fare a meno, ma io li do lo stesso perché questo fa parte della nostra deformazione professionale) ce ne metterei tre molto brevi e semplici.

Il primo è che voi togliate ogni avvilimento. Se volete vivere una esistenza cristiana, bisogna che l’avvilimento non vi domini mai, che tutte le fatiche o tutti i fallimenti e le cadute non vi tolgano la speranza di poter arrivare, non vi tolgano la sicurezza che la vita cristiana è possibile nonostante si cada cinquanta volte. Alla cinquantesima bisogna rialzarsi in piedi, senza lasciarsi prendere mai dall’avvilimento, perché questo è quello che rovina la maggior parte delle esistenze cristiane.

Il secondo consiglio è semplicemente che voi stiate insieme. Il Signore vi ha chiamato alla vita cristiana e, generalmente, vi ha chiamato a questa vita in una comunità, in una famiglia credente, insieme a degli altri. Se volete vivere un cammino di vita cristiana, accettate volentieri gli altri intorno a voi e camminate insieme, datevi una mano. So molto bene, e credo lo sappiamo tutti, che nel vivere insieme non si è in Paradiso, perché ci sono delle incomprensioni e dei malumori, delle invidie e delle cattiverie, delle punture e delle asprezze, ma bisogna che uno sia ostinato e non si lasci avvilire per questo, che ritrovi continuamente la gioia e il desiderio di camminare insieme con gli altri. Ciò non vuole dire insieme con chissà quanti, però è importante che ci siano dei legami con degli altri fondati sulla fede, di riconoscimento della fede per aiutarsi e sostenersi a vicenda.

Ultima cosa, la terza, è che abbiate, che vi diate il tempo per pensare. Una delle cose che ci rende difficile la vita cristiana è che noi, invece di riflettere a quello che stiamo facendo, ci lasciamo assorbire dalle attività, passiamo dall’una all’altra senza avere neanche il tempo di respirare e di chiederci: “Perché stai facendo questo? Dove stai andando? Dove vuoi arrivare?”.

Viviamo, in qualche modo, per frammenti che vengono uno dopo l’altro, senza la capacità di riflettere. Ora, per la vita cristiana, è necessario che uno sappia fermarsi, come avete fatto in questi Esercizi e dire: che cosa sto facendo, che cosa ne faccio della mia vita?

È un patrimonio e, lo ricordavamo, è un patrimonio che tutti i giorni si assottiglia. Si riflette e si sceglie. Ognuno ha una sua libertà, una sua creatività, ciascuno di noi darà la sua risposta, ma l’importante è che non passi a una vita nella quale ci lasciamo solamente vivere, in cui è quello che ci sta intorno che determina le nostre scelte, per cui andiamo là dove va e dove ci porta il vento.

Questo è un rischio grosso, perché la vita cristiana richiede sempre di non conformarsi alla mentalità di questo secolo, ma di trasformarsi rinnovando la nostra mente per poter discernere quello che è buono, a Dio gradito e perfetto.

Quindi le tre cose molto semplici sono: il non avvilirsi, il camminare insieme, l’accettare con gioia la presenza degli altri vicino a noi, e il darsi il tempo per riflettere cioè il mettere dei ritmi che ci permettano di fermarci e di renderci conto di quello che siamo e di dove stiamo andando.

* Testo trascritto da registrazione audio, senza revisione dell’autore.