GESU’ EDIFICA LA SUA COMUNITA’ – 2

Diocesi di Reggio Emilia
Centro di Spiritualità di Marola (RE)
Esercizi spirituali – Settembre 1990

“Gesù edifica la sua comunità”
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28, 20)

Fonte “Sussidi biblici” n. 34, periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo Reggio Emilia. Finito di stampare settembre 1991.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Nel settembre 1990 alcune parrocchie di Reggio Emilia hanno partecipato, presso il “Centro di spiritualità” su Marola, ad un corso di esercizi spirituali predicato da don Luciano Monari. Attraverso la lettura dei capitoli sal 16° al 18° del Vangelo di Matteo si è cercato di comprendere come Gesù, con la sua presenza, edifichi ogni giorno la sua comunità.

Liturgia penitenziale

Letture: (1Gv 1, 8-10; 1Gv 2, 1-17; Sal 119, 173-174).

Come sapete, la Prima lettera di Giovanni è l’esposizione di una serie di criteri, che permettono di verificare la propria comunione con Dio, cioè la correttezza del cammino che noi stiamo vivendo e che tendono verso un unico criterio di fondo che è “la fede che opera nella carità”. Sono utili per fare un esame di coscienza.

Se avete notato, il primo di questi criteri per san Giovanni è il riconoscimento del proprio peccato. Vuoi sapere se sei in comunione con Dio? Guarda prima di tutto se ti riconosci peccatore davanti a Lui, perché se non ti riconosci peccatore, dice san Giovanni, vuole dire che la luce di Dio non ti ha ancora illuminato.

Se tu ritieni di essere a posto, perfetto, santo e giusto vuole dire che ti sei sempre guardato allo specchio, ti sei sempre misurato con gli altri, per sentirti bravo, ma mai davanti al Signore.

Quando uno si misura con il Signore, infatti, la prima reazione istintiva è il riconoscimento del proprio peccato, perché la luce di Dio è una luce troppo forte per non mettere a nudo le nostre imperfezioni, le nostre insufficienze ed egoismi.

Il primo è un criterio negativo. Non è un granché, però è già qualche cosa.

«[8]Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. [9]Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa» (1 Gv 1, 8-9).

Allora dice Giovanni:

«[1]Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto» (1 Gv 2, 1).

Il riconoscimento del nostro peccato non conduce all’avvilimento. Ciò accadrebbe solo se fossimo soli con i nostri peccati. C’è, invece, la fedeltà di Dio e, allora, il riconoscimento del peccato riconduce alla speranza, perché Dio è capace di ricostruire i cuori, di rigenerare uno spirito, una fiducia, un amore.

Secondo criterio, dice san Giovanni, è osservare i comandamenti, in particolare il comandamento della carità:

«[3]Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. [4]Chi dice: Lo conosco e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; [5]ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui» (1 Gv 2, 3-5).

Conoscere Dio non è una questione solo intellettuale, è una questione che coinvolge anche il cuore, la libertà dell’uomo.

Ora il rapporto di fede con Dio in qualche modo assomiglia a un rapporto di coppia, nel quale, perché funzioni bene, ciascuno dei due deve accettare l’altro così com’è.

Il Signore accetta noi così come siamo, con i nostri limiti, con il nostro temperamento e carattere. Quando il Signore immagina una strada per ciascuno di noi, immagina una strada che si innesta esattamente su quello che noi siamo. Il progetto di Dio su di noi è un progetto che Dio fa tenendo conto di quello che noi siamo, accettando la nostra esistenza così com’è. Ma deve valere anche il contrario, cioè che noi dobbiamo accettare Dio così com’è, perché Dio ha anche lui le sue antipatie e le sue simpatie, ha delle cose che non sopporta, e altre che invece desidera ardentemente.

I comandamenti ci insegnano esattamente com’è fatto Dio, com’è il suo cuore. Chi conosce davvero Dio e lo ama, lo accoglie così com’è, con la sua volontà. Con i suoi comandamenti impara a osservare la sua parola. Allora in lui veramente, dice san Giovanni, l’amore di Dio diventa perfetto. Notate. che questo amore di Dio non è l’amore che noi abbiamo per lui, ma l’amore che egli ha per noi. L’amore con cui Dio ci ama diventa perfetto quando noi facciamo la sua volontà.

Può sembrare strano, ma è significativo perché vuole dire che Dio ci prende così come siamo, anche peccatori, ma non ci lascia così. Ci prende peccatori, ma ci vuole giusti; ci prende egoisti, ma ci vuole capaci di amare; ci prende anche falsi e ipocriti come siamo, ma ci vuole illuminati dalla verità. Allora l’amore di Dio è un amore che trasforma, che dà vita, che arricchisce e che cambia.

Quando ci lasciamo trasformare, arricchire e cambiare, allora l’amore di Dio ha raggiunto la perfezione, ha fatto quello che voleva, ha raggiunto il suo scopo nella nostra vita. Ma è significativo che san Giovanni, dopo aver parlato dei comandamenti di Dio, dica:

«[7]Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico» (1 Gv 2, 7a).

Sembra che i Comandamenti siano diventati un comandamento solo. Per lui è proprio così.

I comandamenti sono tantissimi, gli Ebrei ne contavano 613; il Decalogo ne ricorda 10; ma, in realtà, quei 10 comandamenti sono un unico atteggiamento di fondo, un unico comandamento: l’amore.

L’amore è quello che riassume tutto, perché è il cuore di Dio e allora:

«[7]Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto fin da principio. Il comandamento antico è la parola che avete udito» (1 Gv 2, 7).

Non ho delle cose diverse da insegnarvi, vi insegno quello che avete ricevuto quando siete stati battezzati nel nome del Signore, ricevendo l’amore del Signore sopra di voi.

«[8]E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo, il che è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Gv 2, 8).

Per certi aspetti, il comandamento dell’amore è vecchio. Lo avete sempre saputo, da quando andavate a catechismo, ma per altri aspetti è nuovo, prima di tutto perché non è ancora stato superato. Nessuno ha inventato un modello di comandamento che vada al di là dell’amore.

Esso è l’ultimo modello, l’ultimo comandamento della volontà di Dio, al di là del quale non si va. Per questo il comandamento dell’amore rimane “nuovo” e rimarrà tale per tutta la storia del mondo. È l’inizio dei cieli nuovi e della terra nuova (cfr. Ap 21, 1), come l’alba del mondo futuro, l’inizio della nostra speranza. In questo senso il comandamento dell’amore sta sempre davanti a noi come qualche cosa da realizzare, mai alle nostre spalle come qualche cosa di passato ingiudicato e concluso.

San Paolo quando parla della carità la chiama “una via”: «Vi insegnerò una via che sorpassa ogni altra» (Cfr. 1 Cor 12, 31).

Non dice una virtù o un comportamento, ma una “via”, qualche cosa cioè su cui uno deve camminare e camminerà per tutta la vita. E lo spiega ancora san Giovanni:

«[9]Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. [10]Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo. [11]Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1 Gv 2, 9-11).

Credo che questo ci aiuti a rivedere che cosa c’è davvero dentro di noi: amore o odio, o una mescolanza dell’uno e dell’altro. Dove amore vuol dire volere la vita dell’altro e odio vuol dire volere la morte dell’altro. È certamente raro il caso in cui uno voglia esplicitamente la morte dell’altro, però ci sono tutta una serie di atteggiamenti con cui noi vorremmo togliere un pochino di vita all’altro, un pochino di gioia, di successo, di realizzazione, di affermazione. In qualche modo, portargli via qualche cosa; non la vita del tutto, ma dei pezzettini di vita, dei pezzettini di gioia. Sono le nostre venature di odio.

La formula dell’amore, lo abbiamo detto tante volte, è: io voglio che tu viva. Se voi dite ad una persona io voglio che tu viva, vuol dire che gli volete davvero bene. Naturalmente, se non lo dite con le parole o, meglio, lo dite con le parole ma lo dite anche con il cuore, con i vostri comportamenti che fanno vivere l’altro, allora vuol dire che gli volete bene.

La formula dell’odio è: io non voglio che tu viva. Anche se non ti cancellerò con un pugnale, per quanto dipende da me è come se tu non ci fossi. La tua vita per me non è rilevante, non m’interessa, non mi coinvolge. Quello di cui tu hai bisogno non è per me un appello alla mia vita. Questa è una formula di odio, di eliminazione dell’altro ed è su questo che si gioca la scelta. È chiaro che i comandamenti sono tanti, ma si riducono a questa scelta che vuole la vita dell’altro o che la rifiuta.

Questo è dunque il secondo criterio: osservare i comandamenti. Se uno vuole essere in comunione con Dio, deve riconoscere i propri peccati, deve cercare di osservare i comandamenti, in particolare il comandamento dell’amore, che è il comandamento della luce, della rivelazione di Dio.

Poi c’è un terzo criterio che Giovanni scrive così:

«[15]Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; [16]perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. [17]E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!» (1 Gv 2, 15-17).

Naturalmente quello che ci fa problema è questa parolina: “mondo”. Per “mondo” molte volte intendiamo la creazione, le montagne, il mare, il sole e le stelle. Non è certamente questo che fa male o che è pericoloso da amare.

Di fronte alla creazione voi potete ripetere il “si” di Dio. Se Dio ha detto di sì alla creazione, fate bene a dirlo anche voi. Se Dio ha detto che è una cosa buona il mondo che aveva fatto, fate bene anche voi a dire che il mondo è una cosa buona.

Ma c’è un «mondo» che è quello che Paolo chiamerebbe una «potenza», ossia una realtà che ci circonda e che per ceri i aspetti ci spaventa e ci attira. Ci spaventa perché c’è la morte, la malattia, perché c’è la solitudine, l’angoscia, il rifiuto degli altri, c’è l’incertezza del futuro, il peso del passato. Tutte queste sono una serie di realtà che ci spaventano.

È il mondo che si presenta conte potenza tremenda, spaventosa, e dall’altra c’è un mondo che attira perché è fatto di ricchezza, di piacere, di successo, di gratificazioni, di una serie infinita di speranze, perché è fatto di cose lucide, luminose, attraenti, forti, che riempiono le orecchie e la testa. Il mondo è fatto anche di questo. Da un certo punto di vista il mondo ci fa paura, dall’altro ci attira e ci seduce.

Questo è il mondo come potenza, perché quando noi siamo impauriti e sedotti, caschiamo dentro a dei comportamenti egoistici. Il mondo ci rende egoisti, perché preoccupati di noi, impauriti e quindi bisognosi di difenderci. Quanti comportamenti abbiamo come atteggiamenti di difesa, quante volte ci difendiamo dagli altri e dalle cose!

E questi comportamenti di difesa tendono molte volte a essere egoisti, a non tenere conto del bisogno degli altri perché devo difendermi, devo pensare a me, perché l’unica cosa che conta è la mia sopravvivenza. Oppure, d’altra parte, tutti quei comportamenti con i quali noi ci aggrappiamo al mondo, ci aggrappiamo ad una piccola soddisfazione perché, perdendola abbiamo l’impressione di perdere il senso della vita. Perché?

Perché sono una piccola gratificazione ne abbiamo bisogno: ne siamo affamati e assetati. Questo è il mondo, quel mondo che da una parte ci spaventa e ci mette in un atteggiamento di difesa, dall’altra ci seduce e ci mette in un atteggiamento di rapacità.

Tutto questo per san Giovanni è concupiscenza della carne, cioè egoismo, ricerca di noi stessi; concupiscenza degli occhi, cioè avidità, ricerca delle cose, del denaro, di tutto quello che è possesso e superbia della vita, cioè autosufficienza e mancanza di fiducia in Dio e nel suo amore.

In questo senso l’incompatibilità è tra Dio e il «mondo», non tra Dio e la creazione, che è opera di Dio. C’è incompatibilità tra Dio e questa realtà di potenza che il mondo assume nei nostri confronti a motivo delle nostre paure o dei nostri desideri.

Allora questo può diventare una specie di esame di coscienza sul riconoscimento di essere peccatori davanti a Dio, sull’osservanza dei suoi comandamenti, sul quanto diamo retta al Signore e lo accettiamo nella nostra vita. Riflettiamo sulle nostre paure e sui nostri attaccamenti, sulle cose che ci mettono in atteggiamento di difesa e che ci rendono egoisti, preoccupati di noi stessi, o sulle cose che ci attirano e che ci rendono avidi, bisognosi di afferrare e di possedere cose o persone per noi.

Ecco su questo san Giovanni c’invita a riflettere e può diventare il nostro esame di coscienza.

* Testo trascritto da registrazione audio, senza revisione dell’autore.