GESU’ EDIFICA LA SUA COMUNITA’ – 1

Diocesi di Reggio Emilia
Centro di Spiritualità di Marola (RE)
Esercizi spirituali – Settembre 1990

«Gesù edifica la sua comunità»
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28, 20)

15 Settembre 1990

Fonte «Sussidi biblici» n. 34, periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo Reggio Emilia. Finito di stampare settembre 1991.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Nel settembre 1990 alcune parrocchie di Reggio Emilia hanno partecipato, presso il «Centro di spiritualità» su Marola, ad un corso di esercizi spirituali predicato da don Luciano Monari. Attraverso la lettura dei capitoli sal 16° al 18° del Vangelo di Matteo si è cercato di comprendere come Gesù, con la sua presenza, edifichi ogni giorno la sua comunità.

Seconda Meditazione

«Chi perderà la propria vita per causa mia la troverà»

«[15]Disse loro: Voi chi dite che io sia? [16]Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (…) [21]Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. [22]Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai. [23]Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! [24]Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. [25]Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. [26]Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima? [27]Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. [28]In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno» (Mt 16, 15-16.21-28).

Il progetto che avevamo davanti e che il Vangelo ci vuole aiutare a comprendere è quella edificazione della Chiesa che costituisce un progetto di Gesù.

Gesù vuole edificare la sua comunità e il punto di partenza lo abbiamo visto questa mattina: va edificata sulla professione di fede, sulla professione di fede di Pietro «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Tu sei roccia, e su questa roccia io edificherò la mia Chiesa».

Al di fuori di un fondamento di fede, non è possibile edificare seriamente una comunità cristiana, per cui se vogliamo che la nostra comunità viva, dobbiamo continuamente ritornare a questa professione di fede personale, quella del «io credo in te». Quindi qualche cosa che mi coinvolge con quello che io sono con la mia vita, con il mio volto, con i miei progetti e le mie speranze.

Ma avevamo già notato questa mattina, con sorpresa, che Gesù ordina ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo, e certamente non perché la professione di fede di Pietro non sia giusta; essa è autentica, è una rivelazione del Padre. Pietro ha dunque ragione quando dice: «Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente». E però Gesù ordina di tacere.

Il perché è spiegato da quello che segue:

«[21]Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno».

Da allora, dice il Vangelo di Matteo, è la prima volta che Gesù parla esplicitamente della sua passione, e proprie perché i discepoli hanno fatto una bella professione di fede, hanno percorso un cammino lungo e non facile per arrivarvi. Si può dire che c’è una pedagogia di Gesù, un cammino attraverso il quale Gesù prima costruisce un legame di confidenza, di fiducia, di amicizia con i suoi discepoli, poi, quando hanno cominciato a porre la loro fiducia e la loro speranza in lui, li pone davanti al discorso della Passione, come discorso necessario, non casuale o facoltativo.

“Cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme” e quel “doveva” non indica tanto la determinazione eroica di Gesù, o la forza degli avversari; e neanche la fatalità, ma il disegno di Dio, la volontà del Padre.

La scelta di fondo di Gesù, quella che definisce tutta la sua vita, è di realizzare il progetto del Padre, come aveva detto a Giovanni Battista:

«Conviene che noi adempiamo ogni giustizia» (Mt 3, 15), che accettiamo, cioè, su di noi la volontà di Dio. Questo non toglie naturalmente la libertà di Gesù, ma certamente la sintonizza sul progetto di salvezza del Padre.

Gesù vede la sua vita come una vocazione e una missione ricevuta da parte del Padre. Per questo doveva andare a Gerusalemme. Andare a Gerusalemme in pellegrinaggio è quanto ogni pio israelita compiva in occasione delle grandi feste per cercare la presenza di Dio, la pienezza della vita. Nel Tempio a Gerusalemme l’israelita entra a contatto con la sorgente della vita (cfr. Sal 62°).

Nella casa del Signore egli trova la pace con tutto quello che rappresenta la comunione con Dio e con i fratelli, la serenità nella vita quotidiana. E questo vale davvero per Gesù: quando dice che doveva andare a Gerusalemme è esattamente per compiere la volontà del Padre e riannodare strettamente quel legame di comunione che lo unisce al Padre. In san Giovanni questo andare a Gerusalemme è il suo ritorno al Padre, ma, stranamente, in modo inatteso. Il pellegrinaggio verso la vita contiene la sofferenza e la morte. Deve soffrire molto e non di una sofferenza che capita come una malattia, ma che viene dal rifiuto. È l’esperienza del rifiuto da parte dei capi del Sinedrio.

Ora che senso può avere questa sofferenza e morte non è spiegato. Più avanti Gesù spiegherà che la sua sofferenza e morte sono il cammino del riscatto, e, quindi, della salvezza degli uomini dalla condizione di peccato in cui si trovano. Ora dice semplicemente che questa è la volontà del Padre, e che a essa lui, liberamente, si sottomette e che, quindi, anche i discepoli devono accettare questo misterioso cammino di Gesù.

«[22]Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai».

Il verbo che viene usato e che viene tradotto in italiano con “protestare” vuole dire esattamente “rimproverare e far tacere qualcuno”. È il verbo che viene usato quando Gesù calma il mare in tempesta e lo fa tacere riportandolo alla tranquillità (cfr. Mt 8, 26). Pietro vorrebbe fare lo stesso nei confronti di Gesù.

C’è qualche cosa di paradossale in questo perché Pietro sembra arrogarsi la capacità di insegnare a Gesù a essere il Messia, ma dietro c’è un discorso importante che ci tocca da vicino.

Perché Pietro reagisce in modo così violento alle parole di Gesù? Perché ha una propria idea del Messia, che è quella della tradizione ebraica, dove il Messia è prima di tutto una figura regale (cfr. Is 9; 11), e ciò conduce Pietro per delle vie che non sono corrette. Anche più avanti, nel contesto della Passione, quando Pietro rinnega Gesù lo fa con delle parole molto significative: «Egli negò di nuovo giurando: Non conosco quell’uomo» (Mt 26, 72). E poco dopo: «Non conosco quell’uomo» (Mt 26, 74).

E, stranamente, ha ragione perché Pietro conosceva un Gesù diverso, che annuncia il regno di Dio con forza, con autorità, tanto che la gente si stupisce, e si chiede cosa fosse questo insegnamento fatto con autorità (cfr. Mt 7, 28-29).

Gesù parla infatti come se avesse una conoscenza diretta dell’autorità di Dio, senza dover passare nemmeno attraverso Mosè. Conosce il Gesù dei miracoli, quello che minaccia il mare e lo calma, ma non quello della passione, che non ha più nessun potere, che è nelle mani degli uomini, che possono fare di lui ciò che vogliono.

Questo Gesù Pietro non lo aveva mai conosciuto: «Non conosco quell’uomo».

Dietro all’atteggiamento di Pietro vi è anche, però, il problema dell’identità di Dio. Ora è evidente in sé che Dio è naturalmente onnipotente, non c’è dubbio; ma che cosa vuole dire esattamente “onnipotente”, riferito a Dio?

Posso partire dall’esperienza del potere umano e prolungare questa esperienza all’infinito per poter dire che tale è il potere di Dio. Questa è la nostra tentazione: vedere la qualità del potere di Dio simile a quella del potere umano, semplicemente moltiplicato all’infinito.

Certamente Dio è più grande di tutti i re della terra ma questa è una moltiplicazione di quantità e non è corretta, perché Dio è onnipotente nella direzione dell’amore. Anche dell’amore si dice che è onnipotente (cfr. 1 Cor 13). Dio è onnipotente ma nella linea dell’amore. Si manifesterà l’onnipotenza di Dio anche nel Gesù della passione, della perdita di ogni potere.

Quando Gesù nella passione si presenta nelle mani degli uomini, ciò non nasconde l’onnipotenza di Dio, ma la rivela. È proprio lì l’onnipotenza di Dio: in quella capacità di amore che non si tira indietro nemmeno di fronte alla sofferenza, alla passione e alla morte, lì, proprio dove apparentemente ha perso ogni potere. Credo sia naturale che questa conversione di pensiero venga fatta da Pietro con fatica.

Se ascoltassimo il nostro cuore, analizzassimo le nostre idee su Dio, scopriremmo di essere anche noi nella logica di Pietro, di ragionare come lui. Inoltre, viene capovolta anche l’immagine del discepolo, così come Pietro la poteva custodire.

Se Gesù sta andando verso la passione e la croce, non capiterà molto di meglio al discepolo che deve seguire il maestro. Il destino del maestro diventerà l’esperienza anche del discepolo. Nella logica di Pietro, andare dietro a Gesù voleva dire condividere la vita che Gesù avrebbe fatto; quindi, anche quel poteri e quella sovranità che certamente Gesù possiede. Il regno di Dio infatti passa attraverso le sue parole e i suoi gesti e se uno è discepolo di un maestro così parteciperà al suo potere.

Ora, però, il potere diventa passione e morte, per cui si tratta di partecipare alla passione e alla morte, capovolgendo completamente le proprie idee (cfr. Mt 20, 26-27).

La ribellione di Pietro è provocata proprio dal fatto che è in gioco anche la sua vita, il suo futuro, la sua sofferenza o gloria. Nel racconto della lavanda dei piedi (cfr. Gv 13, 1 ss), quando Gesù si mette a lavare i piedi ai discepoli, Pietro dice: “Non mi laverai mai i piedi” e quando Gesù insiste, Pietro si rifiuta di accettare questa logica, che è la logica della croce, che riguarda Gesù, ma che arriva a riguardare anche lui, il discepolo.

«[22]Allora Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai. [23]Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16, 22-23).

«Satana» va inteso non in senso vago, come se fosse una lontana somiglianza, ma in senso stretto, perché, pur con tutte le giustificazioni, Pietro sta svolgendo la funzione del Satana, del tentatore e dell’avversario. In fondo, sta proponendo a Gesù esattamente quello che il Satana gli aveva proposto all’inizio della vita pubblica, tentando di sottrarlo alla piena obbedienza al Padre (cfr. Mt 4, 1-11).

Come dicevamo, Pietro è, in realtà, convinto di difendere Gesù dalla malizia del mondo, poiché il male appartiene al mondo e la vittoria a Dio. Proponendo la vittoria, Pietro è convitto di difendere la causa di Dio e quella di Gesù. Dimostra invece di essere legato a schemi umani, di avere bisogno di difendere e proteggere se steso, per cui la ricerca di se stesso, delle proprie sicurezze diventa il criterio ultimo della valutazione e della scelta. Pensare secondo Dio è, invece scegliere la volontà del Padre e, quindi, la rivelazione del suo amore: «Tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini».

Il profeta Isaia dice infatti:

«[8]Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. [9]Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55, 8-9).

Il primo passo è esattamente questo: accettare che la logica di Gesù sia la logica della sofferenza e della croce intesa come obbedienza al progetto del Padre. Dicevamo prima, però, che accettare questa logica vuole dire coinvolgere anche la nostra vita e, infatti, prosegue:

«[24]Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24).

All’inizio del Vangelo, Gesù aveva chiamato con autorità i discepoli: «Seguitemi» (Mt 5, 19). Era un imperativo e aveva promesso loro una dilatazione della loro esperienza. Erano pescatori: «Vi farò pescatori di uomini» (Mt 4, 19).

Adesso Gesù pone le cose in moda molto diverso: “se qualcuno vuole venire dietro di me”. Gesù ora pone delle condizioni e la sequela deve diventare una scelta libera e responsabile perché il cammino che si sta affrontando è un cammino duro, fatta di tribolazioni e di persecuzione. Bisognerà condividere una vita sradicata come quella di Gesù, bisognerà scegliere in modo decisivo e totale la volontà di Gesù e questo viene posto davanti all’uomo come appello alla sta libertà.

“Se qualcuno vuole venire dietro di me”, deve sapere misurare quello che costerà la scelta di Gesù. Tutte le volte che si fa una scelta si deve sapere quanto costerà, consapevoli che le scelte impegnative costano sempre, chiedendo sempre la rinuncia a qualche cosa. Gesù lo dice con chiarezza: “Rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Che cosa vuole dire “rinneghi se stesso”?

Non si tratta tanto di pensare male di se stesso, dell’avvilirsi di se stesso, ma di non porre più se stessi come centro essenziale di riferimento, come criterio di valutazione delle scelte dei valori. Il centro della tua vita non sei più tu, ma un’altra persona e tu subordini le tue scelte alla volontà di qualcun altro, al progetto di vita che ti viene presentato e donato.

Devi, in qualche modo, distruggere l’idolo del tuo io; non l’io, ma l’idolatria dell’io; ossia, quando il tuo io tiene il posto di Dio, diventando il criterio assoluto del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.

La logica che viene presentata al discepolo è quella della Lettera ai Romani:

«[7]Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, [8]perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14, 7-8).

Questo cambiamento di centro è l’essenziale. Scrive san Paolo nella Lettera ai Galati:

«non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).

È il non appartenere più a se stessi e ciò va inteso non in modo statico, ma come un cammino infinito, una corsa, un equilibrio che si rinnova continuamente attraverso il cammino verso quel centro che è il Signore della propria vita.

Tutto ciò comporta una promessa, perché «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà rna chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Mt 16, 25).

C’è una specie di dialettica tra il salvare e il perdere, per cui chi vuole risparmiare se stesso, in realtà si perde e chi, invece, dona se stesso, può, in questo modo, salvarsi, secondo quella logica che il Vangelo richiama molto spesso, in base alla quale l’uomo possiede veramente solo quello che ha donato e che non ha tenuto per sé!

Ciò richiama, in fondo, la struttura della vita umana, che è quella di un patrimonio che è destinato a estinguersi. Per natura sua, essa è limitata, 70-80 per i più robusti, possiamo anche allungarla a 90 a 100 anni, ma, ad ogni modo, rimane, per struttura sua, una realtà limitata, per cui giorno per giorno se ne perde una piccola parte. Alla fine rimane di noi non quello che teniamo, ma quello che abbiamo donato e comunicato.

Nella logica del Vangelo ciò ha come riferimento essenziale Gesù, l’unico che abbia vinto la morte, l’unico, quindi, che possa dare all’esistenza dell’uomo la perennità della vita.

«[25] chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16, 25).

Le parole “per causa mia” bisogna realizzarle concretamente facendo riferimento a cosa voglia dire perdere i propri soldi, il proprio tempo, la propria volontà o i propri progetti per causa del Signore.

In concreto, questo richiede una certa prospettiva, una certa logica, che è quella del Vangelo, quella del servizio dell’amore, del non risparmiarsi, del donare quello che uno è o possiede liberamente.

«Quale vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?» (Mt 16, 26).

“Anima” va intesa nel senso pieno della vita.

Ricordate il Salmo 49°, che dice che l’uomo, per quanto si affanni, per quanto riesca a mettere da parte, non riuscirà a comperare la sua vita, a pagare la sua vita. È al di là delle sue possibilità, perché la vita non è qualche cosa di cui l’uomo possa diventare pienamente proprietario.

La vita per struttura sua è un dono e l’uomo dovrebbe viverla esattamente così. Ciò non vuole dire che l’uomo sia un condannato a morte.

Leggiamo il brano che segue molto velocemente, anche se bisognerebbe meditarlo più a lungo.

Dice:

«[1]Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. [2]E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. [3]Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. [4]Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia. [5]Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo. [6]All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. [7]Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: Alzatevi e non temete. [8]Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo» (Mt 17, 1-8).

Il racconto della Trasfigurazione va collegato con quanto abbiamo appena ascoltato, perché nel Vangelo sono brani che si spiegano una con l’altro. Abbiamo ascoltato la professione di fede: “ Tu sei Cristo il Figlio del Dio vivente…”; poi Gesù ci ha introdotto nel mistero della sua messianicità e ci ha rivelato, paradossalmente, che è Figlio di Dio in quanto sofferente, in quanto in procinto di essere rifiutato e messo a morte.

Ci ha parlato di sofferenza e di morte come cammino indispensabile per giungere alla pienezza della vita, della gloria.

Questo, dicevano, è un discorso paradossale, addirittura scandaloso perché cambia la nostra idea di Dio e ci chiede di passare attraverso la croce. Bisognerebbe che noi sapessimo reagire come Pietro per sentire tutta la ripugnanza di un discorso come quello della croce.

A questo puntosi capirebbe la Trasfigurazione, dove Gesù prende alcuni discepoli, stranamente proprio quelli che saranno testimoni della sua agonia nell’orto del Getsemani. Li prende con sé su un monte alto, in disparte, lasciando da parte tutte le confusioni del mondo, perché per capire qualcosa bisogna entrare nel silenzio e nella contemplazione.

Davanti a loro Gesù si trasfigura, lasciando intravedere qualche cosa del suo mistero profondo. In fondo, ogni uomo ha in sé una profondità misteriosa che affiora in alcuni momenti di intimità o rivelazione di amicizia e questo vale, in modo unico, esattamente anche per Gesù, la parola eterna di Dio, il Verbo che si è fatto carne e che è venuto ad abitare in mezzo a noi.

Siccome è carne, lo possiamo vedere, ascoltare, contemplare e toccare, ma, in realtà, quella carne rivela, e nello stesso tempo nasconde, la parola stessa di Dio. Rivela perché si fa vedere ai nostri occhi, perché in realtà quello che noi vediamo è un’umanità.

Nella Trasfigurazione sembra che quel velo che la carne umana rappresenta, si squarci e che i discepoli, per un attimo, possano vedere la gloria di Gesù, la bellezza di Dio sul volto dell’uomo che è Gesù di Nazareth.

San Paolo scriverà a proposito della sua esperienza sulla via di Damasco:

«[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6).

Vuole dire che, all’improvviso, ha visto Cristo come non lo aveva mai visto prima.

Prima lo aveva sempre visto come un eretico pericoloso per l’unità della sinagoga, come un avversario della legge di Mosè, e, quindi, della rivelazione di Dio. Poi, all’improvviso, sulla via di Damasco, lo vede trasfigurato, vedendo sul volto di Gesù la gloria, la bellezza, la santità e lo splendore di Dio.

Questo per lui è come il primo giorno della creazione.

Prima di quel momento la vita di Paolo, inconsapevolmente, era tenebre, caos, ma da quando ha visto Gesù e lo ha riconosciuto, ha visto le cose secondo una logica diversa: ha visto la gloria di Dio sul volto di Gesù.

È esattamente questo che i discepoli hanno visto sul monte: fu trasfigurato davanti a loro, il suo volto brillò come il sole, le sue vesti divennero candide come la luce. Il sole e la luce diventano dei simboli della divinità, della pienezza della vita che in Gesù, a questo punto, si rivela.

Notate come questa Trasfigurazione di Gesù è accompagnata, dice il Vangelo di Matteo, da una scena misteriosa: “apparvero Mosè ed Elia che conversavano con Lui”. Mosè ed Elia rappresentano l’Antico Testamento che ha dato la propria testimonianza a favore di Gesù, a favore di quel Gesù che va verso la passione, di quel Gesù che ci scandalizza, come ha scandalizzato Pietro.

Mosè da una parte ed Elia dall’altra sono mediatori della rivelazione, ma anche dei sofferenti. Anche Mosè ha conosciuto il rifiuto da parte del suo popolo e anche Elia ha conosciuto la persecuzione, la minaccia di morte tanto che ha dovuto fare anche lui il pellegrinaggio dei quaranta giorni fino al monte di Dio, l’Oreb, per ritrovare la forza di vivere.

Essi sono mediatori della rivelazione, ma sofferenti in quanto hanno conosciuto il rifiuto e li persecuzione. L’Antico Testamento dà ragione a Gesù proprio nel momento in cui parla della persecuzione e della croce.

«[4]Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia. [5]Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra» (Mt 17, 4-5).

A Pietro sembra che questa gloria sia il compimento di tutta la storia della salvezza, dimostrando ancora di voler evitare la croce. Prima aveva preso da parte Gesù cercando di farlo tacere, adesso, invece, è così contento della gloria che vuole fermarsi li, mentre la gloria gli è stata messa davanti non perché sia arrivato, ma perché gli dia il coraggio di passare attraverso la croce.

In realtà Pietro è ancora fuori dalla comprensione, che deve venire dalla voce del Padre che interrompe Pietro.

«[5]Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra».

La prima parte della frase richiama le parole che erano già state pronunciate nel Battesimo: «Questi è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto» (M 3, 17), ciò vuol dire che Dio si rispecchia in Gesù, che è l’immagine perfetta del Dio vivente, che lo riconosce e conferma la bellezza di Gesù.

Poi c’è quell’altra parola che invece è proprio solo qui, “ascoltatelo”, che è riferimento all’annuncio della passione. Gesù ha parlato di passione, ha detto delle cose scandalose: ascoltatelo, è mio Figlio. Nonostante parli di croce è ugualmente il Figlio di Dio, anzi lo è proprio perché parla di croce.

«All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore».

Il timore è chiaramente, la risposta alla rivelazione di Dio.

«[7]Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: Alzatevi e non temete. [8]Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo» (Mt 17, 7).

Sembra che tutta la Scrittura, l’Antico Testamento, ormai, sia riassunto in Gesù. Quello che l’Antico Testamento aveva proclamato, vissuto, è tutto in Gesù. Nella rivelazione di Dio Gesù è pienamente e perfettamente presente, è colui nel quale Dio si rivela pienamente.

«[8]Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo».

A questo punto il cammino verso la passione può incominciare; i discepoli sono istruiti e sono anche, in qualche modo, rafforzati da questa esperienza della Trasfigurazione, che dovrebbe dare un tantino di coraggio per sopportare anche lo scandalo della sofferenza.

* Testo trascritto da registrazione audio, senza revisione dell’autore.