GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 9

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

5ª Meditazione
Fede e opere: sessualità, servizio, potere

Nel cap. 19 secondo Matteo, mentre si sta avvicinando a Gerusalemme, Gesù da al suoi discepoli, quindi alla comunità cristiana, alcune istruzioni fondamentali sulla vita del fedele, del credente.

E alcune di queste istruzioni, riguardano il tema della sessualità e del matrimonio, altre il tema della proprietà e della ricchezza.

Proviamo a vedere che cosa ne dice il Signore: il modo in cui il cristiano è chiamato a introdurre anche queste esperienze profondamente legate alla terra, come l’esperienza della ricchezza e l’esperienza della sessualità.

Il cristiano è chiamato a legarle dentro il progetto di vita di Dio, dentro la sua vocazione.

(Mt 19, 1-12)

[1] Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano.

[2] E lo seguì molta folla e colà egli guari i malati.

[3] Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per. metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”.

[4] Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse:

[5] Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?

[6] Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”.

[7] Gli obiettarono: “Perché dunque Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?”.

[8] Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così.

[9] Perciò io vi dico: “Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio”.

[10] Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”.

[11] Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso.

[12] Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”.

Tentiamo di capire anzitutto queste parole.

Viene posta una domanda a Gesù, e di per se è una domanda di diritto.

C’è una legge nell’Antico Testamento, nel libro del Deuteronomio (24,1), che dice che se un uomo trova in sua moglie qualche cosa di vergognoso la può ripudiare, a condizione che le dia il “libello di ripudio”.

Ma allora gli interpreti, gli scribi, discutono su che cosa vogliano dire le parole “qualche cosa di vergognoso”.

Ci sono opinioni diverse al tempo di Gesù: ci sono alcuni che restringono questa clausola al caso dell’adulterio (quindi, se la donna è stata adultera può essere ripudiata), ci sono altri, invece, che allargano molto di più ed elencano tutta una serie di difetti che il marito può trovare nella moglie e che giustificano il ripudio.

Domanda: “Tu da che parte stai? Con quelli che interpretano con larghezza o con quelli che invece restringono l’ambito della legge?”.

E la risposta di Gesù è molto caratteristica. Gli hanno posto una domanda su un caso di diritto; Gesù non risponde sulla loro lunghezza d’onda, non gli interessano i casi di diritto.

Gesù risale a quella che è l’intenzione di Dio sulla coppia umana al momento della creazione. Quindi non si ferma al cap. 24 del Deuteronomio e non prende posizione sull’interpretazione giuridica di quel versetto, ma ritorna ai primi capitoli della Bibbia, dove si racconta e si annuncia la creazione dell’uomo e della donna, viene dato il significato di questa creazione, in particolare il significato della sessualità.

Forse lo ricordate, nel cap. 2 della Genesi, Dio, dopo aver creato l’uomo:

(Gen 2, 18-25)

[18] E il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

[19] Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

[20] Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.

[21] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.

[22] Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

[23] Allora l’uomo disse: “Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”.

[24] Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

[25] Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.

Questo strano raccontino, che sembra un racconto popolare, ha però la pretesa di rispondere a un interrogativo fondamentale per la concezione dell’uomo, e cioè qual è il significato della sessualità nella vita umana.

La sessualità ha un suo fondamento biologico, ma tutto quello che diventa umano deve assumere un significato.

La sessualità assume un significato, viene elevata ad una dimensione umana o rimane puramente una realtà biologica e quindi fondamentalmente animale?

L’ottica del libro della Genesi è che la sessualità è vocazione dell’uomo alla comunione e all’amore.

La sessualità, il fatto che l’uomo sia maschio o femmina, vuole dire che ogni individuo appartenente alla razza umana è essenzialmente incompleto.

Nessun uomo, nessuna persona umana rappresenta tutta l’umanità. Ciascuna persona rappresenta semplicemente una polarità dell’esistenza umana, maschile o femminile. E proprio perché non rappresenta tutta la ricchezza dell’umanità, ma semplicemente un polo, la sua esistenza è essenzialmente una esistenza aperta, quindi un’esistenza che cerca il suo completamento in un’altra persona, in un completamento che le viene dal di fuori, che le viene donato.

Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. Questo “che gli sia simile” è importante perché, spiega il racconto, questo aiuto l’uomo non può trovarlo negli animali o nelle cose che sono anche belle e buone e simpatiche (sono anche degli aiuti per l’uomo) ma non tolgono la solitudine, perché non sono simili, perché non sono al livello dell’uomo, al livello del dialogo, del rapporto interpersonale, dell’amore.

Per poter raggiungere questo livello ci vuole esattamente il rapporto fra l’uomo e la donna, perché la donna è stata presa dall’uomo.

Presa dall’uomo vuole dire che è fatta della stessa stoffa, con lo stesso materiale, che non è quindi una realtà estranea, ma parente, profondamente legata, tanto che l’uomo nella donna e la donna nell’uomo ritrovano il completamente di se stessi, la perfezione di se stessi.

L’uomo scopre quello che lui è esattamente nel momento in cui si rapporta con la donna e viceversa. Almeno questa è una concezione biblica e credo che sia corretta.

La persona umana per sapere chi è non deve chiudersi in una torre d’avorio e guardarsi in uno specchio perché, in questo modo, non capirà mai qual è il senso della sua vita. Per capire chi siamo dobbiamo entrare in rapporto con gli altri e verificare la nostra identità ascoltando e parlando. Quindi il dialogo fra l’uomo e la donna è esattamente il luogo in cui l’uomo e la donna scoprono sè stessi, riescono a comprendere più pienamente la propria vita.

Questo vuole dire, secondo il libro della Genesi, che la sessualità è vocazione all’amore. È l’incompletezza che la persona umana porta nella sua carne (quindi è radicalmente incompleta) e che proprio perché è incompletezza, diventa vocazione, impulso, desiderio di completamento attraverso l’incontro con l’altro, attraverso l’amore, il dialogo e la comunione.

Questo è così vero che al termine c’è quel versetto famoso: “per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”.

E questo “una carne sola” vuol dire che il completamente avviene esattamente in questo incontro, che proprio perché è la pienezza della vita umana, è per natura sua una realtà indissolubile e piena.

Il progetto di Dio sulla sessualità è che diventi vocazione a un amore completo (completo vuol dire che assume tutte le dimensioni della persona umana, quindi la dimensione fisica, la dimensione psicologica, affettiva, sociale, cioè che coinvolga tutte le esperienze dell’uomo, quindi completo in questo senso), ma anche completo nel senso che coinvolge il tempo.

Quindi anche il futuro è coinvolto nel rapporto fra l’uomo e la donna; non è semplicemente dire “ci vogliamo bene”, ma “ci vogliamo bene e ci vorremo bene”. La formula che viene usata nel matrimonio la ricordate: “(…) io prendo te come mia sposa, prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Quel “tutti i giorni della mia vita” e importante perché è esattamente quello che toglie all’amore e alla comunione che si vive nel matrimonio l’incertezza che viene dal tempo. Il tempo rende radicalmente incerte tutte le realizzazioni dell’uomo, perché non so che cosa sarà domani o dopodomani. Per me è certo solo il passato. Ma io ho bisogno di avere nei confronti del futuro dei punti fermi.

Questo è il motivo per cui qualcuno cerca il punto fermo nel conto in banca (il conto in banca è una sicurezza per futuro: non andrò a chiedere l’elemosina, perché i soldi che ho e gli interessi di banca mi servono esattamente per avere questa sicurezza). Ma la sicurezza più autenticamente umana è quella che viene all’uomo esattamente dall’amore dell’altro.

Non quella che gli viene dai soldi, dal potere, non quella che gli viene dalla sua capacità ed energia, ma quella che gli viene da una persona che gli dice: “Ti voglio bene, prometto di esserti fedele”.

Allora, in questo senso, l’amore umano, la vocazione all’amore umano, è vocazione ad un dono irrevocabile perché è totale, perché non sopporta l’incertezza del venire meno.

Questo era il progetto originario di Dio a cui si richiama Gesù. “Non sono quindi più due, ma una sola carne: quello, dunque, che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi”.

Obiezione: “Perché dunque Mosè ha ordinato di darle (alla moglie) l’atto di ripudio e di mandarla via”

Se il progetto di Dio è questo amore senza pentimento, che cosa ci sta a fare il ripudio? (è parola di Dio anche questa; il libro del Deuteronomio, fino a prova contraria, è ispirato!

Risponde Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così”.

Gesù chiarisce un pochino le cose; non è vero che Mosè ha ordinato di ripudiare la moglie, Mosè ha solo permesso, il che non è esattamente la stessa cosa.

Secondo, ha permesso a motivo della durezza dei vostri cuori. E la durezza del cuore vuole dire quella condizione in cui l’uomo non riesce più a capire e a interiorizzare profondamente il progetto di Dio.

Il progetto di Dio sarebbe un progetto di amore totale e definitivo, ma l’uomo non riesce a capirlo, a farlo suo; ha un cuore indurito e rattrappito e chiuso in sé stesso per cui non riesce ad essere attento alle attese e alle esigenze di Dio.

Questo, naturalmente, nell’ottica di Gesù è il segno di quella ferita che si chiama peccato, egoismo, atteggiamento per cui l’uomo pone sé stesso al centro del mondo e gli altri in funzione di sé. Dove questo è l’atteggiamento di fondo, diventa difficile un amore senza pentimento, un amore in cui non mi riservo la possibilità del tornare indietro, non mi riservo una strada di soccorso nel caso le cose non vadano come io pensavo, vadano cioè un tantino male.

Allora la durezza del cuore non è altro che il segno dell’ingresso del peccato nella condizione dell’uomo, per cui l’uomo non e più in grado di amare con pienezza, di amare con fedeltà senza pentimento.

Diceva Nietzsche, che l’uomo vale per la sua capacità di promettere. Se l’uomo riesce a promettere la sua fedeltà per cinque minuti non vale molto, ma se uno riesce a promettere la sua fedeltà per tutta la vita, quello è davvero un uomo, uno di cui ci si può fidare, uno su cui si può contare per il futuro.

E questo è il senso del matrimonio: qualcuno su cui si può contare qualunque cosa accada. Non so se sarò sano o malato in futuro, non so se sarò fortunato o sfortunato, se gli affari andranno bene o male, cioè tutte queste cose le posso sperare e riparare, ma non lo so. Però so che tu mi vuoi bene! Mi hai promesso una fedeltà e questa fedeltà so che non verrà meno.

Questa è la nobiltà e la grandezza dell’uomo.

Ora, quello che Gesù vuole dire, è che quel progetto originario di Dio, in realtà è ora realizzabile.

Non è vero che l’uomo è schiavo della durezza del cuore, che l’uomo quindi è schiavo del peso, del limite, della miseria che pure ha, che conosce (questo non c’è bisogno di dimostrarlo, basta che guardiamo dentro per rendercene conto). Ma secondo Gesù non siamo schiavi di questa durezza di cuore; possiamo in qualche modo controllarla e vincerla.

Come?

Beh, lì ci sta tutto il discorso del Nuovo Testamento. Tutto il senso della venuta di Gesù Cristo, della morte di Gesù Cristo in croce, del dono dello Spirito Santo, della formazione della comunità cristiana, del Battesimo e dell’Eucaristia, ebbene è proprio questo!

All’uomo concreto e peccatore come siamo noi, viene donata attraverso Gesù Cristo, la sicurezza dell’amore divino: Dio è Padre e ama te così, concretamente come sei. Questo amore diventa fondamento nuovo di esistenza, è come una sicurezza che io ho; Dio mi copre le spalle, non ho più paura del mondo, della vita e del futuro. C’è un giuramento di Dio a favore della mia vita, un giuramento che in Gesù Cristo rimane di fronte a qualunque ostacolo, anche di fronte alla morte, perché il giuramento di Dio è più grande della morte.

Se riusciamo ad entrare in questa logica, allora diventa possibile superare la durezza del cuore, cioè vivere il matrimonio come un dono irrevocabile, nonostante e attraverso tutti nostri limiti.

Torno a dire: i limiti ce li portiamo dietro, la durezza del cuore continuiamo ad averla, ma non in modo tale da esserne schiavi, con la possibilità di controllarla. Come?

Con la fede nell’amore di Dio. Questo, alla fine, è il significato del matrimonio inteso come sacramento.

Quando diciamo che il matrimonio è un sacramento, intendiamo dire che il matrimonio è una realtà mondana. I Sacramenti debbono essere, in realtà, del mondo: quindi realtà fatte di cose, di carne, di sangue, di realtà di questo mondo; i sacramenti sono anche segni: sono fatti di acqua, di olio, di pane e di vino, di sessualità, cioè di realtà che appartengono a questo mondo.

Però nelle realtà di questo mondo entra dentro un riferimento alla volontà e all’amore eterno di Dio, per cui l’amore dell’uomo per la donna diventa la realizzazione della fedeltà stessa di Dio per gli uomini, la realizzazione della fedeltà di Cristo nei confronti della Chiesa.

Questa fedeltà di Cristo per la Chiesa non dovrebbe essere solo una bella idea; per Gesù Cristo non era un’idea perché era: andare a finire in croce.

Ma non è solo la realtà della morte di Gesù Cristo che dà valore a questo amore, ma dovrebbe essere la realtà dell’amore dei cristiani giorno per giorno, cioè la fedeltà che avete nei confronti della moglie o del marito è il segno della fedeltà di Gesù Cristo.

Vuol dire che dentro alla vita di questo mondo la fedeltà c’è ed è certamente una cosa grande, un segno grande, un miracolo in senso buono. La fedeltà dice questo! È una realtà che appartiene alla rivelazione di Dio e il fatto di ritrovarla in mezzo agli uomini, è il segno che Dio ha davvero incominciato a redimere l’umanità, a liberarla da quel peso di durezza di cuore che sentiamo dentro di noi.

Allora quel progetto che, in origine, Dio ha posto sulla sessualità è ora realizzabile. Devi orientarti in quella direzione, non stare quindi a ragionare sui casi; non e questo l’essenziale.

Devi stare a vedere il valore che ha il tuo matrimonio, il valore che ha la tua vocazione al matrimonio e devi vivere il più intensamente possibile questo valore, perché c’è di mezzo qualche cosa di immensamente grande. Amando tua moglie o tuo marito tu introduci l’amore di Dio dentro la storia degli uomini, quindi rendi la storia un pochino meno paurosa per l’uomo, perché ci sono delle cose solide; il tuo amore diventa una realtà solida di cui ci si può fidare.

E siccome, purtroppo, di cose o di persone di cui ci si possa davvero fidare non ce n’è una grande abbondanza, perché nel nostro mondo ci sono molte realtà infide, che sono realtà puramente di interesse o di vantaggio, il bisogno di una fedeltà autentica è enorme. Ne abbiamo bisogno tutti.

Ne ha bisogno il marito nei confronti della moglie, ma ne ha bisogno la comunità nei confronti degli sposi.

Una comunità cristiana ha bisogno che in mezzo a lei ci sia della gente della quale ci si possa fidare, della gente la cui parola davanti al Signore sia una parola ferma, nel senso che continuamente fa riferimento all’amore di Dio e che lo rende presente.

Però il discorso non finisce qui, c’è anche quel brano stranissimo sul celibato.

“Gli dissero i discepoli: Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”.

È un modo un pochino strano di vedere il matrimonio; vuole dire che ne vedono semplicemente il peso e non il valore; vedono le esigenze del matrimonio, ma non riescono a valutare la grandezza che sta dentro a questo amore senza pentimento. E Gesù dà una risposta che riguarda il celibato e dice:

“Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso”. Ancora un passivo divino: “coloro ai quali Dio lo ha concesso”.

E vuole dire che la scelta della verginità è una scelta che viene dal dono del Signore, non è qualche cosa che l’uomo possa scegliere lui, per propria volontà, come affermazione di autosufficienza. Ci sono nell’antichità alcune esperienze, di filosofi in particolare, che scelgono il non matrimonio per indicare: “Io sono autosufficiente”, cioè “sono capace di dominare me stesso e di dominare anche l’istinto sessuale”, che pure è un istinto profondamente innestato nella vita dell’uomo, e forte.

Ma questo non è il senso del celibato cristiano e non è il problema dell’auto-dominio; è invece il fatto di un dono del Signore. E in che cosa consiste questo dono?

“Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei Cieli. Chi può capire, capisca”.

La parola “eunuco” è una parola molto forte, perché vuol dire una persona incapace di matrimonio. Eppure Gesù la usa appositamente.

Qualcuno afferma che in questo modo e con queste parole Gesù voleva spiegare il suo celibato, che effettivamente faceva difficoltà. Infatti nella tradizione rabbinica il Rabbì deve essere sposato, perché nel libro della Genesi c’è scritto: “Crescete e moltiplicatevi”, quindi è un comandamento al quale il Rabbì, per primo, deve obbedire. Non ci sono casi di rabbini non sposati, tolto uno solo alla fine del primo o secondo secolo dopo Cristo, tale Simeone che, raccontano i libri rabbinici, andava in giro a dire che bisogna sposarsi, che i Rabbì devono sposarsi perché c’è scritto nel libro della Genesi, ecc. E gli rispondono: Ma tu dici una cosa e poi fai il contrario; perché non ti sei sposato?

E questo Rabbì risponde: Avete ragione, ma cosa volete, io sono innamorato della Torah e non riesco a sposarmi; ci penserà qualcun altro a prolungare la stirpe umana. “Mi sono innamorato della Torah, della legge”, vuol dire che per lui la legge è diventata così importante che non riesce ad avere altri pensieri o altri progetti. Mettere insieme una famiglia vuol dire costruire un progetto intenso e significativo: bisogna programmare la vita, il futuro, i figli, il lavoro, ecc., cioè una serie di impegni notevoli.

Beh, questo Rabbì dice: Non ci riesco! non riesco a pensare se non alla Torah, alla legge e alla volontà di Dio.

A parte la Torah, questo e esattamente quanto Gesù voleva dire: non per la Torah, ma per il Regno dei cieli.

Il Regno di Dio vuole dire che per Gesù il riferimento al Padre è diventato così essenziale che determina tutti i suoi comportamenti in modo immediato, per cui è inadatto al matrimonio, non perché lo sia fisicamente, ma perché il suo cuore è ormai legato al Regno di Dio.

E questo discorso credo che sia il fondamento più vero del celibato cristiano che, torno a dire, non è un rifiuto della società; non dovrebbe mai esserlo stato. Non il dire che la sessualità è una realtà di seconda classe o che il celibato pone l’uomo in una condizione di superiorità per autosufficienza e quindi non ha bisogno di niente, perché è capace di controllarsi, ecc.

Non c’è niente di tutto questo.

Il discorso del celibato dovrebbe essere invece: il Regno di Dio e l’interesse per il Regno di Dio è così grande che non rimane molto spazio psicologico per altri interessi, per altre preoccupazioni.

Per questo S. Paolo non vede altro se non la predicazione del Vangelo; tutto quello che fa, che dice, che pensa e che programma è orientato alla predicazione del Vangelo. In questa direzione si capisce il senso del celibato cristiano, dove il valore di Dio è diventato un valore immediato così grande da non lasciare spazio per altre cose.

Torno a dire,, un valore immediato, perché naturalmente anche dentro al matrimonio c’è la realtà del Regno di Dio, ma c’è come sacramento.

Sacramento vuol dire una realtà mondana che contiene l’amore di Dio. Il celibato e la verginità non sono un sacramento, mentre il matrimonio sì.

La verginità no, perché la verginità è un’altra dimensione, non è una realtà del mondo che diventa segno dell’al di là; è in realtà una presenza immediata del rapporto con il Signore che determina un comportamento nuovo e, per certi aspetti, certamente sorprendente.

Almeno sorprendente lo era per gli Ebrei, perché, se ricordate, in tutto l’Antico Testamento non c’è un riferimento alla verginità se non (può darsi) nascosto nel libro della Sapienza; altrimenti gli Ebrei non hanno mai considerato la verginità come un valore. L’unico caso di celibato, di vocazione, nell’Antico Testamento è il celibato di Geremia, ma questo è un celibato negativo. Geremia non deve sposarsi perché deve annunciare la distruzione di Gerusalemme, quindi deve essere sterile lui, essenza di vita, perché Gerusalemme è sterile e non produrrà vita: produrrà la morte!

La novità viene con Gesù Cristo, che introduce questa novità perché la sua rivelazione fondamentale è che il Regno di Dio è vicino; e così vicino che l’uomo ne incomincia a vivere fin d’ora la presenza.

E allora si può capire che una persona sia innamorata del Regno, cioè che questo Regno diventi per lui il valore supremo e immediato. Supremo deve diventano per tutti, immediato per quelli ai quali il Signore lo dona.

Una seconda parola breve sul discorso della ricchezza e della povertà con quell’episodio, che abbiamo commentato altre volte, del giovane ricco.

(Mt 19, 16-26)

[16] Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?».

[17] Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti».

[18] Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso,

[19] onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso».

[20] Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?».

[21] Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi».

[22] Udito questo, il giovane se ne andò triste; perché aveva molte ricchezze.

[23] Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli.

[24] Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli».

[25] A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?».

[26] E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».

Notate come in questo capitolo i discepoli rimangono spesso costernati; sono rimasti turbasti su quello che Gesù ha detto sul matrimonio, rimangono sconcertati su quello che Gesù dice sulla ricchezza.

Vuol dire che Gesù sta introducendo delle visioni nuove e paradossali dal punto di vista dei discepoli. Di fatto il dialogo con questo giovane è molto significativo.

Bisognerebbe anzitutto, per capirlo, che voi riconosceste i meriti di questo giovane; è un giovane in gamba e in gamba dal punto di vista religioso, perché quando uno va da Gesù a dirgli: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna”, vuol dire che ha dei desideri belli.

Capita nelle favole che, ogni tanto, qualcuno ha la fortuna di trovare una lampada fatata o qualche cosa del genere e poi possa esprimere tre desideri: i desideri che gli saranno esauditi. Ma è difficile che uno metta come desiderio la vita eterna; generalmente ci si mette la salute o la ricchezza.

Bene, la vita eterna è difficile che venga come desiderio, e invece questo giovane parte proprio da qui: “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Vuol dire che è un giovane che ha dei valori buoni; non lo dovete prendere semplicemente come una immagine, come se avesse fatto finta che gli interessi; no, gli interessa davvero, anzi è disposto per la vita eterna a spendere del suo. il “che cosa devo fare” vuol dire: “non pretendo di averla gratis; so che c’è da pagare un prezzo per ogni cosa, c’è da pagare anche per la vita eterna e io sono disposto. Quindi, “che cosa devo fare per avere la vita eterna?”.

Bisogna partire da lì per capire il brano.

La risposta di Gesù è a due tappe: la prima, in fondo, è una risposta che noi chiameremmo interlocutoria; è la risposta che avrei potuto dare anch’io e che avrebbe potuto dare un qualsiasi Rabbì: “ci sono i comandamenti di Dio”.

Tutte le volte che uno entrava nel Tempio di Gerusalemme, quindi entrava nella vita, perché andava a contatto con Dio, gli venivano ricordati i comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. Quello che gli aveva sempre insegnato qualunque maestro e qualunque sacerdote del Tempio di Gerusalemme.

Ma il giovane non è contento; i comandamenti sono la mediocrità e non gli piace. Per lui la mediocrità non è d’oro, vuole qualche cosa di più impegnativo: “Queste cose le ho sempre osservate fina dalla giovinezza. Cosa mi manca?”.

È convinto che qualche cosa gli manchi; vuol dire che gli manca un senso di pienezza; la sua vita religiosa è una vita fedele, ma non sufficientemente piena; gli manca qualche cosa. “Voglio quello che mi dia la pienezza della mia vita. Che cosa mi manca?”.

Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi; dallo ai poveri, poi avrai un tesoro nel Regno dei Cielo”. “Vieni e seguimi”.

“Se vuoi essere perfetto” non vuole dire essere senza difetti (questo naturalmente per l’uomo è impossibile), ma piuttosto: se vuoi prendere il Regno di Dio sul serio, se vuoi quindi che la tua vita venga resa completa, perché se senti che ti manca qualche cosa, vuol dire che Dio ti chiama a qualche cosa di più; se vuoi completare la tua vita e rispondere quindi pienamente a Dio, allora vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli.

Secondo quel discorso che abbiamo già ricordato, nell’ottica del Vangelo l’uomo possiede solo quello che ha donato. Se vuoi davvero possedere i tuoi beni, donali! È paradossale, ma nostro Signore ragionava così.

Poi, “Vieni e seguimi!” che, naturalmente nell’ottica del Vangelo, vuole interpretato come un regalo che Gesù fa a questo ragazzo; è come se gli dicesse: “Ti do la gioia, ti do la pienezza della vita, ti do la realizzazione di te stesso, vieni e seguimi; mi impegno a guidarti, quindi ti regalo me stesso, come quello che ti precede, come quello che ti accompagna nella vita. Vieni e seguimi!”.

Gesù chiede tantissimo a questo giovane, ma gli promette anche tantissimo.

“Udito questo, il giovane se ne andò triste perché aveva molte ricchezze”.

Quel “se ne andò triste” è una annotazione importante per il Vangelo, perché vuol dire che questo giovane non è andato via perché gli piaceva andare via. È andato via perché era triste di andare via. Non è andato via dicendo: “Ora mi vado a divertire”. No, aveva l’impressione di lasciare lì la gioia, ma non è riuscito a prenderla.

Nel momento in cui gli veniva offerta, non è stato capace di prenderla, è stato costretto ad andare via; è stato trascinato via, “triste, perché aveva molte ricchezze”.

Cioè le molte ricchezze gli hanno impedito la gioia, gli hanno impedito di dire di sì. E questo è, naturalmente il motivo di quello che segue:

“Quanto difficilmente un ricco entrerà nel Regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei cieli”.

Vuole dire che Gesù mette davanti ai discepoli la consapevolezza che le ricchezze sono un rischio. Non vuole dire che le ricchezze siano un male; tutto quello che Dio ha creato è buono e niente è da scartare (dice la lettera a Timoteo), purché lo si prenda con rendimento di grazie.

Ma il pasticcio è che le ricchezze tendono a creare dei legami all’uomo, tanto da impedirgli di vivere la sua vita secondo la volontà del Signore, tendono a rendere l’uomo schiavo, per cui sono le ricchezze che, a un certo punto, decidono della vita dell’uomo.

Quando debbo fare una cosa, fare una scelta, io chiedo alle ricchezze: “Voi cosa ne pensate, la debbo fare questa scelta o no?”.

E le ricchezze mi dicono: “Non farla perché ci rimetti noi, ti tocca rinunciare a noi”. Oppure: “Falla, perché così aumenti il tuo capitale”.

Mi dicono così le ricchezze. E questa risposta delle ricchezze è molte volte una risposta impegnativa e l’uomo non riesce a venirne fuori, per cui le ricchezze diventano la motivazione delle sue scelte. Ora, quando l’uomo fa le scelte misurando il vantaggio o lo svantaggio economico come criterio supremo, evidentemente di Vangelo ne viene fuori poco.

Non dico che l’uomo non debba misurare le ricchezze o il vantaggio economico, ma che non devono essere il valore supremo. A volte ci sono dei valori più importati, a cominciare dall’onestà; l’onestà dovrebbe stare sopra la ricchezza. La ricchezza è un valore, ma l’onestà è più importante. Allora fra la ricchezza e l’onestà bisogna scegliere l’onestà e non la ricchezza.

E quello che vale per l’onestà vale anche per le altre realtà. Nella vita capitano delle scelte in cui da una parte c’è la ricchezza e dall’altra ci sono i valori di carità, di solidarietà, ecc.; e bisognerebbe essere capaci di scegliere nella direzione giusta secondo i valori del Regno.

Ma questo, dice il Signore, non è facile.

Il fatto che non sia facile non vuole dire che uno ci deve rinunciare.

I discepoli dicono: “Chi dunque potrà salvarsi?”. E se a volte pare, nel Vangelo, che i discepoli capiscano poco, qui hanno capito fin troppo bene; hanno capito che il discorso non riguarda semplicemente il giovane ricco, ma riguarda tutti: “Chi dunque potrà salvarsi?”. Perché in fondo, sembra che dicano i discepoli, alle ricchezze ci sono attaccati tutti.

Ci sono di quelli che dicono che alle ricchezze non ci sono attaccati, ma, diceva S. Teresa, aspettate che venga una disgrazia, che gli vengano portate via le ricchezze, vedete voi se non cominciano ad urlare; vuol dire che in realtà erano attaccati. È difficile trovare uno che alle ricchezze non ci sia davvero attaccato. E però la risposta di Gesù è significativa: «E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”».

Vuole dire che ognuno non deve rassegnarsi, ma deve cercare la strada giusta che è quella di cui abbiamo parlato tante volte, della fede, del rapporto con il Signore. Infatti la libertà interiore non viene dallo sforzo della volontà (non è che uno si liberi dalle cose tendendo i muscoli o i nervi), ma la libertà interiore viene dall’attaccamento a qualcosa di più importante.

Quanto più il Signore diventa importante per noi, tanto meno diventano rilevanti anche le altre cose, e quindi diventa un tantino più facile il gestirle con libertà, con un tantino di sovranità interiore.

Un tantino più facile, perché è chiaro che lo sforzo credo che rimanga sempre su questa terra, a meno che uno non riesca ad avere una fede da S. Francesco, ma siccome le nostre fedi sono generalmente più basse di quelle di S. Francesco, una certa fatica siamo costretti a farla, ma la strada è quella lì.

Agli uomini questo è impossibile, ma a Dio tutto è possibile. Allora tu imbrocca quella via che è la via della comunione con il Signore, dell’amore al Signore, del l’amore alla fede; per questa via, pian piano, con pazienza e perseveranza il Signore ti porterà verso una libertà più grande.

Quello che è stato detto sulla sessualità e sul possesso, bisognerebbe ripeterlo anche per il potere, che è la terza grande dimensione della vita dell’uomo.

Di questo parla il cap. 20 di Matteo quando invita i discepoli a considerare l’autorità come servizio. (Mt 20, 25-28)

[25] Gesù, chiamatili a se, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere.

[26] Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo,

[27] e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo;

[28] appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”.

Allora il senso è: queste tre dimensioni fondamentali dell’esistenza dell’uomo nel mondo, la sessualità, il possesso e il potere, queste tre realtà fondamentali, nell’ottica cristiana, non vogliono rifiutate, ma vogliono messe a servizio dell’amore.

Debbono diventare strumento di amore: la sessualità deve diventare amore pieno, indiviso e senza pentimento; la ricchezza deve diventare uno strumento di solidarietà; il potere deve diventare servizio ai fratelli.

Questo è il capovolgimento che il Signore chiede; e torno a dire: non facile, possibile solo per grazia di Dio. Il potere, vissuto come servizio, è un miracolo, ma è un miracolo che la grazia di Dio si impegna a fare nella vita del discepolo.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.