GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 8

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

4ª Omelia – Eucaristia – XXXI Domenica – anno A

Parola di Dio: (Ml 1, 14-2,2.8-10 – 1 Ts 2, 7-9.13 – Mt 23, 1-12)

Le tre letture dell’Eucaristia di oggi hanno un chiaro riferimento, prima di tutto, al ministero dei preti, perché c’è una critica violenta sia nel libro di Malachia, sia nel Vangelo, così come c’è, invece, una immagine stupenda del ministero apostolico nella lettera di Paolo ai Tessalonicesi.

Sono tre letture che obbligano noi preti a meditare. E non ce la possiamo neanche cavare dicendo: Ma Malachia se la prendeva coi preti dell’Antico Testamento. Che è anche vero, ma siccome la Parola di Dio è una parola sempre attuale, non riguarda gli uomini del passato, ma noi.

E allora ci siamo dentro anche noi in questo monito che il profeta presenta nel nome del Signore.

“Ora a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, … cambierò in maledizione le vostre benedizioni”.

Il sacerdote è uomo di benedizione e la benedizione è una sorgente di vita, una forza di vita che viene da Dio. Il sacerdote serve come strumento della benedizione di Dio, e che il sacerdozio e il ministero diventi maledizione, vuole dire la rovina di tutto, vuol dire perdere senso, il senso della propria vita, per cui il ministero non ha più valore “se non vi prenderete a cuore di dare gloria al mio nome”.

Poi con quell’accusa: “Vi siete allontanati dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento”.

Inciampo è esattamente quello scandalo di cui abbiamo ascoltato, nei giorni scorsi, dal Vangelo secondo Matteo. D’altra parte, però, bisogna che neanche voi vi chiamiate fuori.

Certamente sono parole per noi, ma anche i laici non sono estranei a questo; almeno noi diciamo e ripetiamo che tutti i cristiani partecipano della dignità sacerdotale di Gesù Cristo. Quindi in qualche modo ci siete dentro anche voi.

E allora bisogna che queste parole le ascoltiamo come parole che riguardano proprio noi, non solo gli altri.

E prendiamo allora il Vangelo. “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei”. Gli scribi erano gli studiosi laureati della legge di Dio, che avevano spesa la vita per capire quello che Mosè intendeva e lo spiegavano. Avevano quindi un’autorità di spiegazione.

In qualche modo, come ho potuto, in questi giorni ho fatto lo scriba. Ho preso la Parola di Dio e l’ho spiegata, cercando di spiegarla nel modo migliore. Ma a questi scribi Gesù fa un’accusa durissima: “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo; ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”. Che è quell’incoerenza grave che rende difficile l’accettazione del Vangelo.

Diventa difficile per la gente credere nel Vangelo, proprio quando in noi c’è una incoerenza di fondo. Che non vuole dire, quando in noi ci sono delle fragilità.

Le fragilità ci sono e ci rimarranno sempre, ma l’incoerenza programmata, che va a braccetto con la buona coscienza, cioè senza sentirsi in colpa e senza cercare di migliorare, questa diventa davvero un ostacolo alla fede. E questa incoerenza, prima di tutto, riguarda noi preti, ma riguarda, purtroppo, tutti i battezzati.

Allora bisogna che dal Vangelo impariamo questo impegno: ad accogliere la Parola di Dio, a riconoscerci come cristiani e, quindi, a tentare con tutto il cuore e con tutto l’impegno di metterla in pratica. Tentare, nel senso che non riusciremo a mettere in pratica pienamente la Parola di Dio, ma l’impegno sincero bisogna che ci sia.

Secondo rimprovero:

“Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange, amano i posti di onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘Rabbì’ dalla gente”

I filatteri erano e sono ancora delle scatolette dentro alle quali era posto un rotolino con alcune parole della legge dell’Antico Testamento. E queste scatolette gli Ebrei le mettevano sulla fronte e sul braccio sinistro tutte le volte che si mettevano a pregare.

Questi, di cui parla il Signore, “allargano i filatteri” cioè ingrandiscono le scatole che mettono sulla testa e sul braccio per fare capire: Badate che noi non siamo come gli altri; siamo più religiosi, ci mettiamo più impegno, siamo religiosi di serie A.

Così “allungano le frange” Gli Ebrei, quando pregano, portano sempre uno scialle sulle spalle. Questo scialle ha le frange, che rappresentano la legge di Dio. Questi allungano le frange, quindi si presentano come più osservanti degli altri.

Ma questa è una religiosità di apparenza, dove quello che conta non è il cuore, ma è il sembrare religiosi. E questa è una tentazione costante proprio nostra.

Proprio perché siamo religiosi, ed è una cosa buona, crediamo nel Signore e andiamo a Messa, ed è una cosa buonissima. Bisogna però che stiamo attenti a non confondere il cuore con la faccia, l’interno con l’apparenza e con il vestito.

Non basta una religiosità esterna, che faccia credere agli altri che siamo “super”; bisogna lavorare sul cuore.

C’entra anche l’esterno: d’accordo! Ma dice il Signore: Pulisci il cuore e vedrai che anche l’esterno verrà fuori bene.

Devi pulire le intenzioni; bisogna che l’atteggiamento dei cuore sia effettivamente religioso. E questo che cosa vuol dire?

Vuol dire vivere sotto lo sguardo di Dio, lasciarci purificare e correggere dallo sguardo di Dio. In tutto quello che facciamo, quando prendiamo una decisione per esempio, quando ci impegniamo nella vita di famiglia o nel lavoro o in politica, o nella vita sociale o in tutte queste cose, bene, quando fai queste cose stai sotto lo sguardo del Signore perché si capisca subito, ti accorga subito quando c’è qualche intenzione falsa.

Quando devi fare una scelta, verifica che il cuore sia pulito, trasparente, che cerchi davvero il vero, il giusto, l’onesto. E questo ti è possibile se il cuore è radiografato dallo sguardo di Dio, se c’è questa visione del Signore che mette a nudo non solo i comportamenti esterni, ma le motivazioni interiori.

Allora una vita religiosa che sia vissuta nel cuore.

Ancora: “Ma voi non fatevi chiamare ‘Rabbì’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo”.

E qui vengono delle difficoltà perché noi usiamo chiamare uno “padre” almeno nei confronti dei religiosi, e diciamo anche “padre spirituale” o cose del genere. E non solo noi.

  1. Paolo scrive ai cristiani di Corinto dicendo: Potete avere tutti i pedagoghi che volete, ma di padri non ne avete mica tanti, perché sono io, che attraverso l’annuncio dei Vangelo, vi ho generato in Cristo.

Quindi Paolo si presenta pari, pari come padre dei cristiani di Corinto, perché li ha generati alla fede.

Quando manda Onesimo da Filemone gli dice: Bada che io l’ho generato in catene. E generato in catene vuole dire: quando ero in prigione, gli ho annunciato il Vangelo e l’ho reso cristiano; sono suo padre dal punto di vista della fede. Quindi Paolo si presenta così.

E non solo.

Varie volte nel Nuovo Testamento trovate che “Dio ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti e maestri”. E qui, invece, dice: “Non fatevi chiamare maestri”.

Allora, possiamo chiamarci maestri o padri o no? Bisogna che mettiamo insieme sia il Vangelo, che è Parola di Dio e le lettere di S. Paolo, che sono anche quelle Parola del Signore.

Se nella Chiesa ci sono dei maestri, e ci sono perché lo Spirito Santo li suscita, non sono maestri che vanno ad annunciare la loro scienza e la loro dottrina, ma solo dei rappresentanti di quell’unico Maestro che è Gesù Cristo.

Non hanno una loro dottrina personale e non chiedono alla gente di seguirli, ma di camminare insieme dietro al Signore. Il Maestro è Lui.

Di quel maestro che è Gesù Cristo io sono semplicemente un segno, uno strumento, ma è Lui che rimane il Maestro.

Di quel Padre che è Dio, io posso essere solo un segno o uno strumento. Il padre spirituale tenta di fare questo: dare una mano per scoprire e capire la volontà di Dio. In realtà è padre, ma non nel senso di essere punto di riferimento della vita dei cristiano, ma nel senso che diventa segno della paternità di Dio.

E questo, quando è vissuto in modo positivo, è stupendo.

E se avete notato, questo è descritto, in modo molto bello, da S. Paolo nella lettera ai Tessalonicesi che abbiamo ascoltato, che è la prima lettera scritta da S. Paolo, quindi il testo più antico del Nuovo Testamento. Così scrive S. Paolo:

“Fratelli, siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature”. Che è bellissimo!

Paolo ha fatto il predicatore del Vangelo a Tessalonica, ha annunciato il Vangelo a quella gente, pagani soprattutto; li ha condotti a conoscere Gesù.

Però dice: Badate che non ho mica fatto il propagandista, come fa un venditore ambulante che cerca di raccomandare un prodotto; non avevo nulla di questo. L’animo non era quello dell’ambulante, ma della madre che vuole bene alle sue creature e vuole dare loro tutto quello di cui hanno bisogno, per cui “così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari

E vuole dire che il rapporto tra l’apostolo e la comunità, tra il prete e la comunità non è un rapporto funzionale; non assomiglia al rapporto tra il capo reparto e gli operai, il direttore dell’ufficio e gli impiegati, ma al rapporto tra una madre e i figli. La comunità cristiana ha il sapore della famiglia, dove i rapporti sono anzitutto rapporti interpersonali, quindi rapporti di accoglienza, di bontà.

“Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio; lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno, vi abbiamo annunziato il Vangelo di Dio”.

È una espressione per certi aspetti polemica; non lo si capisce bene.

Ma siccome nell’antichità c’erano predicatori di sapienza ambulanti, quelli che giravano di città in città a insegnare la filosofia e la retorica, e naturalmente si facevano pagare, S. Paolo vuole mostrare la netta distinzione che c’è tra la sua predicazione e la predicazione di questi ambulanti.

Lui non ha venduto, ma ha donato il Vangelo.

Il Vangelo non era roba sua e neppure roba che aveva faticato ad imparare.

Se uno fa fatica ad imparare la filosofia, dopo può vendere le sue lezioni di filosofia. Ha faticato e vende.

Ma Paolo non ha faticato, il Vangelo gli è venuto gratis. Quando era sulla via di Damasco è stato sbattuto giù da cavallo e ha ricevuto la rivelazione del Figlio di Dio. Se l’ha ricevuto gratis, gratis lo deve comunicare, e gratis l’ha comunicato senza specularci sopra.

E finalmente termina con una frase molto bella, che potrebbe fare come da sigillo per gli esercizi spirituali. Bisognerebbe che ve lo metteste dentro al cuore.

“Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete”.

Ed è il ringraziamento che faccio io come predicatore di questi esercizi.

Ringraziamo Dio continuamente perché in questi giorni avete ascoltato la parola della predicazione. La parola della predicazione vuole dire: mica la mia parola, ma la parola di Gesù Cristo.

Io ho cercato semplicemente di spiegare il Vangelo. L’abbiamo preso passo per passo cercando di commentarlo. Non ci ho messo mica molto del mio.

Quindi è la parola della predicazione. Quando avete ascoltato la parola della predicazione, “L’avete accolta non quale parola di uomini, ma quale parola di Dio”.

Il cammino della fede è esattamente questo: prendere il Vangelo, come veniva predicato negli esercizi, e rispondere mica al predicatore ma a Dio, offrire la propria vita mica a un leader, ma a Dio.

“L’avete accolta non quale parola di uomini, ma quale parola di Dio”. Anzi, quale parola, di Dio “che opera in voi che credete”.

Non una parola semplicemente bella che dà una bella intuizione mentale, ma parola che opera, che cambia la vita, che trasforma i comportamenti e le scelte. L’avete presa così.

Una delle cose belle che capitano nella vita di un prete, è proprio questa, quando soprattutto si confessa (ma non solo) e si vede quello che il Signore fa nei cuori della gente; quando si vede quello che il Signore cambia, rinnova, perché il Signore dei miracoli ne fa davvero e i preti di miracoli ne vedono.

Quando nella vita di una persona entra la Parola del Signore e quella parola dona consolazione, energia, forza, a volte dà anche pentimento e conversione e apre vie nuove di vita, questo è stupendo.

E per questo Paolo dice: “Ringrazio Dio continuamente” perché è capitato questo. È capitato questo anche negli esercizi, e nonostante i limiti che ci abbiamo portato, il Signore ha operato.

Allora io ringrazio Dio continuamente per questo e prego il Signore che quello che ha incominciato a fare in questi esercizi, lo continui a fare.

Il Signore è un Dio fedele, non comincia mai le opere per lasciarle a metà. Quando incomincia qualche cosa, la porta fino alla perfezione, al traguardo.

Allora prego per questo e credo che dobbiamo tentare di pregare insieme.

Dicevamo all’inizio: le tre letture riguardano prima di tutti i preti. E allora è un dovere mio e vostro di pregare per i preti, perché quel ministero che hanno ricevuto dal Signore lo esercitino come ministero, cioè senza appropriarsene, ma come sacramento del Signore.

Sono maestri e padri, ma solo come segno e strumento di Gesù Cristo Maestro e di Dio Padre. Ecco che noi impariamo a vivere così con disinteresse e col desiderio di comunicare il Vangelo e anche la nostra stessa vita.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.