GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 7

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

4ª Meditazione
Comunità in accordo

Stiamo cercando di cogliere gli aspetti fondamentali che debbono dominare nella vita di una comunità cristiana e il Vangelo secondo Matteo ci propone anzitutto la preghiera in comune, la fraternità. Dice così (Mt 18, 19-20):

[19] In verità vico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.

[20] Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

“Due di voi sopra la terra”, quindi il minimo indispensabile per formare una comunità. Bene, se due in comunione tra di loro si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre la concederà. Quel “si accorderanno” è nel testo greco “sunfonesosin” che è una parola molto bella, è una parola da cui viene “sinfonia”.

La sinfonia è esattamente questo: voci diverse ma che sono in accordo tra di loro, che danno un risultato armonioso e bello. La comunità deve essere così: voci diverse, perché il Signore ci ha fatto diversi; non ci ha fatti con lo stampo, ma in accordo, in sinfonia tra di noi. Dove c’è questo, dice il Vangelo, la preghiera diventa infallibile.

Lo ricordate che questo è un tema ripetuto varie volte nel Nuovo Testamento: la preghiera del cristiano ottiene da Dio una risposta. C’è un brano famoso che abbiamo commentato l’anno scorso, che dice (Mt. 7, 7-8):

[7] Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto;

[8] perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

Se ricordate, abbiamo detto: bisogna intenderle bene queste parole. Non vogliono dire che la preghiera in se ha una forza magica e produce un effetto soprannaturale.

La concezione magica della preghiera è quella per l’effetto, dipende dalla preghiera stessa. Nelle “Mille e una notte”, quando Alì Babà e i quaranta ladroni dicono: “Apriti, Sesamo” si apre la porta della roccia, quella è la formula giusta.

Se uno ha trovato la formula giusta ottiene l’effetto. Se tu preghi per tredici volte in quel modo lì, alla fine ottieni l’effetto. Questa è una concezione magica della preghiera.

Quando Gesù dice: “Chiedete e vi sarà dato” il senso è: chiedete e Dio vi donerà, cercate e Dio vi farà trovare, bussate e Dio vi aprirà. C’è di mezzo quel soggetto “Dio”. La risposta nasce dalla libertà di Dio. Non è che con la preghiera noi mettiamo delle catene a Dio; non è che lo costringiamo a fare quello che pare a noi con la preghiera. Con la preghiera noi mettiamo semplicemente davanti a Dio, che è Padre, le nostre necessità. Siamo ancora più sicuri di essere ascoltati che se gli mettessimo le catene, poiché Dio è davvero Padre. Dio vuole davvero il nostro bene, non per modo di dire o approssimativamente. Se gli mettiamo davanti quello che siamo, certamente, dice Gesù, Dio ci ascolta. È più sicuro l’ascolto di Dio come Padre, di quanto sia sicura la legge di gravità che domina in tutto l’universo.

La risposta di Dio, la bontà di Dio è più sicura ancora. Bisogna partire con questo atteggiamento di fiducia. Chiedete e Dio vi donerà.

Qui viene detto lo stesso, ma viene messa una condizione: (Mt. 18, 19) «Se due di voi sopra la terra si accorderanno». Si accorderanno vuole dire che non cercano ciascuno il proprio interesse privato, ma cercano qualche cosa che va al di là dell’interesse privato. Cercano quello che hanno imparato a desiderare dal Signore; cercano il compimento della volontà di Dio. L’accordo di due persone sulla terra, è, secondo questo brano, una specie di miracolo.

Che due siano proprio profondamente d’accordo tra loro, è un miracolo. Vuol dire che c’è di mezzo la volontà di Dio, lo Spirito Santo, e allora una preghiera così è una preghiera ascoltata. Qualunque cosa… Dio, il Padre, ve la concederà.

Motivazione: (Mt. 18,20) «perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».

E viene annunciata quella che è la speranza di tutta la Bibbia, perché tutta la Scrittura non tende ad altro se non alla presenza di Dio in mezzo agli uomini. Il traguardo della storia della salvezza è Dio che abita in mezzo a noi.

Nel cap. 21 dell’Apocalisse, quando il veggente vede i “cieli nuovi e la terra nuova”, vede la nuova Gerusalemme che scende da presso Dio, preparata come una sposa per lo sposo, e sente una voce che dice: “Ecco l’abitazione di Dio con gli uomini! Egli abiterà tra di loro ed essi saranno il suo popolo ed Egli sarà il loro Dio”.

Questo è lo scopo di tutto: la comunione dell’umanità con Dio; l’umanità che diventa una famiglia sola attorno alla presenza consolante e salvifica di Dio. E questo lo potreste ritrovare in tutto l’Antico Testamento.

Pensate a uno di quei temi che ritorneranno frequentemente: il tema del tabernacolo. Quando gli Ebrei sono usciti dall’Egitto, la grande carovana degli Israeliti è fatta di persone in cammino, ma in mezzo a loro c’è un tabernacolo, una tenda, che è l’abitazione di Dio. Dio cammina insieme con loro, li accompagna. E quando si pianta l’accampamento, si piantano tutte le tende della varie famiglie e c’è anche la tenda di Dio in mezzo, una tenda che indica la presenza del Signore.

E quando Israele, da popolo nomade che cammina nel deserto, diventa un popolo sedentario, beh! anche Dio diventa sedentario, perché si fa il tempio di Gerusalemme che questa volta non e più un Tabernacolo, una tenda, ma è di pietra forte. Ma che cosa vuol dire questo? Dio vuole abitare in mezzo al suo popolo.

Ora questo discorso è fondamentale anche per capire il Vangelo.

All’inizio del Vangelo secondo Matteo, quando viene fatto l’annuncio a Giuseppe della nascita di Gesù, viene annunciato il compimento di quella promessa (Mt 1,23):

[23] Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-con-noi”.

E se ricordate: le ultime parole del Vangelo di Matteo sono (Mt. 28, 20b):

[20b] Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo.

Il senso dell’incarnazione è: Dio-con-noi.

Bene. “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. C’è un testo rabbinico della “Misnà” che dice:

“Se due persone sono riunite senza che parlino della ‘Torah’ (della Legge di Dio) è una riunione di burloni. Ma se due persone sono riunite e parlano della ‘Torah’ (della Legge) la ‘sekinà’ dimora in mezzo a loro” (la ‘sekinà’ è l’abitazione, Dio stesso). Dio abita in mezzo a loro.

E il Nuovo Testamento porta una modifica: non è più la Legge, è Gesù di Nazaret.

Se due o tre sono riuniti nel mio nome”: nel mio nome vuole dire a causa mia, sono io che li ho messi insieme, è la fede in Cristo che li mette insieme, e “nel mio nome” vuole dire anche nell’interesse di Gesù, cioè due persone che stanno insieme per fare quello che Gesù vuole, per fare quello che Gesù comanda. Che è la comunità cristiana. Una comunità cristiana è radunata nel nome del Signore, ed è radunata per fare quello che il Signore vuole, per realizzare nella vita, nella storia, la volontà di Dio, il progetto di Dio.

Quindi, voi siete riuniti nel nome del Signore. Non c’è dubbio: non credo che abbiate molti interessi in comune e che siano gli interessi che vi abbiano portati a Bocca di Magra. Credo che sia qualcosa d’altro. “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

C’è quindi una presenza del Signore che è in grado di arricchire la comunione umana, la comunità umana. È una comunione di pensieri, di sentimenti, di attenzione reciproca, ma è una comunione del Signore; c’è il Signore nella sua comunità.

(Mt. 18, 21-35)

[21] Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?».

[22] E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».

[23] A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi.

[24] Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti.

[25] Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito.

[26] Allora quel. servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa.

[27] Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.

[28] Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi!

[29] Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito.

[30] Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.

[31] Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto.

[32] Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato.

[33] Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?

[34] E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.

[35] Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

E arriviamo quindi all’ultima grande regola comunitaria, della vita nella comunità cristiana, cioè la regola del perdono.

C’è un’introduzione: Pietro a nome dei discepoli, di cui è portavoce, pone al Signore una domanda: “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello se pecca contro di me?”. Abbiamo quindi un caso molto diverso da quello di cui parlavamo nella precedente meditazione. Si parlava infatti di un peccato grave, che mette in pericolo l’ordine della comunità. Qui si tratta invece di un’offesa personale, cioè qualcuno ha offeso me personalmente.

Il perdono ha questo significato. Non si tratta di perdonare uno che ha offeso un altro. Non mi costa molto perdonare se Luigi ha offeso Antonio; io sto fuori, ma non è questo il problema. Il problema è se qualcuno ha offeso proprio me. Allora come debbo reagire? Pietro sa che in una comunità di fede il perdono è indispensabile, quindi non chiede se deve perdonare, ma quante volte deve perdonare. Anzi, ci fa anche una specie di proposta che sembra il segno di una grande generosità.

Dice: “Fino a sette volte?”. Dicevo: è un segno di grande generosità, perché nella tradizione rabbinica, l’uomo è tenuto a perdonare tre volte suo fratello. Fino a tre volte.

E portare da tre a sette è evidentemente fare un passo avanti. Pietro è più generoso di quello che normalmente si faceva.

Fino a sette volte?”. Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. In qualche modo sembra che Gesù non risponda esattamente a Pietro. Pietro gli ha chiesto: “Quante volte?”. Vuole sapere i casi. Ma Gesù non si è mai lasciato incastrare da qualcuno che gli chiedeva i casi, in quanti casi e come. Gesù ha sempre dato delle indicazioni di fondo.

Quello che vuole dire è: il perdono non lo puoi stare a soppesare sette volte, 13 volte e mezzo… niente! Il perdono lo devi considerare come un elemento costante ed essenziale e permanente della vita della comunità. Quindi, “non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, che non vuol dire 490 volte e neanche 77 volte. Vuole dire che il perdono deve diventare una regola costante.

La formulazione l’ha presa, molto probabilmente, dal libro della Genesi dove c’è una formulazione al contrario; lo abbiamo già ricordato molte altre volte, quando si parla di un discendente di Caino che si chiamava Lamech, il primo bigamo della storia dell’umanità, secondo il libro della Genesi. Questo uomo aveva scelto la vendetta come regola di vita e aveva formulato il suo programma con quelle parole tremende (Gen 4, 23b):

[23b] Ho ammazzato un uomo per una mia ferita, un ragazzo per un mio livido. Caino sarà vendicato sette volte, ma Lamech settantasette volte”.

Quindi ha scelto la legge della vendetta; la legge della difesa a qualunque costo, fino all’eliminazione dell’avversario.

Bene! Quello che Lamech aveva posto come legge di vendetta, Gesù lo pone come legge di perdono. Quindi, capovolge l’ottica di Lamech. Il perdono portato al limite estremo. Ma perché? È logico un perdono così? Che motivazioni lo fondano? E che modello di rapporti umani ne viene? Che tipo di comunità è quella dove si vive il perdono di questo tipo?

Ci possono essere tre modi diversi di comportarsi davanti ad una offesa.

Ho ricevuto un’offesa.

Il primo modo è: niente perdono, vendetta! Quello che aveva scelto Lamech.

Il secondo modo è: il perdono ma entro certi limiti.

Il terzo modo è: il perdono senza limiti.

Nel primo caso siamo all’interno della barbarie; la legge della vendetta è la legge della mancanza di civiltà, dell’uomo ancora selvaggio, barbaro. Quando l’uomo entra nella civiltà si cominciano a porre dei limiti alla vendetta: “occhio per occhio, dente per dente”; anzi se si va ancora avanti si incomincia ad introdurre il perdono.

Pietro con il suo perdono fino a sette volte crea già una regola di fraternità. Perdonare sette volte non è mica poco. Vuol dire che si va al di là della stretta giustizia; che c’è una gratuità. Quello che Gesù chiede è che questa gratuità venga portata all’estremo; non venga misurata con il bilancino, per vedere se ne abbiamo già data abbastanza o se ne dobbiamo dare ancora un po’. No, questo perdono deve essere portato al limite estremo.

Perché? “A proposito, il regno dei cieli…”; questo in fondo è l’origine. Si tratta di entrare in una logica nuova, nella logica del Regno. Il Regno dei cieli è una nuova struttura di potere, dove chi comanda e chi ha il potere è Dio; il Regno dei cieli non è ancora venuto del tutto, però è così vicino da determinare delle strutture di pensiero e di azione. La comunità cristiana non è ancora il paradiso, s’intende, però sente l’influsso del paradiso. C’entra dentro già qualche cosa della nostra speranza.

La comunità cristiana si articola all’interno secondo una regola che non è, in fondo, una regola mondana, ma è una regola del regno futuro, dei cieli nuovi e della terra nuova. E allora, “Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi”. E viene quella parabola famosa che torniamo a spiegare ancora una volta.

C’è un re, ci sono dei servi e ci sono i conti da fare. Come si fanno i conti nelle nostre banche? Come si fanno i conti nel Regno di Dio? Bisogna dare a ciascuno la sua parte, il suo merito, il suo possesso. Come?

Avete notato che la parabola è presentata in tre scene. La prima avviene dentro la reggia, la secondo avviene fuori dalla reggia, e la terza ancora dentro la reggia.

E se avete notato, le tre scene sono costruite esattamente allo stesso modo, con lo stesso schema: l’introduzione, le parole, l’azione. Queste tre strutture, queste tre scene, sono fondamentali per capire la parabola. Allora:

Prima scena: nella reggia c’è un re e un servo.

Seconda scena: fuori; il re non c’è più, ci sono invece dei servi: quello che appena è stato perdonato e un servo come lui.

Terza scena: ancora nella reggia, sempre il re e questo servo. Ci sono anche degli altri servi ma non hanno una funzione diretta nella parabola; servono solo dal punto di vista narrativo.

Allora.

Abbiamo un debito; che cosa facciamo di un debito? Si può esigerlo. Mi devi pagare, io pretendo che tu mi paghi, e se non mi paghi, vai in galera. In questo non c’è niente di ingiusto e niente di disonesto. Se tu non mi paghi ti mando in galera.

Questo è semplicemente l’adempimento del codice; almeno così usava una volta. Quindi è secondo stretta giustizia.

Io posso esigere un debito. Si può (e questa è la seconda possibilità) dilazionare il pagamento. Mi devi pagare, beh! non pretendo che tu mi paghi subito, ti lascio un mese o un anno per poter pagare. E questo non è solo stretta giustizia: questa è amicizia. Per stretta giustizia mi dovresti pagare subito. Siccome ti voglio bene, per amicizia, ti concedo di dilazionare il debito.

Ma poi, c’è una terza possibilità nella parabola, che è cancellare il debito. Questo è molto di più che non l’amicizia. Questo è un comportamento da Dio; è un comportamento divino. Il padrone, il re minaccia la prima possibilità. Dice: “Paga quello che devi”. E siccome il servo non può pagare, “ordinò che fosse venduto lui con la moglie e i figli con quanto possedeva e saldasse così il debito”. Quindi il re chiede la stretta giustizia; ne ha tutti i diritti.

Il servo chiede la seconda possibilità. Gli dice: “Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Quindi chiede che la giustizia sia un tantino temperata dalla benevolenza. Abbi pazienza, cerca di volermi bene, cerca di accogliermi, aspetta un po’ di tempo. E il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Quindi la gratuità assoluta.

E se uno si chiede: perché si è comportato così? Perché non vediamo certo molto spesso, nella nostra esperienza quotidiana, che succeda così; che io debba pagare un debito e il creditore me lo cancelli. Perché? Che cosa è successo?

E la spiegazione ci viene data solo da un verbo, nel racconto, che è questo: “Impietositosi del servo, il padrone gli condonò il debito”.

“Impietositosi”: il verbo greco è “splangnintzeis”, un verbo stranissimo che viene da “splangna” che sono le viscere. Sarebbe come se quel re si fosse sentito le viscere in subbuglio. È generalmente un verbo materno. È la madre, che quando ha davanti un figlio, che ha fatto qualche cosa di storto, magari si è arrabbiata e gliel’ha date, ma non riesce mica a rimanere indifferente. C’è qualcosa dentro di lei che rode, che si ribella, le viscere materne, le viscere di misericordia. Questo re è anche lui impietosito.

Questo verbo viene usato alcune volte nel Vangelo, per passi molto importanti. Quando, per esempio, il samaritano scende da Gerusalemme a Gerico e vede il ferito a lato della strada, si dice che ne ebbe compassione: è lo stesso verbo. E “ne ebbe compassione”, non è solo un sentimento, ma è un comportamento. E vuole dire che, invece di tirar diritto come avevano fatto il sacerdote e il levita, il samaritano si ferma, pulisce le piaghe e le ferite con vino e con l’olio, poi lo mette sulla cavalcatura, lo porta all’albergo e paga due denari. La misericordia e questa; la compassione è questa, quindi è un sentimento che diventa comportamento concreto.

È il contrario dell’indifferenza, della freddezza di quello che tira diritto senza sentirsi coinvolto. Il samaritano, invece, si sente coinvolto.

Così ancora è il verbo che viene usato nella parabola del figliol prodigo, quando il papà vede il figlio che arriva. E allora “impietositosi” gli corre incontro. E fa quel tipo di accoglienza che conoscete bene dalla parabola, per cui non gli lascia nemmeno dire: “Non sono degno di essere chiamato tuo figlio” ma gli fa mettere l’anello al dito, i calzari ai piedi, la veste bianca, ammazza il vitello grasso, cioè lo riconduce nella piena dignità di figlio in casa di suo padre.

Questo il verbo “impietositosi”… del servo.

Quello è un re che ha un cuore buono, un cuore che sa sentire la sofferenza degli altri e che si lascia coinvolgere in questa sofferenza. Prima scena.

La seconda scena, abbiamo detto, è parallela alla prima. C’è un debito da pagare e la supplica perché il creditore abbia pazienza; succede esattamente lo stesso fatto. Il servo perdonato esce dalla reggia, c’è un altro servo che gli è debitore. Gli dice: “Paga quello che devi”. Lui risponde: “Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito”. Beh! a questo punto uno si aspetta che nella seconda scena succeda quello che è successo nella prima. Nella prima è stato cancellato il debito, così dovrà succedere anche nella seconda. E sarebbe ancora più necessario e più naturale, prima di tutto perché il debito è molto minore. Il primo è un debito di diecimila talenti.

E il talento era un 34 chili di peso di argento. Quindi fate il conto.

Trentaquattro chili per diecimila, poi ci mettete l’argento, per quello che valeva e trovate quale era il debito che il primo servo aveva. Vuol dire: era un debito strano; è difficile che un privato abbia un debito del genere. Lo Stato italiano se lo potrebbe permettere un debito del genere, ma non un privato. Quindi è impagabile un debito così.

Ma è questo che la parabola vuole dire. Quei diecimila talenti nessuno li può pagare anche se si mette a piangere. Quando il servo dice: “Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito” questo è un modo di dire. Anche se si mettesse a lavorare 24 ore al giorno, non riuscirebbe mai a pagare quel debito.

Quindi il condono è un condono enorme, infinito.

Nel secondo caso invece si tratta di un debito normale. Non da poco. Cento denari sono cento giornate di lavoro di un salariato, quindi è un certo debito. Però è un debito umano, di misura umana che, pian piano, con fatica, si può pagare. Quindi, se è stato condonato un debito di diecimila talenti, che cosa sono cento denari? Non sono neanche una briciola.

Per di più nella prima scena il rapporto era tra un re e un servo, quindi tra persone socialmente dispari. Nella seconda scena c’è un servo con un altro servo, quindi dovrebbe esserci una certa solidarietà di classe, se non altro. Per di più (e questo è il terzo motivo) la seconda scena non avviene un anno dopo e neanche una settimana dopo e neanche un giorno dopo, avviene mezzo minuto dopo perché il testo dice: “appena uscito”.

Se uno dovesse tradurre letteralmente dovrebbe tradurre: “mentre usciva di là”. Quindi sta appena uscendo dalla reggia, e vuol dire che è appena stato perdonato di diecimila talenti. Uno che viene fuori liberato dal peso di un siffatto debito dovrebbe saltare dalla gioia, non dovrebbe quindi neanche vedere, psicologicamente, i cento denari di debito. Sono così insignificanti che nella sua psicologia dovrebbero essere cancellati, almeno in quel momento.

E invece:

“egli non volle esaudirlo. Andò e lo fece gettare in carcere fino a che non avesse pagato il debito”.

Notate che di per se questo servo non fa delle cose ingiuste, chiede la stretta giustizia. Provate a togliere la prima scena e considerate solo la seconda. Che cosa dite di questo servo? Beh! dico che è duro, che è fiscale, ma debbo riconoscere che è giusto. Aveva un credito, glielo dovevano pagare, non l’hanno pagato, e lui è andato secondo il codice. Non è la cosa più bella, più gradevole di questo mondo; non posso dire che sia particolarmente generoso, però debbo dire: è giusto.

Quello che rovina tutto è lo stridore con la prima scena; è questo che cambia tutto, che fa sì che il servo sia non solo duro, ma duro e crudele. li padrone lo chiama: “servo malvagio”. Malvagio non perché ha richiesto di per se il debito, ma perché dopo aver ricevuto un perdono di diecimila talenti, non è capace di perdonare i cento denari.

Perché? Perché mostra un animo, in fondo, insensibile, che non sa gioire e capire il senso di un perdono, che non ha capito la misericordia del suo padrone. Perché, di fatto, il re gli aveva perdonato il debito perché si era impietosito. Questo il servo non l’ha capito, è uscito come se niente fosse stato. L’amore del re, la misericordia, non l’ha cambiato; non si è lasciato nemmeno scalfire nei suoi sentimenti.

Allora arriva la terza scena, l’ultima, definitiva. “Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto”.

Non state mica a chiedervi se hanno fatto bene o male questi servi; questi non c’entrano. Questi non hanno valore dal punto di vista del contenuto della parabola, servono dal punto di vista narrativo. Non è un problema che siano della spie o qualcosa del genere, Dio non ne ha bisogno, ma il re della parabola deve venire a sapere l’accaduto attraverso qualcuno. Così vengono introdotti questi servi, ma non hanno valore, non hanno importanza.

“Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» E sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto”.

Notate come qui non c’è più posto per il dialogo, per la riflessione.

Nelle prime due scene tutto si era svolto nel dialogo: il dialogo tra il padrone e il servo. Qui, invece, il servo non parla più; qui la parola ce l’ha solo il re. Non c’è più tempo per riflettere, per cambiare le cose, qui c’è solo il posto per il giudizio, per una sentenza da annunciare e da motivare.

E la sentenza viene data. Notate, anche qui c’è un verbo che esprime un sentimento. Come prima c’era il verbo “impietositosi”, qui c’è il verbo “adirato”. Dice:

“Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini”.

E notate la motivazione che viene data attraverso il riassunto della storia:

“Io nei tuoi confronti ho usato la misura del condono; tu avresti dovuto usare la stessa misura nei confronti del tuo fratello. Invece non hai avuto pietà; hai usato la stretta misura della giustizia. Bene: io ti tratto secondo la stretta giustizia. L’hai scelto tu. Io ti avevo messo sul livello del perdono; potevi anche starci, ti ci ho messo io. Hai voluto scegliere il livello della stretta giustizia, ci rimetti tu, l’hai voluto tu. Hai voluto impostare il rapporto con i tuoi fratelli secondo una regola fiscale: Ho diritto…, hai il dovere… vai in galera! Bene, secondo questa regola fiscale che hai usato, io ti mando in galera”.

In altri termini, il servo viene collocato nel rapporto con il re, in quel livello di vita che egli stesso ha scelto con il suo comportamento, attraverso il rapporto con gli altri.

Questo poi vuole dire una cosa che c’è in tutto il Vangelo e che c’è in tutta la Bibbia: che il rapporto che noi abbiamo con Dio, dipende dal modo con cui trattiamo gli altri. Ciò può sembrare strano, ma il modo con cui trattiamo gli altri decide il rapporto che abbiamo con Dio. Secondo la Bibbia è così.

Quando Dio da i comandamenti, i comandamenti riguardano certamente il non avere idoli e cose del genere, ma riguardano anche il non rubare, il non commettere adulterio, cioè i rapporti sociali; questi esprimono il rapporto che l’uomo ha nei confronti di Dio.

Ora, se voi ci fate caso, una parabola di questo genere è straordinariamente importante, perché introduce nella comunità cristiana, come regola fondamentale, il perdono personale a chi ha peccato contro di me: si tratta di un perdono che io, offeso, do alla persona che mi ha offeso. Le altre dimensioni stanno al di fuori di questo; si tratta di una regola della comunità cristiana.

Ma il discorso è naturalmente più ampio, riguarda la struttura stessa della vita cristiana.

Voglio dire: quello che la parabola indica è che la vita del cristiano è fondata sul dono gratuito di Dio, o, se volete, sul perdono. Il “per” dicono che sia un intensivo, quindi il “perdono” vuole dire un dono portato ad una ricchezza e intensità particolare. Il perdono di Dio sta alla base della vita cristiana. Alla base. Questo tenetelo presente.

  1. Paolo nella lettera ai Romani in cui parla della famosa giustificazione mediante la fede, che ha dato tanto filo da torcere agli esegeti dal Concilio di Trento in poi, – beh! da Lutero in poi – scrive al cap. 3, 23 così:

[23] Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio,

[24] ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia in virtù della redenzione realizzata da Gesù Cristo.

Quindi tutti gli uomini sono nativamente, originariamente in una condizione di privazione, privi della gloria di Dio, ma sono resi giusti gratuitamente. È Dio che li rende giusti con la sua grazia, attraverso Gesù Cristo.

Pare che Gesù Cristo non se lo sia meritato nessuno e che nessuno sia in grado di meritare Gesù Cristo, di andare in cielo e tirarlo giù e dire: “Vieni qui che io me lo merito”. No, che Gesù venga è grazia di Dio, pura grazia.

Ma è questo il fondamento dell’esistenza cristiana. Il fondamento della nostra vita è il fatto che Gesù Cristo è venuto e ha donato la redenzione agli uomini gratis.

Vuol dire che noi viviamo del perdono di Dio; come cristiani noi viviamo, noi respiriamo del perdono di Dio, per cui questo perdono diventa il fondamento. Tutta l’esistenza cristiana è costruita sul perdono.

Se invece di usare la parola perdono, volete usare la parola redenzione, che è una parola più teologica, il concetto è quello. Gesù Cristo non è morto per i nostri peccati, come si dice nel Credo? Allora vuole dire che, se noi siamo in qualche modo giustificati, cioè resi giusti, lo siamo perché Gesù Cristo è morto per noi sulla croce.

Questo, torno a dire, è il regalo di Dio, è il perdono di Dio. Che Cristo venga per noi esprime la misericordia gratuita e creativa di Dio. Allora è su questa base che viviamo l’esistenza cristiana. E su questa base, naturalmente, non può venire che un atteggiamento di perdono nei confronti degli altri. Se non perdono gli altri, vuol dire che mi sono dimenticato il perdono di Gesù Cristo, che non lo considero, che lo disprezzo, che non mi interessa. Non mi interessa che mi siano stati perdonati i diecimila talenti; mi interessano i cento denari di cui tu mi sei debitore.

Questo è il senso.

Naturalmente quello che ne viene è, dicevo, una esistenza che deve vivere il ricordo, il ricordo di quello che il Signore ha fatto per noi, per riuscire a vivere di gratuità. La gratuità che noi dobbiamo dare agli altri. Gratis siamo stati amati, gratis dobbiamo tentare di amare. È chiaro che il perdono che noi daremo agli altri sarà sempre un perdono limitato e povero e piccolo, ma deve diventare un perdono che impara da Dio. “Non dovevi anche tu perdonare al tuo fratello, avere pietà del tuo fratello, così come io ho avuto pietà?”.

Quel “così come io” vuol dire: siccome io ho avuto pietà, con quella gioia che ti veniva dal mio perdono avresti potuto perdonare al fratello. Perché è la gioia che permette di perdonare. È la gioia!

Se uno è contento della vita, è contento di quello che Dio gli dona, è contento di essere figlio di Dio, allora fa molto meno fatica a perdonare. Facciamo fatica a perdonare quando siamo tristi, perché allora basta che uno ci pesti un callo che diventa una specie di offesa da bagnare col sangue, che non si riesce a cancellare. È una offesa minima, stupida, ma quando siamo tristi, ma quando la nostra vita ci sembra dura e pesante e abbiamo bisogno continuamente di gratificazione, allora anche le piccole cose diventano insuperabili; ma se, invece, uno ritrova la gioia del perdono del Signore gli diventa più facile perdonare.

Questo vuole dire che perdonare, non è una cosa semplice, è una cosa da Dio, quindi difficile per noi, ma quando dobbiamo perdonare non serve tanto tirare i muscoli e i nervi per riuscirci, uno può anche tirare i muscoli, ma ci riesce per dieci minuti, dopo gli torna fuori ma la strada dovrebbe essere un’altra, cioè il mettere davanti al Signore l’offesa ricevuta; di mettergli davanti tutti i nostri risentimenti.

Quindi non abbiate paura di mettere davanti a Lui tutti i risentimenti che avete, tutte le stramaledizioni che vengono fuori dal cuore. Fate bene a non stramaledire la gente, ma al Signore si può dire qualunque cosa; quindi tutto quello che c’è nel cuore lo tirate fuori e lo mettete davanti al Signore. Poi, quando l’avete ben messo davanti al Signore e vi siete sfogati, incominciate a pensare a quello che il Signore ha fatto per voi, date tempo al Signore di mettere dentro al vostro cuore la gioia per il fatto che siete suoi figli, per il fatto che il Signore vi ha perdonato cinquantamila volte, per il fatto che vi garantisce una provvidenza, una attenzione, e, pian piano, stando davanti al Signore, si scioglie il nostro rancore, il nostro risentimento; può nascere la forza del perdono.

Nasce, dicevo prima, dalla fede, dal ricordare quello che il Signore ha fatto per noi. E solo in questo modo diventa un perdono dal cuore, perché finisce così la parabola:

“Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi se non perdonerete di cuore”.

Di cuore vuol dire non di nervi, ma è di cuore, dal centro del cuore, dove il Signore mette la gioia di essere amati e liberati da Lui.

In questo senso il perdono dovrebbe diventare una caratteristica tipica della comunità cristiana, certamente non facile, con delle tensioni che l’accompagnano e anche delle possibilità di sfruttamento, perché il perdono uno potrebbe anche interpretarlo e sfruttarlo male, ma rimane una regola fondamentale che definisce la comunità cristiana. Si potrebbe dire che la comunità cristiana è quel pezzo di mondo dove vige il perdono fraterno, dove si è capaci di accogliersi e di perdonarsi le offese reciproche.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.