GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 4

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

1ª Omelia – Penitenziale

Parola di Dio: (Mi 6, 1-8 – Sal 50 – Gc 3, 1-16 – Lc 19, 1-10)

Il Signore vuole fare un processo con il suo popolo, così dice la prima lettura del libro di Michea. In questo processo Dio non è solo il giudice, ma è la parte lesa. Dio è alleato di Israele. Dio e Israele sono legati da un rapporto di alleanza, c’è quindi un impegno reciproco e il Signore cita il suo socio, Israele, in tribunale perché qualcosa nell’alleanza non ha funzionato.

E bisogna vedere di chi è la colpa, perché le cose sono andate male; se è colpa di Dio che non ha fatto la sua parte e non è stato fedele, che non ha portato nell’alleanza quello che si era impegnato a portare, o se invece la colpa è di Israele e del popolo e dell’uomo che non ha risposto con fedeltà. “Allora ascoltate, o monti, il processo del Signore e porgete l’orecchio, fondamenta della terra”. Stanno lì come testimoni, sono i giurati che debbono ascoltare le requisitorie e gli avvocati e dovranno dare il giudizio. E il Signore fa il suo discorso.

Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi”. Il Signore pone davanti ad Israele la sua querela; Dio si lamenta e dice: Quello che io ho fatto era solo secondo fedeltà, secondo amore; non ti ho tolto niente di quello che ti avevo promesso. Non ti ho fatto mancare niente di quello che ti era necessario. Il Signore fa l’elenco di quello che lui ha fatto per Israele.

E che cosa ha fatto il Signore?

“Ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla casa di schiavitù, ho mandato davanti a te Mosè, Aronne e Maria”, quindi ti ho guidato attraverso delle persone che ti hanno indicato la strada giusta. Ancora,

Ricorda le trame di Balak re di Moab, e quello che gli rispose Balaam figlio di Beor”. Forse lo ricordate, Balak aveva chiamato questo indovino per maledire Israele, e il Signore lo ha costretto a benedire; il Signore ha cambiato in benedizione la maledizione e ha tappato la bocca a questo profeta. Poi,

Ricordati di quello che è avvenuto da Sittim a Galgala”, quindi tutto il cammino verso la terra promessa per riconoscere i benefici del Signore.

Questo vuole dire, se vogliamo veramente celebrare bene il sacramento della Penitenza, il primo passo è riconoscere i benefici del Signore, riconoscere che verso di noi il Signore si è comportato con amore, che è stato fedele, che ha compiuto le sue promesse. Su questa base nasce il riconoscimento della nostra colpa.

Tradotto in altri termini: il Signore ci ha legati a lui, siamo come in società con il Signore; il Signore, insieme con noi, dovrebbe produrre una vita cristiana, una vita santa. Se non l’ha prodotta o ha colpa Dio o abbiamo colpa noi, o Dio non ha fatto la sua parte o non l’abbiamo fatta noi, quindi o siamo davvero santi o bisogna riconoscere che c’è una colpa da qualche parte. E il processo serve a farci riconoscere il nostro peccato.

C’è una risposta bella di Israele che riconosce il suo peccato che dice: “Con che cosa mi presenterò al Signore?”. Ho peccato, debbo allora pagare una punizione; che cosa? “Forse mi presenterò con olocausti e con vitelli di un anno? Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò (addirittura) il primogenito per la mia colpa?”. Debbo offrire a Dio il mio figlio?

La risposta: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che il Signore chiede da te”.

Non dei sacrifici umani e neanche dei sacrifici di animali; quello che il Signore chiede è praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio. Questo vuole Dio, questa è la pena che dobbiamo pagare a Dio.

Se abbiamo peccato quello che il Signore ci chiede è questo: incomincia a praticare la giustizia, quindi a fare la volontà di Dio e ad essere onesto con gli altri; cerca di amare la pietà, quindi di essere fedele al Signore, di amare il Signore con tutto il tuo cuore, e stai davanti a lui nell’atteggiamento dell’umiltà, cioè “camminare umilmente con il tuo Dio”.

Ma in che cosa consiste il nostro peccato?

Si potrebbero fare tantissime riflessioni, tantissimi esami di coscienza. S. Giacomo ci aiuta a fare un piccolo esame di coscienza, che non comprende tutto ma che è ugualmente importante, perché richiama i peccati del linguaggio. Se avete notato, abbiamo ascoltato un brano un tantino strano, perché così ci sorprende un po’ di più.

  1. Giacomo dice che l’uomo è così bravo e in gamba che è riuscito ad addomesticare tutti gli animali. Ma la lingua no. Non c’è ancora riuscito nessuno ad addomesticare quella belva feroce (secondo S. Giacomo) che è la lingua.

Li lingua, dice S. Giacomo, è un piccolo membro ma che è capace di rovinare tutto, perché dalla lingua viene fuori “un male ribelle, un veleno mortale”. In che senso? “Con essa, dice Giacomo, benediciamo il Signore e Padre (e fin qui va bene) e con essa malediciamo gli uomini fatti a immagine di Dio” (e qui non va più bene).

Vuol dire che non siamo coerenti, vuol dire che, se con la nostra lingua facciamo del male, produciamo delle cattiverie, lacerazioni, siamo in contraddizione palese col nostro rapporto di fede con il Signore. Siccome dalla nostra bocca esce la benedizione di Dio, non può e non deve uscire altro che benedizione. Non ci sono delle sorgenti da cui escono acqua dolce e acqua amara; un albero non può fare frutti diversi, e neanche la nostra lingua deve fare frutti diversi, se non frutti di benedizione.

Questo è detto, naturalmente, per quei comportamenti in cui la lingua mette inimicizia tra gli uomini, mette gli uni contro gli altri, mette uno in cattiva luce davanti agli altri, che sono i nostri difetti più frequenti e che rovinano le comunità. Una comunità è molto spesso rovinata da questo, perché si critica in modo aspro e amaro.

Dice S. Giacomo, un tantino più avanti:

“Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri la sua buona condotta con opere ispirate a saggia mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità”.

Notate queste due espressioni: “gelosia amara”, cioè quella gelosia che fa venire fuori cattiveria nei confronti degli altri, oppure “lo spirito di contesa”, cioè la volontà di litigare e di prevalere sugli altri.

Delle volte ci sono queste cose nel nostro popolo, e non c’è niente di strano nel fatto che ci siano, ma il problema è che, molte volte, quando ci sono queste cose noi le giustifichiamo e diciamo che si tratta di ricerca della verità, che abbiamo ragione noi, che, in fondo, noi vogliamo la giustizia e il bene, che parliamo in questo modo perché vogliamo che le cose vadano meglio.

  1. Giacomo dice: Calmatevi! se avete nel cuore queste cose, “non vantatevi e non mentite contro la verità”, cioè non fatele passare per buone perché non lo sono. “Non è questa la sapienza che viene dall’alto”, questa è una sapienza che “è terrena, carnale e diabolica; poiché dove c’è gelosia e spirito di contesa, là c’è ogni sorta di cattive azioni”.

E poi fa la descrizione positiva: “La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia”.

È questo quel piccolo esame di coscienza prezioso.

Allora, “la sapienza che viene da Dio è pura”: pura vuol dire non doppia, non falsa, non puramente apparente, ma trasparente, pulita, senza attaccamenti egoistici, senza giustificazioni false.

Poi, “pacifica”: e pacifica vuol dire che costruisce la pace, allora è una sapienza che dentro ai rapporti, prima di tutto in famiglia, poi nei rapporti tra le famiglie, nei rapporti della comunità e tra gruppi costruisce la pace, crea dei legami, non mette gli uni contro gli altri, ma dove ci sono delle tensioni le addolcisce. La lingua sotto questo punto di vista è straordinariamente preziosa; se uno l’adopera bene riesce a costruire pace e fraternità. Ma bisogna che nel cuore ci sia una sapienza pacifica. Poi, “mite”: mite è il contrario di prepotente, cioè che non cerca di prevalere; “arrendevole”: arrendevole non vuole dire che lascia passare il male come se fosse bene, ma vuol dire che non è puntigliosa, che non fa questioni di principio per ogni banalità e piccolezza; sa rinunciare a delle piccole cose, sa andare incontro.

E ancora, “piena di misericordia e di buoni frutti”: piena di misericordia vuol dire capace di perdonare, di buoni frutti vuole dire che produce carità e amore; “senza parzialità, senza ipocrisia”: senza parzialità vuole dire che non vede le cose secondo il proprio interesse, per cui tutto quello che è dalla mia parte e mi dà interesse, è buono e tutto quello che è dalla parte avversaria e mi ostacola, è cattivo.

Questo si chiama parzialità. Questo vuol dire che faccio distinzione tra le persone, per cui, se c’è una persona importante, mi levo il cappello e la riverisco, ma se c’è una persona non importante, la trascuro e faccio finta di niente. Questo è parzialità. Nella comunità cristiana non ci deve essere parzialità, ma una disponibilità aperta a tutti. Senza ipocrisia, e qui non c’è bisogno di dare spiegazioni.

Conclusione: “Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace”. Questi costruiscono la comunità.

L’esame di coscienza lo potete fare anche su altre cose, perché il cap. 3 di Giacomo non è l’unico criterio per l’esame di coscienza, però anche questo ci mette davanti a delle responsabilità che sono importanti e che non dobbiamo trascurare. Poi ci mettete anche tutto il resto per conto vostro.

Fatto questo, però, non siamo ancora pronti per il sacramento della Penitenza. Abbiamo riconosciuto il nostro peccato, abbiamo capito il tipo di conversione, ma bisogna ricordare anche un’altra cosa per celebrare bene il sacramento della Penitenza, e cioè la misericordia di Dio, il desiderio che Dio ha di perdonare e questo desiderio ce lo insegna la lettura del Vangelo.

Gesù passa in mezzo alla città di Gerico. E che cosa vuole dire questo passaggio in mezzo a Gerico? Che Gesù vuole andare a perdonare i peccatori. Li va a cercare, ci passa in mezzo per potere creare con loro un rapporto, un contatto, per vederli, per ascoltarli e dialogare con loro.

Questo è il senso della misericordia di Dio.

Tutta la Bibbia racconta non che l’uomo è andato alla ricerca di Dio, ma che Dio è venuto alla ricerca dell’uomo. L’incarnazione vuole dire questo: che Dio è passato in mezzo agli uomini, ha conosciuto la vita dell’uomo, le sue debolezze e miserie e peccato, e ha conosciuto queste cose perché voleva seminare e donare la misericordia. E questo Gesù che passa attraverso Gerico vuol dire questo.

C’è un uomo, Zaccheo, che lo vuole vedere; fa anche un piccolo sforzo per vederlo ed è andato su un sicomoro, che in fondo è una piccola parabola del cammino che avete fatto per venire da Modena a Bocca di Magra.

È come salire su un sicomoro per vedere il Signore che passa. Gli esercizi sono il Signore che passa, sono la Parola del Signore che viene regalata, e il Signore passa proprio per vedervi in faccia e per dire: “Zaccheo scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. Sono venuto proprio per te”.

È venuto per tutti, ma è venuto per ciascuno. Il Signore viene mica solo per la massa (certamente viene per la comunità, per tutti), ma il Signore viene per ciascuno.

E chiama ciascuno per nome, e guarda ciascuno negli occhi e a ciascuno dice:

“Voglio fermarmi a casa tua. Anzi, mica voglio, devo”.

Devo, vuol dire che questa è la volontà del Padre e questo e tutto il senso della sua vita. Non è nemmeno una scelta capricciosa di Gesù o personale, ma il disegno di Dio, del Padre che si compie. E quando Gesù entra nella casa di Zaccheo (lasciamo mormorare la gente, questo non ci interessa), questo uomo cambia; questo uomo che si sente amato e cercato dal Signore cambia. Perché è questo il segreto della conversione.

La conversione nasce nel nostro cuore quando ci accorgiamo che il Signore ci è venuto a cercare, che ci stava cercando. “Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno sente la mia voce e apre la porta, entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me”. Questo è il senso degli esercizi: il Signore che bussa alla porta; dobbiamo scoprire la gioia di essere cercati, voluti, amati e perdonati.

Se scopriamo questa gioia, allora capita quello che è capitato a Zaccheo che dice: “Signore, ecco, io do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.

È stranissimo perché, a leggere la professione che Zaccheo faceva, il pubblicano, sembrerebbe che quest’uomo avesse venduto l’anima per i soldi. I pubblicani, almeno nella concezione degli Ebrei, erano quelli che vendevano l’anima per i soldi. E invece, a questo punto, l’anima non è più attaccata ai soldi, e non c’è più attaccata mica perché ha fatto un grande sforzo di liberazione, ma perché ha trovato qualche cosa di più importante, di più bello, di più gioioso, di più consolante, perché il rapporto con il Signore è per lui più vero che non la gioia che gli viene dai molti soldi.

La libertà nasce così, nasce da questo incontro con il Signore.

“Gesù gli rispose: Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare quello che era perduto”.

E notate questo “oggi” perché è prezioso nel Vangelo secondo Luca. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”, “Oggi sarai con me in paradiso”, “Vi do una grande notizia, oggi nella città di Davide è nato il Salvatore, che è il Cristo Signore”.

Questo “oggi” significa che la salvezza non è in un futuro lontano. A Nazaret Gesù entra nella sinagoga, legge un brano di Isaia e poi dice: “Oggi si è compiuta questa scrittura che avete udita con le vostre orecchie…”; vuol dire che la salvezza è adesso.

Bisogna che tu la prenda nel momento in cui ti viene donata; che non accada che tu perda questo appuntamento. La Parola di Dio e un appuntamento con la gioia del perdono del Signore, è un appuntamento con la felicità, oggi, quindi prendila; ti viene donata. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche lui è figlio di Abramo”.

Ciascuno di noi ha questa dignità di figlio di Abramo, e proprio per questo a ciascuno di noi viene rivolta una parola di perdono e di salvezza.

Siamo invitati ad accoglierla come un bel dono. Nessuno di noi è degno del perdono di Dio, però lo riceviamo con gioia, come un dono che nasce dalla sua misericordia e dalla sua bontà.

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