GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 3

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

2ª Omelia Commemorazione dei fedeli defunti

Parola di Dio: Is 25, 6-9 – Rm 8, 14-23 – Mt 25, 31-46)

“In quel giorno il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli”.

Così incomincia la lettura di Isaia che ci presenta una serie di immagini di speranza. Vuole dire: viene annunciato un intervento di Dio che libera l’uomo da tutte quelle esperienze di limite, di sofferenza che accompagnano la sua vita, per cui, dice:

“In quel giorno il Signore strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli…”.

Questo velo rappresenta l’ignoranza.

Noi viviamo in questo mondo ma con numerose oscurità e tenebre per quello che riguarda il futuro della nostra vita, per quello che c’è al di là della morte, per quello che riguarda il senso della vita; che cosa è importante o no, che cosa riguarda il senso della sofferenza per esempio.

Ebbene, per tutte queste cose noi rimaniamo molte volte nell’oscurità, non sappiamo che cosa dire; in certi momenti ci si chiude la bocca e ‘ non possiamo più parlare a causa di questa condizione che accompagna inevitabilmente la vita dell’uomo.

Poi, accanto a questo, “il Signore eliminerà la morte per sempre”, quell’ostacolo e quel limite che per noi è insuperabile. Bene, anche questo il Signore lo eliminerà.

Asciugherà le lacrime e cambierà la condizione disonorevole del suo popolo”. Isaia scrive in un momento di angoscia, di oppressione di Israele. Bene, questa espressione di angoscia e di disonore verrà tolta dal Signore.

“E si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; ecco il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”.

E vuole dire: abbiamo sperato giusto; avevamo messo la nostra fiducia nel Signore, vedete che cosa lui ha fatto? Ha costruito la nostra salvezza. Abbiamo quindi puntato sulla direzione giusta.

Incomincia così Isaia: “In quel giorno…”.

E allora abbiamo bisogno di sapere quando sarà quel giorno; quando sarà quel giorno in cui il Signore toglierà l’ignoranza, metterà alla luce le nostre esperienze, la nostra vita, le nostre fatiche.

Quindi sarà quel giorno in cui il Signore cancellerà la morte e toglierà la condizione disonorevole e farà scomparire tutto quello che c’è di negativo nella vita dell’uomo. Secondo la liturgia che celebriamo, quel giorno sarà certamente la fine del mondo.

Ma quel giorno è già adesso, è già l’Eucaristia che noi stiamo facendo.

Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli”, e l’Eucaristia è un banchetto per tutti gli uomini, non viene escluso proprio nessuno, non c’è nessuno che per il colore della sua pelle o per la cultura che ha alle spalle e nemmeno per i suoi peccati, venga escluso.

Se accetta e desidera il perdono di Dio viene accolto proprio chiunque. È un banchetto per tutti gli uomini.

E nell’Eucaristia il Signore strappa il velo che copre la faccia di tutti i popoli, perché l’Eucaristia nella concezione cristiana contiene il senso della vita e il senso della morte.

L’Eucaristia, come ben sapete, non è altro che la vita di Gesù Cristo trasformata in amore. Invece di vivere la vita egoisticamente, Gesù la trasforma in amore.

E ha trasformato anche la morte in amore, perché la morte di Gesù è fatta ed accettata per noi: ha donato la sua vita per noi.

L’Eucaristia contiene questo.

Bene, nell’ottica cristiana l’Eucaristia è il senso della vita. La vita dell’uomo, quegli alcuni anni che il Signore ci dona da passare sulla terra, hanno come senso proprio questo: imparare ad amare.

Hai un po’ di tempo per imparare ad amare, ad accogliere la vita, gli altri, il mondo, te stesso e a volere bene. A volere bene a te stesso e a volere bene agli altri con quell’amore che Dio stesso, per primo, ti ha regalato.

Questo è il senso.

E questo è il senso che devi dare o cercare di dare alla sofferenza e che devi dare anche a quel limite che è la tua morte. È il limite della vita di ciascuno di noi, e il miracolo grande è trasformare anche questo in un gesto di amore, in un gesto di affidamento di noi stessi al Signore, un gesto in cui sigilliamo l’amore che abbiamo donato agli altri.

Allora nell’Eucaristia c’è la verità sul mondo, c’è una luce sul mondo. Certamente molte cose ci rimangono oscure e ignote, ma sappiamo che nella nostra vita la cosa essenziale è imparare ad amare, imparare a donare come il Signore ha fatto e come l’Eucaristia ci mantiene.

E fatto questo allora “il Signore eliminerà la morte per sempre”.

E questo ci fa pensare che è tutta fantasia immaginare, che la morte venga superata, ma l’Eucaristia nell’ottica cristiana è questo.

A che serve l’Eucaristia?

Ci hanno sempre insegnato che l’Eucaristia serve a edificare il corpo di Cristo; vuole dire che nell’Eucaristia voi diventate il corpo di Cristo: mangiate e bevete il corpo e il sangue del Signore per diventare una cosa sola con lui, in modo che la nostra vita, così povera, piccola e fragile, diventi una cosa sola con Gesù Cristo: appunto il corpo di Cristo.

Ma il corpo di Cristo ha già superato e vinto la morte; Cristo è un risorto. E se la nostra vita viene assunta da Gesù, viene incorporata in Gesù, anche la nostra vita ha davanti a sé la promessa della comunione eterna con il Signore. Avremo da pagare un prezzo, un dazio alla vita; sarà la fatica e la tenebra del nostro cammino verso la morte, ma questo sarà un cammino provvisorio che viene introdotto dentro ad un cammino più grande ancora che è quello della comunione col Signore.

L’Eucaristia ci richiama a questo: l’Eucaristia è come una garanzia d’immortalità perché dentro di te viene messo come seme il corpo di Cristo, quindi il corpo del Risorto, perché anche tu, insieme con lui, possa vincere la morte.

E finalmente il Signore farà scomparire la condizione disonorevole del suo popolo. La condizione disonorevole scompare, non c’è dubbio. Siamo figli di Dio e l’essere figli di Dio è una dignità grande, incancellabile, per quanto dobbiamo riconoscerci poveri, ignoranti; quindi avremo tutti i nostri limiti, tutte le nostre povertà, insufficienze, ecc.; però siamo figli di Dio.

Però l’Eucaristia ci fa figli di Dio in Gesù Cristo, quindi nobili di una nobiltà che va al di là di ogni parametro umano, cioè una nobiltà che rimane, che supera ogni porta e fragilità umana.

Dice S. Paolo che questo discorso deve e può coinvolgere tutta la nostra vita, perché dall’Eucaristia usciamo come corpo di Cristo, come figli di Dio e guidati. dallo Spirito Santo, quindi fratelli, e in quanto tutti guidati dallo Spirito di Dio, figli di Dio.

“E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!»”.

Questa è la nostra dignità, ma questo è anche il nostro compito. Siamo figli di Dio, dobbiamo comportarci da figli di Dio. Siamo figli di Dio, dobbiamo rivelare il volto di Dio nella nostra vita perché possa esprimere la santità, l’amore, la gratuità, le generosità della stessa vita di Cristo: questa è la nostra vocazione.

E secondo S. Paolo dentro a questa vocazione vengono recuperate anche le sofferenze. Paolo vuole dire: la vita del cristiano su questa terra non è magicamente liberata dalla sofferenza e non passa in mezzo alle brutture, alle angosce senza conoscerle, ma vive con la stessa fatica con cui vivono tutti gli uomini.

L’unico problema, l’unica sofferenza e questa: che il cristiano vive questa realtà unito con Gesù Cristo e quindi con quella speranza che gli viene da Gesù Cristo. Partecipiamo veramente alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Allora le nostre sofferenze diventano partecipazione alle sofferenze di Cristo, e se le sofferenze di Cristo sono state un cammino verso la gloria, anche le nostre sofferenze diventano un cammino che ha davanti a se la speranza.

Ci sono delle sofferenze che terminano con la morte e ci sono anche delle sofferenze che terminano con la vita. La sofferenza del parto è una tipica sofferenza forte che termina con la vita e quindi colma di speranza.

Bene, dice S. Paolo, le sofferenze che il cristiano vive nel mondo sono sempre sofferenze del parto. Sofferenze che debbono e vogliono generare qualche cosa di meglio e di definitivo, qualche cosa di immune da tutte quelle fragilità che ci accompagnano sulla terra. Per cui, scrive: “Ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura. Sappiamo bene, infatti, che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi le doglie del parto. Essa non è la sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. Aspettiamo che il nostro corpo venga redento, cioè liberato dalla sua fragilità, dai suoi limiti.

E allora l’attendiamo con tutto il cammino della nostra perseveranza, accettando anche la sofferenza, ma vivendola come sofferenza piena di speranza, come la sofferenza del parto.

Ma che cosa vuol dire, in concreto, vivere la sofferenza in questo modo e com’è possibile trasformare la nostra vita in modo che sia davvero la vita del corpo di Cristo?

E qui, finalmente, la risposta ci viene dal Vangelo con quell’affresco famoso del giudizio finale, dove il Figlio dell’uomo siede sul trono della sua gloria.

Era figlio dell’uomo, quindi ha conosciuto anche lui la povertà della condizione umana: ha conosciuto la sofferenza, ha conosciuto la morte. Bene, adesso diventa il giudice. Vuol dire: non è un giudice che non conosce il peso della vita umana, ma lo conosce davvero, e proprio per questo, per la sua umanità piena, è in grado di pesare e giudicare il mondo.

E questo vuol dire che la vita di ogni uomo viene misurata con quella misura che è Gesù Cristo.

È una affermazione sorprendente e bella perché vuole dire che le misure della vita dell’uomo non sono i successi dal punto di vista economico o sociale, non sono le capacità dal punto di vista culturale. La misura vera dell’uomo è l’amore con cui ha amato: è Gesù Cristo.

Quando si misura il valore delle persone, siamo portati a misurare col metro del successo o il metro della riuscita economica o sociale.

Ci sono delle persone che nelle enciclopedie hanno molte pagine dedicate a loro.

Di loro troviamo l’anno di nascita e di morte, quello che hanno fatto e detto e quello che hanno realizzato. Sono persone grandi. Ma sono davvero persone grandi? Nell’ottica del Vangelo la persona grande chi è?

“Il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo”.

Queste sono le persone grandi; questi sono dei re. C’è un regno preparato per loro, perché appartenga a loro e parteciperanno alla gioia e alla pienezza di questo regno.

E chi sono queste persone grandi?

“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”.

Quindi non sono grandi condottieri che hanno terrorizzato il mondo; non sono nemmeno dei grandi studiosi che hanno scritto centinaia di libri.

No, queste sono persone che hanno fatto cose semplicissime: hanno dato da mangiare a qualcuno che aveva fame o da bere a qualcuno che aveva sete. Cose semplicissime. Però hanno trasformato la loro vita in amore, in dono, hanno compiuto dei gesti di gratuità e questi gesti sono registrati e indicano il valore autentico di una persona. Non viene chiesto nient’altro, viene chiesto solo questo, solo questa capacità di amare.

E allora un Vangelo come questo è straordinariamente utile per noi: utile perché abbiamo qualche anno da vivere.

Mi piacerebbe che fosse una vita lunghissima, ma in ogni modo rimane solo qualche anno; non riusciamo ad andare al di là di un certo limite per quanto l’uomo si porti dietro il desiderio dell’immortalità. Abbiamo pochi anni davanti a noi! Proprio perché non sono tantissimi, bisogna non sciuparli.

Sarebbe stupido sciupare quello che e poco quello che non dura per tanto tempo; bisogna impiegarli bene.

E il Vangelo ci dice come impiegarli bene, e ci dice qualche cosa che, di per sè, non è difficilissimo: non c’è da scalare il monte Bianco, c’è da dare da mangiare, da bere, da voler bene alle persone, che non dobbiamo poi cercarle tanto lontano da noi. Sono di fianco a noi, vicino a noi.

Bene, si tratta proprio di aprire il cuore a quelle persone, perché dice il Signore:

“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

E questo, se voi ci pensate, è stupendo.

Una delle cose frustranti nella nostra vita è la piccolezza delle cose che facciamo. Perché uno lavora tutto il giorno e alla fine fa l’esame di coscienza… e che cosa ha fatto? Praticamente niente.

Che cos’è il nostro lavoro? Mica cambiamo il mondo e neppure trasformiamo una grande società! Il nostro lavoro è fatto di piccolissime cose; però dice il Vangelo che anche le piccolissime cose possono diventare preziose, straordinariamente preziose. “Quello che avete fatto ai più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Allora guardati attorno, prendi quello che vale meno di tutti e ti chiedi: Quanto vale quello? Il Vangelo risponde: Vale come Gesù Cristo.

Quello che vale meno, vale come Gesù Cristo.

Questo vuole dire che la tua vita ha un valore immenso, che una parola che tu dici, un gesto di solidarietà che tu compi, un sorriso, un momento di accoglienza, un bicchiere di acqua fresca data a uno che ha sete, ebbene queste piccole cose hanno un valore enorme, sono fatte per il Signore, sono date al Signore.

Hanno quindi un valore che esprime il senso stesso della vita e del mondo. Allora credo che le tre letture facciano insieme un piccolo itinerario che ci aiuta a capire la nostra vita.

Siamo partiti con alcune immagini di speranza: “Il Signore farà su questo monte un banchetto”, un grande banchetto per tutti gli uomini.

Toglierà l’ignoranza, la morte e il disonore. E abbiamo detto: Non aspettiamolo alla fine del mondo questo banchetto, ma viviamolo adesso in questa Eucaristia, dove il Signore cancella la nostra ignoranza perché ci insegna che quello che conta nella vita è amare; dove il Signore ci toglie la maledizione della morte, perché ci insegna che la comunione con Lui va al di là della morte, in cui il Signore ci toglie il disonore perché ci fa suoi figli. Allora in questa Eucaristia ritroviamo il senso della nostra vita.

Dobbiamo imparare a comportarci e a vivere come figli.

E se anche la nostra vita conosce la sofferenza e non possiamo cancellarla, riconosciamo però che questa è la sofferenza che viviamo con Gesù Cristo e, in quanto tale, è una sofferenza da parto, una sofferenza fortissima che può obbligarci a lanciare qualche urlo, ma è una sofferenza che produce vita, non morte.

La condizione qual è?

Quella che abbiamo letto nel Vangelo: che tu sappia fare della tua vita una scelta di amore e di dono, che tu ti apra agli altri, che tu dia agli altri qualche cosa.

Non ti viene mica chiesto di donare il mondo intero, perché non ne sei padrone. Ti viene chiesto di donare qualcosa, un pochino di cibo, un bicchiere di acqua, un gesto di solidarietà.

Ti viene chiesto di donare il sorriso, la disponibilità del tuo cuore, di donare una parola di fraternità e di comunione, una stretta di mano. Anche solo queste cose, fatte con il cuore, sono fatte al Signore: acquistano una perennità che niente è in grado o sarà in grado di cancellare.

Chiediamo al Signore che proprio la meditazione di questa solennità dei defunti, ci aiuti a capire questo.

La liturgia odierna ci richiama al fatto che la nostra vita è limitata; quelli che sono passati prima di noi ci richiamano a questa fragilità, povertà e debolezza. E questo non per lasciarci prendere dall’avvilimento e dalla tristezza, ma per capire il valore importante di ogni momento, di ogni gesto della nostra vita per dargli pienezza di significato, per riempirlo di quell’amore che il Signore ci ha insegnato e che è il senso vero della nostra esistenza.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.