GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 10

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

Conclusione alla Via Crucis del Card. A. Ballestrero

Avete accompagnato il Signore

Avete accompagnato con il pio esercizio della «Via Crucis» il Signore lungo l’ultimo pellegrinaggio della sua vita terrena. Pellegrinaggio verso la morte, verso la croce, verso il sepolcro.

In questo cammino doloroso avete impegnato la vostra fede nel credere che Gesù Cristo è il vero Figlio di Dio ma è anche colui che il Padre, come suprema testimonianza di amore agli uomini, ha mandato, attraverso l’incarnazione, a portarci precisamente, non solo il messaggio di amore, ma la realtà piena, perfetta, della divina carità.

«Così Dio ha amato il mondo fino a dare per esso il suo unigenito Figlio».

Avete fatto questo atto di fede: credere in Gesù Verbo Incarnato, credere in Gesù vero Dio e vero uomo.

Vero Dio da sempre, nella misteriosa comunione della Trinità; vero Dio da sempre nella infinita perfezione della sua identità di figlio di Dio; vero Dio nel quale tutte le cose sono state pensate, nel quale tutte le cose sono state fatte. E credere che Gesù è vero Dio è davvero sostanza della nostra fede di cristiani.

Forse non sempre ci pensiamo abbastanza e forse qualche volta ci siamo talmente abituati a dire che Gesù è vero Dio, che non facciamo abbastanza attenzione a ciò che diciamo con le parole: vero Dio, inaccessibile, eterno Signore, il Signore della gloria, il Signore creatore del cielo e della terra, il Signore dell’eternità, infinitamente sapiente, infinitamente buono, infinitamente glorioso.

Noi crediamo in questo vero Dio.

E bisogna che questa fede sia ardente come il Signore la merita, sia convinta come l’importanza di questa verità suggerisce, e sia fedele. Cristo ci trascende proprio perché è vero Dio.

Ma mentre la nostra fede in Gesù vero Dio ci esalta, ci meraviglia e ci conforta, non possiamo trascurare di credere che Gesù è vero uomo.

Non lo era, lo è diventato con l’incarnazione. Lo è diventato in un gesto di obbedienza al suo Padre che lo ha mandato e lo è diventato in un gesto di infinita carità, condivisa con il Padre, nel dono dello Spirito Santo. È vero uomo Gesù!

E quando diciamo vero uomo, intendiamo dire che la sua carne è come la nostra, che la sua anima è come la nostra, che la sua storia è inserita nella nostra e vi è partecipe come la presenza di qualcuno che è mandato dal Padre ad essere Salvatore e Redentore. Crediamo che è vero uomo Gesù! La nostra fede nell’incarnazione è sostanza nel nostro cristianesimo.

E noi dobbiamo pensare che con la storia dell’incarnazione, che proprio in Cristo ha origine, tutta l’umanità viene coinvolta.

Ed è per questo che Gesù non è apparso glorioso come una persona matura, ma è apparso tra di noi nella condizione inerme di un neonato.

Celebriamo il Natale di Gesù. Natale di Gesù è iscritto nel calendario nel quale è iscritta anche la nostra nascita. È vero uomo!

Ha conosciuto la pietà tenerissima di una madre come Maria, ha conosciuto l’ingresso in un mondo fatto di uomini e fatto di tanta sofferenza, di tanta povertà, di tanta debolezza. Perché noi crediamo (ed è sostanza della nostra fede) che Gesù è nato, ma non è nato glorioso ma passibile.

Sarebbe meno uomo se fosse nato glorioso, e lo poteva fare. Ma ha scelto la strada di tutti.

E Gesù è un uomo passibile, un uomo capace di patire, di soffrire, di avere fame, di avere freddo, un uomo capace di avere bisogno di altri uomini che ne sostengano la fragilità di una creatura che deve crescere e che deve passare per tutte le stagioni della vita.

È un bimbo Gesù, è un ragazzo Gesù, è un giovane Gesù, è un uomo Gesù. E il suo essere uomo si iscrive nella storia di tutti.

Ci sono date nel nostro calendario che lo riguardano, e del resto il calendario liturgico scandisce questi progressivi sviluppi dell’umanità del Salvatore Gesù Cristo. Nasce nella povertà, nasce nell’indifferenza di Betlemme e muore nella tribolazione tragica della croce.

Muore davvero Gesù!

Muore perché tutti gli uomini muoiono, ma muore perché gli uomini lo hanno ucciso. Venuto per essere l’annunzio della vita gloriosa per tutti, attraverso una redenzione di misericordia, gli uomini lo hanno accolto così: alla sua nascita lo hanno rifiutato perché non c’era posto, alla sua morte ha trovato la pietà di un sepolcro nell’accanimento della malizia umana e nel disprezzo e nell’odio degli uomini.

Questo Gesù, dunque, vero uomo, è un uomo che ha conosciuto il patire.

È nato passibile Gesù; e il suo essere passibile, durante la sua vita, si è tramutato in un essere passione. Noi nel «Credo» diciamo che Cristo ha patito. Non è nato capace di patire, ma è nato patendo ed è morto soffrendo e ha conosciuto le sofferenze della vita degli uomini. Non gli è stato risparmiato nulla.

Ha sempre patito: ha avuto fame, ha avuto sete, è stato stanco, ha pianto sull’ingratitudine degli uomini e sul rifiuto degli stessi, si è lasciato accusare, si è lasciato offendere, si è lasciato vilipendere, si è abbandonato a tutta la capacità di far soffrire che gli uomini hanno.

E lui, diremmo così, ha tutto raccolto in un olocausto che lo ha consumato, in una donazione redentiva che lo ha travolto. E Gesù è morto. Ci crediamo?

Io penso di sì.

Non a caso il crocifisso è rimasto il segno, l’emblema dei credenti. Dovunque c’è una croce, là c’è il ricordo di Cristo che è morto.

Dovunque c’è una croce, c’è la memoria di Cristo che per gli uomini ha patito fino all’agonia, fino allo strazio della croce e fino all’umiliazione del sepolcro. Ci pensiamo?

Ci pensiamo per impegnare la nostra fede.

Non possiamo offendere Gesù dicendo: «Ma! Chissà se avrà patito?». Non possiamo offendere Gesù mettendo dei dubbi sulla sua reale capacità di patire. Le sue lacrime erano lacrime di dolore, la sua fame era una fame di necessità esausta e l’odio degli uomini lo ha ferito e lo ha ucciso.

Concludendo un esercizio della «Via Crucis», questo credere alla passione e alla morte di Gesù, diventa un atto che gli dobbiamo come sostanza della nostra fede e anche come risposta della nostra fedeltà.

A Cristo morto e sepolto per amore nostro dobbiamo dire grazie perché il suo patire non lo ha meritato lui, lo abbiamo meritato noi. Per i nostri peccati è morto, per i nostri peccati ha sofferto, per le iniquità del nostro cuore Lui ha pagato con la vita. Ce ne dobbiamo ricordare, anche perché questo credere nella passione e nella morte del Signore, nell’esperienza della nostra vita quotidiana è anche un soccorso di grazia per noi.

Chi di noi, di fronte a tanto tribolare di Cristo, può preoccuparsi o può meravigliarsi o può ribellarsi del fatto che il dolore entri nella vita? Chi di noi può dire che soffre troppo? Chi di noi può disperarsi perché il patire logora e sfinisce l’esistenza?

Discepoli di Gesù Cristo, ci dobbiamo ricordare di ciò che diceva l’apostolo Paolo, questo grande evangelista della croce: «Noi credenti, noi discepoli di Gesù, diamo compimento nella nostra vita mortale a ciò che manca alla passione di Cristo».

C’è una solidarietà alla quale siamo chiamati. Bisogna che la nostra vita, quando ci procura il patire, diventi una vita che entra in comunione con Cristo crocifisso, per attingere lì una vivificazione del nostro patire perché non vada perduto, ma diventi evento di redenzione e di salvezza per noi e per gli altri.

Nella vita il patire è inevitabile.

Non c’è nessun uomo che possa dire: io non patisco. Prima o poi, tanto o poco, in modo fisico o in modo morale, il patire è parte della vocazione dell’uomo dopo il peccato. Se ci riconosciamo in questo, siamo seguaci di Gesù, fedeli al suo Vangelo, perché lo ha detto Lui: «Chi vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e ogni giorno mi segua».

Non è una visione pessimistica della vita, non è una vita resa una lamentela o una lagnanza senza fine. È il coraggio della vita. La vita che abbiamo ricevuto da Dio benedetto è la vita che a Cristo rendiamo condividente il suo morire e il suo patire. Il cristiano deve essere forte, deve essere generoso, e guardando Cristo, deve trovare l’energia, il coraggio, la coerenza di offrire al Signore la testimonianza della propria croce.

Questa prospettiva nella vita ha bisogno di essere continuamente rivissuta, continuamente rinnovata per conservare alle vicende penose delle nostre giornate il valore di un dono che noi riceviamo per essere configurati a Cristo e che noi rendiamo a Dio per essere i suoi redenti e i suoi salvati.

Ecco, è pessimismo questo? No. È forza d’animo, è coraggio cristiano, è nobiltà di cuore, è coerenza generosa e coraggiosa nella vita.

Guardando a Cristo che soffre, non solo si diventa capaci di patire con lui, ma si diventa anche capaci di confortare la sofferenza di ogni fratello.

Non siamo chiamati a patire per crogiolarci nella nostra sofferenza, ma perché il nostro patire diventi consolazione dei fratelli più deboli, diventi forza per i fratelli più inermi e soprattutto diventi speranza di salvezza per tutti quanti.

lo vorrei anche dire una cosa, e cioè, che questo soffermarci sulla possibilità di Cristo e sulla sua passione, è necessario che noi la viviamo continuamente per arrivare poi a comprendere fino in fondo quel mistero glorioso della risurrezione di Gesù, che si compie certo nella carne del Verbo Incarnato, ma di lì poi trabocca nella vita di tutti redenti.

Siamo chiamati a risorgere, siamo chiamati a rivedere nello splendore della gloria la nostra umanità resa immortale ed eterna. Siamo chiamati, ma bisogna passare di lì.

Ci sono momenti nella vita, che l’unico rifugio nella vita che possiamo trovare è quello di rifugiarsi in Cristo che è morto per noi. E non sono momenti tenebrosi e, diremmo così, atroci.

C’è la pace nel pensare che il nostro patire ci deve configurare a Cristo e ci prepara alla risurrezione.

C’è il coraggio nel riflettere a questo pensiero, c’è serenità e speranza quanto più il nostro patire non ha motivazioni momentanee apprezzabili, ma ha la caratteristica di una gratuità che, forse, qualche volta ci scandalizza, ma che, in fondo, è sempre il dono di Dio.

Configurarci a Cristo. In questa configurazione stanno le ragioni della nostra speranza e stanno le ragioni della nostra risurrezione. Ecco, so bene che oggi in tanti adattamenti liturgici e devozionali si tende ad aggiungere alla «Via Crucis» la stazione della risurrezione di Gesù. Dopo la morte e il sepolcro, Gesù che risorge. Ma è tutto l’itinerario della passione la vigilia della risurrezione. E aggiungerci una stazione così esplicitamente appartenente al mistero del Cristo glorioso, qualche volta può anche rischiare di farci diminuire di importanza il valore della croce.

Cristiano è colui che crede in Gesù Crocifisso. L’apostolo Paolo soleva dire:

«Io non ho altro da darvi che Cristo e questi crocifisso».

Credeva alla risurrezione, ma sapeva anche che la fede nella risurrezione matura nel perderci nel mistero della passione e della morte, adorando, amando, sperando che Cristo Gesù ci aiuti a condividere il suo mistero e ci aiuti ad essere nutriti, perché la nostra vita terrena diventi come la sua, una vita di ritorno al Padre, un cammino che, giorno dopo giorno, pur tra le spine e le sofferenze, ci porta a casa, là dove la pace, dove la gioia, dove la beatitudine saranno il perché e il contenuto della vita eterna.

Dicevano gli antichi: «Per crucem ad lucem», attraverso la croce si arriva alla luce. Se imparassimo a soffrire meglio, avremmo l’anima più luminosa per noi per non conoscere le tentazioni contro la speranza, avremmo l’anima più ardente per offrire ad ogni nostro fratello una parola che conforta, una parola che si fa viatico di vita eterna.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.