GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 1

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

Presentazione

Aedificabo Ecciesiam meam” (Mt. 16,18), edificherò la mia Chiesa. Edificherò: avete mai esplorato il senso di questa parola?

È una parola profetica; ha per soggetto Cristo e si riferisce al futuro; ha per oggetto la Chiesa, che viene raffigurata in un edificio in costruzione. Cristo è l’architetto di questo edificio; anzi l’operaio: lo edificherò.

Voi sapete che questa immagine della Chiesa-edificio è fra quelle più ripetute e più espressive; la usa S. Paolo (1 Cor 3,9; Ef 2, 20-22); la spiega S. Pietro (1 Pt 2, 5); entrambi sviluppandone il concetto relativamente al materiale della costruzione; materiale formato dai fedeli stessi “pietre vive”, donde non può che risultare un edificio vivo, una “casa spirituale”, un insieme armonico e unitario, un ordine visibile, organico, sociale, un’umanità sacra, dove abita Dio; ecco la “domus Dei” (Gen 28,17), la casa di Dio; che la lettera agli Ebrei ancora più chiaramente indicherà altro non essere che noi stessi, seguaci di Cristo; noi siamo la casa di Cristo (Eb 3, 3-6). E sapete anche che questa immagine simbolica dell’edificio riferita alla Chiesa è fra quelle ricordate nella costituzione relativa alla Chiesa medesima dal Concilio (LG, 6); ed è poi l’immagine che più facilmente ricorre nel linguaggio comune, che chiama chiesa l’edificio materiale, dove la Chiesa, cioè l’assemblea dei fedeli, si riunisce e si esprime quale edificio spirituale.

Ma non è di questo aspetto del simbolo che Noi vi vogliamo ora parlare. Vi vogliamo invitare a riflettere sopra la forza espressiva del termine usato da Cristo: “costruirò”. Questo termine indica l’azione permanente del Signore rispetto alla sua Chiesa, indica il carattere dinamico che la vita della Chiesa, raffigurata in un edificio in costruzione, assume; indica lo sviluppo continuo, che le è prestabilito dal concetto di lavoro che deve svolgersi secondo un disegno concreto, visibile, bene architettato da Cristo stesso, e non lasciato all’arbitrio di fantasiosi operai. Bisogna che la Chiesa sia costruita; essa è sempre un edificio incompleto, che prolunga nel tempo il suo piano di esecuzione determinato.

Se ricordiamo che l’azione di Cristo, dopo la sua ascensione, si compie, per suo divino mandato, dalla Chiesa stessa, da chi nella Chiesa ha funzione promotrice di continuare l’opera di Gesù, questa concezione perfettiva della Chiesa medesima diventa molto istruttiva per noi; diventa programmatica, se pensiamo che tutti siamo chiamati a collaborare alla mistica e positiva costruzione.

(Paolo VI)

Monari don Luciano continua ad edificare e ad edificarci. Prolunghiamo le nostre meditazioni, perché la Parola di Dio si faccia carne nella nostra vita.

Così edifichiamo la Chiesa.

Maria, Madre della Chiesa, ci accompagni.

I vostri Parroci

1ª Meditazione
La nostra professione di fede in Gesù

Il Signore edifica la sua comunità.

In concreto cercheremo di meditare su alcuni capitoli del Vangelo secondo Matteo, cominciando dal cap. 16, 13, fino al cap. 18 e 19, perché, in questa sezione del Vangelo secondo Matteo, viene presentata l’intenzione di Gesù di costruire una comunità intorno a Lui, una comunità che è caratterizzata dalla fede in Lui e che vive, al suo interno, dei rapporti particolari di ricchezza, di fraternità e di comunione.

Se ricordate l’anno scorso, meditando il Discorso della Montagna, abbiamo presentato uno stile di vita alternativo rispetto allo stile del mondo; così l’ha rappresentato il Signore.

Bene: questo stile di vita non è una scelta individuale, ma è invece una esperienza di comunità, l’esperienza dello stare insieme, camminare insieme e sostenersi gli uni gli altri e portare gli uni i pesi degli altri.

Ed è quello che il Vangelo secondo Matteo presenta in questi capitoli; faremo quindi semplicemente la meditazione di alcuni testi, naturalmente per conto vostro, e vale la pena che rileggiate tutto il Vangelo secondo Matteo: i primi 15 capitoli, che noi diamo per scontati, con calma li potete rileggere in modo da trovare il contesto fondamentale delle cose che mediteremo insieme.

Cominciamo da Matteo che dice così (Mt. 16, 13-20):

[13] Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?».

[14] Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».

[15] Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».

[16] Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

[17] E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.

[18] E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.

[19] A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

[20] Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

È la prima volta che Gesù parla della Chiesa, della sua Chiesa, e ne parla, come abbiamo sentito, nel contesto della professione di fede di Pietro. Ed è quello che dobbiamo tentare di capire, perché il primo passo di questi nostri esercizi sarà esattamente ripetere noi la nostra professione di fede nel Signore.

Dunque Gesù prende i suoi discepoli e va con loro nella regione di Cesarea di Filippo; in qualche modo esce dai confini della terra santa, (Cesarea di Filippo era a nord-est, fuori, ai piedi dell’Ermon) va all’estero, in un luogo dove non sono disturbati da nessuno e lì Gesù pone una domanda.

La prima è una domanda neutrale: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?”; quindi bisogna raccogliere le opinioni delle persone e rispondere a una domanda del genere non compromette tanto.

E di fatto i discepoli riportano varie opinioni che sono state date di Gesù: c’è chi pensa che Gesù sia Giovanni Battista (questa era, se ricordate, l’opinione di Erode stesso); c’è chi pensa che sia Elia (Elia nella tradizione ebraica non era morto, ma era stato rapito in cielo) e quindi aspettavano il suo ritorno prima della fine dei tempi. C’è chi pensa che Gesù sia Geremia che, tra i profeti, è quello più caro alla memoria di Israele, proprio perché è un profeta che ha sofferto; c’è chi pensa che Gesù sia semplicemente uno dei profeti.

Non sono tutte le opinioni della gente; c’era anche chi pensava che Gesù fosse pazzo, e c’era anche chi diceva che Gesù era un indemoniato, ma queste opinioni troppo negative i discepoli non le riportano; ricordano invece quelle positive.

Ma sembra anche che queste risposte non soddisfino.

Sono belle, nascono dal riconoscimento positivo del valore di Gesù e della sua predicazione, però alla fine mettono Gesù in una categoria di uomini religiosi; nella grande categoria dei profeti ce ne sono vari di uomini religiosi: c’è Isaia, Geremia, Ezechiele e tutto quello che volete… e adesso ci si mette anche Gesù, uno in più, magari con una spanna di superiorità rispetto agli altri, ma nella stessa categoria.

E invece bisogna coglierne la novità. Non si può mettere, una pezza, una toppa di panno nuovo su un vestito vecchio, non si può mettere vino nuovo in otri vecchi; se uno vuol capire Gesù deve saper fare un capovolgimento del suo pensiero, deve entrare dentro a una visione radicalmente nuova della vita.

Allora: “Voi chi dite che io sia?”, indipendentemente da quello che dice la gente. In fondo anche noi potremmo aggiungere delle altre opinioni su Gesù (e ce ne sono tante): chi lo considera una forza morale stupenda nella storia dell’umanità, un uomo straordinario. C’è anche chi lo considera un illuso per il tipo di vita che Gesù presenta, perché radicalmente impossibile da realizzare. Ci sono anche, dicevo, tutte queste opinioni.

Ma non basta: “… voi chi dite che io sia?”.

L’accento è proprio su quel “voi”, voi, perché certamente mi conoscete meglio degli altri, voi, che mi avete seguito in tutto questo cammino che abbiamo fatto, voi che avete ascoltato la mia parola e visto le mie opere…

E qui naturalmente uno dovrebbe andare a rileggere la prima parte del Vangelo, dovrebbe andare a leggere il Discorso della Montagna e stupirsi perché Gesù “parla con autorità”: “lo vi dico…”.

Dovrebbe andare a leggere i miracoli di Gesù e stupirsi, perché Gesù comanda alla malattia e alla morte stessa e comanda al demonio.

Quindi quella forza negativa che all’uomo pare invincibile, Gesù è capace di addomesticarla, è capace di introdurla dentro ad un cammino di vita.

Uno, quindi, deve andare a rileggere tutte queste parole della prima parte del Vangelo e poi rispondere.

“Voi chi dite che io sia?”.

E dicevamo, all’inizio, che questa domanda viene fatta a noi; viene fatta a Pietro, ai discepoli, ma viene fatta a noi. Ed agli inizi di questo cammino di esercizi, dobbiamo dare la nostra risposta. E tenete presente: la domanda e la risposta si collocano su un livello esistenziale, non intellettuale.

Voglio dire: quando io andavo al catechismo la domandina era molto precisa:

Chi è Gesù Cristo?

E se mi ricordo bene, perché bisogna andare indietro di qualche annetto, la risposta era:

Gesù Cristo è la seconda Persona della Santissima Trinità fatto uomo.

E questa è certamente la risposta precisa dal punto di vista teologico.

Ma non basta; la domanda vuole dire: chi è Gesù Cristo effettivamente per te? Quanto vale Gesù nella tua vita? Quanto impegni della tua vita sulla sua parola e sulla sequela di Lui? Insomma, quanto sei disposto a spendere, a puntare su quel numero della vita che è Gesù? Gesù è una proposta di vita; bene: quanto sei disposto a mettere del tuo tempo e delle tue energie su Gesù?

Questa è una domanda di esistenza, una domanda che richiede una fede non puramente intellettuale, ma una fede che coinvolge i propri comportamenti. Ci sono delle domande alle quali si può rispondere con una certa superiorità (ad esempio se uno mi interroga sul teorema di Pitagora) ma questa è invece una domanda alla quale non si può rispondere senza compromettere se stessi.

Per capirla bene, riprendo due passi, in qualche modo paralleli; uno dal cap. è di S. Giovanni, dopo il grande discorso sul pane della vita: Gesù ha dato da mangiare alle folle; le folle lo sono andate a cercare per farlo re, e Gesù ha fatto un lungo discorso in cui insegna alla gente che in realtà non devono andare dietro a Gesù per il pane, ma debbono andare dietro a Gesù per Gesù; è Gesù quello che conta, non i suoi doni. E Gesù continua nel presentare se stesso come Pane di vita, per cui uno deve mangiare la sua carne, deve bere il suo sangue, per avere in lui la vita, cioè in qualche modo si presenta come la scelta decisiva dell’esistenza dell’uomo.

Se vuoi vivere, la scelta che devi fare riguarda Gesù: credere e accettare Lui.

E di fronte a questa proposta del Signore, dice il Vangelo di Giovanni, prima di tutto la folla si squaglia, perché questo uomo che pretende di dare la vita per il mondo non è facile da accettare.

Appare una presunzione quella di Gesù; e non solo se ne va la folla, ma se ne vanno anche i discepoli di Gesù; ne rimangono solo dodici.

E, continua il Vangelo di Giovanni, al versetto (Gv. 6, 67-69):

[67] Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?».

[68] Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;

[69] noi abbiamo creduto e conosciamo che tu sei il Santo di Dio».

“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”: Vuole dire: in qualche modo tu ci hai addomesticati, ci hai affascinati o stregati, non riusciamo più a immaginare una vita senza il riferimento a te, senza il riferimento alla tua parola; le tue parole sono portatrici di vita; la proposta che tu ci fai, la riconosciamo come la vera proposta di esistenza. Signore, da chi andremo?

Allora il punto di partenza è questo: fare una professione di fede in Gesù vuol dire riconoscere che Gesù ha ragione, e ha ragione non dal punto di vista intellettuale, ma dal punto di vista della esistenza. Vuole dire: Signore, io riconosco che il tuo modo di vivere, che il Vangelo che Tu predichi è il modo vero anche per la mia vita.

È giusto che io viva così. Riconosco che questo è il senso autentico della mia esistenza.

Riconosco nello stesso tempo che forse non riuscirò mai, che ci saranno tanti limiti e insufficienze e peccati nella mia vita, ma hai ragione Tu; quando io non metto in pratica il Vangelo, ha ragione il Vangelo e ho torto io; lo riconosco: ho torto marcio. Tu hai ragione. Tu hai parole di vita eterna. Questo vuol dire il cammino della professione di fede!

Il secondo testo è nella lettera ai Filippesi, dove S. Paolo ricorda il significato dell’esperienza che lui ha fatto sulla via di Damasco (Fil 3, 4b-9):

[4b] Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui:

[5] circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge;

[6] quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.

[7] Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo.

[8] Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo

[9] e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede”.

Il significato è questo: se qualcuno ritiene di avere delle doti in cui poter porre la sua fiducia, di avere delle capacità, dei numeri, dei privilegi, io più di lui. E fa un elenco di una serie di privilegi, dal punto di vista religioso, di cui Paolo gode: alcuni li ha per nascita (ebreo, figlio di Ebrei, circonciso l’ottavo giorno, della tribù di Beniamino), altri li ha per scelta, per cui è addirittura persecutore della Chiesa ed è irreprensibile per quanto riguarda la giustizia che deriva dalla legge.

E vuole dire: si è comportato sempre onestamente, nessuno lo può rimproverare di niente nella vita. Per quanto riguarda l’obbedienza alla legge, S. Paolo non ha peccato. E questo vuole dire presentarsi con delle ottime credenziali: quando va davanti a Dio, S. Paolo può dire: “Guarda, io ho sempre messo in pratica la tua legge”. Può dire come il giovane ricco: “Tutti questi comandamenti io li ho osservati fin dalla mia giovinezza”.

Ma poi continua: “ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose”.

Che cosa vuole dire? Vuol dire che da quando Paolo ha incontrato Gesù sulla via di Damasco, ha visto la sua vita con occhi nuovi; e se prima le sue ricchezze umane e religiose erano per lui importantissime, adesso non gli interessano più. Adesso quello che gli interessa è una cosa sola: il dono di una amicizia, di un amore, di una vita, di una giustizia che vengono da Gesù Cristo.

In altri termini Paolo è passato da una concezione della vita dove l’importante era il possedere delle qualità, ad una concezione della vita dove l’importante è il dono della giustizia.

Una cosa è la vita dove io mi costruisco il mio edificio di esistenza, un’altra cosa è la vita dove Gesù Cristo mi dona l’edificio e la sicurezza della mia esistenza. Una cosa sono le mie doti, un’altra cosa sono i doni del Signore.

Ora, le doti sono certamente delle cose importanti, ma al primo posto ci sta, secondo Paolo, il dono di Gesù: l’amore, il perdono, la grazia, la giustizia che vengono liberamente e gratuitamente dal Signore.

E continua S. Paolo: “Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo”.

L’idea che S. Paolo esprime è quella di un Cristo che gli è corso dietro e lo ha raggiunto. E da quel momento lì in poi è Paolo che si mette a correre dietro a Gesù Cristo per poterlo raggiungere.

La sua vita non ha altro scopo se non andare verso di lui, raggiungere lui, Gesù Cristo, attraverso una vita di fedeltà al Vangelo: “perché sono stato raggiunto da Gesù Cristo” e mi ha, in qualche modo, sedotto, direbbe Geremia: “Tu, o Signore, mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto violenza e hai vinto”. Così diceva il Profeta.

E naturalmente per noi l’esperienza non ha quella densità che è di Geremia, forse per qualcuno, però, fondamentalmente l’esperienza è simile: se uno si mette davanti a Gesù Cristo ed è costretto nel suo cuore a dire: “Si, hai ragione tu”, quella persona lì è stata raggiunta da Gesù Cristo.

È chiaro: uno deve mettersi di fronte alla sua coscienza, non solo alla sua intelligenza; deve sapere e chiedersi dentro se vale davvero la pena vivere secondo Gesù Cristo, vivere secondo il Vangelo o se c’è qualcosa di meglio rispetto a Gesù Cristo.

Se uno arriva a dire: “Signore, tu hai ragione, tu hai parole di vita eterna; tu mi hai raggiunto, sono quindi contento di orientare la mia vita verso di te; non posso far altro che correre secondo quella regola di Vangelo che mi hai insegnato”, bene: uno fa la professione di fede.

Dicevamo: la professione di fede di Pietro viene al cap. 16 del Vangelo secondo Matteo, viene dopo un lungo cammino dove i discepoli hanno accompagnato il Signore e hanno vissuto con lui un rapporto personale di familiarità che li ha condotti a conoscerlo, a capire il suo pensiero, il suo modo di agire.

Allora, se uno vuole arrivare alla professione di fede, deve partire così: dal desiderio di stare con Gesù per conoscerlo, per capire la sua mentalità e la sua vita.

Forse ricordate quel brano famoso del cap. 1 di S. Giovanni, dove si presentano alcuni discepoli di Giovanni il Battista che sentono la proclamazione del loro maestro: passa Gesù, e Giovanni il Battista dice:

[36b] «Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo»,

[37] e i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.

[38] Gesù allora si voltò e vedendo che lo seguivano disse: «Che cercate?»,

Questa è una domanda importante (nel Vangelo di Giovanni è la prima parola che Gesù dice): si rivolge alla gente che gli va dietro, cioè a me e a voi, e dice: “Che cosa cercate, che cosa volete?”.

[38b] gli rispondono: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?

nient’altro che questo vogliamo sapere: vogliamo poter abitare insieme con te, vogliamo poter fare un’esperienza di amicizia e di intimità”.

[39] Disse loro: ‘Venite e vedrete’. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio”.

Un’esperienza che è stata decisiva per la loro vita è iniziata semplicemente così: stando vicino a Gesù. E ancora: il senso di questi esercizi è tutto in quelle parole: “Maestro, dove abiti?” e “Venite e vedrete”.

È chiaro: il Signore abita in ogni luogo, si può incontrare in mezzo alle strade, lo si può incontrare nei nostri luoghi di lavoro. Però, molte volte, in mezzo alla strade e nei luoghi di lavoro, la voce del Signore si confonde con tutte le altre voci: con le voci della politica, dell’economia, della cronaca quotidiana, le quali sono voci forti; quindi il Signore non lo sentiamo tanto, a Lui non ci pensiamo tanto.

E, allora, tre giorni a Bocca di Magra sono da questo punto di vista una meraviglia, perché in questi giorni le altre voci contano poco, dovrebbero contare pochissimo. Quindi si può ascoltare meglio il Signore per arrivare a vedere se vale davvero la pena andare dietro a lui, e se vale davvero la pena orientare la vita secondo il Vangelo, cercare di accompagnare il Signore nel suo cammino.

Allora, ecco la professione di fede intesa come professione di fede personale, di esistenza, non solo di intelligenza: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli”.

“Né la carne né il sangue” vuole dire: la natura umana, l’intelligenza umana, l’intuito umano. Se tu hai potuto fare questa professione di fede non è perché tu sei particolarmente intelligente o acuto, ma perché te lo ha rivelato il Padre mio che è nei cieli.

La professione di fede è un atto dell’uomo che nasce dalla rivelazione di Dio.

Lo dicevamo prima: per arrivare a fare una professione di fede uno può studiare, leggere, fare dei confronti, misurare; tutte queste cose ci stanno bene, ma questo è sempre e solo la periferia, è sempre e solo la premessa dell’atto di fede. Per arrivare all’atto di fede uno deve rientrare in se stesso, in quello che si chiama coscienza. È lì, nella sua coscienza, mettersi davanti a Gesù. Ed è lì, nella sua coscienza, che l’uomo sente di dovere fare una professione di fede, non di poterla fare. È in qualche modo il dovere della mia vita, perché quello è il senso vero della mia vita.

Questo non vuole dire che l’atto di fede non sia un atto libero (molte volte abbiamo questa strana idea: sappiamo che l’atto di fede è un dono di Dio, e questo è certo, perché lo dice il Signore proprio in questo brano del Vangelo che stiamo meditando, e allora pensiamo che non sia un atto libero), che ci venga senza che noi lo vogliamo o lo scegliamo.

E, invece, non è vero: l’atto di fede è un atto straordinariamente libero, un atto che uno deve porre lui, compromettendo liberamente se stesso.

L’atto di fede assomiglia all’atto con cui si sceglie una persona come la compagna della propria vita: per potersi sposare prima bisogna che due persone si conoscano, che sappiano che tipo è quella persona lì, che ne conoscano quindi abbastanza bene le doti e i limiti, le cose che piacciono o dispiacciono, per sapere che tipo di vita si potrà fare con quella persona; ci deve quindi essere un cammino di conoscenza.

Ma poi ad un certo punto uno deve fare la scelta; in questo caso la scelta deve essere certamente motivata da quello che sente. Ti scelgo perché sei tu, vuole dire: ti scelgo non perché ti ho fatto io; non sono mica io che ti ho costruito, non ho costruito io la tua esistenza. Mi sei venuta incontro come un dono, ti scelgo perché sei tu; ma nello stesso tempo ti scelgo, con un atto libero della mia esistenza; io lego la mia esistenza a te. Se posso fare questa scelta lo debbo a te, alla tua ricchezza umana, ai valori che tu porti con te: quindi sei tu che mi tiri fuori dal cuore questo impegno, questa scelta.

Ma nel momento in cui ti accolgo faccio un atto libero di impegno nei tuoi confronti.

Voglio dire: la scelta di una persona nel matrimonio è, nello stesso tempo, un dono che uno riceve e un atto libero, un impegno libero con cui uno si compromette.

Con Gesù Cristo è esattamente lo stesso!

Certamente ci sono degli elementi diversi, ma fondamentalmente è lo stesso: è il fatto che Gesù Cristo mi ha sedotto, perché ho capito che quel modo lì di vivere è quello giusto.

Ma a questo punto tocca a me dire: “Si, mio Signore, ti accolgo, sei per me il riferimento della mia vita; non la carne o il sangue, ma il Padre mio che è nei cieli”. E questo discorso, naturalmente, lo dobbiamo rinnovare tutte le volte che andiamo a celebrare l’Eucaristia la domenica e facciamo la professione di fede, ci viene richiesto di fare questa scelta.

Così come tutte le mattine in cui uno si alza rifà la scelta di vivere con quella persona, perché il matrimonio si celebre un giorno, ma bisogna rinnovarlo tutti i giorni, così è la scelta per il Signore. Si celebra nel Battesimo o nella professione di fede che si fa come adolescenti, ma poi bisogna rinnovarlo, bisogna rifarlo come scelta personale quotidiana.

E Gesù: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”.

Non so se avete mai notato la stranezza di questa parola. Gesù dice a Simone: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Pietra è roccia e vuole naturalmente indicare una realtà solida, robusta, che non si muove, che sta salda, che anche se tira il vento o ci sono inondazioni o piogge, quella non ha paura, la roccia è ferma; è il simbolo della solidità.

È quasi comico che Gesù applichi questo simbolo a Pietro, perché Pietro non è mica molto stabile, non è mica una gran roccia di per se. Pietro si rivelerà nella sua vita come una persona fragile, debole e paurosa per cui basterà che al momento del processo di Gesù ci sia una serva che lo accusa di essere uno di quelli che stanno con Gesù (che non è mica una grande accusa di per se, e poi Gesù non è ancora stato condannato, e in ogni modo loro non c’entrano), basterà questo per far andare Pietro in tilt.

Non ragiona più, non ci vede più non capisce più e incomincia a difendersi nei modi più strani: “Non lo conosco! Non l’ho mai conosciuto!”.

Pietro non è particolarmente solido, non è una realtà che venga dal suo carattere, non è un carattere fermo. Eppure: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

Ora forse voi ricordate che nell’Antico Testamento l’immagine della roccia è riferita generalmente a Dio stesso: Dio è “roccia”.

All’inizio del salmo 18, un bellissimo salmo che ha un bellissimo inizio, c’è una serie di appellativi applicati a Dio: (Sal 18, 2-3)

[2] Ti amo, Signore, mia forza,

[3] Signore mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.

Allora: “Ti amo, Signore, perché tu sei la mia vita, la mia roccia, la mia rupe”.

E ancora nel Salmo 71 viene usata questa immagine: (Sal 71, 3-4)

[3] Sii per me rupe di difesa, baluardo inaccessibile, poiché tu sei mio rifugio e mia fortezza.

[4] Mio Dio, salvami dalla mano dell’empio; dalle mani dell’iniquo e dell’oppressore.

Dicono che dietro a questa immagine ci sta un ricordo mitologico, l’immagine tipica di quella rupe originaria che sta in mezzo all’oceano e che è poi il fondamento su cui è stata impostata la terra. Quindi in mezzo alle acque che sono caotiche e che sono pericolose e instabili, c’è una roccia, una roccia solida.

Questa roccia è Dio.

Ma proprio perché la roccia è Dio, diventa ancora più strano la frase: “Tu sei roccia e su questa roccia edificherò la mia Chiesa”. Perché può dire questo?

Semplicemente per quello che abbiamo ascoltato: perché Pietro è un povero uomo, è un uomo limitato e instabile come noi, ma ha fatto una professione di fede.

E la professione di fede ha come una proprietà transitiva; vuole dire che, quando uno fa la professione di fede in qualche cosa, assume le qualità di quello in cui crede.

Voglio dire: se uno ha fede nei soldi, la sua vita diventa simile ai soldi, diventa forte dal punto di vista sociale, perché i soldi sono forti, ma diventa freddo dal punto di Vista personale, perché i soldi sono freddi, sono insensibili, sono inumani. Se uno mette la sua fede nei soldi diventa così. Se uno mette la sua fede nel potere, diventa cinico, perché il potere è cinico e allora l’uomo che crede nel potere gli assomiglia. Allora vuole dire che se uno crede in Dio prende le proprietà di Dio. Mica perché uno è particolarmente bravo, forte o intelligente, ma semplicemente perché si è aggrappato a Dio, con la professione di fede, appoggia la sua vita su di Lui e assume le proprietà e la fisionomia di Colui in cui crede, cioè Dio.

Se uno crede in Dio (e torno a dire: mica solo con le parole), ma effettivamente, con il suo cuore e la sua vita, allora assomiglierà a Dio; avrà quella misericordia e quella stabilità che è propria di Dio.

Se Dio è roccia, anche Pietro, con tutti i suoi limiti, può diventare roccia: “Tu sei pietra e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

È la prima volta che Gesù usa questa espressione, e notate come la usa: non dice: “edificherò la Chiesa”, ma dice: “edificherò la mia Chiesa”.

E si può dire che tutto il progetto di vita, che Gesù ha voluto stabilire, aveva come scopo esattamente questo: edificare una Chiesa, cioè una comunità, una assemblea, che fosse, però, la sua comunità; “sua” nel senso che riceve la sua vita da Lui.

La Chiesa vive di quell’energia che riceve da Gesù. E proprio perché riceve la vita da Gesù, vive secondo l’insegnamento, l’esempio, il Vangelo di Gesù. Quindi “la mia Chiesa” vuole dire: “una comunità che mi appartenga e mi esprima”, nella quale Gesù possa esprimere se stesso.

Vuole dire: voi siete la Chiesa di Gesù, la comunità di Gesù, perché se state insieme certamente non è per degli altri motivi, non avete degli interessi in comune. Quello che avete in comune è il riferimento a Gesù Cristo, il fatto che ciascuno di voi dice a Gesù Cristo, con maggiore o minore intensità: “Signore, hai ragione, io sono disposto a prenderti come riferimento essenziale della mia vita”.

Questo è quello che vi mette insieme: siete la comunità di Gesù Cristo. E siccome siete la comunità di Gesù, sapete che la vostra vita vi è donata dal Signore, per cui vi nutrite di Gesù Cristo nell’Eucaristia, per cui accogliete la sua parola nella meditazione, nel Vangelo, perché diventi la sorgente dei vostri comportamenti e dei vostri pensieri.

E proprio perché siete la comunità di Gesù, lo dovete esprimere.

Esprimere vuole dire che i vostri comportamenti debbono essere cristiani.

“Cristiani”: cioè che esprimono Gesù Cristo e fanno vedere Gesù Cristo; se vi guardo, da qua devo vedere com’è fatto Gesù Cristo, com’è fatto il Vangelo.

Posso studiare il Vangelo prendendo il libro, ma io posso anche studiare il Vangelo guardando voi, dovrei poter studiare il Vangelo guardando voi.

Se siete la comunità di Gesù, “la sua Chiesa”, allora lo dovete rappresentare.

Dicevamo: l’appartenenza a questa comunità dipende, naturalmente, dal rapporto con Gesù, dalla professione di fede in Gesù: questo è il fondamento della Chiesa. E questo è il fondamento che continuamente dobbiamo rimettere in piedi.

Voglio dire: lo sappiamo tutti che la parrocchia, la comunità cristiana, e costituita dai credenti; però è anche vero che, molte volte, la professione di fede in Gesù non è una professione di fede personale: nel senso che appartengo alla comunità cristiana perché vi appartenevano i miei genitori, i miei nonni e i miei bisnonni; o appartengo alla comunità cristiana perché mi sono trovato in un gruppo di amici, il gruppo dei giovani della parrocchia, con cui abbiamo potuto fare cose interessanti e valide.

Tutte queste motivazioni sono valide, per amor del cielo; dire: sono cristiano perché erano cristiani i miei genitori, è straordinariamente bello. Ma è insufficiente.

Bisogna che ad un certo punto uno possa dire:

“Io sono cristiano perché ho scelto di essere cristiano! Perché ho visto Gesù Cristo e so che ha ragione! L’ho verificato nella ‘mia’ vita, con i miei comportamenti”.

Che non vuol dire: sono perfetto e so mettere in pratica il Vangelo, ma vuol dire: Conosco abbastanza bene Gesù Cristo da potere e dovere impegnare per Lui la mia vita. Bisogna che la professione di fede diventi personale; altrimenti la comunità cristiana diventa una comunità instabile: un po’ uno viene, un po’ sta a casa; a qualche sacramento partecipa, a qualcun altro no, secondo i tempi, secondo la voglia. Non c’è una scelta, non c’è una decisione vera.

E invece il punto di partenza deve essere questo: bisogna ripartire dalla professione di fede, dal dire: “Signore, io credo in te”.

E il primo passo dei nostri Esercizi è questo.

Potrebbe anche diventare l’ultimo passo, nel senso che uno ci potrebbe arrivare con calma in questi tre giorni, e fare della professione di fede il contenuto unico degli esercizi. E sarebbe, in fondo, abbastanza.

Però, sulla professione di fede si costruisce poi una comunità: ed è quello che dovremo tentare di vedere nelle meditazioni successive, cioè quello che il Signore esprime nei capitoli 16, 17 e 18 del Vangelo secondo Matteo. Tenteremo poi pian piano di vederlo.

Ma il punto di partenza, dicevo, è questo.

“Questo” cosa vuol dire? Vuol dire che in questo tempo, che avete a disposizione per la meditazione, voi potete rileggere il Vangelo, un capitolo o due o tutti quelli che stanno prima del cap. 16, fino alla professione di fede di Pietro.

Ma poi dovete soprattutto arrivare a rinnovare voi la professione della fede. Vi dovete chiedere quanto vale effettivamente Gesù Cristo per voi, quanto dei vostri comportamenti è segnato dalla sua presenza, dal riferimento a Lui. E quanto, invece, non è segnato da Gesù Cristo, quanto va avanti per conto suo.

E vi dovete chiedere se, dentro al vostro cuore, siete convinti che Gesù Cristo ha ragione.

Torno a dire: non è una questione di studio per cui uno debba studiare prima duemila libri per arrivare a dire: le cose stanno così; è una scelta come la scelta del matrimonio. Bisogna conoscere abbastanza Gesù per poter dire: “Mi fido di Te” e per poter capire che tipo di vita Egli ha vissuto e ci presenta.

Ma una volta che uno conosce questo, e credo che fondamentalmente lo conosciate tutti, perché a Messa ci siete andati e il Vangelo lo conoscete almeno grosso modo; una volta che questa conoscenza c’è, abbiamo la possibilità di dire: “Signore, credo in Te”.

Bisogna però che lo diciamo col cuore, che diventi davvero una scelta che impegna la nostra esistenza, che ci costringe a fare certe scelte magari non straordinarie: non è che uno debba andare nei Francescani e quindi fare il voto di povertà, ma vuole dire: quello che vivo, la mia famiglia, il lavoro, lo debbo vivere da cristiano.

Questa scelta deve valere per me, per ciascuno, e solo su questa base riusciremo poi a costruire quella comunità, quella riflessione sulla comunità che ci interessava.

Aggiungo solo un elemento per la meditazione da fare.

Allora, in questi giorni noi faremo sempre riferimento alla Parola di Dio, al Vangelo; allora, prima di tutto leggetelo; qualche volta lo potreste anche copiare; copiare un brano del Vangelo sul quaderno non è un grande esercizio complicato, lo fanno in prima elementare, però è un modo per capire meglio ed interiorizzarlo.

Uno prova a riscrivere con la sua mano il Vangelo.

Poi alcune frasi o parole le dovete imparare a memoria. Anche questo non è un grande esercizio, però è un esercizio importante, perché imparare a memoria vuole dire: far scendere qualche cosa dentro al proprio cuore. E fare scendere la Parola di Dio dentro al cuore, è una condizione essenziale per gustarla meglio, per legarla meglio alla nostra vita.

Poi naturalmente provate a riprendere le riflessioni che facciamo insieme e ad approfondire l’uno e l’altro punto. Non è mica necessario che vi ricordiate tutto. Non dovete fare molte cose, dovete pensare molto su qualche cosa. È importante che la riflessione vada con calma, in profondità, non che impariate tantissime cose.

E poi, finalmente, dovete pregare.

Cioè, una volta che avete riflettuto su un brano di Vangelo, deve diventare preghiera, ed è la cosa più semplice di questo mondo, perché vuole dire semplicemente che vi rivolgete a Gesù chiamandolo per nome, che gli date del “Tu”. Quando date del “Tu” al Signore, vuol dire che pregate.

Partite dal brano di Vangelo: se il brano di Vangelo dice: “su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, io posso chiedere al Signore che renda Lui stesso la mia vita solida come una roccia, che non la renda così incerta, così mutevole come è tante volte la mia vita, per cui un po’ vado di qua e un po’ vado di là, un po’ faccio il bene e un po’ lo dimentico; ma che dia invece Lui una solidità più grande perché lo desidero. Allora glielo posso chiedere. Oppure lo posso ringraziare, perché Lui è una Roccia solida, perché so che, appoggiandomi a Lui, la mia vita riceve quella solidità e fermezza di cui ho bisogno.

Poi tutto quello che volete, legato, dicevo, al brano di Vangelo, dando al Signore del “Tu”.

Ultima cosa: il silenzio, che non è lo scopo degli esercizi, ma è certamente uno strumento, perché è nel silenzio che si ascolta e si capisce meglio; siccome di cose ne sentiamo tante nella nostra vita, non ne abbiamo bisogno di impararne delle altre in più in questi giorni.

In questi giorni vale la pena, invece, che rispetto a tante altre preoccupazioni diventiamo sordi e che riusciamo a dare ascolto per capire meglio e fare con maggiore consapevolezza la nostra professione di fede. E notate: al centro di queste giornate ci stanno le meditazioni che facciamo, ma ci sta prima di tutto l’Eucaristia, perché le meditazioni vorrebbero portarci a vivere l’Eucaristia come un incontro attuale con il Signore. Abbiamo detto della professione di fede: nell’Eucaristia faremo la professione di fede.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.