GESÙ È IL RIVELATORE DEL PADRE

Gesù parla: su di Lui si decide. L’esistenza terrena di Gesù è una manifestazio­ne progressiva, graduale del volto e del progetto del Padre. Con i gesti, con le opere che Egli compie, manifesta la Sua misteriosa identità. Tutti i gruppi sono invitati a prendere posizione: a) i parenti credono che egli sia impazzito (Mc 3,21). E troppo grande, per loro, la sorpresa; è inaudito tutto ciò che egli afferma di sé. Pensa­vano di conoscerlo perfettamente ed ora sono sconcertati. Tentano allora di catturare la sua ca­pacità di far miracoli. Gesù afferma: «Mia vera famiglia sono i discepo­li: si entra in questa comunità viva ed universale attraverso un lungo itinerario; occorre aderire al­la voce del Padre, sedersi ed accogliere la mia Parola, acquisire la sapienza di Dio!» (Me 3,20-35). b) Gli abitanti di Nazareth lo considerano anco­ra e semplicemente il «figlio del carpentiere» (Mc 6,2). Sono sorpresi della sua sapienza. Pensava­no di essere loro la sua origine; pretendevano di avergli dato tutto. In un secondo momento cercano di tenere per sé la potenza che Egli ha di operare guarigioni. Senz’altro egli risolleverà la fama di Nazareth che era uno dei villaggi più disprezzati in Israele (Gv 1,46). Gesù sa che il regno di Dio è aperto a tutti. L’o­rizzonte del Padre non si restringe certo a Naza­reth. Il problema vero non è di essere «compae­sani del messia» ma di «credere» in Lui, di acco­glierlo come rivelazione del Padre (Mc 6,1-6). e) Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, lo sorveglia. Teme che egli diventi un agitatore po­litico e gli crei qualche fastidio presso i Romani. E preso da una strana ed angosciosa impressio­ne: forse Gesù è Giovanni Battista risorto dai morti! (Mc 6,16). In Gesù, è Dio stesso che si avvicina agli uomini. Nelle sue parole e nei suoi gesti si vede l’alba del regno del Padre. Satana è pienamente indivi­duato; egli ha la netta sensazione che c’è Uno che è venuto a rovinarlo (Mc 1,24). Man mano che Gesù si rivela, si acuisce presso i gruppi ed ogni persona la domanda ineludibile: «Chi è costui in fondo in fondo?» (Mc 4,41).

Chi vede Gesù conosce il Padre. Gesù tratteggia con molta precisione la fisiono­mia del Padre. Egli è colui che parla ad ogni persona nella profondità della coscienza. Non vuole un culto di parole ma l’adesione profonda del cuore. Credere significa sentirsi gratuitamente amati da Lui; conosciuti per nome. La Parola del Padre vale ben più di ogni tradizione umana. Le nostre «spiegazioni» non possono tradire il senso di ciò che egli ha manifestato di sé nei profeti e, soprat­tutto, in Gesù. La persona si deve mettere con semplicità di fronte a lui senza mascherarsi. Mettere al centro tante «osservanze» vuoi dire complicare il rap­porto che deve essere quello filiale. Tutte le cose sono belle e positive. Dio le ha date all’uomo perché da esse tragga alimento e gioia. Non esistono cose «impure». Solo ciò che esce dalla coscienza dell’uomo può essere malvagio. Non c’è più la possibilità di distinguere una zona «profana», in cui Dio non entra, ed una zona «sa­cra» in cui Dio entra. Tutto è di Dio; tutto è stato donato a noi, perché ne viviamo e facciamo vi­vere gli altri fratelli (Mc 7). In Gesù, Dio stesso si fa vicino ad ogni uomo; varca ogni confine. Dio non distingue tra «con­nazionali» e «stranieri». Queste sono parole che non esistono nel suo vocabolario. Mediante la comunità cristiana, il Padre apre le orecchie di ogni uomo perché possa ascoltare la rivelazione cristiana; apre la bocca ad ogni creatura perché possa lodarlo. Tutti possono essere introdotti, mediante il battesimo, nel suo universo, ove tut­to è grazia (Mc 7,31-37). In Gesù, Dio è diventato pane cioè vita per i vicini e per i lontani (Mc (8,1-13). Tutti possono diventare suoi figli. I pagani non possono più es­sere considerati «cagnolini» che raccolgono le briciole alla mensa dei figli di Dio (Mc 7,24-30).

Il bilancio di Gesù a metà percorso. Siamo verso il 30 d.C. Gesù per tre anni ha percorso le strade della Ga­lilea e della Giudea. Talvolta si è fermato nella regione dei Samaritani o ha varcato i confini del­la Palestina. Ora si trova a Cesarea di Filippo. E solo con i do­dici. Fa un bilancio della sua affività. Tira le som­me. La gente — così gli riferiscono i dodici — ha capito che Egli è un uomo mandato da Dio; lo collocano a livello di Elia, Geremia, Giovanni Baffista (Mc 8,27-28). Gesù pone questa precisa domanda ai suoi: «Voi chi dite che io sia?». Risponde, a nome degli al­tri Simone: «Tu sei il Cristo!». Sembra proprio che Pietro (questo è il nome nuovo che Gesù gli dà) abbia capito tutto e sia arrivato al culmine dell’itinerario della fede. Pare un credente eppure non lo è. Il termine «mes­sia», che Simone adopera, è ancora pieno per lui di richiami militari e politici. Sta ancora sognan­do un capo che li conduca al potere, alla vittoria sui Romani. Gesù dovrà ancora a lungo spiegare le «vie di Dio» che sono assai distanti dalle attese del po­polo, dalle attese degli stessi dodici. Il cammino della fede si fa imprevedibilmente lungo. Gesù spiega che egli andrà a Gerusalem­me, ma non per ricevere un trionfo: sarà ucciso. Simone si ribella a questa idea che gli pare as­surda: il progetto di Dio non può passare attra­verso la sconfitta e la morte del Suo messia. Ge­sù è deciso a tirare dritto, lungo la strada che il Padre gli sta rivelando. Simone è per lui come pietra che gli blocca la strada (Mc 8,33). Leggendo le Scritture (per es. Is 53 ed il Salmo 21) Gesù ha conosciuto la volontà del Padre. Egli è Figlio di Dio totalmente consegnato alla storia, totalmente legato alla condizione umana. Si è rivelato progressivamente; ha scontentato tutti a tal punto che ormai sta maturando la deci­sione dei «capi dei Giudei» di eliminarlo fisica­mente. Egli è ora cosciente di ciò. Non si arren­de; non tradisce la causa del Padre, non tradisce gli uomini. Decide di prendere la strada per Ge­rusalemme. Vuole parlare sino in fondo. Lo Spi­rito del Padre è sua luce e suo coraggio. Preferisce perdere la sua vita e così salvare noi. Cerca di introdurre i discepoli in questo suo «se­greto». Parla loro ripetutamente della croce (Mc 8,21-33; 9,30-32). Attraverso quella morte vergognosa, Egli entrerà nella luce del Padre (Mc 9,2-13). D’ora in poi cambierà strategia. Si isolerà dalle folle; non ri­correrà più ai miracoli. Cercherà di far maturare la fede dei dodici. Farà loro capire che cosa significa concretamente «andare dietro a lui». Non c’è alcun potere da spartire; al contrario, si ri­schia la vita. Come Gesù, ognuno dei discepoli è chiamato a fidarsi di Dio sino in fondo e a dona­re la vita propria per i fratelli (Mc 8,30-36).

Ora avviene il giudizio di questo mondo. Gesù è la rivelazione definitiva di Dio. La sua storia sottopone a processo istituzioni e persone. Toglie la maschera e mostra la verità ad ogni uo­mo. Tutte le realtà assumono, dopo la sua croce e resurrezione, un significato nuovo: • Il matrimonio (Mc 10,1-12) è riportato al suo orizzonte genuino ed originario: il progetto del Padre. Marito e moglie sono interpreti, qua sulla terra, della fedeltà di Dio. Il Padre, in Gesù, ci mostra il suo amore tenace, ostinato. Dio, in Cri­sto, ci ama senza ripensamenti, senza condizioni. Chi si sposa «nel Signore» si mette in questo oriz­zonte della pasqua di Gesù, suprema rivelazione della indissolubile fedeltà del Padre all’umanità, sua sposa. • I beni (Mc 10,17-31) non possono più essere la nostra ragione di vita. Sono realtà di cui dispo­niamo per la nostra esistenza e per la vita dei no­stri fratelli. Dopo l’arrivo e la pasqua di Gesù, ci sarà addirittura qualcuno che venderà tutto, lo darà ai poveri, si fiderà giorno per giorno del Pa­dre; si metterà a tempo pieno a servizio del van­gelo. Per gli uomini questo è assurdo ed insensato; per chi si mette nell’orizzonte del progetto del Padre è una gioia, un grande affare. • Anche l’autorità è ridimensionata (Mc 10,35-45) alla luce della croce di Gesù (Mc 10,33-34). I «grandi della terra» spradroneggiano sugli uo­mini; dispongono arbitrariamente della vita al­trui; esercitano il potere sui deboli. Vero trono di Cristo è la croce (Mc 10,35-38). Sua massima gloria, sua realizzazione è perdere la sua vita per gli uomini. Egli non è venuto per essere servito ma per servire; il suo servizio sarà, tra poco, la croce. Lui che è il «capo», ci precede lungo questa li­nea. Lui è il «redentore» cioè il parente prossimo che paga il riscatto per la nostra libertà (Mc 10,35-45). • Gerusalemme stessa, con l’ingresso di Gesù (Mc 11,1-11) è sottoposta a giudizio. Stavolta Gesù non viene come pio Israelita per fare le sue devozioni al tempio. Entra come re messianico che dice, anche sulla «città santa», la parola defi­nitiva del Padre. Sa che lo uccideranno ma egli non si sottrae a questo. Il suo ingresso in città è l’estremo tentativo di parlare al cuore di Gerusa­lemme. Spera ancora che i Sadducei (= i sacer­doti), i capi del popolo, i maestri comprendano. Si augura ancora che sappiano riconoscere in lui la visita del Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe. Viene come re pacifico, seduto sopra un asino. Dovrà, con molta amarezza, riconoscere che Gerusalemme è come fico sterile, albero fatto oggetto di tanta tenerezza da parte del Padre che non ha portato alcun frutto (Mc 11,12; 14,20-25). Si troverà, di fatto, di fronte a vignaioli (Mc 12,1-12) che, dopo aver ucciso i profeti, vogliono eli­minare il Figlio stesso di Dio. L’ostinazione di Israele non bloccherà il progetto del Padre; avrà anzi l’effetto di manifestare l’uni­versalità del suo progetto. Gesù morirà per tuffi gli uomini, di tutti i popoli. • Gesù dice la sua parola autorevole anche sul tempio. Scacciando via i cambiavalute ed i ven­ditori, ne blocca l’intero meccanismo e funziona­mento. Attraverso il suo corpo crocefisso e risor­to, ogni essere umano potrà avere libero accesso al Padre (Mc 11,15-18). Gerusalemme ed il tempio finiranno (Mc 13). Sono delle istituzioni destinate a morire. Hanno svolto una loro funzione. Ora sono superate dal «Figlio dell’uomo» che dona la sua vita per gli es­seri umani. Lui solo resta; lui solo è eterno. La sua croce è l’avvenimento più importante della storia: persone ed avvenimenti si devono regolare su di Lui (Mc 13,14-27). Vera gloria è la sua sottomissione alla sofferenza per amore di Dio e per amore degli uomini. Nei momenti dell’oscurità e della persecuzione i credenti in Cristo non devono temere. Sono in­vitati piuttosto a riconoscere che in loro si attua la croce del Signore. Come la morte di Gesù è fonte di vita, così la sofferenza di chi spera in Lui.

Il significato del tempo presente. Nel cap. 13 l’evangelista Marco offre ai discepoli la «chiave di lettura» per sapersi orientare nei tempi difficili, di disorientamento generale. Alcu­ne cose che Gesù dice si riferiscono alla guerra giudaica del 70 d.C., conclusasi con l’assedio di Gerusalemme e l’incendio del tempio. Ma quel­lo è solo il punto di partenza. Gesù ci premunisce anche contro tutti gli «indo­vini da strapazzo» che pretendono di saper qual­cosa di preciso sulla fine del mondo: «Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li cono­sce, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre!». L’affermazione non la­scia dubbi di sorta. Gesù stesso, mentre vive nel­la condizione umana (cioè fino alla sua morte) non conosce quella data: si fida del Padre; lascia a Lui ogni decisione in merito. Di che cosa ci parla allora il cap. 13? Gesù non fa un discorso sulle realtà che verran­no alla fine; ci invita a vedere invece, sin d’ora e nel tempo presente, le realtà che ci hanno già in­trodotto nel mondo del Padre. Gesù con la sua croce e resurrezione è l’av­venimento decisivo, ultimo, in cui Dio si è pienamente rivelato e donato al mondo. Nulla ci potrà separare da lui neanche la morte. Lui è con noi e sarò con noi. Tutto il resto non ha la sua consistenza, la sua importanza. Il problema, per i cristiani, non è quello di sapere se il mondo durerà a lungo o si consumerà pre­sto. Questo interrogativo interessa di più gli scienziati. La fede non dice nulla in proposito. L’essenziale — per il vangelo — è offrire dei cri­teri per leggere in profondità il presente, per vi­verlo alla luce della pasqua di Cristo. La storia cammina verso una sua conclusione positiva. Essa è già piena della presenza del Si­gnore risorto. Il credente Deve avvertire questo e «non temere» (Mc 13,7.11). Tutta la nostra esistenza è attesa non della fine del mondo ma del ritorno glorioso del Signore Gesù (Mc 13,26). Questo è l’avvenimento che noi aspettiamo e che dà coraggio anche nelle sconfitte, nelle persecuzioni. Per questo ogni giorno c’è da vigilare, da stare pronti (Mc 13,33-37) giacché la Sua venuta è nella quotidianità. Non ama farsi precedere —come invece sostengono alcuni (Mc 13,5.21) da fatti sbalorditivi. Non ha bisogno di questo. Gesù viene in ogni fratello bisognoso (Mt 25,40).