GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Esercizi spirituali alla Congregazione Mariana
delle Case della Carità – Pietravolta

Meditazione su l’Apocalisse
(dal 3 al 8 Luglio 1995)

3 Luglio 1995

Fonte Libro edito da Golinelli Editore, novembre 1996

Mons. Luciano Monari,
Vescovo, Diocesi Piacenza-Bobbio

Capitolo Primo

Gesù Cristo Signore dell’Universo

Premessa

Cercheremo di meditare sull’Apocalisse di Giovanni. Il lavoro importante degli esercizi consiste nella lettura dell’Apocalisse, almeno di alcuni testi fondamentali. Le parole che io dico dovrebbero servire per riuscire a cogliere meglio il significato fondamentale del libro e per evidenziare alcune cose che, altrimenti, potrebbero passare inosservate; la meditazione però fatela sul libro dell’Apocalisse.

Altra cosa da tenere presente: l’Apocalisse, come sapete e come vedrete, è fatta soprattutto di immagini; contiene una teologia “robusta”, una riflessione straordinaria sul mistero di Gesù Cristo, ma questa riflessione è basata attraverso delle immagini, più che sui ragionamenti. Cercherò di darvi delle indicazioni di significato, ma se volete “gustare” l’Apocalisse dovete leggere e prendere dentro al cuore le immagini, dovete imparare a ricordarle e a gustarle.

L’Apocalisse dovrebbe darvi una specie di patrimonio di fantasia, di immaginazione che vi permetta di ritrovare la presenza del Signore e il suo mistero in persone, avvenimenti, cose, immagini: insomma, una trasfigurazione della realtà e questo è un cammino prezioso anche perché dovrebbe aiutarci a purificare l’immaginazione.

Questa purificazione è uno dei grandi campi del cammino dell’ascetica. L’unico modo per purificare tutte quelle immagini che ci portiamo dentro al cuore e che sono fondamentalmente egoistiche, è quello di sostituirle con altre che vengono dal Signore e che ci riconducono istintivamente, facilmente a Lui.

È il cammino che hanno tentato di fare i padri del deserto attraverso l’abbandono della vita delle città, del mondo, per trovarsi soli con il Signore. Essi desideravano purificare anche i sentimenti profondi istintivi che non sono peccato, perché non dipendono ancora dalla volontà, ma che bloccano il cammino dell’uomo nella fede e nella carità e che hanno quindi bisogno di essere rigenerati, purificati, cristianizzati. Questo l’Apocalisse lo può fare molto bene.

Queste dunque le due premesse. State attaccati al testo e cercate di interiorizzare le immagini e le parole che il testo vi regala.

Una liturgia per capire il mondo

«Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per render noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni. Questi attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.

Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra.

A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto.

Sì, Amen! Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.

Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese» (Ap 1, 1-17).

Questo è il testo da imparare, da leggere varie volte.

Che cosa meditiamo?

Una rivelazione.

Rivelazione è la traduzione in italiano della parola “apocalisse” ed è la traduzione letterale perché apocalisse vuol dire tirare via il velo che nasconde qualche cosa. La rivelazione vuol proprio dire questo: c’è un velo che nasconde un mistero, lo togliamo. Qual è la rivelazione che dobbiamo meditare?

Rivelazione di Gesù Cristo, di Gesù di Nazareth. È Gesù che toglie il velo, ma è Lui che sta dietro al velo: non abbiamo da imparare nient’altro che Lui. Il libro vuole rivelarci Gesù Cristo; vuole farcelo conoscere perché rimane, per molti aspetti, a noi misterioso e abbiamo bisogno di rivelazione per capirlo. La rivelazione di Gesù, la manifestazione di quello che Gesù è – dice il libro dell’Apocalisse – contiene le cose che devono presto accadere. L’Apocalisse parla del futuro, ma non pensate che parli del futuro come una cronaca anticipata degli avvenimenti, come tentano di fare in qualche modo i maghi a capodanno quando danno le previsioni per l’anno che viene; il discorso dell’Apocalisse è molto più profondo e prezioso. Quello che l’Apocalisse vuole rivelare è il significato della storia umana, il dove la storia va a parare, qual è dunque il traguardo della nostra vita.

Nella concezione greca, la storia procede fondamentalmente attraverso un processo circolare, come le stagioni: c’è la primavera, l’estate, l’autunno, poi l’inverno e si ricomincia il ciclo con la primavera. Anno dopo anno si ripetono fondamentalmente le stesse cose, per cui, nella concezione greca, la storia è un processo che ritorna su se stesso. Ma nella concezione biblica no.

Nella concezione della Bibbia la storia ha uno scopo, ha un traguardo, è un processo che va verso una fine e un compimento. Sapere qual è questo compimento vuol dire imparare qual è la strada e dove stiamo andando, vuol dire dare senso alle cose che facciamo, dare senso alla realtà che noi stiamo sopportando, vivendo, costruendo.

C’è una frase famosa nel Macbet di Shakespeare di uno che dice che la storia sembra una favola, un racconto narrato da un idiota, nel senso che nella storia ci sono tante contraddizioni e tante incoerenze e che sembra, non dire assolutamente niente: ci sono imperi che crescono, che diventano grandi, poi crollano all’improvviso; ci sono ricchezze che si ammassano poi vengono dilapidate. Ci si domanda che cosa vuol dire questo e se ha senso. Sembra, vista dall’esterno, un avvenimento raccontato da uno che non ha cognizione, che non ha un disegno preciso. Allora capire qual è questo disegno, se c’è, è prezioso; ed è questo che l’Apocalisse vuole indicare: vuole darvi una speranza, vuole insegnarvi che cosa potete sperare, che cosa dovete sperare.

«Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia».

Notate questo strano modo di esprimersi: fa dire ai commentatori che siamo nella liturgia. C’è uno che legge e c’è l’assemblea che ascolta; quando avviene questo? Nella liturgia.

«Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia».

Quindi dovreste leggere l’Apocalisse come una liturgia, nel contesto della liturgia, di una proclamazione liturgica, perché il senso della storia è lì.

Se volete sapere che cosa succede veramente nel mondo, naturalmente dovete leggere i giornali o accendere la televisione, ma si capisce poco da queste fonti. Se volete capire davvero cosa succede nel mondo dovete partecipare a una liturgia, perché il senso della storia è quello; dove la Parola di Dio viene annunciata e dove l’amore di Dio viene proclamato. Questo è il contenuto della storia: la liturgia.

Tutta l’Apocalisse è una grande liturgia che viene messa davanti ai nostri occhi, nella quale ci dobbiamo lasciare come immergere, trascinare. È vero che dal punto di vista economico è più importante quello che succede alla borsa di Milano di quello che succede nella chiesa di Pietravolta, ma dal punto di vista della rivelazione, quello che succede nella chiesa di Pietravolta quando viene celebrata l’Eucaristia, è il senso stesso del mondo, è la rivelazione vera di Gesù Cristo, è la rivelazione vera della nostra esistenza.

Un saluto “trinitario”

Fatto questo prologo, Giovanni continua la sua lettera:

«Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra»,

quindi è una lettera che inizia.

La formula delle epistole era questa: «Cicerone ad Attico, salute…».

Ci sono in più delle cose preziose nel saluto: «Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace».

Le sette chiese che vengono nominate sono dell’Asia, della provincia d’Asia, della Turchia (la Turchia Occidentale), ma in realtà le sette chiese rappresentano tutta la Chiesa. Sette è il numero della perfezione, quindi le sette chiese sono la Chiesa universale: ci siamo dentro anche noi. Dobbiamo ritenerla come una parola rivelata a noi, parola che ci dona la grazia e la pace.

La grazia è il dono gratuito di Dio, è il saluto tipicamente greco.

La pace è l’abbondanza delle benedizioni di Dio, saluto tipicamente ebraico.

Questo saluto quindi mette insieme l’ottica greca con quella ebraica, come fa normalmente anche san Paolo.

Ma notate: grazia e pace da chi? Si potrebbe dire dal Dio Trinità. Invece di dire Trinità, l’Apocalisse dice: «da Colui che è, che era e che viene», questo è il Padre; «dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono», questo è lo Spirito Santo; «da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra» e questo è la seconda persona della Santissima Trinità.

C’è la Trinità; è Dio uno e trino quello da cui viene questo saluto, questo dono di pace e di grazia.

Ritroviamo quindi una struttura trinitaria che per noi è fondamentale: la vita cristiana nasce dalla Trinità, dalla rivelazione del Padre, attraverso il Cristo, nello Spirito Santo.

Notate come vengono presentate le tre persone della Trinità:

  1. Il Padre,Colui che è, che era e che viene, riassume il tempo, è il Signore del tempo. Il passato, il presente, il futuro sono pieni di Lui, della sua presenza. È – dicono i commentatori – la spiegazione di quel nome di Dio che era stato insegnato a Mosè nel libro dell’Esodo (cfr. Es 3, 14); quando Mosè chiedeva «Dimmi come ti chiami, perché andando dagli israeliti io possa dire chi mi ha mandato», la risposta fu: «Io sono colui che sono!».

Questa espressione in ebraico è misteriosa, perché può indicare anche “io ero” o addirittura “io sarò”, quindi può indicare tutte le dimensioni del tempo, e il libro dell’Apocalisse le spiega. Dio è colui che è, che era e uno direbbe che sarà, e invece dice che viene, perché vuol dire che la nostra esperienza, che il nostro futuro si misurano dall’incontro con Lui. Dio è colui che viene per giudicare e per salvare, per purificare e rinnovare, è quello che fa nuove tutte le cose; per noi vivere vuol dire attendere colui che viene. Quindi non è colui che è distante, lontano, che non ci raggiunge mai e che non riusciamo a raggiungere, ma è colui che viene, che incontra concretamente la nostra vita.

  1. Lo Spirito è presentato comei sette spiriti che stanno davanti al trono, al Suo trono. Anche qui sette è naturalmente il numero della perfezione. I sette spiriti indicano la straordinaria abbondanza dello Spirito che è propria della divinità. Dio è vita, Dio è amore ma non solo, è vita sovrabbondante, è vita senza limiti. Lo Spirito rappresenta proprio questa vitalità stupenda e creativa che è propria di Dio.

La definizione i sette spiriti probabilmente viene da Isaia, al capitolo 11, dove si parla dello spirito di fortezza, di conoscenza… ma l’idea è proprio quella della sovrabbondanza.

  1. Infine Gesù Cristo. Chi è Gesù Cristo?

Prima è il testimone fedele perché è stato fedele fino alla morte, rendendo testimonianza all’amore di Dio Padre senza tirarsi indietro di fronte a nessun ostacolo, e gli ha reso testimonianza con il dono della sua vita.

Testimone è naturalmente la traduzione in italiano del termine “martius” martire, non nel senso acquisito nella letteratura cristiana, ma con il significato che Gesù Cristo è il martire, è il modello del martire, è quello che ha testimoniato non solo con la parola ma con il sangue: per questo è martire, testimone fedele.

Poi Gesù è il primogenito dei morti, quindi ha testimoniato fino alla passione e alla morte, ma ha superato la morte come il primogenito dei risorti. Quindi non solo morte ma risurrezione; non solo risurrezione, ma aggiunge il principe dei re della terra. Vuole dire che possiede una sovranità effettiva sul mondo e su tutti i poteri del mondo.

Ricordate il testo di Matteo «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28, 18b), è il Cristo risorto che ha questo potere e Giovanni dice la stessa cosa, ma con questa immagine: «il principe dei re della terra».

Se volete tentare di fare una gerarchia dei grandi del mondo potete anche farla, ma l’unico, vero principe e capo è Lui, il Cristo risorto.

Vedete come procede Giovanni? Potrebbe dire «Saluti da Gesù Cristo che è morto, risorto e glorioso alla destra del Padre». Invece dice che è il testimone fedele nella morte, è il primogenito dei morti nella risurrezione, è il principe dei re della terra nella sua ascensione al cielo.

Quindi questo è un modo di dire le cose fondamentali della teologia attraverso immagini, attraverso espressioni che, torno a dire, dobbiamo fare nostre.

Espressioni come “testimone fedele” le dobbiamo portare dentro al cuore, le dobbiamo fare diventare memoria perché ci aiutino a vivere, perché ci aiutino a diventare testimoni fedeli nel momento della prova, della difficoltà.

Dio ci ama «adesso» in Gesù Cristo

Poi san Giovanni ha una ricchezza di espressioni che sono sorprendenti e continua:

«A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen».

Qualcuno ha notato che l’espressione di Giovanni “a colui che ci ama” è l’unica in tutto il nuovo testamento.

San Paolo dice, alcune volte, che Cristo ci ha amati e ha donato se stesso per noi, ma usa il passato; fa riferimento alla croce di Gesù, alla sua passione: camminando verso la croce, accettando il cammino della croce, Cristo ci ha amati e ha donato se stesso per noi.

San Giovanni aggiunge qualcos’altro: a colui che ci ama, adesso. La nostra vita è esperienza di un amore attuale del Signore, essere amati attualmente, concretamente da Lui. E questo è in fondo l’essenziale.

Se uno vuole capire l’Apocalisse, deve capire che Gesù Cristo è un vivente e che la nostra esistenza, l’esistenza della Chiesa, è l’incontro con il suo amore attuale, con colui che ci ama.

Il fatto che ci ama è garantito dall’esperienza del passato, perché – aggiunge – ci ha liberati dai nostri peccati con il sangue; e questo è la redenzione, questa è un’opera del passato che sta però alla base della esperienza attuale dell’amore del Signore, «che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre».

Il sacerdozio del cristiano

L’Apocalisse è certamente il libro dove la regalità del cristiano e il suo sacerdozio vengono presentati nel modo più pieno. Voi siete sacerdoti di Dio. Naturalmente c’è un sacerdozio ministeriale che spetta ai preti e solo a loro a motivo dell’ordinazione, ma c’è un sacerdozio regale che spetta a tutti i cristiani e che consiste nel diritto e nel dovere di offrire a Dio la propria vita.

Come ha fatto Gesù Cristo a fare il sacerdote? Offrendo a Dio la propria vita.

Questo lo potete e lo dovete fare anche voi. Avete accesso a Dio, non siete costretti a stare fuori dal santuario come gli ebrei che dovevano fermarsi prima del santo e del santo dei santi. No! Voi potete entrare nel santo dei santi e potete entrare con un sacrificio da offrire, con un sangue da porre davanti al propiziatorio, alla presenza di Dio.

Ma quello che potete offrire, quello che dovete offrire è la vostra vita. Questo è il sacerdozio regale, la dignità del cristiano: il potere di trasformare in offerta gradita a Dio tutto quello che tocca (le azioni, il lavoro, i rapporti umani e il tempo libero) e tutta la sua vita (i pensieri, i sentimenti, le scelte). Gesù Cristo ha fatto di noi questo.

«A lui (per questo motivo), la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen! Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!».

Ecco ancora una serie di immagini: l’Alfa e l’Omega cioè la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto (la A e la Z) quelle che riassumono tutto, contengono tutto.

Dio contiene tutto il mistero della realtà in sé, ne è Signore e padrone; contiene il tempo. Colui che è, che era e che viene, è l’Onnipotente, il pantocratore: è l’immagine di Dio come sovrano del mondo, il vero sovrano sul mondo: non ce ne sono altri.

In mezzo alle difficoltà della vita, di fronte a tutti i poteri del mondo che si presentano come invincibili, i cristiani di tutti i tempi, costretti a scegliere tra questi e Dio, sanno su chi possono e debbono fondare la loro fede e la loro sicurezza. Dio è Dio ed è l’unico Signore. Dio ci ama nel suo Figlio, ci ha salvati, attraverso il suo Spirito, possiamo fare risalire a Dio l’adorazione del mondo che è creato per Lui.

L’Apocalisse vuole ottenere che il mondo non ci faccia paura, e non ci seduca; non ci seducano il denaro, il piacere, il successo, la carriera o niente di tutto questo; vuole ottenere che la nostra vita sia immune da ogni forma di idolatria.

Può essere immune la nostra vita da ogni forma di idolatria? Solo se riconosce in Dio l’unico sovrano, solo si parte dall’adorazione di Dio come Dio: Lui solo è Dio e a Lui solo spetta la nostra adorazione. Questo è il motivo per cui la liturgia è ancora così importante: perché quando ci inginocchiamo davanti a Dio troviamo la forza di non inginocchiarci davanti a nessun potere umano e mondano. Se non lo facciamo i poteri mondani ci fanno paura, non riusciamo a mantenere la nostra libertà. Il fondamento della nostra libertà sta nel fatto che ci mettiamo in ginocchio davanti a Dio.

In ascolto di Gesù che ci parla

Dopo questo troviamo nel testo la visione inaugurale:

«Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù».

Giovanni doveva essere in confino a Patos a motivo della Parola di Dio, probabilmente perché era stato fedele a questa Parola e quindi era stato mandato in esilio. Anche se non è chiarissimo, le cause erano evidentemente quelle: la Parola di Dio e la testimonianza resa a Gesù.

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione. Notate che Giovanni si presenta non tanto come uno al di sopra di noi, ma come uno di noi, come fratello che condivide: c’è una fraternità che unisce i credenti, che sta prima di ogni differenza e di ogni dignità.

Siamo nel giorno del Signore, nel giorno della liturgia, la domenica, e il veggente viene rapito in estasi e sente dietro di sé una voce potente, come di tromba che parla.

Notate questo elemento: Giovanni fa una esperienza estatica e, in estasi, vedrà molte cose, ma prima di vedere sente, ascolta. Può sembrare una cosa da poco ma, in realtà, gli studiosi dicono che questo è caratteristico e proprio dell’esperienza biblica.

Nella concezione biblica il rapporto con Dio è un vedere e un ascoltare, ma prima di tutto un ascoltare. È più importante l’ascoltare che il vedere, perché nell’ascolto si fa un’esperienza interpersonale: si ha davanti una persona che chiama per nome, che si rivela, che parla di sé. Vedere può anche significare percepire delle cose o delle immagini; ascoltare è sempre prestare attenzione a qualcuno che parla, a una voce che dice, e questo per noi è prezioso.

La vita di fede è un rapporto personale con Dio, con un Dio personale; non solo con un Dio che è forza, che è sapienza… ma con un Dio che è persona, che è soggetto libero di dialogo, comunicazione di amore.

Allora Giovanni sente anzitutto una voce che gli parla e deve ascoltare questa voce; vedrà anche delle cose, e racconterà quello che vede, ma a partire da questa esperienza.

Qualcuno nota che, stranamente, Giovanni sente questa voce dietro di sé e non davanti.

Don Divo Barsotti dice che questa è una delle intuizioni più misteriose e più grandi di Giovanni. Che cosa vuol dire dietro di sé?

Vuol dire che quello che Giovanni incontra c’era già prima, non lo deve andare a cercare chissà dove, deve voltarsi indietro per vederlo, per ascoltarlo. Significa: Gesù Cristo non lo dovete andare a cercare da qualche parte; sta alle vostre spalle, sta all’origine della vostra vita, vi dovete voltare per trovarlo, per vederlo. Non è un Gesù che può apparire chissà dove: è già venuto, è apparso, si è già manifestato, voltatevi! E tutte le volte che voi leggete il Vangelo vi voltate verso di Lui, e tutte le volte che fate l’Eucaristia vi tornate a voltare verso di Lui; vi voltate indietro dove Lui ha parlato, ha operato e vi incontra.

L’Apocalisse non dice niente di nuovo, dice solo che quel Gesù Cristo che è venuto prima di noi, sta alle nostre spalle. È venuto 2000 anni fa ed è lo stesso. È Lui che adesso è vivo e che ci ama, è Lui che viene rivelato nell’Apocalisse. Ci dobbiamo voltare per vederlo, per ascoltarlo, per incontrarlo.

«Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa».

Se si guarda la cartina si potrebbe fare una specie di visita pastorale; partendo da Efeso, che era la capitale della provincia di Asia, andando verso nord si raggiunge Smirne, Pergamo, poi voltando verso oriente, Tiàtira, poi scendendo verso sud Sardi, Filadelfia, Laodicea: c’è proprio un percorso reale. Probabilmente è il tragitto di una qualche visita pastorale che l’autore ha compiuto.

Sono sette chiese di questa provincia ma – come dicevo – rappresentano tutta la Chiesa, si riferiscono a tutte le diverse esperienze di comunità cristiane.

La Chiesa terrena e la Chiesa celeste

«Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve».

Questi sette candelabri d’oro – dice san Giovanni pochi versetti dopo – sono le sette Chiese che abbiamo citato prima, che riempiono l’Asia minore. Dovete immaginare queste sette Chiese e Gesù Cristo che ci cammina in mezzo.

La Chiesa dovete sempre vederla così, come Chiesa terrena concreta: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiàtira, poi Reggio Emilia e… Piacenza! Sono le Chiese concrete che camminano nella storia; in realtà dovete sempre vedere il Signore che cammina in mezzo a loro: è in mezzo alle sette Chiese come riferimento di queste Chiese.

Gesù Cristo viene descritto da Daniele, al capitolo 7, come un figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro

L’abito lungo fino ai piedi significa che ha la dignità sacerdotale, questa è la tunica del sacerdote; la fascia d’oro al petto è segno che è anche re: è il simbolo di dignità, di grandezza regale.

I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Anche questa è una citazione dal libro di Daniele, quando viene descritto l’antico di giorni, per definire l’eternità di Dio, che ha un’età venerabile, ma rimane ancora vivo e potente. L’antico di giorni ha i capelli del capo candidi come neve; così anche Gesù Cristo, è il Cristo eterno, il Signore del tempo.

Poi, continua, «aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco». Gli occhi sono il simbolo della conoscenza, di quella conoscenza di Cristo che penetra nel profondo delle cose e delle persone.

Ricordate il Salmo 139: «O Dio, tu mi scruti e mi conosci…» (Sal 139, 1), ci comunica l’idea che non si sfugge allo sguardo di Dio che ci radiografa e che mette in luce tutto quello che noi siamo. Gesù Cristo è così: i suoi occhi sono fiammeggianti come fuoco. Se state davanti a Lui, vi guarda e il suo sguardo vi brucia, ma vi purifica. Lo sguardo del Signore è scomodo per tanti aspetti, non c’è dubbio, perché mette in luce tutto quello che in noi c’è di falso e di egoista, ma è anche uno sguardo che pulisce, che brucia.

«I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo». Questa citazione dal libro del profeta Ezechiele dà l’idea della solidità, della fermezza, della signoria ferma.

«La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza».

Abbiamo detto prima che il figlio dell’uomo cammina in mezzo ai sette candelabri che rappresentano le Chiese; ora il figlio dell’uomo ha nella destra sette stelle e queste, viene detto un poco dopo, sono gli angeli delle sette Chiese. Probabilmente gli angeli simboleggiano la personificazione delle Chiese collocate davanti a Dio.

Le Chiese sono terrene: Reggio, Parma, Piacenza… ma le Chiese sono anche celesti. La Chiesa di Reggio è sulla terra, ma è anche davanti a Dio; è al suo cospetto come Chiesa del Signore. Così è per tutte le altre.

Queste stelle dovrebbero rappresentare quest’altra dimensione della Chiesa: la Chiesa è terrena ma è anche celeste; è quella Chiesa nella storia in mezzo a cui cammina il Signore, ma è anche la Chiesa celeste che il Signore tiene nelle sue mani e che presenta al Padre. Dalla bocca di Gesù Cristo, dal figlio dell’uomo, esce una spada affilata a doppio taglio; non è difficile da capire che questa spada è la Parola di Dio, è la parola di Gesù Cristo che è affilata come una lama a doppio taglio. La lettera agli Ebrei spiega che la Parola di Dio è capace di entrare nei recessi del cuore umano ed è capace di distinguere i sentimenti: quelli che sono di orgoglio e quelli che sono d’amore, di umiltà; quelli che sono di servizio e quelli che sono di affermazione di sé e che, a volte, noi tendiamo a mescolare, facendo passare per giustizia quello che invece è affermazione di noi stessi.

La Parola di Dio, questa spada affilata a doppio taglio, sa distinguere bene, ci permette di verificare quello che abbiamo davvero nel cuore, di verificare i nostri sentimenti, di vederli per quello che sono con sincerità e con chiarezza.

«Il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto». Questo è tradizionale: era capitato così ad Ezechiele, era capitato così ai discepoli nel momento della trasfigurazione, davanti alla gloria del Signore.

«Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere!». Anche questo “non temere” è tradizionale, ma il gesto invece è proprio di Giovanni. È un gesto di premura, di delicatezza infinita, che il Signore usa nei confronti di Giovanni. Gli mette la mano sul capo per dargli coraggio, per fargli comprendere che la visione che ha non è una visione che lo distruggerà, non è per la sua distruzione, come può a volte pensare l’uomo di fronte alla rivelazione di Dio.

Tante volte facciamo fatica ad accettare Dio nella nostra vita perché abbiamo paura di quello che in fondo è naturale, che la sua presenza sia distruzione della nostra vita, che ci chiede chissà che cosa e che quindi, diventi per noi motivo di disorientamento.

«Ma egli, posando su di me la destra», Giovanni quindi si sente protetto da quella mano del Signore sul suo capo.

«Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente». È interessante l’espressione “il Vivente”. Gesù appare così non come l’uomo del passato, ma come colui che oggi è presente nella nostra vita.

«Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi». La vita che Gesù possiede è una vita che si è confrontata con la morte; non è la vita come la nostra. Anche io vivo, ma vivo sotto l’ipoteca della morte; per me vivere vuol dire vivere per la morte: la vita dell’uomo è strutturalmente così. Quella di cui stiamo parlando no. È una vita che si è confrontata con la morte, l’ha conosciuta, ne ha sentito il sapore e l’amarezza, ma l’ha vinta. «Io ero morto, ma ora vivo per sempre».

Per quanto riguarda la morte, Cristo è morto una volta per tutte, ma vive per sempre; è il vincitore della morte: «Perché‚ cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24, 5b). È il vivente, ha il potere sopra la morte e sopra gli inferi.

«Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese».

Uno studioso, nel commentare questo testo, dice: «Nel capitolo 9 il Figlio dell’uomo ha nella mano i sette spiriti, qui ha nella sua mano le sette stelle, che sono le Chiese».

Ne viene fuori questa teologia propria di Giovanni: Gesù Cristo cammina in mezzo alla Chiesa, anzi Gesù Cristo tiene la Chiesa nella sua mano; la Chiesa celeste è nella mano del Signore.

Ma Gesù Cristo ha nella sua mano anche lo Spirito di Dio e comunica lo Spirito alla Chiesa. È da Lui che viene alla Chiesa il dono dello Spirito e, per la Chiesa, vivere vuol dire camminare sulla terra, essere presente nello stesso tempo davanti a Dio e vivere della forza dello Spirito. La chiesa opera sempre così.

*** ***

Detto questo, il capitolo dell’Apocalisse dovrebbe aiutarci a impostare gli esercizi perché tratta di una lettera che Giovanni scrive alle sette Chiese, a noi.

Gli esercizi intendeteli così: una lettera che Giovanni ci scrive, ma una lettera nella quale Giovanni ci presenta la rivelazione di Gesù Cristo, cioè la conoscenza di Gesù Cristo come senso della storia e quindi senso della nostra vita.

Per noi, fare gli esercizi, vuol dire metterci, attraverso la lettera di Giovanni, alla presenza di questo Gesù Cristo che ci ama oggi, che ci ha liberati dai nostri peccati, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti, che tiene nelle sue mani la nostra vita, che cammina in mezzo a noi, che è ricco della vita stessa di Dio, che ha conosciuto la nostra stessa debolezza, fragilità e morte, ma che, come un vivente, sta davanti a noi per darci sicurezza.

Per noi si tratta di tornare a Lui, di voltarci per ascoltarlo e per vederlo, per capire quello che ha da dirci sulla nostra vita e sulla nostra storia, per capire da Lui come si fa a comprendere gli avvenimenti che accadono intorno a noi, non dal punto di vista politico, o economico, ma dal punto di vista del piano di Dio, del progetto di Dio.

Gli esercizi dovrebbero portarci fondamentalmente a questo. L’essenziale è mettersi davanti all’Apocalisse, davanti a Gesù Cristo, al Vivente, a Colui che ci ama.

Gli esercizi siano un dialogo personale con Lui.

* Documento rilevato dal registratore, e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

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