FEDE E AMORE: L’ESISTENZA CRISTIANA SECONDO SAN GIOVANNI

U.C.I.I.M.
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi
Sezione di Reggio Emilia (Via Prevostura 4)

Fede e Amore: l’esistenza cristiana secondo S. Giovanni

1991

Documento rilevato dalla registrazione ma non rivisto dall’autore.

  1. Giovanni, presentando negli ultimi versetti del cap. 20°, lo scopo del suo lavoro, dice di aver fatto una scelta fra tutti i segni che Gesù ha compiuto e di avere scritto alcuni di questi segni:

«perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 31).

Perciò lo scopo di tutta l’opera di S. Giovanni è la fede dei lettori, perché attraverso la fede possano raggiungere la vita. E per vita si intende la partecipazione alla vita di Dio e a quella gioia e pienezza di amore che sono legate con la vita di Dio.

È significativo che anche nella sua prima lettera S. Giovanni esprima una intenzione del medesimo tipo:

«[13]Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio» (1 Gv 5, 13).

Sia il Vangelo, dunque, sia la prima lettera di S. Giovanni sono scritti per alimentare la fede, quale via necessaria per raggiungere la vita.

Nel capitolo 17 del Vangelo, nel contesto della grande festa delle Capanne, una delle feste più importanti del calendario ebraico, S. Giovanni riporta una solenne proclamazione di Gesù:

«[37]Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. [39]Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato» Gv. 7, 37-39).

Per S. Giovanni la glorificazione di Gesù, cioè la sua morte e risurrezione, produce un effetto fondamentale: il dono dello Spirito. E’ una morte feconda quella di Gesù perché riempie il mondo con la presenza dello Spirito. Ma per accogliere lo Spirito occorre la fede: «Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me».

Il Cristo crocifisso è una sorgente di vita; dal suo costato escono sangue e acqua. Ma a questa ricchezza di vita, che scaturisce dalla morte del Signore, si può attingere unicamente con la fede: «[39]Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui».

E il Vangelo di S. Giovanni terminava al capitolo 20, 29 con la beatitudine della fede:

«beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

In S. Giovanni il tema della fede è dunque essenziale. Quando, dopo la moltiplicazione dei pani, i Giudei vanno da Gesù e gli chiedono:

«che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?» (Gv 6, 28).

Gesù risponde che c’è un’unica opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato.

Nella fede quindi si gioca il senso della vita umana e l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio.

Detto questo come promessa, può essere strano il fatto che S. Giovanni in realtà non usi quasi mai il termine “fede”. Lo usa una volta sola nella prima Lettera.

«[4]Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5, 4).

In tutti gli altri casi S. Giovanni non usa il sostantivo, ma il verbo credere. Lo si trova 96 volte nel Vangelo e 9 volte nella prima Lettera. È un’osservazione di tipo statistico, però dice che a S. Giovanni non interessa tanto il concetto di fede quanto il dinamismo del credere. La fede per S. Giovanni è fondamentalmente un modo di vivere, una attività che l’uomo deve continuamente arricchire e approfondire.

Infatti, S. Giovanni probabilmente ha scritto il Vangelo non per fare arrivare alla fede quelli che non credono, ma per far giungere a una fede matura quelli che hanno una fede ancora iniziale.

Il Verbo “credere” è poi usato in S. Giovanni con alcune diverse costruzioni che sono significative:

  • La prima fondamentale è quella con il dativo: “credere a Gesù”, “credere al Padre”, credere ai profeti”, “credere alla Scrittura”, “credere a Mosè”, “credere alle opere”, ecc. e tutte queste espressioni sottolineano l’aspetto fiduciale della fede. Credere a Gesù vuole dire che si ha fiducia in Lui, che si giudica Gesù come degno di essere creduto. Naturalmente il tema della fiducia sta veramente nel cuore dell’atto della fede che non è un atto puramente intellettuale, ma è un rapporto interpersonale, una scelta con cui si riconosce qualcuno a cui si può affidare la propria esistenza.

  • C’è poi il “credere che”, “credere che Gesù è il Santo di Dio”.

«Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il sorso di Dio» (Gv 6, 68-69)

I due verbi “creduto” e “conosciuto” sono abbastanza vicini nei vocabolario di S. Giovanni.

“credere che Gesù è il Cristo”, “credere che è il Figlio di Dio”, “credere che è il mandato dal Padre”, ecc.

Tutte queste espressioni indicano l’aspetto di scoperta.

Si incontra l’uomo Gesù di Nazaret, ma nell’atto di fede si scopre in quell’uomo la gloria di Dio, la bellezza di Dio, la presenza salvatrice di Dio. Ricordavamo prima che la fede è certamente fiducia ma essa ha anche un contenuto esprimibile. Non è uri fideismo vago, un vago abbandonarsi a qualche cosa difficile da comprendere e da definire; ma è un affidarsi consapevole a qualcuno che si conosce. Per questo “credere” e “conoscere” sono due atteggiamenti legati l’uno all’altro. Attraverso la fede l’uomo arriva a una vera conoscenza di Dio attraverso Gesù Cristo, anche se la nostra conoscenza rimane infinitamente al di sotto di quella che è la ricchezza di Dio, pur non essendo una conoscenza vaga o falsa, ma vera e con un preciso contenuto di fede.

La terza espressione che S. Giovanni usa è “credere in”, che viene usata 36 volte. È forse l’uso più tipico del Vangelo di S. Giovanni. Essa non significa solo che si ritiene vero quello che il Signore dichiara, ma che implica un movimento di adesione personale a Lui, un dono di sé.

La fiducia porta a interpretare e a vivere un vero itinerario di affidamento costante e progressivo a Lui. Insieme a queste espressioni troviamo quella più rara, ma dello stesso genere: “credere nel nome di Gesù”, che vuol dire aderire a Lui accettando pienamente quello che il suo nome esprime (il nome è l’identità, è il volto di un persona, sono i lineamenti che la definiscono).

A tutto ciò che abbiamo detto aggiungiamo il fatto che il verbo “credere” in S. Giovanni viene usato con alcuni paralleli. Il parallelismo, in uso nel modo di esprimersi ebraico e biblico, consiste nel dire la stessa cosa con due espressioni un po’ diverse tra loro, ma che esprimono un’unica affermazione globale.

Perciò “credere” è come dire “venire a Gesù”, “accogliere Gesù”, “seguire Gesù”.

«[35]Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6, 35).

Evidentemente “fame” e “sete” sono in parallelo e complementari, come lo sono “chi viene a me” e “chi crede in me”.

L’espressione “chi viene a me” dice che l’atto di fede non è un quieto possesso, ma è un cammino progressivo, è un rapporto che deve maturare e approfondirsi, un rapporto di accoglienza nei confronti di Gesù e di accoglienza legata con l’amore.

L’atto di fede non è esattamente lo stesso che l’atto di amore ma è ad esso strettamente collegato, perché la fiducia in qualcuno non è possibile senza un atteggiamento di amore nei suoi confronti.

San Giovanni riprende:

«[43]Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. [44]E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5, 43-44).

Credere in Gesù significa dunque riceverlo, accoglierlo e anche seguirlo. Possiamo ora tentare di fennarci su alcuni testi più significativi, il primo dei quali è il dialogo fra Gesù e Nicodemo che contiene:

  • La proclamazione di una vita nuova e di una nuova nascita che viene offerta all’uomo;

  • L’invito a credere in Gesù come colui che è disceso dal cielo. È in questo credere sta la nuova nascita, la nuova vita.

Il capitolo si porrebbe leggere nella prospettiva di:

  • una “pars destruens” in cui Gesù sembra distruggere le sicurezze con cui Nicodemo si è avvicinato a Lui;

  • una “pars costruens” in cui il Signore conduce Nicodemo a una pienezza di conoscenza e di vita.

Nicodemo si accosta a Gesù con una sua ricchezza. Di fatto il dialogo comincia così:

«[2]Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui» (Gv 3, 2).

Nicodemo comincia dunque col verbo “sappiamo”.

Se si legge oltre, al versetto 10, si trovano queste parole di Gesù a Nicodemo:

«Tu sei Maestro in Israele e non sai queste cose?».

Gesù ha sgretolato la conoscenza di Nicodemo che si era avvicinato a Gesù nella convinzione di avere una sua scienza, frutto dello studio, delta tradizione, della educazione ricevuta… Il Nicodemo che va da Gesù è infatti una persona che ha alle spalle una notevole esperienza religiosa e di vita. È un maestro, uno che conosce le Scritture, quindi si presenta con una sua sicurezza.

Dall’incontro con Gesù emerge la rivelazione che quella scienza in realtà non esiste. Nicodemo non sa e deve riconoscere di non sapere.

Per due volte Gesù fa una affermazione:

«se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3, 3).

«se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5).

Presenta perciò una condizione assoluta per l’ingresso nel Regno di Dio. La condizione è una nuova nascita, ma l’uomo non se la può procurare. Infatti il nascere è esperienza radicalmente ricevuta perché si nasce per la volontà di un altro e non per una propria scelta.

Il dare a se stesso la vita è evidentemente una contraddizione in termini e proprio per questo Gesù prende l’immagine del nascere. Quella vita della quale parla il Vangelo di S. Giovanni e che è lo scopo del Vangelo stesso, viene presentata anzitutto come una nascita, quindi come qualche cosa che l’uomo non si può procurare da sé, ma che può solo ricevere, in un atteggiamento di disponibilità. Perciò tutta quella ricchezza con cui Nicodemo pensa di potersi presentare davanti a Gesù, viene riconosciuta inutile. Ciò non significa che tutti i valori umani sono inutili davanti ai Regno di Dio, ma che il Regno di Dio non è un valore creato dall’uomo, ma da Dio, e l’uomo può solo accoglierlo come un dono.

In altri termini si può dire che la struttura propria della vita biologica dell’uomo vale anche per la vita spirituale. Ci si trova con l’esistenza biologica senza averlo voluto, ma per la volontà dei genitori. La stessa cosa succede per la vita dello Spirito: l’uomo se la ritrova come un dono.

E come nella vita biologica ognuno può costruire tutto un edificio secondo i suoi progetti, ma a partire da ciò che ha ricevuto, così nella vita spirituale ognuno è chiamato a costruire tutto il suo progetto di vita, ma sulla base di un dono non meritato bensì accolto nell’atto della fede.

E l’atto di fede consiste nell’accogliere l’atto gratuito di Dio che vuole la vita nel senso più pieno.

Gesù spiega tutto questo con una serie di affermazioni significative:

«[6]Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito» (Gv 3, 6).

C’è quindi una contrapposizione irriducibile tra carne e spirito, cioè tra l’uomo e Dio. Per “carne” non si intende infatti la parte materiale dell’uomo, ma l’uomo in tutta la sua realtà, come debole, come “non Dio”.

Allora tutto ciò che è semplicemente umano e mondano, intelligenza e buona volontà, desiderio e sforzo, tutto questo, per quanto grande sia, è qualitativamente diverso dalla realtà divina, dallo Spirito. L’uomo non può trasformarsi e spiritualizzarsi così tanto da diventare spirito. Egli rimane radicalmente “carne”.

Si tratta invece di accogliere il dono di una “nascita” con docilità e con riconoscenza:

«[8]Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3, 8).

In greco, come in ebraico, il termine “vento” e il termine “spirito” sono identici: c’è un’unica parola che esprime l’uno e l’altro.

Si comprende quindi come Gesù usi la parola “vento” per indicare non tanto la libertà dello spirito che va dove vuole, ma piuttosto per dire che lo Spirito è misterioso (e “misterioso” vuole dire che c’è, che ne vedi gli effetti, ma che non ne conosci né l’origine né la destinazione).

Così l’uomo che nasce dallo Spirito c’è, lo vedi e ne vedi anche gli effetti (perché lo spirito produce degli effetti concreti nella vita dell’uomo come amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà… cfr. Gal 5, 22) ma non sai da dove vengono. Non possono semplicemente venire dal carattere o dall’educazione, come Gesù non viene soltanto da Nazaret. L’uomo che nasce dallo Spirito viene da Dio e le sue parole e i suoi gesti si spiegano a partire da Dio. Dopo aver detto che l’uomo non può entrare nel Regno di Dio se non per un dono, per una nascita che è unicamente opera della grazia di Dio e dello Spirito, ora bisogna fare la parte di edificazione della vita dell’uomo.

Supposta questa nascita, che cosa significa vivere? Fondamentalmente significa credere.

Gesù si presenta come colui che sa, che ha visto e quindi parla e testimonia. Lui è l’unico testimone oculare delle cose del cielo perché:

«[13]Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13).

E l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Gesù in che cosa consiste? Fondamentalmente nella fede.

«[14]E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, [15]perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3, 14-15).

Notate: «bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato».

Egli è sceso da Dio, è entrato nella storia degli uomini per portare ad essi la rivelazione di Dio, la rivelazione dell’amore di Dio. Infatti tutta la rivelazione di Gesù Cristo vuole indicare che Dio è il Padre che ama.

Per questo bisogna che Gesù sia innalzato, per questo bisogna che vada in croce: perché deve portare la rivelazione alla sua pienezza trasformando tutta la sua vita in dono.

Abbiamo già detto che Gesù traduce il volto misterioso di Dio in parole; e in gesti umani, ma quali parole e quali gesti? Quelli di tutta la sua vita, ma soprattutto quelle della sua Passione, perché nel momento in cui Gesù perde la sua vita comunicandola e donandola, in quel momento Gesù rivela pienamente il volto del Padre, rivela che Dio è effettivamente amore.

Allora credere vuole dire “credere in Gesù” ma credere nel Gesù innalzato, credere nell’amore del Padre, in quell’amore del Padre che si è rivelato in Gesù. Alla rivelazione di Dio si risponde essenzialmente nella fede e nell’amore.

«[16]Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

Per capire questa frase dobbiamo anzitutto contrapporre “Dio” e “mondo” come realtà che sono agli antipodi. Per “mondo” si intende non tanto la creazione, quanto una umanità che si è allontanata da Dio, una umanità ribelle, peccatrice, quella di cui parla S. Paolo nella lettera ai Romani quando scrive che Cristo “è morto per gli empi nel tempo stabilito”. Non vuol dire che è morto solo per gli empi e non per i giusti, ma che è morto per tutti perché dai giusti non ce n’erano. Gli uomini infatti erano, davanti a Dio, in una condizione di empietà. Ed è per questi uomini che Cristo è morto. «Dio infatti ha tanto amato il mondo», non solo quel mondo che è infinitamente lontano come la creatura dal Creatore, ma quel mondo che è infinitamente lontano come il peccatore dall’amore di Dio: quindi non solo lontano, ma in opposizione.

«[16]Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito».

La Bibbia di Gerusalemme in margine a questo, testo cita Genesi 22° dove si parla del sacrificio di Isacco.

«Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco» (Gen 22, 2).

Dio non dice semplicemente “Prendi Isacco e sacrificalo” ma dice “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco». Ci sono quattro espressioni per indicare la persona che deve essere indicata, e queste quattro espressioni vogliono evidentemente indicare il legame profondissimo di affetto che unisce Abramo al figlio.

È a questo testo dell’Antico Testamento che Giovanni allude quando parla del Figlio unico di Dio, quello che è oggetto dell’amore pieno e della piena benevolenza da parte del Padre. Questo Figlio viene dorato agli uomini, al mondo, «perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna», riceva quindi, attraverso il Figlio, la vira e l’amore di Dio.

Questo brano continua:

«[18]Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3, 18).

Per S. Giovanni ciò significa che nella fede e nella incredulità si gioca fin d’ora il giudizio. Giovanni infatti tende a vedere le realtà escatologiche come già presenti nella vita dell’uomo.

Questo non vuol dire che le realtà escatologiche non ci siano, ma vuol dire che esse non verranno all’improvviso capovolgendo le cose, ma che saranno semplicemente la manifestazione di ciò che fin d’ora è presente e operante nella vita dell’uomo.

Teniamo anche presente il versetto precedente cine dice:

«[17]Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17).

Vediamo così che l’unico scopo di Dio, l’unica sua volontà è la salvezza. Dio non vuole la condanna e non manda il Figlio per condannare, ma per salvare. Rimane però questo fatto: siccome il Figlio è l’unica possibilità di salvezza per l’uomo, il rifiuto del Figlio significa rifiuto della salvezza e quindi significa condanna, significa “rimanere sotto la condanna” come dice S. Giovanni. L’uomo è sotto la condanna a motivo della sua condizione di peccato; gli viene offerta una possibilità di scampare a questa condanna attraverso la fede nell’amore di Dio che è la fede in Gesù Cristo. Da ciò si decide il senso totale, definitivo della sua vita.

Leghiamo questo discorso sulla fede a una piccola riflessione sul cap. 4, 1-42 di Giovanni che parla della Samaritana. Si dovrà leggere questo brano come un vero itinerario di fede.

Il capitolo è costruito come un ingresso sempre più ricco dentro al mistero di Gesù. All’inizio Gesù si presenta alla Samaritana e la donna lo riconosce nel modo più immediato e più semplice come un giudeo, cioè come un non-samaritano.

Poi la Samaritana si pone un interrogativo: siccome Gesù ha parlato di un’acqua viva, si chiede se Egli non sia più grande del padre Giacobbe. Non crede, di fatto, a questo dubbio, ma con una domanda di questo genere fa capire che forse dubita che ci sia qualcosa di più del solo viandante affaticato e assetato.

Quando poi Gesti dice a questa donna: «va a chiamare tuo marito» e le richiama i cinque mariti che ha avuto, la Samaritana risponde: «Signore, vedo che tu sei un profeta». Ed è il primo riconoscimento della identità soprannaturale di Gesù, perché la donna ha fatto l’esperienza tipica della fede che è quella di essere conosciuta. “Fede” infatti, vuol dire conoscere, ma fede vuoi dire, prima di tutto, essere conosciuti/ sapersi conosciuti da Cristo, sapere che non ci sono degli schermi che ci proteggano dal suo sguardo e dalla sua conoscenza.

Gesù poi si presenta alla Samaritana come un Messia e allora questa donna va a parlarne, sia pure in modo interrogativo, ai suoi concittadini:

«[29] Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» (Gv 4, 29.).

E alla fine del brano i Samaritani fanno una professione di fede completa e piena «… noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4, 42) – non solo salvatore di Israele, ma Salvatore del mondo intero).

Il cammino della fede, come ben si vede, viene messo in movimento da Gesù.

C’è questa donna che va ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe; trova Gesù il quale le chiede da bere. La Samaritana si stupisce che un Giudeo chieda da bere a lei Samaritana.

«[4.10]Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Questa è la frase che mette in movimento l’atto della fede. Quando Gesù dice alla donna: «se tu conoscessi il dono di Dio», vuole dire che, se la donna desidera l’acqua del pozzo di Giacobbe perché ha sete, Gesù vuole dilatare questo desiderio per orientarlo verso qualcos’altro. «Se tu conoscessi il dono di Dio»,

Non c’è solo l’acqua del pozzo, come realtà che possa dare vista all’uomo, ma c’è molto di più: c’è un dono di Dio del quale bisogna diventare consapevoli, verso cui bisogna allargare il cuore.

Bisogna cioè che i desideri e i progetti dell’uomo vengano scardinati per lasciare spazio al progetto di Dio. Gesù non si presenta solo come colui che risponde ai desideri dell’uomo, ma prima di tutto come colui che dilata i desideri dell’uomo, partendo dalla condizione in cui l’uomo si trova.

Si serve infatti della samaritana, della sua sete, della sua inquietudine e insoddisfazione per allargare di più il suo desiderio, per introdurla nella percezione del dono di Dio.

E insieme bisogna diventare consapevoli della identità di chi dice “Dammi da bere”, perché colui che chiede da bere si presenta come un viandante assetato, come un mendicante. Bisogna invece imparare a vedere in Gesù il dono di Dio, bisogna sapere squarciare il velo della carne per cogliere nella carne di Gesù, nella umanità di Gesù, il dono stesso di Dio.

«(…) tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 10, 10).

Le parti così si capovolgono. Nel momento in cui la Samaritana diventa consapevole del dono di Dio e della identità di Gesù, ella, che è in grado di offrire da bere, diventerà invece la mendicante.

L’uomo deve rendersi conto di essere un mendicante. Si presenta come ricco, come chi ha a sua disposizione l’acqua del pozzo, la ricchezza, il potere e tutto ciò che serve per soddisfare i suoi desideri, ma deve imparare capovolgere la sua prospettiva. In realtà l’uomo possiede tutte queste cose, ma di fronte alla vita l’uomo è un mendicante se riesce a rendersene conto, allora comincia l’itinerario della fede, perché comprende che c’è qualcos’altro da desiderare.

Non riusciamo oggi a ripercorrere tutto il cammino della Samaritana, ma il punto di partenza, per S. Giovanni, deve essere questo.

Ritorniamo, a proposito, su una cosa appena accennata, ma sulla quale è bene insistere.

Gesù viene presentato da S. Giovanni come la risposta al desiderio dell’uomo, ma non al desiderio nativo dell’uomo, bensì al desiderio che Gesù stesso ha suscitato nel cuore dell’uomo. Gesù dunque non è la risposta ai nostri desideri, ma a Lui che sconvolge i nostri desideri e li fa diventare diversi, nuovi, che li arricchisce e li orienta verso un traguardo diverso per poi rispondervi. S. Giovanni nel suo Vangelo riporta spesso la formula “ Io sono” che se è usata in senso assoluto corrisponde al nome di Dio.

Ma questa formula è usata molto spesso anche col predicato (“Io sono” il pane della vita, la luce del mondo, il buon pastore, la porta delle pecore, la risurrezione e la vita, ecc). Queste esperienze si possono leggere in due modi:

  • come risposta alla domanda “Chi è Gesù?” e si risponde: “Gesù è il pane disceso dal cielo”;

  • ma si possono anche leggere a rovescio, anzi alcune debbono essere lette a rovescio. E allora alla domanda “Chi è il pane della vita” Gesù risponde: “Il pane della vita sono io”.

Si tratta dunque di vedere Gesù come colui che risponde alle attese dell’uomo, ai desideri dell’uomo, a quei desideri che la presenza stessa di Gesù suscita nel cuore dell’uomo.

Dovrebbe ora essere facile cogliere anche n rapporto tra la fede e l’amore. Credere in Gesù Cristo significa non soltanto credere in colui che è stato mandato dal Padre, ma credere nel fatto che la vita di Gesù Cristo esprime l’amore stesso del Padre, per S. Giovanni è molto importante che Gesù Cristo venga riconosciuto come il Figlio, perché se l’unità di Gesù con il Padre viene diminuita anche di poco, la rivelazione perde tutto il suo senso. Infatti o Gesù Cristo è davvero una cosa sola con il Padre (e allora quello che Gesù fa e dice rivela definitivamente il Padre) o Gesù è sì somigliante al Padre, ma resta lo spazio per una ulteriore rivelazione, più perfetta, che va al di là di Gesù Cristo.

Ma questo per S. Giovanni è radicalmente impossibile. Gesù è una cosa sola con il Padre e la fede è radicalmente legata a Lui perché il contenuto della fede è che: «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16).

La vita di Gesù è essenzialmente riassumibile nella espressione “Amore” perciò Dio è essenzialmente definibile attraverso la parola “amore”. Questo non c’è nel Vangelo; lo si trova invece nella prima lettera di S Giovanni per ben due volte: “Dio è amore”.

E quella espressione non è una vera e propria definizione di Dio, ma esprime l’esperienza che l’uomo ha avuto di Dio. In altri termini: quello che di Dio noi conosciamo lo abbiamo sperimentato attraverso il rapporto con Gesù. Che cosa abbiamo conosciuto nella rivelazione di Gesù? che Dio è amore. Allora la fede è fede nell’amore del Padre, è una vita fondata sulla fede è una vita che si apre radicalmente all’amore.

La preghiera sacerdotale di Gesù si conclude con queste parole:

«[24]Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo» (Gv 17, 24).

Prima di tutto c’è dunque un amore che, dal Padre, è donato al Figlio.

«[25]Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. [26]E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 25-26).

Tutto il senso della preghiera e della vita di Gesù è di coinvolgere l’umanità dentro al mistero di amore che unisce il Padre al Figlio. È un amore che ha delle radici eterne, ma che vuole dilatarsi, che vuole assumere in sé l’esistenza dell’umanità intera.

«[24]Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me (…)perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 24.26).

Quindi l’amore del Padre non può terminare nel Figlio, ma deve passare attraverso il Figlio per coinvolgere tutta l’umanità. Questo è lo scopo della missione di Gesù, questo è il progetto del Padre nei confronti di Gesù. La seconda parte del Vangelo di Giovanni inizia così:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

La Bibbia di Gerusalemme fa notare che per la prima volta in questo testo S. Giovanni mette esplicitamente la vita la morte di Gesù sotto il segno del suo amore per gli uomini.

È come un segreto la cui piena rivelazione è riservata agli ultimi istanti. Da quel momento in poi il tema dell’amore di Gesù per i suoi è dominante, perché esprime l’interpretazione della Croce. Il Vangelo di Giovanni quando presenta i segni di Gesù li fa seguire spesso dai discorsi che interpretano i segni. Così, ad esempio, dopo la moltiplicazione dei pani c’è un lungo discorso che spiega che il vero pane della vita è Gesù. Nel caso della passione la spiegazione e il segno vengono capovolti: prima c’è la spiegazione e poi c’è il segno.

Il segno, che è la morte di Gesù, non è facile da comprendere: Può apparire come uno scandalo, una sconfitta, il fallimento di una vita.

La parola allora interpreta questo segno: «Prima della festa di Pasqua, sapendo… li arò sino alla fine».

Nella festa di Pasqua Gesù deve passare da questo mondo al Padre. E’ questo il vero passaggio. Ma la forza che permette a Gesù di compiere il suo passaggio è l’amore.

Gesù è passato da questo mondo al Padre amando i suoi amandoli fino al dono della sua vita. Evidentemente questa non è solo la sua strada, ma diventa anche la nostra. Se lui è “la via”, la strada che conduce da questo mondo verso Dio è Lui stesso: «ha amato i suoi sino alla fine».

“Sino alla fine”, non vuol dire fino ai termine, ma fino al “compimento”, fino alla perfezione. Tutto dunque viene riletto atta luce della dimensione fondamentale dell’amore.

Ora, per capire bene, non si dovrebbe partire dall’amore di Gesù per il Padre o per i suoi, ma dall’amore del Padre per Gesù. Infatti l’amore con cui Gesù ci ha amato non è altro che la manifestazione, la dilatazione dell’amore con cui il Padre ha amato Gesù e ha donato a Gesù ogni cosa (per il Padre esistere significa donarsi totalmente al Figlio).

«[35]Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3, 35).

E “ogni cosa” vuol dire che la conoscenza di Dio viene comunicata pienamente al mondo attraverso Gesù Cristo.

«[20]Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati» (Gv 5, 20).

«[21]Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole» (Gv 5, 21).

Anche in questi versetti si sottolinea che l’amore con cui il Padre ama il Figlio si esprime in un dono totale di se. Il Padre dona al Figlio anche quelle che sono le sue caratteristiche: dare la vita e giudicare.

Questo amore conduce tutta la vita di Gesù e si compie nella sua obbedienza.

«[17]Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. [18]Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10, 17-18.

Ricevere tutto dal Padre vuol dire per Gesù non affermare un suo potere tirannico sul mondo (che lo collocherebbe in direzione opposta a quella dell’amore del Padre), ma vuol dire donare se stesso, quindi trasformare la propria vita in dono. Cosciente e sicuro dell’amore del Padre, Gesù è in grado di trasformare la sua vita umana in dono totale e irrevocabile.

«[9]Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. [10]Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. [11]Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. [12]Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. [13]Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 9-13).

La struttura è evidente: il Padre ama il Figlio e gli dona tutto se stesso. Il Figlio ama i suoi e dona la vita perché non c’è amore più grande che il dare la vita. Ma appunto per questo i suoi debbono amarsi gli uni gli altri. Non possono interrompere quel flusso di amore che, partendo dal Padre, deve giungere a tutti gli uomini. Gesù ha ricevuto dal Padre l’amore, la forza di donare se stesso e questa forza il Figlio la comunica ai suoi. per cui quando si legge “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” il “come” deve essere inteso con valore causale (cioè “perché io vi ho amati”).

In Gv 13 Gesù consegna ai suoi discepoli questo comando come il suo comandamento. Il capitolo termina con queste parole:

«[33]Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. [34]Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. [35]Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 33-35).

In questi versetti vediamo prima di tutto l’annuncio del distacco: «dove vado io voi non potete venire» e questo è fondamentale per capire il comandamento che deve in qualche modo supplire all’essenza di Gesù. Finora il gruppo dei discepoli era il gruppo unito dall’amore di Gesù, cioè era l’amore del Signore per loro che li faceva essere una cosa sola. Adesso viene meno la presenza fisica e immediata di Gesù.

Perciò l’amore fraterna sostituisce la presenza di Gesù perché non è il surrogato dell’amore di Gesù, ma viene da Gesù. è la presenza del suo amore anche quando Gesù non c’è.

Quello che viene comunicato ai discepoli è quindi una vera e propria presenza del Signore nella sua forza di amore.

«Vi do un comandamento nuovo».

L’aggettivo “nuovo” significa almeno due cose:

  • è nuovo rispetto a tutto quello che c’era prima, perché trae la sua origine dalla morte di Gesù in Croce, quindi è qualche cosa di originale e mai visto prima.

  • ma è nuovo anche nel senso che è il comandamento escatologico, cioè il comandamento definitivo che non appartiene a una storia che passa.

Questo comandamento è nella storia, ma non è il frutto della cultura umana, bensì della rivelazione di Dio: perciò ha la sua radice in Dio stesso. Per questo è definitivo ed escatologico: non invecchierà e non passerà.

«che vi amiate gli uni gli altri».

Dicevamo prima che l’amore del Padre ha reso capace Gesù di fare della sua vita un dono. L’amore di Gesù deve rendere capaci anche i discepoli di fare della loro vita un dono. Gesù non dà una specie di modello esterno, ma suscita la forza dell’amore fraterno.

«[13.35]Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri»

La qualità di questo amore è così tipica, così caratteristica da diventare una testimonianza, una rivelazione di Gesù e dellà sua presenza in mezzo ai discepoli.

Dove c’è questo amore, c’è il Signore.

Fisicamente non sarà visibile, ma c’è effettivamente la continuità del suo amore.

Come la presenza di Gesù rendeva presente il Padre (“chi vede me, vede il Padre”) così dove c’è una comunità cristiana che viva l’amore fraterno, li c’è il Signore.

Si capisce perciò come in “fede” e “Amore” ci sia il succo della vita cristiana.

Nella prima Lettera S. Giovanni darà proprio questo precetto come unico comandamento di Gesù:

«[23]Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato» (1 Gv 3, 23).

È dunque un comandamento solo: che crediamo e che ci amiamo. L’amore che riceviamo attraverso Cristo deve realizzare l’amare fraterno nel quale c’è il traguardo della esistenza cristiana.

Si può dire che dove c’è l’amore fraterno, l’amore di Dio ha raggiunto il suo scopo e perciò è veramente perfetto.

Testo da registrazione – non rivisto dal relatore – U.C.I.I.M – Sezione di Reggio E. – Via Prevostura 4 –