ECCLESIA IN MEDIO ORIENTE – da 29 a 65 – DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

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ESORTAZIONE APOSTOLICA
POSTSINODALE
ECCLESIA IN MEDIO ORIENTE
DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
AI PATRIARCHI, AI VESCOVI
AL CLERO
ALLE PERSONE CONSACRATE
E AI FEDELI LAICI
SULLA CHIESA IN MEDIO ORIENTE,
COMUNIONE E TESTIMONIANZA

Due nuove realtà

29. Come il resto del mondo, il Medio Oriente conosce due realtà opposte: la laicità, con le sue forme talvolta estreme, e il fondamentalismo violento che rivendica un’origine religiosa. È con grande sospetto che alcuni responsabili politici e religiosi medio-orientali, di tutte le comunità, considerano la laicità come atea o immorale. È vero che la laicità può talvolta affermare, in maniera riduttiva, che la religione riguarda esclusivamente la sfera privata, come se non fosse che un culto individuale e domestico, situato fuori dalla vita, dall’etica, dalla relazione con l’altro. Nella sua forma estrema e ideologica, questa laicità, diventata secolarismo, nega al cittadino l’espressione pubblica della sua religione e pretende che solo lo Stato possa legiferare sulla sua forma pubblica. Queste teorie sono antiche. Esse non sono più soltanto occidentali e non possono essere confuse con il cristianesimo.

La sana laicità, al contrario, significa liberare la religione dal peso della politica e arricchire la politica con gli apporti della religione, mantenendo la necessaria distanza, la chiara distinzione e l’indispensabile collaborazione tra le due. Nessuna società può svilupparsi in maniera sana senza affermare il reciproco rispetto tra politica e religione, evitando la tentazione costante della commistione o dell’opposizione. Il rapporto appropriato si fonda, innanzitutto, sulla natura dell’uomo – dunque su una sana antropologia – e sul pieno rispetto dei suoi diritti inalienabili. La presa di coscienza di questo rapporto appropriato permette di comprendere che esiste una sorta di unità-distinzione che deve caratterizzare il rapporto tra lo spirituale (religioso) e il temporale (politico), perché ambedue sono chiamati, pur nella necessaria distinzione, a cooperare armoniosamente al bene comune. Una tale laicità sana garantisce alla politica di operare senza strumentalizzare la religione, e alla religione di vivere liberamente senza appesantirsi con la politica dettata dall’interesse, e qualche volta poco conforme, o addirittura contraria, alle credenze religiose. Per questo la sana laicità (unità-distinzione) è necessaria, anzi indispensabile ad entrambe. La sfida costituita dalla relazione tra politica e religione può essere affrontata con pazienza e coraggio mediante una formazione umana e religiosa adeguata. Occorre richiamare continuamente il posto di Dio nella vita personale, familiare e civile, e il giusto posto dell’uomo nel disegno di Dio. E soprattutto, a tale scopo, occorre pregare di più.

30. Le incertezze economico-politiche, l’abilità manipolatrice di certuni ed una comprensione insufficiente della religione, tra l’altro, costituiscono la base del fondamentalismo religioso. Quest’ultimo affligge tutte le comunità religiose, e rifiuta il vivere insieme secolare. Esso vuole prendere il potere, a volte con violenza, sulla coscienza di ciascuno e sulla religione per ragioni politiche. Lancio un accorato appello a tutti i responsabili religiosi ebrei, cristiani e musulmani della regione, affinché cerchino col loro esempio e il loro insegnamento di adoperarsi in ogni modo al fine di sradicare questa minaccia che tocca indistintamente e mortalmente i credenti di tutte le religioni. «Utilizzare le parole rivelate, le Sacre Scritture o il nome di Dio, per giustificare i nostri interessi, le nostre politiche così facilmente accomodanti, o le nostre violenze, è un gravissimo errore»[23].

I migranti

31. La realtà medio-orientale è ricca per le sue diversità, ma è troppo spesso costrittiva ed anche violenta. Riguarda l’insieme degli abitanti della regione e tutti gli aspetti della loro vita. Situati in una posizione spesso delicata, i cristiani risentono in maniera particolare, e talvolta con stanchezza e poca speranza, delle conseguenze negative di questi conflitti e di queste incertezze. Si sentono spesso umiliati. Per esperienza, sanno anche di essere vittime designate quando vi sono dei disordini. Dopo aver partecipato attivamente nel corso dei secoli alla costruzione delle rispettive nazioni e contribuito alla formazione della loro identità e alla loro prosperità, i cristiani sono numerosi a scegliere cieli più propizi, luoghi di pace in cui essi e le loro famiglie potranno vivere degnamente e in sicurezza, e spazi di libertà dove la loro fede potrà esprimersi senza che siano sottomessi a diverse costrizioni[24]. Questa scelta è lacerante. Segna gravemente gli individui, le famiglie e le Chiese. Amputa le nazioni e contribuisce all’impoverimento umano, culturale e religioso medio-orientale. Un Medio Oriente senza o con pochi cristiani non è più il Medio Oriente, giacché i cristiani partecipano con gli altri credenti all’identità così particolare della regione. Gli uni sono responsabili degli altri davanti a Dio. È importante dunque che i dirigenti politici e i responsabili religiosi comprendano questa realtà ed evitino una politica o una strategia che privilegi una sola comunità e che tenderebbe verso un Medio Oriente monocromo che non rifletterebbe per niente la sua ricca realtà umana e storica.

32. I Pastori delle Chiese orientali cattoliche sui iuris constatano, con preoccupazione e dolore, che il numero dei loro fedeli si riduce sui territori tradizionalmente patriarcali e, da qualche tempo, si vedono obbligati a sviluppare una pastorale dell’emigrazione[25]. Sono certo che essi fanno il possibile per esortare i propri fedeli alla speranza, a restare nel loro paese e a non vendere i loro beni[26]. Li incoraggio a continuare a circondare di affetto i loro sacerdoti e i loro fedeli della diaspora, invitandoli a restare in contatto stretto con le loro famiglie e le loro Chiese, e soprattutto a custodire con fedeltà la loro fede in Dio grazie alla loro identità religiosa, costruita su venerabili tradizioni spirituali[27]. È conservando questa appartenenza a Dio e alle loro rispettive Chiese, e coltivando un amore profondo per i loro fratelli e sorelle latini, che essi apporteranno all’insieme della Chiesa cattolica un grande beneficio. D’altra parte, esorto i Pastori delle circoscrizioni ecclesiastiche che accolgono i cattolici orientali a riceverli con carità e stima, come fratelli, a favorire i legami di comunione tra gli emigrati e le loro Chiese di provenienza, a dare la possibilità di celebrare secondo le proprie tradizioni ed a esercitare attività pastorali e parrocchiali, laddove è possibile[28].

33. La Chiesa latina presente nel Medio Oriente, pur soffrendo dell’emorragia di numerosi suoi fedeli, sperimenta un’altra situazione e si trova interpellata a rispondere a numerose e nuove sfide pastorali. I suoi Pastori devono gestire l’arrivo massiccio e la presenza nei paesi ad economia forte della regione di lavoratori di ogni sorta provenienti dall’Africa, dall’Estremo Oriente e dal sub-continente indiano. Queste popolazioni costituite da uomini e donne spesso soli o da intere famiglie, affrontano una doppia precarietà. Sono stranieri nel paese dove lavorano, e sperimentano troppo spesso delle situazioni di discriminazione e d’ingiustizia. Lo straniero è oggetto dell’attenzione di Dio e merita dunque rispetto. La sua accoglienza sarà messa in conto nel Giudizio finale (cfr Mt 25, 35 e 43)[29].

34. Sfruttati senza potersi difendere, con contratti di lavoro più o meno limitati o legali, queste persone sono talvolta vittime di infrazioni delle leggi locali e delle convenzioni internazionali. D’altra parte, subiscono forti pressioni e gravi limitazioni religiose. Il compito dei loro Pastori è necessario e delicato. Incoraggio tutti i fedeli cattolici e tutti i presbiteri, qualunque sia la loro Chiesa d’appartenenza, alla comunione sincera ed alla collaborazione pastorale col Vescovo del luogo, e quest’ultimo a una paterna comprensione verso i fedeli orientali. È collaborando insieme e soprattutto parlando con una sola voce, che, in questa particolare situazione, tutti potranno vivere e celebrare la loro fede arricchendosi con la diversità delle tradizioni spirituali, pur rimanendo in contatto con le comunità cristiane d’origine. Invito anche i governanti dei paesi che ricevono queste nuove popolazioni a rispettare e difendere i loro diritti, a permettere loro la libera espressione della fede, favorendo la libertà religiosa e l’edificazione di luoghi di culto. La libertà religiosa «potrebbe essere oggetto di dialogo tra i cristiani e i musulmani, un dialogo la cui urgenza ed utilità sono stati riaffermati dai Padri sinodali»[30].

35. Mentre per necessità, stanchezza o disperazione, dei cattolici nativi del Medio Oriente si decidono per la scelta drammatica di lasciare la terra dei loro antenati, la loro famiglia e la loro comunità di fede, altri, al contrario pieni di speranza, fanno la scelta di restare nel loro paese e nella loro comunità. Li incoraggio a consolidare questa bella fedeltà ed a rimanere saldi nella fede. Altri cattolici infine, facendo una scelta altrettanto lacerante di quella dei cristiani medio-orientali che emigrano, e fuggendo le precarietà nella speranza di costruire un avvenire migliore, scelgono i paesi della regione per lavorare e viverci.

36. In quanto Pastore della Chiesa universale, mi rivolgo qui all’insieme dei fedeli cattolici della regione, i nativi e i nuovi arrivati, la cui proporzione si è ravvicinata in questi ultimi anni, giacché per Dio non vi è che un solo popolo, e per i credenti, che una sola fede! Cercate di vivere rispettosamente uniti e in comunione fraterna gli uni con gli altri, nell’amore e nella stima reciproci, per testimoniare in maniera credibile la vostra fede nella morte e risurrezione di Cristo! Dio ascolterà la vostra preghiera, benedirà il vostro comportamento e vi donerà il suo Spirito per affrontare il peso del giorno. Infatti, «dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2 Cor 3, 17). San Pietro scriveva, a dei fedeli che sperimentavano situazioni simili, parole che riprendo volentieri per indirizzarvele come esortazione: «E chi potrà farvi del male, se sarete ferventi nel bene? […] Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3, 13-15).

 

SECONDA PARTE

«La moltitudine di coloro che erano diventati credenti
aveva un cuor solo e un’anima sola
» (At 4, 32)

37. La visibilità della comunità cristiana nascente è descritta con delle qualità immateriali che esprimono la koinonia ecclesiale: un cuor solo e un’anima sola, traducendo così il senso profondo della testimonianza. Essa è il riflesso di un’interiorità personale e comunitaria. Lasciandosi plasmare dall’interno dalla grazia divina, ogni Chiesa particolare può ritrovare la bellezza della prima comunità dei credenti cementata da una fede animata dalla carità, che caratterizza i discepoli di Cristo agli occhi degli uomini (cfr Gv 13, 35). La koinonia dà consistenza e coerenza alla testimonianza ed esige una conversione permanente. Questa perfeziona la comunione e consolida a sua volta la testimonianza. «Senza comunione, non può esserci testimonianza: la grande testimonianza è proprio la vita di comunione»[31]. La comunione è un dono da accogliere pienamente da parte di tutti e una realtà da costruire senza sosta. In questo senso, invito tutti i membri delle Chiese presenti nel Medio Oriente, ciascuno secondo la propria vocazione, a ravvivare la comunione, con umiltà e nella preghiera, affinché si realizzi l’unità per la quale Gesù ha pregato (cfr Gv 17, 21).

38. Il concetto di Chiesa cattolica contempla la comunione tra l’universale e il particolare. C’è qui un rapporto di mutua interiorità tra Chiesa universale e Chiese particolari, che identifica e concretizza la cattolicità della Chiesa. La presenza del tutto nella parte mette la parte in tensione verso l’universalità, tensione che si manifesta – in un senso – nell’anelito missionario di ciascuna delle Chiese, e – in un altro senso – nell’apprezzamento sincero delle bontà delle altre parti, che comprende l’azione in sintonia e in sinergia con esse. La Chiesa universale è una realtà preliminare alle Chiese particolari, che nascono nella e dalla Chiesa universale[32]. Questa verità riflette fedelmente la dottrina cattolica e particolarmente quella del Concilio Vaticano II[33]. Introduce alla comprensione della dimensione gerarchica della comunione ecclesiale e permette alla diversità ricca e legittima delle Chiese particolari di articolarsi sempre nell’unità, luogo nel quale i doni particolari diventano un’autentica ricchezza per l’universalità della Chiesa. Una presa di coscienza rinnovata e vissuta di questi punti fondamentali dell’ecclesiologia permetterà di riscoprire la specificità e la ricchezza dell’identità cattolica in terra d’Oriente.

I Patriarchi

39. Padri e Capi di Chiese sui iuris, i Patriarchi sono i segni visibili referenziali e i custodi vigilanti della comunione. Per la loro propria identità e missione, sono uomini di comunione, vigilanti sul gregge di Dio (cfr 1 Pt 5, 1-4), servitori dell’unità ecclesiale. Essi esercitano un ministero che opera per mezzo della carità vissuta realmente a tutti i livelli: tra gli stessi Patriarchi, tra ciascun Patriarca e i Vescovi, i presbiteri, le persone consacrate e i fedeli laici sotto la propria giurisdizione.

40. I Patriarchi, la cui unione indefettibile con il Vescovo di Roma è radicata nell’ecclesiastica communio che essi hanno chiesto al Sommo Pontefice e ricevuto all’indomani della loro elezione canonica, rendono tangibili con questo vincolo particolare l’universalità e l’unità della Chiesa[34]. La loro sollecitudine si estende ad ogni discepolo di Gesù Cristo che vive nel territorio patriarcale. In segno di comunione per la testimonianza, sapranno rinforzare l’unione e la solidarietà in seno al Consiglio dei Patriarchi cattolici d’Oriente e ai vari sinodi patriarcali, privilegiando sempre la concertazione su questioni di grande importanza per la Chiesa in vista di un’azione collegiale e unitaria. Per la credibilità della sua testimonianza, il Patriarca cercherà la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza (cfr 1 Tm 6, 11), avendo a cuore uno stile di vita sobrio a immagine di Cristo che si è spogliato per arricchirci per mezzo della sua povertà (cfr 2 Cor 8, 9). Provvederà anche a promuovere tra le circoscrizioni ecclesiastiche una reale solidarietà in una sana gestione del personale e dei beni ecclesiastici. È ciò che fa parte del suo dovere[35]. A imitazione di Gesù che percorreva tutte le città e i villaggi nel compimento della sua missione (cfr Mt 9, 35), il Patriarca effettuerà con zelo la visita pastorale nelle sue circoscrizioni ecclesiastiche[36]. Lo farà non soltanto per esercitare il suo diritto e il suo dovere di vigilanza, ma anche per testimoniare concretamente la sua carità fraterna e paterna verso i Vescovi, i sacerdoti e i fedeli laici, soprattutto verso le persone che sono povere, malate ed emarginate, come pure verso quelle che soffrono spiritualmente.

I Vescovi

41. In virtù della sua ordinazione, il Vescovo è costituito al tempo stesso membro del Collegio episcopale e pastore di una comunità locale attraverso il suo ministero di insegnamento, di santificazione e di governo. Con i Patriarchi, i Vescovi sono i segni visibili dell’unità nella diversità della Chiesa intesa come Corpo di cui Cristo è il Capo (cfr Ef 4, 12-15). Sono i primi ad essere scelti gratuitamente e ad essere inviati in tutte le nazioni per fare discepoli, per insegnare loro a osservare tutto ciò che il Risorto ha prescritto loro (cfr Mt 28, 19-20)[37]. È allora vitale che ascoltino e conservino nel loro cuore la Parola di Dio. Devono annunciarla con coraggio e difendere con fermezza l’integrità e l’unità della fede, nelle situazioni difficili, che purtroppo non mancano in Medio Oriente.

42. Per promuovere la vita di comunione e di diakonia, è importante che i Vescovi lavorino sempre al proprio rinnovamento personale. Questa vigilanza del cuore si realizza «anzitutto con la vita di preghiera, di abnegazione, di sacrificio e di ascolto; poi con la vita esemplare di Apostoli e di Pastori, fatta di semplicità, di povertà e di umiltà; infine con la costante preoccupazione nel difendere la verità, la giustizia, i buoni costumi e la causa dei deboli»[38]. Inoltre, il rinnovamento tanto desiderato delle comunità passa per la cura paterna che essi avranno verso tutti i battezzati e particolarmente verso i loro collaboratori immediati, i presbiteri[39].

43. La comunione in seno a ciascuna Chiesa locale è il primo fondamento della comunione inter-ecclesiale, che si nutre sempre della Parola di Dio e dei Sacramenti, come pure di altre forme di preghiera. Invito perciò i Vescovi a mostrare la loro sollecitudine verso tutti i fedeli cristiani presenti nella loro giurisdizione, senza eccezione di condizione, nazionalità e provenienza ecclesiale. Pascolino il gregge di Dio che è loro affidato, vegliando su di esso, «non come padroni delle persone [loro] affidate, ma facendo[si] modelli del gregge» (1 Pt 5, 3). Possano prestare una particolare attenzione a coloro che hanno una pratica religiosa incostante e a coloro che l’hanno abbandonata per diverse ragioni[40]. Avranno anche a cuore di essere la presenza amorevole di Cristo presso le persone che non professano la fede cristiana. Così potranno promuovere l’unità tra i cristiani stessi e la solidarietà tra tutti gli uomini creati a immagine di Dio (cfr Gen 1, 27), poiché tutto viene dal Padre e verso di Lui noi andiamo (cfr 1 Cor 8, 6).

44. Spetta ai Vescovi assicurare una gestione sana, onesta e trasparente dei beni temporali della Chiesa, in conformità con il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali o il Codice di Diritto Canonico della Chiesa latina. I Padri sinodali hanno ritenuto necessario che sia fatto un elenco serio delle finanze e dei beni allo scopo di evitare la confusione tra i beni personali e quelli della Chiesa[41]. L’apostolo Paolo dice che il servitore di Dio è un amministratore dei misteri di Dio. «Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele» (1 Cor 4, 2). L’amministratore gestisce dei beni che non sono suoi, e che, secondo l’Apostolo, sono destinati ad un uso superiore, quello dei misteri di Dio (cfr Mt 19, 28-30; 1 Pt 4, 10). Questa gestione fedele e disinteressata voluta dai monaci fondatori – vere colonne di numerose Chiese orientali – deve servire prioritariamente all’evangelizzazione e alla carità. I Vescovi avranno cura di assicurare ai presbiteri, loro primi collaboratori, una giusta sussistenza perché non si perdano nella ricerca del «temporale», e possano consacrarsi degnamente alle cose di Dio e alla loro missione pastorale. D’altronde, chi aiuta un povero, guadagna il cielo! San Giacomo insiste sul rispetto dovuto al povero, sulla sua grandezza e sul suo vero posto nella comunità (cfr 1, 9-11; 2, 1-9). Perciò è necessario che la gestione dei beni diventi un luogo d’annuncio efficace del messaggio liberatore di Gesù: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19). L’amministratore fedele è colui che ha compreso che solo il Signore è la perla preziosa (cfr Mt 13, 45-46), e che Lui solo è il vero tesoro (cfr Mt 6, 19-21; 13, 44). Possano i Vescovi manifestarlo in maniera esemplare ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli! D’altra parte, l’alienazione dei beni della Chiesa deve rispondere strettamente alle norme canoniche e alle disposizioni pontificie in vigore.

I presbiteri, i diaconi e i seminaristi

45. L’ordinazione sacerdotale configura il sacerdote a Cristo e lo rende stretto collaboratore del Patriarca e del Vescovo, di cui diventa partecipe del triplice munus[42]. Per questo stesso fatto, egli è un servitore della comunione; e l’adempimento di questo compito richiede il suo legame costante con Cristo e il suo zelo nella carità e nelle opere di misericordia verso tutti. Potrà così irradiare la santità alla quale tutti i battezzati sono chiamati. Educherà il Popolo di Dio a costruire la civiltà dell’amore evangelico e dell’unità. Perciò, rinnoverà e fortificherà la vita dei fedeli attraverso la saggia trasmissione della Parola di Dio, della Tradizione e della Dottrina della Chiesa, e attraverso i Sacramenti[43]. Le tradizioni orientali hanno avuto l’intuizione della direzione spirituale. Possano i presbiteri, i diaconi e i consacrati praticarla loro stessi e aprire attraverso di essa ai fedeli le vie dell’eternità.

46. Inoltre, la testimonianza di comunione esige una formazione teologica e una spiritualità solida, che richiedono una rigenerazione intellettuale e spirituale permanente. Spetta ai Vescovi fornire ai presbiteri e ai diaconi i mezzi necessari per permettere loro di approfondire la vita di fede per il bene dei fedeli, affinché possano dare loro «il cibo a tempo opportuno» (Sal 145 [144], 15). D’altro canto, i fedeli attendono da loro l’esempio di una condotta irreprensibile (cfr Fil 2, 14-16).

47. Vi invito, cari presbiteri, a riscoprire ogni giorno il senso ontologico dell’Ordine sacro che consente di vivere il sacerdozio come una fonte di santificazione per i battezzati, e per la promozione di ogni uomo. «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato (…) non per vergognoso interesse, ma con animo generoso» (1 Pt 5, 2). Abbiate stima anche della vita in comune – laddove è possibile –, malgrado le difficoltà che essa comporta (cfr 1 Pt 4, 8-10), in quanto essa vi aiuta ad apprendere e a vivere meglio la comunione sacerdotale e pastorale, a livello locale e universale. Cari diaconi, in comunione con il vostro Vescovo e i presbiteri, servite il Popolo di Dio secondo il vostro ministero proprio, negli incarichi specifici che vi saranno affidati.

48. Il celibato sacerdotale è un dono inestimabile di Dio alla sua Chiesa, che occorre accogliere con riconoscenza, tanto in Oriente quanto in Occidente, poiché rappresenta un segno profetico sempre attuale. Ricordiamo, inoltre, il ministero dei presbiteri sposati che sono una componente antica delle tradizioni orientali. Vorrei rivolgere il mio incoraggiamento anche a questi presbiteri che, con le loro famiglie, sono chiamati alla santità nel fedele esercizio del loro ministero e nelle loro condizioni di vita a volte difficili. A tutti ribadisco che la bellezza della vostra vita sacerdotale[44] susciterà senza dubbio nuove vocazioni che toccherà a voi coltivare.

49. La vocazione del giovane Samuele (cfr 1 Sam 3, 1-19) insegna che gli uomini hanno bisogno di guide esperte, che li aiutino a discernere la volontà del Signore e a rispondere generosamente alla sua chiamata. In questo senso, il sorgere delle vocazioni dev’essere favorito da una adeguata pastorale. Essa deve essere sostenuta dalla preghiera in famiglia, in parrocchia, in seno ai movimenti ecclesiali e nelle strutture educative. Le persone che rispondono all’appello del Signore hanno bisogno di crescere in luoghi di formazione specifici e di essere accompagnate da formatori idonei ed esemplari. Questi ultimi li educheranno alla preghiera, alla comunione, alla testimonianza e alla coscienza missionaria. Programmi appropriati affronteranno gli aspetti della vita umana, spirituale, intellettuale e pastorale e gestiranno con saggezza la diversità degli ambienti, delle origini, delle appartenenze culturali ed ecclesiali[45].

50. Cari seminaristi, come non può crescere il giunco senz’acqua (cfr Gb 8, 11), così voi non potrete essere veri costruttori di comunione ed autentici testimoni della fede, senza radicamento profondo in Gesù Cristo, senza conversione permanente alla sua Parola, senza amore per la sua Chiesa e senza carità disinteressata per il prossimo. È oggi che voi siete chiamati a vivere e a perfezionare la comunione in vista di una testimonianza coraggiosa, senza ombre. Il consolidarsi della fede del Popolo di Dio dipenderà anche dalla qualità della vostra testimonianza. Vi invito ad aprirvi maggiormente alla diversità culturale delle vostre Chiese, attraverso l’apprendimento, ad esempio, delle lingue e delle culture diverse dalle vostre in vista della vostra futura missione. Siate anche aperti alla diversità ecclesiale, ecumenica, e al dialogo interreligioso. Uno studio attento della mia Lettera indirizzata ai seminaristi, vi sarà di grande profitto[46].

La vita consacrata

51. Il monachesimo, nelle sue diverse forme, è nato in Medio Oriente ed è all’origine di alcune delle Chiese che vi si trovano[47]. Possano i monaci e le monache che consacrano la loro vita alla preghiera, santificando le ore del giorno e della notte, portando nelle loro preghiere le preoccupazioni e i bisogni della Chiesa e dell’umanità, essere per tutti il ricordo permanente dell’importanza della preghiera nella vita della Chiesa e di ogni fedele. I monasteri siano ugualmente luoghi dove i fedeli possano lasciarsi guidare nell’iniziazione alla preghiera!

52. La vita consacrata, contemplativa e apostolica, è un approfondimento della consacrazione battesimale. I religiosi e le religiose cercano in effetti di seguire più radicalmente Cristo attraverso la professione dei consigli evangelici, l’obbedienza, la castità e la povertà[48]. Il dono di loro stessi senza riserve al Signore e il loro amore disinteressato per ogni uomo danno testimonianza a Dio e sono segni reali del suo amore per il mondo. Vissuta come un dono prezioso dello Spirito Santo, la vita consacrata è un sostegno insostituibile per la vita e la pastorale della Chiesa[49]. In tal senso, le comunità religiose saranno segni profetici di comunione nelle loro Chiese e nel mondo intero se sono fondate realmente sulla Parola di Dio, sulla comunione fraterna e sulla testimonianza della diaconia (cfr At 2, 42). Nella vita cenobitica, la comunità o il monastero ha per vocazione l’essere lo spazio privilegiato dell’unione con Dio e della comunione col prossimo. È il luogo dove la persona consacrata apprende a ripartire sempre da Cristo[50] per essere fedele alla sua missione nella preghiera e nel raccoglimento, e per essere per tutti i fedeli un segno della vita eterna già iniziata quaggiù (cfr 1 Pt 4, 7).

53. Vi invito, voi tutti che siete chiamati alla sequela Christi nella vita religiosa in Medio Oriente, a lasciarvi sedurre ogni giorno dalla Parola di Dio, come il Profeta Geremia, e a custodirla nel vostro cuore come un fuoco divorante (cfr Ger 20, 7-9). Essa è la ragion d’essere, il fondamento e il riferimento ultimo e oggettivo della vostra consacrazione. La Parola di Dio è verità. Obbedendo ad essa, voi santificate le vostre anime per amarvi sinceramente come fratelli e sorelle (cfr 1 Pt 1, 22). Qualunque sia lo statuto canonico del vostro istituto religioso, mostratevi disponibili a collaborare, in spirito di comunione, con il Vescovo all’attività pastorale e missionaria. La vita religiosa è un’adesione personale a Cristo, Capo del Corpo (cfr Col 1, 18; Ef 4, 15), e riflette il legame indissolubile tra Cristo e la sua Chiesa. In questo senso, sostenete le famiglie nella loro vocazione cristiana e incoraggiate le parrocchie ad aprirsi alle diverse vocazioni sacerdotali e religiose. Ciò contribuisce a consolidare la vita di comunione per la testimonianza, in seno alla Chiesa locale[51]. Non tralasciate di rispondere alle richieste degli uomini e delle donne del nostro tempo, indicando loro la via e il senso profondo dell’esistenza umana.

54. Desidero aggiungere una considerazione supplementare che va aldilà dei soli consacrati e che si indirizza all’insieme dei membri delle Chiese cattoliche orientali. Essa riguarda i consigli evangelici che caratterizzano particolarmente la vita monastica, sapendo che questa stessa vita religiosa è stata determinante all’origine di numerose Chiese sui iuris, e continua ad esserlo nella loro vita presente. Mi sembra che converrebbe meditare lungamente e con cura sui consigli evangelici: l’obbedienza, la castità e la povertà, per riscoprire oggi la loro bellezza, la forza della loro testimonianza e la loro dimensione pastorale. Non può esserci rigenerazione interna del fedele, della comunità credente e della Chiesa intera senza che ci sia un ritorno deciso e senza equivoci, ciascuno secondo la propria vocazione, verso il quaerere Deum, la ricerca di Dio che aiuta a definire e a vivere in verità il rapporto con Dio, col prossimo e con se stessi. Questo concerne certamente le Chiese sui iuris, ma anche la Chiesa latina.

I laici

55. Per il Battesimo, i fedeli laici sono pienamente membri del Corpo di Cristo e sono associati alla missione della Chiesa universale[52]. La loro partecipazione alla vita ed alle attività interne della Chiesa è la fonte spirituale permanente che permette loro di andare al di là dei confini delle strutture ecclesiali. Come apostoli nel mondo, essi traducono in azioni concrete il Vangelo, la dottrina e l’insegnamento sociale della Chiesa[53]. In effetti, «i cristiani, cittadini a pieno titolo, possono e debbono dare il loro contributo con lo spirito delle beatitudini, diventando costruttori di pace ed apostoli di riconciliazione a beneficio di tutta la società»[54].

56. Poiché quello secolare è il vostro campo proprio[55], vi incoraggio, cari fedeli laici, a rafforzare i legami di fraternità e di collaborazione con le persone di buona volontà per la ricerca del bene comune, la sana gestione dei beni pubblici, la libertà religiosa, e il rispetto della dignità di ogni persona. Anche quando la missione della Chiesa è resa difficile negli ambienti in cui l’annuncio esplicito del Vangelo incontra ostacoli o non è possibile, tenete una condotta esemplare tra le genti «perché (…) al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita» (1 Pt 2,12). Abbiate a cuore di rendere ragione della vostra fede (cfr 1 Pt 3,15) mediante la coerenza della vostra vita e del vostro agire quotidiani[56]. Affinché la vostra testimonianza porti realmente frutto (cfr Mt 7, 16.20), vi esorto a superare le divisioni e ogni interpretazione soggettivistica della vita cristiana. Fate attenzione a non separare questa – con i suoi valori e le sue esigenze – dalla vita in famiglia o nella società, nel lavoro, nella politica e nella cultura, perché tutti i vari campi della vita del laico rientrano nel disegno di Dio[57]. Vi invito ad essere audaci a causa di Cristo, certi che né la tribolazione, né l’angoscia, né la persecuzione possono separarvi da Lui (cfr Rm 8, 35).

57. In Medio Oriente, i laici sono abituati a vivere relazioni fraterne e assidue con i fedeli cattolici delle diverse Chiese patriarcali o latina, e a frequentare i loro luoghi di culto soprattutto se non c’è alcuna altra possibilità. A questa ammirevole realtà, che dimostra una comunione autenticamente vissuta, si aggiunge il fatto che le diverse giurisdizioni ecclesiali sono sovrapposte in modo fecondo su uno stesso territorio. Su questo punto particolare, la Chiesa in Medio Oriente è esemplare per le altre Chiese locali del resto del mondo. Il Medio Oriente è così, in qualche modo, un laboratorio che attualizza già il futuro della situazione ecclesiale. Questa esemplarità, che chiede di essere perfezionata e continuamente purificata, concerne ugualmente l’esperienza acquisita localmente in campo ecumenico.

La famiglia

58. Istituzione divina fondata sul matrimonio così come è stato voluto dal Creatore stesso (cfr Gen 2, 18-24; Mt 19, 5), la famiglia è oggi esposta a molti pericoli. La famiglia cristiana in particolare è più che mai messa di fronte alla questione della sua identità profonda. Difatti, le proprietà essenziali del matrimonio sacramentale – unità e indissolubilità (cfr Mt 19, 6) – ed il modello cristiano della famiglia, della sessualità e dell’amore sono ai nostri giorni, se non contestati, almeno incompresi da certi fedeli. Vi è la tentazione di appropriarsi dei modelli contrari al Vangelo, veicolati da una certa cultura contemporanea, diffusa dappertutto nel mondo. L’amore coniugale è inserito nell’Alleanza definitiva tra Dio ed il suo popolo, pienamente sigillata nel sacrificio della croce. Il suo carattere di dono reciproco di sé all’altro fino al martirio, è manifesto in alcune Chiese d’Oriente, dove ciascuno dei fidanzati riceve l’altro per «corona» durante la cerimonia del matrimonio, chiamata a giusto titolo «ufficio dell’incoronazione». L’amore coniugale non è l’opera di un momento, ma il progetto paziente di tutta una vita. Chiamata a vivere quotidianamente l’amore in Cristo, la famiglia cristiana è uno strumento privilegiato della presenza e della missione della Chiesa nel mondo. In questo senso, essa ha bisogno di essere accompagnata pastoralmente[58] e sostenuta nei suoi problemi e nelle sue difficoltà, soprattutto lì dove i riferimenti sociali, familiari e religiosi tendono ad indebolirsi o a perdersi[59].

59. Famiglie cristiane del Medio Oriente, vi invito a rinnovarvi sempre con la forza della Parola di Dio e dei Sacramenti, per essere ancor più la Chiesa domestica che educa alla fede e alla preghiera, il vivaio delle vocazioni, la scuola naturale delle virtù e dei valori etici, la cellula viva e prima della società. Contemplate sempre la Famiglia di Nazareth[60] che ha avuto la gioia di accogliere la vita e di esprimere la sua pietà nell’osservare la Legge e le pratiche religiose del suo tempo (cfr Lc 2, 22-24.41). Guardate questa Famiglia che ha vissuto anche la prova dello smarrimento di Gesù bambino, il dolore della persecuzione, dell’emigrazione e il duro lavoro quotidiano (cfr Mt 2, 13ss.; Lc 2, 41ss.). Aiutate i vostri figli a crescere in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (cfr Lc 2, 52); insegnate loro a confidare nel Padre, a imitare Cristo e a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo.

60. Dopo queste brevi riflessioni sulla dignità e la vocazione comuni dell’uomo e della donna nel matrimonio, il mio pensiero si volge con particolare attenzione verso le donne del Medio Oriente. Il primo racconto della creazione mostra uguaglianza ontologica tra l’uomo e la donna (cfr Gen 1, 27-29). Questa uguaglianza è ferita dalle conseguenze del peccato (cfr Gen 3, 16; Mt 19, 4). Superare questa eredità, frutto del peccato, è un dovere per ogni essere umano, uomo o donna[61]. Vorrei assicurare a tutte le donne che la Chiesa cattolica, collocandosi nella fedeltà al disegno divino, promuove la dignità personale della donna e la sua uguaglianza con l’uomo, di fronte alle forme più varie di discriminazione alle quali è sottomessa per il semplice fatto di essere donna[62]. Tali pratiche feriscono la vita di comunione e di testimonianza. Esse offendono gravemente non solo la donna, ma anche e soprattutto Dio, il Creatore. Riconoscendo la sensibilità innata per l’amore e la protezione della vita umana, e rendendo ad esse omaggio per il loro apporto specifico nell’educazione, nella salute, nel lavoro umanitario e nella vita apostolica, ritengo che le donne debbano impegnarsi ed essere più coinvolte nella vita pubblica ed ecclesiale[63]. Esse apporteranno così la loro propria parte all’edificazione di una società più fraterna e di una Chiesa resa più bella dalla comunione reale tra i battezzati.

61. Inoltre, nelle vertenze giuridiche che, purtroppo, possono opporre l’uomo e la donna soprattutto in questioni di ordine matrimoniale, la voce della donna deve essere ascoltata e presa in considerazione con rispetto, al pari di quella dell’uomo, per far cessare certe ingiustizie. In questo senso, bisognerebbe incoraggiare un’applicazione più sana e più giusta del diritto della Chiesa. La giustizia della Chiesa deve essere esemplare a tutti i suoi livelli e in tutti i campi che essa tocca. Bisogna assolutamente aver cura che le vertenze giuridiche relative a questioni matrimoniali non conducano all’apostasia. Inoltre, i cristiani dei paesi della regione devono avere la possibilità di applicare nel campo matrimoniale e negli altri campi il loro diritto proprio, senza restrizione.

I giovani e i bambini

62. Saluto con sollecitudine paterna tutti i bambini e i giovani della Chiesa in Medio Oriente. Penso ai giovani in cerca di un senso umano e cristiano durevole per la loro vita, senza dimenticare coloro per i quali la giovinezza coincide con un allontanamento progressivo dalla Chiesa, traducendosi in abbandono della pratica religiosa.

63. Cari giovani, vi invito a coltivare continuamente l’amicizia vera con Gesù (cfr Gv 15, 13-15) attraverso la forza della preghiera. Più essa è solida, più vi servirà da faro e vi proteggerà dagli smarrimenti della giovinezza (cfr Sal 25 [24], 7). La preghiera personale diventerà più forte attraverso la frequentazione regolare dei Sacramenti che permettono un incontro autentico con Dio e con i fratelli nella Chiesa. Non abbiate paura o vergogna di testimoniare l’amicizia con Gesù nella sfera familiare e pubblica. Fatelo tuttavia rispettando gli altri credenti, ebrei e musulmani, con i quali condividete la credenza in Dio Creatore del cielo e della terra, e anche dei grandi ideali umani e spirituali. Non abbiate paura o vergogna di essere cristiani. La relazione con Gesù vi renderà disponibili a collaborare senza riserve con i vostri concittadini, qualunque sia la loro appartenenza religiosa, per edificare il futuro dei vostri paesi sulla dignità umana, fonte e fondamento della libertà, dell’uguaglianza e della pace nella giustizia. Amando Cristo e la sua Chiesa, potrete discernere con sapienza nella modernità i valori utili alla vostra piena realizzazione e i mali che intossicano lentamente la vostra vita. Cercate di non lasciarvi sedurre dal materialismo e da certi social network il cui uso indiscriminato potrebbe mutilare la vera natura delle relazioni umane. La Chiesa nel Medio Oriente conta molto sulla vostra preghiera, sul vostro entusiasmo, sulla vostra creatività, sulla vostra abilità e sul vostro pieno impegno a servire Cristo, la Chiesa, la società e soprattutto gli altri giovani della vostra età[64]. Non esitate ad aderire ad ogni iniziativa che vi aiuterà a rafforzare la vostra fede e a rispondere all’appello specifico che il Signore vi indirizzerà. Non esitate nemmeno a seguire l’appello di Cristo scegliendo la vita sacerdotale, religiosa o missionaria.

64. C’è forse bisogno di ricordarvi, cari bambini – ai quali ora mi rivolgo –, che nel vostro cammino con il Signore, un onore particolare deve essere reso ai vostri genitori (cfr Es 20, 12; Dt 5, 16)? Essi sono i vostri educatori nella fede. Dio vi ha affidato a loro come un dono inaudito per il mondo, affinché essi si prendano cura della vostra salute, della vostra educazione umana e cristiana e della vostra formazione intellettuale. E da parte loro, i genitori, gli educatori e i formatori, le istituzioni pubbliche, hanno il dovere di rispettare il diritto dei bambini, a partire dal momento del loro concepimento[65]. Quanto a voi, cari bambini, imparate fin da ora l’obbedienza a Dio con l’essere obbedienti ai vostri genitori, come Gesù bambino (cfr Lc 2, 51). Imparate anche a vivere cristianamente in famiglia, a scuola e dappertutto. Il Signore non si dimentica di voi (cfr Is 49, 15). Egli cammina sempre al vostro fianco e desidera che voi camminiate con Lui con saggezza, coraggio e gentilezza (cfr Tb 6, 2). In ogni circostanza, benedite il Signore Dio, domandategli di dirigere le vostre vie, e di portare a buon fine i vostri sentieri e i vostri progetti; ricordatevi sempre dei suoi comandamenti e non lasciate che si cancellino dal vostro cuore (cfr Tb 4, 19).

65. Desidero insistere nuovamente sulla formazione dei bambini e dei giovani che riveste un’importanza particolare. La famiglia cristiana è il luogo naturale dello sviluppo della fede dei bambini e dei giovani, la loro prima scuola di catechesi. In questi tempi tormentati, educare un bambino o un giovane è difficile. Questo compito insostituibile è reso più complesso ancora dalle particolari circostanze sociopolitiche e religiose in cui vive la regione. Perciò desidero assicurare i genitori del mio appoggio e della mia preghiera. È importante che il bambino cresca in una famiglia unita, che vive la sua fede con semplicità e convinzione. È importante per il bambino e il giovane vedere i genitori pregare. È importante che egli li accompagni in chiesa e che veda e comprenda che i suoi genitori amano Dio e desiderano conoscerlo meglio. Ed è ugualmente importante che il bambino e il giovane veda la carità dei suoi genitori verso chi ha realmente bisogno. Egli comprende così che amare Dio è buono e bello, e avrà piacere di essere nella Chiesa e ne sarà fiero perché avrà afferrato dall’interno e sperimentato chi è la vera roccia sulla quale costruirà la sua vita (cfr Mt 7, 24-27; Lc 6, 48). Ai bambini e ai giovani che non hanno questa fortuna, auguro di trovare sul loro cammino testimoni autentici che li aiutino ad incontrare Cristo e a scoprire la gioia di mettersi alla sua sequela.