ECCLESIA IN MEDIO ORIENTE – da 1 a 28 – DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – IT  – IW  – PL  – PT ]

ESORTAZIONE APOSTOLICA
POSTSINODALE
ECCLESIA IN MEDIO ORIENTE
DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
AI PATRIARCHI, AI VESCOVI
AL CLERO
ALLE PERSONE CONSACRATE
E AI FEDELI LAICI
SULLA CHIESA IN MEDIO ORIENTE,
COMUNIONE E TESTIMONIANZA

INTRODUZIONE

1. La Chiesa in Medio Oriente che, dall’alba della fede cristiana, va pellegrinando su questa terra benedetta, continua oggi con coraggio la sua testimonianza, frutto di una vita di comunione con Dio e con il prossimo. Comunione e testimonianza! Tale è stata in effetti la convinzione che ha animato l’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, riunita attorno al successore di Pietro dal 10 al 24 ottobre 2010, sul tema: «La Chiesa cattolica in Medio Oriente, comunione e testimonianza. “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4, 32)».

2. All’inizio del terzo millennio, desidero affidare questa convinzione, che attinge la sua forza in Cristo Gesù, alla sollecitudine pastorale dell’insieme dei Pastori della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, e in maniera più particolare ai venerati fratelli Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi che vegliano insieme, in unione con il Vescovo di Roma, sulla Chiesa cattolica in Medio Oriente. In questa regione vivono fedeli nativi appartenenti alle venerabili Chiese orientali cattoliche sui iuris: la Chiesa patriarcale di Alessandria dei Copti; le tre Chiese patriarcali di Antiochia: dei Greco-melchiti, dei Siriaci e dei Maroniti; la Chiesa patriarcale di Babilonia dei Caldei e quella di Cilicia degli Armeni. Vivono là ugualmente Vescovi, presbiteri e fedeli appartenenti alla Chiesa latina. Sono presenti anche dei presbiteri e dei fedeli venuti dall’India, dagli Arcivescovati Maggiori di Ernakulam-Angamaly dei Siro-malabaresi e di Trivandrum dei Siro-malankaresi, e dalle altre Chiese orientali e latina di Asia e dell’Europa dell’Est, come pure  numerosi fedeli venuti dall’Etiopia e dall’Eritrea. Insieme, essi testimoniano l’unità della fede nella diversità delle loro tradizioni. Voglio anche affidare questa convinzione a tutti i sacerdoti, religiosi e religiose, e fedeli laici medio-orientali, persuaso che essa animerà il ministero o l’apostolato di ciascuno nella sua rispettiva Chiesa, secondo il carisma che gli è stato accordato dallo Spirito, per l’edificazione di tutti.

3. A riguardo della fede cristiana, la «comunione è la vita stessa di Dio che si comunica nello Spirito Santo, mediante Gesù Cristo»[1]. Essa è un dono di Dio che interpella la nostra libertà e attende la nostra risposta. È proprio a motivo della sua origine divina che la comunione ha una portata universale. Se essa interpella in maniera imperativa i cristiani, in virtù della loro fede apostolica comune, non rimane meno aperta ai nostri fratelli giudei e musulmani, e a tutte le persone, che anch’esse, in forme diverse, sono ordinate al Popolo di Dio. La Chiesa cattolica in Medio Oriente sa che non potrà manifestare pienamente questa comunione ai livelli ecumenico e interreligioso se non la ravviva anzitutto in se stessa e in seno a ciascuna delle sue Chiese, tra tutti i suoi membri: Patriarchi, Vescovi, presbiteri, religiosi, consacrati e laici. L’approfondimento della vita di fede individuale e il rinnovamento spirituale interno alla Chiesa cattolica permetteranno la pienezza della vita di grazia e la theosis (divinizzazione)[2]. Così verrà data credibilità alla testimonianza.

4. L’esempio della prima comunità di Gerusalemme può servire da modello per rinnovare l’attuale comunità cristiana, al fine di farne uno spazio di comunione per la testimonianza. In effetti, gli Atti degli Apostoli forniscono una prima descrizione, semplice e penetrante, di questa comunità che è nata il giorno di Pentecoste: una moltitudine di credenti che aveva un cuore solo e un’anima sola (cfr 4, 32). Esiste, dall’origine, un legame fondamentale tra la fede in Gesù e la comunione ecclesiale indicata dalle due espressioni intercambiabili: un cuore solo e un’anima sola. La comunione dunque non è affatto il risultato di una costruzione umana. È generata innanzitutto per la forza dello Spirito Santo che crea in noi la fede operante per mezzo della carità (cfr Gal 5, 6).

5. Secondo gli Atti, l’unità dei credenti si riconosce dal fatto che «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (2, 42). L’unità dei credenti si nutre allora dell’insegnamento degli Apostoli (l’annuncio della Parola di Dio), al quale rispondono con una fede unanime, della comunione fraterna (il servizio della carità), della frazione del pane (l’Eucaristia e l’insieme dei Sacramenti), e della preghiera personale e comunitaria. È su questi quattro pilastri che la comunione e la testimonianza si fondano in seno alla prima comunità dei credenti. Possa la Chiesa, presente in maniera ininterrotta in Medio Oriente dai tempi apostolici ai nostri giorni, trovare nell’esempio di questa comunità le risorse necessarie per mantenere vivi in sé la memoria e il dinamismo apostolico delle origini!

6. I partecipanti all’Assemblea sinodale hanno sperimentato l’unità in seno alla Chiesa cattolica, nella grande diversità dei contesti geografici, religiosi, culturali e sociopolitici. La fede comune vive e si sviluppa mirabilmente pur nella diversità delle sue espressioni teologiche, spirituali, liturgiche e canoniche. Come i miei predecessori nella Sede di Pietro, rinnovo qui la mia volontà che «siano religiosamente osservati e promossi i riti delle Chiese orientali, quale patrimonio della Chiesa universale di Cristo, nel quale risplende la tradizione che deriva dagli Apostoli attraverso i Padri e che afferma la divina unità nella varietà della fede cattolica»[3], e assicuro i miei fratelli latini del mio affetto attento ai loro bisogni e alle loro necessità secondo il comandamento della carità che presiede ogni cosa, e secondo le norme del diritto.

PRIMA PARTE

«Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi
nelle nostre preghiere
» (1 Ts 1, 2)

7. Con questa azione di grazie di san Paolo, desidero salutare i cristiani che vivono in Medio Oriente assicurando loro la mia preghiera fervente e continua. La Chiesa cattolica, e con essa l’insieme della comunità cristiana, non li dimentica e riconosce con gratitudine il loro nobile e antico contributo all’edificazione del Corpo di Cristo. Essa li ringrazia per la loro fedeltà e assicura loro il proprio affetto.

Il contesto

8. È con emozione che ricordo i miei viaggi in Medio Oriente. Terra scelta in maniera particolare da Dio, fu misurata dai Patriarchi e dai Profeti. Servì da scrigno dell’Incarnazione del Messia, vide innalzarsi la croce del Salvatore e fu testimone della Risurrezione del Redentore e dell’effusione dello Spirito Santo. Percorsa dagli Apostoli, da santi e numerosi Padri della Chiesa, fu il crogiolo delle prime formulazioni dogmatiche. Tuttavia, questa terra benedetta e i popoli che vi abitano, sperimentano in maniera drammatica i travagli umani. Quanti morti, quante vite saccheggiate dall’accecamento umano, quante paure e umiliazioni! Sembrerebbe che non ci sia freno al crimine di Caino (cfr Gen 4, 6-10 e 1 Gv 3, 8-15) tra i figli di Adamo ed Eva creati ad immagine di Dio (cfr Gen 1, 27). Il peccato adamitico, consolidato dalla colpa di Caino, non cessa di produrre spine e cardi (cfr Gen 3, 18) ancora oggi. Come è triste vedere questa terra benedetta soffrire nei suoi figli che si sbranano tra loro con accanimento, e muoiono! I cristiani sanno che solo Gesù, essendo passato attraverso le tribolazioni e la morte per risuscitare, può portare la salvezza e la pace a tutti gli abitanti di questa regione del mondo (cfr At 2, 23-24.32-33). È Lui solo, il Cristo, il Figlio di Dio, che noi proclamiamo! Pentiamoci dunque e convertiamoci «perché siano cancellati i peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore» (At 3, 19-20a).

9. Secondo le Sacre Scritture, la pace non è solamente un patto o un trattato che favorisce una vita tranquilla, e la sua definizione non può essere ridotta alla semplice assenza di guerra. La pace significa secondo la sua etimologia ebraica: essere completo, essere intatto, compiere una cosa per ristabilire l’integrità. È lo stato dell’uomo che vive in armonia con Dio, con se stesso, col suo prossimo e con la natura. Prima di essere esteriore, la pace è interiore. Essa è benedizione. È l’augurio di una realtà. La pace è talmente desiderabile che è diventata un saluto in Medio Oriente (cfr Gv 20, 19; 1 Pt 5, 14). La pace è giustizia (cfr Is 32, 17) e san Giacomo nella sua Lettera aggiunge: «Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia» (3, 18). Il combattimento profetico e la riflessione sapienziale erano una lotta e un’esigenza in vista della pace escatologica. È verso questa pace autentica in Dio che Cristo ci conduce. Egli ne è la sola porta (cfr Gv 10, 9). È questa unica porta che i cristiani desiderano varcare.

10. È cominciando a convertirsi personalmente a Dio, a vivere il perdono nel proprio vicinato prossimo e comunitario, che l’uomo che cerca il bene potrà rispondere all’invito di Cristo a diventare «figlio di Dio» (cfr Mt 5, 9). Solo l’umile gusterà le delizie di una pace insondabile (cfr Sal 37 [36], 11). Inaugurando per noi l’essere in comunione con Dio, Gesù crea la vera fraternità, non la fraternità sfigurata dal peccato[4]. «Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia» (Ef 2, 14). Il cristiano sa che la politica terrena della pace non sarà efficace se la giustizia in Dio e tra gli uomini non ne è l’autentica base, e se questa stessa giustizia non lotta contro il peccato che è all’origine della divisione. Perciò la Chiesa desidera superare tutte le distinzioni di razza, di sesso e di livello sociale (cfr Gal 3, 28; Col 3, 11) sapendo che tutti non sono che uno in Cristo, il quale è tutto in tutti. Anche per questo la Chiesa sostiene e incoraggia ogni sforzo in vista della pace nel mondo e nel Medio Oriente in particolare. In diversi modi, essa non risparmia gli sforzi per aiutare gli uomini a vivere in pace e favorisce anche l’arsenale giuridico internazionale che la consolida. Le posizioni della Santa Sede sui differenti conflitti che affliggono drammaticamente la regione, e quella sullo Statuto di Gerusalemme e dei luoghi santi sono largamente conosciute[5]. Tuttavia, la Chiesa non dimentica che, prima di tutto, la pace è un frutto dello Spirito (cfr Gal 5, 22), che non bisogna cessare di chiedere a Dio (cfr Mt 7, 7-8).

La vita cristiana ed ecumenica

11. È in tale contesto costrittivo, instabile e attualmente incline alla violenza, che Dio ha permesso il fiorire della sua Chiesa. Essa vive in una notevole varietà di forme. Con la Chiesa cattolica, sono presenti in Medio Oriente assai numerose e venerabili Chiese alle quali si sono aggiunte comunità ecclesiali di origine più recente. Questo mosaico richiede uno sforzo importante e costante per favorire l’unità, nel rispetto delle ricchezze proprie, al fine di rafforzare la credibilità dell’annuncio del Vangelo e la testimonianza cristiana[6]. L’unità è un dono di Dio che nasce dallo Spirito e che occorre far crescere con una paziente perseveranza (cfr 1 Pt 3, 8-9). Noi sappiamo che è una tentazione, quando delle divisioni ci oppongono, fare appello al solo criterio umano dimenticando i saggi consigli di san Paolo (cfr 1 Cor 6, 7-8). Egli esorta: «Avendo a cuore di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4, 3). La fede è il centro e il frutto del vero ecumenismo[7]. È essa che bisogna cominciare ad approfondire. L’unità sorge dalla preghiera perseverante e dalla conversione che fa vivere ciascuno secondo la verità e nella carità (cfr Ef 4, 15-16). Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato questo “ecumenismo spirituale” che è l’anima del vero ecumenismo[8]. La situazione del Medio Oriente è essa stessa un appello pressante alla santità della vita. I martirologi attestano che santi e martiri di ogni appartenenza ecclesiale sono stati – e alcuni lo sono oggi – testimoni viventi di questa unità senza frontiere nel Cristo glorioso, anticipazione del nostro “essere riuniti” come popolo finalmente riconciliato in Lui[9]. Perciò, all’interno stesso della Chiesa cattolica, bisogna consolidare la comunione che dà testimonianza dell’amore di Cristo.

12. Sulla base delle indicazioni del Direttorio ecumenico[10], i fedeli cattolici possono promuovere l’ecumenismo spirituale nelle parrocchie, nei monasteri e nei conventi, nelle istituzioni scolastiche ed universitarie, e nei seminari. I Pastori avranno cura di educare i fedeli ad essere testimoni della comunione in tutti i campi della loro vita. Questa comunione non è certo una confusione. La testimonianza autentica chiede il riconoscimento e il rispetto dell’altro, una disposizione al dialogo nella verità, la pazienza come una dimensione dell’amore, la semplicità e l’umiltà di colui che si riconosce peccatore davanti a Dio e al prossimo, la capacità di perdono, di riconciliazione e di purificazione della memoria, a livello personale e comunitario.

13. Incoraggio il lavoro dei teologi che instancabilmente operano per l’unità, così come saluto le attività delle Commissioni ecumeniche locali che esistono a differenti livelli, e l’attività di diverse comunità che pregano e agiscono in favore dell’unità tanto desiderata, promuovendo l’amicizia e la fraternità. Nella fedeltà alle origini della Chiesa e alle sue tradizioni viventi, è importante ugualmente pronunciarsi con una sola voce sulle grandi questioni morali a proposito della verità umana, della famiglia, della sessualità, della bioetica, della libertà, della giustizia e della pace.

14. D’altro canto, esiste già un “ecumenismo diaconale” nei campi caritativo ed educativo tra i cristiani delle differenti Chiese, e quelli delle Comunità ecclesiali. E il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, che riunisce le Chiese delle diverse tradizioni cristiane presenti nella regione, offre un bello spazio a un dialogo che potrà svolgersi nell’amore e nel rispetto reciproco.

15. Il Concilio Vaticano II indica che, per essere efficace, il cammino ecumenico deve svolgersi «in primo luogo con la preghiera, l’esempio della vita, la scrupolosa fedeltà alle antiche tradizioni orientali, la mutua e più completa conoscenza, la collaborazione e la fraterna stima delle cose e degli animi»[11]. Converrebbe soprattutto che tutti ritornassero ancora maggiormente a Cristo stesso. Gesù unisce coloro che credono in Lui e che lo amano donando loro lo Spirito del Padre suo, come pure Maria, sua madre (cfr Gv 14, 26; 16, 7; 19, 27). Questo duplice dono, di differente livello, può aiutare notevolmente e merita un’attenzione più grande da parte di tutti.

16. Il comune amore per Cristo, che «non commise alcun peccato» e nella cui bocca «non si trovò inganno» (1 Pt 2, 22), e gli «strettissimi vincoli»[12] tra le Chiese d’Oriente che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, sollecitano al dialogo e all’unità. In diversi casi, i cattolici sono legati alle Chiese d’Oriente che non sono in piena comunione da comuni origini religiose. Per una pastorale ecumenica rinnovata, in vista di una testimonianza comune, è utile comprendere bene l’apertura conciliare verso una certa «communicatio in sacris» per i sacramenti della Penitenza, dell’Eucaristia e dell’Unzione degli infermi[13], che non è solo possibile, ma può essere raccomandabile in alcune circostanze favorevoli, in base a norme precise e con l’approvazione delle autorità ecclesiastiche[14]. I matrimoni tra fedeli cattolici e ortodossi sono numerosi e richiedono una particolare attenzione ecumenica[15]. Incoraggio i Vescovi e gli Eparchi ad applicare, per quanto possibile, e laddove esistono, gli accordi pastorali per promuovere a poco a poco una pastorale ecumenica d’insieme.

17. L’unità ecumenica non è uniformità di tradizioni e di celebrazioni. Con l’aiuto di Dio, sono certo che, tanto per cominciare, degli accordi potranno essere trovati per una traduzione comune della Preghiera del Signore, il Padre Nostro, nelle lingue vernacolari della regione, dove è necessario[16]. Pregando insieme con le stesse parole, i cristiani riconosceranno il loro comune radicamento nell’unica fede apostolica, sulla quale si fonda la ricerca della piena comunione. Inoltre, l’approfondimento comune dello studio dei Padri orientali e latini, come pure quello delle rispettive tradizioni spirituali, potrà contribuirvi notevolmente nella corretta applicazione delle norme canoniche che regolano questa materia.

18. Invito i cattolici del Medio Oriente a coltivare i rapporti con i fedeli delle diverse Comunità ecclesiali presenti nella regione. Sono possibili diverse iniziative congiunte. Una lettura insieme della Bibbia come anche la sua diffusione potrebbero, ad esempio, aprire questo percorso. Collaborazioni particolarmente feconde nell’ambito delle attività caritative e della promozione dei valori della vita umana, della giustizia e della pace potrebbero, inoltre, svilupparsi o approfondirsi. Tutto ciò contribuirà a una migliore conoscenza reciproca e alla creazione di un clima di stima, che sono le condizioni indispensabili per promuovere la fraternità.

Il dialogo interreligioso

19. La natura e la vocazione universale della Chiesa esigono che essa sia in dialogo con i membri delle altre religioni. Questo dialogo in Medio Oriente è basato sui legami spirituali e storici che uniscono i cristiani agli ebrei e ai musulmani. Questo dialogo, che non è principalmente dettato da considerazioni pragmatiche di ordine politico o sociale, poggia anzitutto su basi teologiche che interpellano la fede. Esse derivano dalle Sacre Scritture e sono chiaramente definite nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentiume nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, Nostra aetate[17]. Ebrei, cristiani e musulmani credono in un Dio Uno, creatore di tutti gli uomini. Possano gli ebrei, i cristiani e i musulmani riscoprire uno dei desideri divini, quello dell’unità e dell’armonia della famiglia umana. Possano gli ebrei, i cristiani e i musulmani scorgere nell’altro credente un fratello da rispettare e da amare per dare in primo luogo sulle loro terre la bella testimonianza della serenità e della convivialità tra figli di Abramo. Invece di essere strumentalizzati in conflitti reiterati e ingiustificabili per un autentico credente, il riconoscimento di un Dio Uno può – se vissuto con un cuore puro – contribuire notevolmente alla pace della regione e alla convivenza rispettosa dei suoi abitanti.

20. Numerosi e profondi sono i legami fra i cristiani e gli ebrei. Essi sono ancorati ad un prezioso patrimonio spirituale comune. Vi è certamente la fede in un Dio unico, creatore, che si rivela e si lega all’uomo per sempre, e che per amore vuole la redenzione. C’è anche la Bibbia che è in gran parte comune agli ebrei e ai cristiani. Essa è Parola di Dio per gli uni e per gli altri. La frequentazione comune della Sacra Scrittura ci avvicina. D’altronde, Gesù, un figlio del popolo eletto, è nato, vissuto ed è morto ebreo (cfr Rm 9, 4-5). Maria, sua madre, ci invita lei pure a riscoprire le radici giudaiche del cristianesimo. Questi stretti legami costituiscono un patrimonio unico di cui tutti i cristiani sono fieri e debitori al Popolo eletto. Se l’ebraicità del “Nazareno” consente ai cristiani di assaporare con gioia il mondo della Promessa, introducendoli in modo decisivo nella fede del popolo eletto e unendoli ad esso, la persona e l’identità profonda dello stesso Gesù li separano, poiché i cristiani riconoscono in Lui il Messia, il Figlio di Dio.

21. È opportuno che i cristiani diventino più consapevoli della profondità del mistero dell’Incarnazione per amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (cfr Dt 6,5). Cristo, il Figlio di Dio, si è fatto carne in un popolo, in una tradizione di fede e in una cultura la cui conoscenza non può che arricchire la comprensione della fede cristiana. I cristiani hanno incrementato questa conoscenza con il contributo specifico dato da Cristo stesso mediante la sua morte e risurrezione (cfr Lc 24, 26). Ma devono essere sempre consapevoli e riconoscenti delle loro radici. Infatti, per poter attecchire, l’innesto sul vecchio albero (cfr Rm 11,17-18) ha bisogno della linfa che proviene dalle radici.

22. I rapporti tra le due comunità credenti sono stati segnati dalla storia e dalle passioni umane. Innumerevoli e reiterate sono le incomprensioni e le diffidenze reciproche. Inescusabili e altamente condannabili sono le persecuzioni insidiose o violente del passato! Eppure, nonostante queste tristi situazioni, gli apporti reciproci nel corso dei secoli sono stati così fecondi che hanno contribuito alla nascita e alla fioritura di una civiltà e di una cultura chiamata comunemente giudeo-cristiana. Come se questi due mondi che si dicono differenti o contrari per diversi motivi, avessero deciso di unirsi per offrire all’umanità un nobile legame. Questo legame che unisce, mentre li separa, giudei e cristiani, deve aprirli a una nuova responsabilità gli uni per gli altri, gli uni con gli altri[18]. Poiché i due popoli hanno ricevuto la stessa benedizione e promesse d’eternità che  permettono di avanzare con fiducia verso la fraternità.

23. Fedele all’insegnamento del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica guarda i musulmani con stima, essi che rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, l’elemosina e il digiuno, che venerano Gesù come profeta senza riconoscerne tuttavia la divinità, e che onorano Maria, la sua madre verginale. Noi sappiamo che l’incontro tra l’islam e il cristianesimo ha spesso assunto la forma della controversia dottrinale. Purtroppo, queste differenze dottrinali sono servite come pretesto agli uni e agli altri per giustificare, in nome della religione, pratiche di intolleranza, di discriminazione, di emarginazione e persino di persecuzione[19].

24. Nonostante ciò, i cristiani condividono con i musulmani la stessa vita quotidiana in Medio Oriente, dove la loro presenza non è né nuova né accidentale, ma storica. Essendo parte integrante del Medio Oriente, hanno sviluppato nel corso dei secoli una sorta di rapporto con l’ambiente che può servire come insegnamento. Si sono lasciati interpellare dalla religiosità dei musulmani, ed hanno proseguito, secondo i propri mezzi e nella misura del possibile, a vivere e promuovere i valori evangelici nella cultura circostante. Il risultato è una particolare simbiosi. Pertanto, è giusto riconoscere il contribuito ebraico, cristiano e musulmano nella formazione di una ricca cultura propria del Medio Oriente[20].

25. I cattolici del Medio Oriente, che in maggior parte sono cittadini nativi del loro paese, hanno il dovere e il diritto di partecipare pienamente alla vita della nazione, lavorando alla costruzione della loro patria. Devono godere di piena cittadinanza e non essere trattati come cittadini o credenti inferiori. Come in passato, quando, pionieri della rinascita araba, erano parte integrante della vita culturale, economica e scientifica delle varie civiltà della regione, desiderano oggi, ancora e sempre, condividere le loro esperienze con i musulmani, fornendo il loro specifico contributo. È a motivo di Gesù che i cristiani sono sensibili alla dignità della persona umana e alla libertà religiosa che ne consegue. È per amore di Dio e dell’umanità, onorando così la duplice natura di Cristo e in vista della vita eterna, che i cristiani hanno costruito scuole, ospedali e istituzioni di ogni tipo, dove tutti sono accolti senza alcuna discriminazione (cfr Mt 25, 31ss). Per queste ragioni i cristiani riservano particolare attenzione ai diritti fondamentali della persona umana. Affermare tuttavia che questi diritti non sono che diritti cristiani dell’uomo non è giusto. Sono semplicemente diritti connessi alla dignità di ogni persona umana e di ogni cittadino, a prescindere dalle origini, dalle convinzioni religiose e dalle scelte politiche.

26. La libertà religiosa è il culmine di tutte le libertà. È un diritto sacro e inalienabile. Comporta sia la libertà individuale e collettiva di seguire la propria coscienza in materia religiosa, sia la libertà di culto. Include la libertà di scegliere la religione che si crede essere vera e di manifestare pubblicamente la propria credenza[21]. Deve essere possibile professare e manifestare liberamente la propria religione e i suoi simboli, senza mettere in pericolo la propria vita e la propria libertà personale. La libertà religiosa è radicata nella dignità della persona; garantisce la libertà morale e favorisce il rispetto reciproco. Gli ebrei che hanno sofferto a lungo ostilità spesso letali, non possono dimenticare i benefici della libertà religiosa. Da parte loro, i musulmani condividono con i cristiani la convinzione che in materia religiosa nessuna costrizione è consentita, tanto meno con la forza. Tale costrizione, che può assumere forme molteplici e insidiose sul piano personale e sociale, culturale, amministrativo e politico, è contraria alla volontà di Dio. Essa  è una fonte di strumentalizzazione politico-religiosa, di discriminazione e di violenza che può condurre alla morte. Dio vuole la vita, non la morte. Egli proibisce l’omicidio, anche quello dell’omicida (cfr Gen 4, 15-16; 9, 5-6; Es 20, 13).

27. La tolleranza religiosa esiste in diversi paesi, ma essa non impegna molto perché rimane limitata nel suo raggio di azione. È necessario passare dalla tolleranza alla libertà religiosa. Questo passaggio non è una porta aperta al relativismo, come alcuni affermano. Questo passo da compiere non è una crepa aperta nella fede religiosa, ma una riconsiderazione del rapporto antropologico con la religione e con Dio. Non è una violazione delle verità fondanti della fede, perché, nonostante le divergenze umane e religiose, un raggio di verità illumina tutti gli uomini[22]. Sappiamo bene che la verità non esiste al di fuori di Dio come una cosa in sé. Sarebbe un idolo. La verità si può sviluppare soltanto nella relazione con l’altro che apre a Dio, il quale vuole esprimere la propria alterità attraverso e nei miei fratelli umani. Quindi non è opportuno affermare in maniera esclusiva: «io possiedo la verità». La verità non è possesso di alcuno, ma è sempre un dono che ci chiama a un cammino di assimilazione sempre più profonda alla verità. La verità può essere conosciuta e vissuta solo nella libertà, perciò all’altro non possiamo imporre la verità; solo nell’incontro di amore la verità si dischiude.

28. Il mondo intero fissa l’attenzione sul Medio Oriente che ricerca la propria strada. Possa questa regione mostrare che vivere insieme non è un’utopia e che la diffidenza e il pregiudizio non sono una fatalità. Le religioni possono mettersi insieme per servire il bene comune e contribuire allo sviluppo di ogni persona e alla edificazione della società. I cristiani del Medio Oriente vivono da secoli il dialogo islamo-cristiano. Per loro, questo è il dialogo della e nella vita quotidiana. Ne conoscono i pregi e i limiti. Più recentemente vivono anche il dialogo ebraico-cristiano. Inoltre, da molto tempo esiste un dialogo bilaterale o trilaterale di intellettuali o di teologi ebrei, cristiani e musulmani. Si tratta di un laboratorio di incontri e di ricerche varie che occorre favorire. Vi contribuiscono efficacemente tutti i vari Istituti o Centri cattolici – di filosofia, di teologia e altri ancora – che sono nati in Medio Oriente molto tempo fa e che lavorano in condizioni talvolta difficili. Li saluto cordialmente e li incoraggio a continuare la loro opera di pace, sapendo che occorre sostenere tutto ciò che combatte l’ignoranza e favorisce la conoscenza. Il felice connubio del dialogo della vita quotidiana con quello degli intellettuali o dei teologi contribuirà certamente a poco a poco, con l’aiuto di Dio, a migliorare la convivialità ebraico-cristiana, ebraico-islamica, e islamo-cristiana. È l’auspicio che formulo, e l’intenzione per la quale prego.