CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI PER PRESBITERI – 4

Villa Regina Mundi – Pianazze

Corso di esercizi spirituali per presbiteri

Celebrazione Eucaristica
28 giugno 1996

Letture: 2 Re 25, 1-12; Sal 136; Mt 8, 1-4.

Omelia

Era stata pronunciata la grande promessa di David, che su quel trono non sarebbe mai venuto meno la sua discendenza (cfr. 2 Sam 7, 16); promessa che per Israele doveva essere motivo di sicurezza e di una speranza sempre rinnovata. Viene invece il momento in cui Gerusalemme è assediata, è aperta una breccia nelle mura e la città è devastata: «Il settimo giorno del quinto mese, Nabuzardàn bruciò il tempio, la reggia e tutte le case di Gerusalemme, dando alle fiamme tutte le case di lusso» (2 Re 25, 8-9). Sembra la fine di tutto. Il re Sedecia rimarrà come simbolo di una Gerusalemme annientata, perché si porterà l’ultima immagine che i suoi occhi hanno visto: l’uccisione dei figli. Così finisce Gerusalemme; ma in realtà non finisce. Questo è il dramma della sua infedeltà e del suo peccato. Però i profeti aiuteranno a leggere anche questo avvenimento non come la vittoria di Nabucodònosor. Fosse semplicemente il problema della potenza di Babilonia che si è manifestato, non ci sarebbe più niente da fare. Babilonia si è dimostrata più forte e Gerusalemme è scomparsa. Invece no. La distruzione di Gerusalemme è opera di Nabucodònosor, ma in realtà è il compimento del progetto del piano di Dio, certamente misterioso, anzi è un piano di cui Dio stesso per primo ne soffre.

Nel libro di Geremia c’è un testo in cui il Signore dice al profeta: «Ma io sto distruggendo quello che io stesso ho costruito, sto rovinando quello che io amo. E tu che cosa vuoi da me? Perché hai paura di soffrire? Sono io anzitutto che soffro» (cfr. Ger 45, 3-5).

Il disastro che sta avvenendo, è la rovina di Gerusalemme, ma è la sofferenza di Dio. È Dio che deve distruggere quello per cui ha faticato e lavorato. Ma proprio questa sofferenza di Dio diventa il fondamento della speranza. Significa: nonostante questi avvenimenti tragici, la storia non è sfuggita dal controllo di Dio, non è semplicemente nelle mani degli uomini, di Nabucodònosor. Dio ha il potere sulla storia, c’è l’ha, lo tiene e lo custodisce; siccome la distruzione di Gerusalemme è la sua sofferenza, Dio sarà capace anche di ricostruire da capo e in modo meraviglioso quello che ora distrugge. Significa: le sofferenze entrano dentro al progetto del Signore, ma preparano qualche cosa di bello, di più grande: le sofferenze ci sono ed inevitabili, a motivo dell’infedeltà di Israele. In fondo la distruzione di Gerusalemme non è altro (come ricordavamo nella Celebrazione Penitenziale di ieri) che le esecuzioni delle maledizioni che accompagnavano il trattato di alleanza. Quindi si è compiuto quello che era già stato detto, anni e secoli prima.

Quindi, dove c’è l’infedeltà dell’uomo, si è compiuta una logica che è inevitabile ed inesorabile; non c’è niente da fare, il peccato produce la morte. Ma non è per fortuna definitiva, perché c’è la possibilità del perdono di Dio che abbiamo Celebrato ieri. C’è la possibilità di una rinnovazione, di un ricominciamento da capo. Ed è quello che la prima lettura ci lascia perlomeno come speranza. Leggere questo avvenimento, come condizione dei peccati, quindi vedere anche dentro a questo avvenimento la presenza di Dio, apre la possibilità anche alla conversione e quindi alla rinascita della speranza.

La quale speranza, per noi s’incarna nella possibilità d’incontrare Gesù di Nàzaret; ed è il Vangelo che abbiamo ascoltato, semplicissimo, però bello, se noi riusciamo a metterci nei panni di questo lebbroso che diventa protagonista della salvezza.

Dopo il discorso della montagna, Gesù scende dal monte. Quindi per tre capitoli l’abbiamo ascoltato come maestro che annuncia il Regno di Dio, e che dà le indicazioni sul cambiamento che il Regno di Dio esige da noi. Bene, a questo punto Gesù scende dalla montagna. “Scende”, significa che oramai possiamo anche incontralo: è venuto e cammina in mezzo a noi. Di fatto c’è «molta folla che lo segue» (Mt 8, 1). E un lebbroso, del quale Matteo dice: «viene e si prostra». “Viene”, significa che fa un cammino di avvicinamento al Signore, non fino a toccarlo, si ferma un tantino prima. Non può fermare il Signore, non ne diventa padrone, però gli si può avvicinare, perché Gesù è sceso, è venuto in mezzo a noi.

Allora c’è la possibilità di avvicinarci a Lui, e di incontrarlo con il gesto dell’adorazione. Dice: «Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi» (Mt 8, 2). C’è un gesto e una parola. Il gesto è il “prostrarsi”; la parola è “Signore”. Significa: c’è un incontro, ma non è un incontro alla pari. C’è l’incontro tra il Signore e il suo servo. È l’incontro tra quello che porta la bontà di Dio in mezzo agli uomini, e quello che di questa bontà ha bisogno. È l’incontro tra la ricchezza infinita della grazia e la povertà grande del cuore umano. Per questo il lebbroso si prostra e incomincia con quel grido: “Signore”. Poi la preghiera: «se vuoi, tu puoi sanarmi». Ed è una preghiera che per prima esprime un atto di fede. Il dire: «tu puoi sanarmi», significa riconoscere e proclamare che in quell’uomo c’è la potenza di Dio; e che, dalle sue mani e dalle sue parole, può passare la potenza guaritrice che è propria di Dio. Quindi la preghiera chiede sempre un atto di fede.

La preghiera implicitamente comincia sempre come l’ha pronunciata Gesù nell’Orto del Getsèmani: «Padre! Tutto è possibile a te» (Mc 14, 36a). L’onnipotenza appartiene a Dio, ed è necessaria perché la preghiera diventi “serva”. Altrimenti se non riconosciamo a Dio il potere sulla storia, sul mondo e sulla nostra vita, la preghiera diventa solo un gesto formale e non autentico.

Però la preghiera non è un mezzo magico per costringere Dio ad agire. Per cui si dice: «se vuoi, tu puoi sanarmi». “Se vuoi” significa: «Non ho nessun desiderio di costringerti, non ne ho neanche la possibilità. La libertà ti rimane ed è piena dentro alla tua autonomia; posso solo presentarmi davanti a te con la povertà e il desiderio: “se vuoi, tu puoi sanarmi”; riconosco il tuo potere e mi metto davanti a te nell’atteggiamento unico del desiderio». Credo che questo sia fondamentale: la preghiera non è un artificio per costringere Dio; è solo il modo di incontrarlo nel rispetto infinito della libertà. Dio non è una forza di natura che una volta conosciuto lo possiamo usare a nostro vantaggio. Dio è un soggetto libero, la cui libertà si deve rispettare e accogliere.

Di fatto, il lebbroso può arrivare solo lì: arrivare vicino a Gesù; mettersi in ginocchio; proclamare che Gesù è il Signore; chiedere con umiltà. Il resto lo deve fare il Signore. E, di fatto, lo fa: «E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: Lo voglio, sii sanato» (Mt 8, 3). Significa che l’ultimo spazio che divide l’uomo dal Signore lo deve attraversare Lui; è il Signore che deve farsi vicino nella sua libertà; perlomeno è Lui solo che è in grado di toccare l’uomo: “stese la mano e lo toccò”. È significativo perché non tocca una persona qualsiasi ma tocca un “lebbroso”. Gesù, non aveva certamente bisogno di toccarlo, la guarigione lo può operare semplicemente con la parola. Ma qui c’è un gesto che vuole indicare il farsi vicino e il non avere più nessun velo e nessuna distanza. S. Agostino direbbe: «La misericordia arriva a toccare il misero». E significa che l’onnipotenza del Signore vuole arrivare a toccare la debolezza e la povertà dell’uomo.

«Lo toccò dicendo: Lo voglio, sii sanato. E subito la sua lebbra scomparve». Di per se, dice: «la sua lebbra fu purificata», ma delle volte hanno anche messo “sanare”, ma il testo parla di “purificare”. E significa che quella lebbra non è semplicemente una malattia, ma è come l’espressione della carne, della condizione di impurità dell’uomo, della condizione di distanza da Dio, di diversità da Dio, della condizione di peccato. Quindi questa guarigione non è solo una guarigione di malattia; è la purificazione dell’uomo dal suo peccato, ed è il dono, fatto all’uomo, di partecipare e di sperimentare la vita stessa di Dio dentro di sé.

Allora possiamo mettere insieme il Vangelo con la prima lettura; con l’esperienza di Gerusalemme, che nel suo peccato ha sperimentato la morte; ma è l’esperienza di questo lebbroso che dalla morte ha potuto riscoprire la gioia di vivere e la pienezza della vita. E il lebbroso l’ha potuto riscoprire, perché Gesù è sceso dal monte, perché Gesù è venuto in mezzo agli uomini, e quindi da parte nostra è raggiungibile nell’atteggiamento corretto della fede e della disponibilità del desiderio.

«Poi Gesù gli disse: Guardati dal dirlo a qualcuno, ma va a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro» (Mt 8, 4). Dunque, il lebbroso e Gesù si sottomettono al rispetto di tutta la legge. Non sarebbe assolutamente necessario, però il rispetto delle leggi e delle usanze sono un tratto normale del Regno del Signore. Questo lebbroso è invitato a ubbidire a quanto prescrive il diritto: deve andare dal sacerdote che verificherà l’autenticità della guarigione, e siccome è realmente guarito dovrà presentare l’offerta prescritta da Mosè; perché si riconosca e si proclami che la guarigione è in realtà venuta da Dio, è dono di Dio.

Ma fare questo significa sottomettersi alla legge, ma significa proclamare quello che in realtà è avvenuto. Che cosa è avvenuto? L’incontro con Gesù di Nàzaret. Che cosa proclami? Che Dio mi ha guarito. Allora, il Gesù di Nàzaret, era Dio che guariva. Gesù di Nàzaret non è certamente un guaritore; uno che abbia un fluido magico che guarisce la lebbra. No, era Dio che si è fatto vicino attraverso Gesù di Nàzaret. Allora quell’offerta diventa una proclamazione di Vangelo; la proclamazione che Dio si è fatto vicino agli uomini: «Dio ha visitato il suo popolo» (Lc 7, 16b). Gesù è il segno concreto di questa visita del Signore.

Bene, allora lo prendiamo come invito per noi, come popolo lebbroso, che però può ormai avvicinarsi al Signore e può mettersi in ginocchio davanti al Signore, a poca distanza; proclamando che in Gesù, Dio si è fatto vicino agli uomini, che quindi l’onnipotenza di Dio è qui e che se vuole può sanarci. Non possiamo esigere la guarigione, non possiamo strapparla; ma sappiamo che è nelle sue mani, e possiamo metterci davanti a lui nell’atteggiamento del desiderio e dell’attesa.

È la guarigione del lebbroso, è la guarigione di Gerusalemme, è la guarigione della nostra Chiesa: della nostra comunità che ha continuamente bisogno di essere purificata dal Signore e di essere rigenerata per potere testimoniare davanti al mondo che Dio si è fatto vicino: «Dio ha visitato il suo popolo».

Preghiera dei fedeli

Siccome il Signore ci benedice, presentiamo davanti a lui la nostra preghiera per la Chiesa, per il mondo, per le nostre comunità cristiane, per ciascuno di noi, per tutti coloro che hanno bisogno della guarigione del corpo o dello Spirito che il Signore è in grado di dare.

Preghiamo dicendo: ascoltaci Signore.

  • Per la Chiesa perché il Signore continuamente la purifichi e la rinnovi nella santità. Preghiamo.

  • Preghiamo per noi perché l’esperienza di questi esercizi sia solo un momento di quella esperienza continua di incontro con il Signore che ci viene donato. Che noi impariamo come abbiamo fatto in questi giorni ha benedire il Signore, a prostrarci davanti a lui, e a dire al Signore: se vuoi puoi guarirci, perché questo diventi un atteggiamento costante. Preghiamo

  • Perché il Signore voglia guarire tutte le lebbre del mondo, materiali e spirituali. Preghiamo.

  • Perché impariamo, attraverso l’esempio del nostro Vescovo, a trarre luce e insegnamento e nutrimento spirituale dalla Sacra Scrittura. Preghiamo.

  • Perché all’inizio delle nostre preghiere ci sia sempre un atto di adorazione. Preghiamo.

  • Perché nella preghiera possiamo sempre vedere il disegno di Dio su di noi. Preghiamo.

  • Perché sappiamo mettere il vangelo di Dio al di sopra di tutte le nostre attività e azioni. Preghiamo.

  • Perché Gesù ci aiuti ad assimilare, ad alimentare la sua carità pastorale, per l’unità della nostra vita spirituale, perché è necessaria per donare la vita alle anime. Preghiamo.

  • Perché, sull’esempio di S. Paolo, i nostri confratelli anziani e ammalati sappiano completare – con la loro sofferenza, la predicazione e la testimonianza, – la diffusione del vangelo. Preghiamo.

Ti ringraziamo Signore per quei misteri di bene e gesti di speranza che tu hai messo nei nostri cuori; e ti chiediamo, nella tua bontà e fedeltà, di portarli a compimento. Perché la nostra vita possa diventare testimonianza davanti al mondo, che tu sei buono e sei vicino a ogni uomo con il tuo amore provvedente e Padre. Te lo chiediamo per Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

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