CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI PER PRESBITERI – 2

Villa Regina Mundi – Pianazze

Corso di esercizi spirituali per presbiteri

Celebrazione Eucaristica
25 giugno 1996

Letture: 2 Re 19, 9-11. 14-21.31-35.36; Sal 47; Mt 7, 6.12-14.

Omelia

C’è dunque una porta così stretta che è difficile da trovare. Normalmente si vede la porta grande attraverso la quale si entra nella città che tutti conoscono e per la quale è facile entrare; ma c’è una porta stretta, c’è un sentiero angusto che solo pochi riescono a trovare. Il Vangelo di Matteo, dice proprio così: «Quanto pochi sono quelli che la trovano!» (cfr. Mt 7, 13-14). Il discorso non è tanto quello della fatica del passarci ma della difficoltà del trovarla; è così piccola che si nasconde e che non da nell’occhio. Qual è questa strada angusta e porta stretta che dobbiamo cercare di individuare? Credo che questa porta abbia due battenti.

Il primo, è quello che noi abbiamo ascoltato nella lettura del Libro dei Re, ed è la porta della fede. Siamo in una situazione di grave pericolo. Gerusalemme è circondata dall’enorme esercito Assiro con a capo Sennàcherib, che manda a dire al re Ezechia: «Smettila di fidarti del tuo Dio, tanto non ti può salvare. Forse che gli dei di altre nazioni hanno salvato i loro popoli? La Siria è troppo forte. Arrenditi!» (cfr. 2 Re 19, 9-11). Il discorso diventa quello del trovare la porta della fede, di quella fede che significa avere fiducia nel Signore di là delle circostanze esterne e delle situazioni di disagio, di minaccia, di pericolo e di paura che queste situazioni esterne potrebbero provocare. Ezechia ha da una parte l’esercito Assiro che fa paura; dall’altra il Signore che non si vede, che non si controlla e né si può costringere ad agire. Nel Signore bisogna solo avere fiducia.

Bene, da questo punto di vista, Ezechia ha una prestazione di fede stupenda, perché va al tempio e mette davanti al Signore la lettera del re di Assiria e rinnova la sua fiducia nel Signore: «Ora, Signore nostro Dio, liberaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu sei il Signore, il solo Dio» (2 Re 19, 19). Il discorso dunque è questo: «Ho fiducia in te e ti riconosco come unico Signore. Fallo vedere; manifesta». La risposta che viene dal profeta Isaia, è dello stesso tipo: «Ti disprezza, ti deride la vergine figlia di Sion. Dietro a te scuote il capo la figlia di Gerusalemme» (2 Re 19, 21). È una frase bellissima, di quelle che allargano il cuore. Però provate ad immaginare che cosa ci sta dietro? Ci sta dietro la fiducia di una Gerusalemme povera e debole di fronte alla minaccia di un esercito potente. Se Gerusalemme dice: «Ti disprezzo, ti derido»; da un punto di vista politico, fa in fondo un gesto di arroganza e impensabile.

Bene, questo è esattamente un cammino di fede: Gerusalemme si fida di più del Signore e della sua promessa, di quanto ha paura dell’esercito nemico; questa porta difficile da scoprire è la fede. Perché quella che noi scopriamo normalmente è la porta della forza economica e politica e della prevalenza culturale: quella che attraversano tutti gli uomini e che vediamo facilmente anche noi. Così la porta che avrebbe potuto attraversare anche il re Ezechia, sarebbe stata la più facile: quella del mettersi d’accordo con Sennàcherib e del fare alleanza con l’Assiria; dal punto di vista politico era questa la soluzione corretta. La via e la porta della fede sono strette e difficili da trovare: quella del fidarsi di Dio più di quanto si ha paura del mondo; quella del rimanere fedeli al Signore invece di adattarsi alle modalità di esistenza e di successo del mondo.

«Ora in quella notte l’angelo del Signore scese e percosse nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini. Sennàcherib re d’Assiria levò le tende, fece ritorno e rimase a Nìnive» (2 Re 19, 35-36). Dunque è andata bene. Si potrebbe anche dire che non va sempre così bene: che a volte la fede non ha immediatamente una risposta di successo; che la fede deve sapere accettare anche la croce, cioè il fallimento e anche immediato; e fidarsi del fatto che la potenza di Dio recupera anche i fallimenti e le sconfitte. In ogni modo questa è un battente della porta stretta da trovare.

E l’altro battente della porta? L’altro è il versetto del Vangelo di Matteo che precede immediatamente: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Mt 7, 12). Anche questa è una porta stretta; perché quella normale è quella dell’affermare: «Bada a te stesso, occupati e difendi la tua vita, ciascuno per sé e Dio per tutti; quindi l’essenziale è che tu non sia così sciocco da perdere quel poco che hai ma che lo difenda e lo custodisca con impegno e attenzione». Se uno invece ascolta la Parola del Vangelo come questa, ha perso la tranquillità della vita, e non si capisce che cosa alla fine ci guadagna, perché: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro»; significa che nella tua vita non ti devi occupare solo di te ma del mondo intero. Capite che con la debolezza e poche forze che abbiamo, se ci mettiamo anche ad occuparci del benessere, della salute, della gioia e della tranquillità degli altri, non si vive più facilmente.

In fondo, una formulazione come questa, della regola d’oro, è paradossale. La formulazione classica della regola d’oro è negativa: «Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te» (Tb 4, 15). Questo significato si capisce bene, perché rispettare l’esistenza degli altri è in fondo ancora comprensibile. Ma trasformata in positivo, la regola d’oro non è realizzabile. Semplicemente non è realizzabile perché dire: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro», significa che non sei mai a posto. Puoi fare venti cose, ma ce ne sono almeno altre ventidue possibili da fare. Messa in positivo è una strada alla quale non si arriva mai in fondo e che ci tiene sempre in un atteggiamento di doverne fare e trovare ancora; non nell’ansia del raggiungere chissà che cosa, ma nell’atteggiamento mai sazio e soddisfatto di se stesso, di chi vede la sofferenza o la povertà o il bisogno degli altri, come un appello di fronte al quale non si può rimanere indifferenti.

Allora, anche in questo caso c’è una porta larga che è del bieco centralismo o del badare a se stessi. C’è una porta stretta che è difficile da trovare e forse anche da attraversare, che è quella del prendersi cura degli altri come regola, del dilatare all’infinito la propria attenzione e il proprio servizio. Ma per quanto questa porta sia difficile da trovare, è quella che conduce alla vita; per quanto possa apparire pesante il preoccuparsi degli altri, di quanto ci preoccupiamo di noi stessi, è la via della vita. Sembra che in qualche modo uno perda del tempo e delle energie, che invece di essere spese per sé sono spese per gli altri, ma la garanzia è che in realtà attraverso questo dono di servizio, l’uomo raggiunge veramente la vita.

Allora sono queste le due ante della porta: la fede e la carità. Quella della fede: del fidarsi di Dio, più di quanto si ha paura del mondo. Quella della carità: dell’attenzione agli altri, tanto quanto si ha attenzione a se stessi. Nel primo caso veniamo decentrati perché al centro è collocato il Signore. Nel secondo caso veniamo ancora decentrati perché al centro delle preoccupazioni sono messi gli altri insieme a noi stessi, quindi non più in modo egocentrico ma in modo aperto e diffuso.

Rimane invece quella prima frase che è praticamente impossibile da spiegare, almeno gli esegeti ci hanno in qualche modo rinunciato, quel: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» (Mt 7, 6). Che può essere forse un riferimento ad un segreto, alla disciplina dell’arcano, sulle cose più intime della fede, che può essere un invito a una cautela nell’annuncio del Vangelo. Come gli esegeti, io non so che cosa vuole dire e intendere esattamente il Signore, dato che il Libro originario è perduto, quindi è in pratica impossibile sapere a che cosa effettivamente Gesù si riferiva. Io lo attaccherei a qualche cosa che abbiamo detto. La fede e la vita, sono la perla preziosa che il Signore ci ha donato e per la quale bisogna essere disposti a rinunciare a tutto per quella perla. Sono le cose sante che ci vengono dal Signore e che santificano la nostra vita; non buttiamole via. Non illudiamoci che possiamo salvare la nostra vita nel rinunciare alla fede e quindi nel difendere la nostra vita con le nostre capacità, o nel rinunciare all’amore e quindi nel badare solo a noi stessi. È vero il contrario. È vero che una fede buttata via e un amore perduto e abbandonato, sono alla fine la nostra stessa sconfitta e la morte. È vero che è difficile mantenere la fede: il fidarsi tanto di Dio; è difficile mantenere l’amore: il rinunciare a proteggere solo noi stessi; ma esattamente in questo c’è un cammino di vita. Quando la buttiamo via: “la buttiamo ai cani e ai porci”, quindi rinunciamo a questo dono che il Signore ci ha fatto, alla fine non ci guadagniamo niente, anzi i porci si rivoltano contro di noi per sbranarci, cioè alla fine perdiamo il senso della nostra dignità, della vocazione e del valore della nostra vita.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

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