CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI PER GIOVANI – 11

Bedonia – Seminario Vescovile

Corso di esercizi spirituali per giovani
provenienti da ogni parte della Diocesi

Quinta Meditazione
Mercoledì, 4 settembre 1996

Genere letterario è “raccomandazione ai figli che partono”, quindi vi dico semplicemente alcune cose che spero vi servano per continuare, per tenere in mente qualche cosa di quello che abbiamo vissuto in questi giorni.

Abbiamo insistito sul fatto che l’esistenza cristiana è fondamentalmente una risposta, una esistenza responsoriale: il Signore chiama e le creature rispondono con la loro esistenza; il Signore rivolge la parola e noi rispondiamo con la fede, l’obbedienza, la comunione con Lui.

Se volete custodire questa struttura della vita cristiana è importante che la Parola di Dio abbia un posto di primo piano, di primato, non nel senso che la quantità di tempo dedicata alla Parola di Dio sia maggiore di quello concesso a tutto il resto, ma nel senso che il primo tempo della nostra vita spetta a Lui, è un tempo di ascolto.

Allora, ciascuno di voi, con calma, libertà provi a riflettere dove e quando nella vita personale c’è questa dimensione di ascolto non del tempo, della vita, dei segni dei tempi, ma ascolto della Parola del Signore, di quella Parola che è Gesù Cristo e che è la Sacra Scrittura.

Vi consiglierei di seguire quotidianamente il Vangelo della liturgia del giorno in modo che diventi una specie di comunicazione del Signore alla vostra vita: il Signore parla e voi ascoltate.

San Gregorio Magno diceva che la Bibbia è la lettera di Dio agli uomini: siccome gli uomini abitano un tantino lontano da Dio, Egli ha scritto loro una lettera con la quale cerca di suscitare la nostalgia della casa, della comunione con Lui e questa lettera è la Bibbia. Leggerla vuol dire ricevere un messaggio del Signore.

Capite l’importanza di questo? Dio ci ha in nota, siamo preziosi davanti a Lui tanto che ci rivolge la parola. Se una persona non vale niente, non le si rivolge neanche la parola; il fatto che il Signore ci parla è segno di dignità, di valore.

A volte ci succede di leggere, ma di capire poco della Parola di Dio. Mi accadrà allora come quelle volte in cui ricevo una cartolina e non capisco bene lo scarabocchio che vi è scritto, però leggo bene la firma; so chi me l’ha inviata e in qualche modo ricevo ugualmente una comunicazione, anche se le parole non riesco a capirle nel loro valore.

Alle volte capita, nel leggere la Bibbia, che si capisca poco, e capitava anche a Sant’Agostino che diceva: “Vuol dire che Dio è più grande di me; io ne capisco solo una parte e c’è tanta parte della Parola di Dio che debbo accettare di non capire!”. Questo mi mantiene nell’atteggiamento giusto.

In ogni modo tenete vivo l’atteggiamento di ascolto.

Naturalmente l’ascolto deve suscitare la risposta e questa è tutta la vita: noi rispondiamo al Signore con tutto quello che diciamo, pensiamo, facciamo, programmiamo, realizziamo con tutta la vita. Quindi tutta la vita deve essere un dialogo con il Signore, ma perché la vita abbia questa dimensione ci vuole un momento di dialogo più personale e immediato.

Vale anche qui quello che giova nel rapporto di coppia: se marito e moglie si vogliono bene, tutta la loro vita è di comunione, anche quando sono in due posti distanti per il lavoro, perché se si vogliono bene lavorano per quel progetto di coppia, di famiglia che vogliono costruire, quindi vivono sempre in un rapporto di comunione. Però sarebbe difficile spiegare alla mia ragazza che le voglio bene se non trovo mai il tempo di parlarle e di ascoltarla direttamente; posso dirle che quando lavoro è per lei, quando penso rievoco lei, ma se non arrivo a dialogare, pian piano, il rapporto si inaridisce, perde il suo smalto.

Questo vale anche con il Signore. È vero che tutta la vita è una risposta a Lui, però è altrettanto vero che ci vogliono alcuni momenti di dialogo, in cui diamo al Signore del “tu”, che si chiama preghiera.

Questa ha solo una regola fondamentale: prendere il Signore per quello che è. La nostra immagine di Dio deve essere quella che arriva dalla rivelazione che Lui ci ha fatto di se stesso. Per il resto possiamo dire tutto quello che vogliamo; possiamo esprimere i nostri sentimenti, le gioie, le perplessità, le paure, i dubbi, possiamo anche litigare con il Signore. Anche questa è una forma di preghiera; l’hanno praticata anche Giobbe e Geremia: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso» (Ger. 20, 7): è un modo di litigare con il Signore, di rimproverarlo per una serie di situazioni in cui lo ha messo, perché: «Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno» (Ger. 20, 8). Mi prendono tutti in giro perché non riesco a parlare d’altro che di sofferenza, di sconfitta. Questo è un modo di lamentarsi, ma con il Signore e quindi è preghiera. Tutte le volte che al Signore diamo del Tu si sviluppa questa dimensione di preghiera, di comunicazione.

Allora, ascolto della Parola di Dio e preghiera.

Quanto? Mi piacerebbe dare delle regole precise, ma credo che non ci siamo quelle che vadano bene per tutti; è meglio che ci riflettiate. Eventualmente ne parlate con il direttore spirituale, ma dovete trovare voi questi ritmi. Ad ogni modo l’ascolto e la preghiera ci debbono essere: l’ascolto con il Vangelo del giorno, per esempio, ma è del tutto lasciato alla vostra libertà. Importante è che ci sia l’ascolto, perché altrimenti finisce che gestiamo tutta la vita religiosa per conto nostro: parliamo noi, rispondiamo noi, facciamo tutto noi e invece una parte spetta al Signore.

Con quali ritmi? Anche qui siete del tutto liberi di scoprire i vostri, però ricordate che la vita dell’uomo, per natura sua, ha dei ritmi che hanno un loro significato.

Ritmi vuol dire questo: l’uomo, nella giornata, fa varie cose, diverse e complementari, per cui quando riesce a farne bene una è più facile che faccia bene anche le altre.

Il ritmo fondamentale nella nostra vita è quello del dormire e stare svegli: se uno dorme bene quando è ora di dormire, è poi sveglio quando è ora di stare attento, e viceversa; se uno è veramente sveglio e fà con intensità, dopo dorme meglio. Questi sono i ritmi: tempi dedicati a certi tipi di attività.

I ritmi fondamentali della nostra vita sono: quello della notte e del giorno; quando al mattino mi sveglio e apro gli occhi per me è come il nascere, rinasco. Ricordate cosa vuol dire nascere?: «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona»(Gen. 1, 3-4a). Allora al mattino, quando aprite gli occhi potete ritrovare questa esperienza del Signore che vi chiama, che vi fa vivere, che vi dona la vita, vi dona una giornata; per voi, aprire gli occhi e alzarvi, è rispondere al Signore, è vivere chiamati da Lui e potete sentirvi addosso quelle parole del Signore «Dio vide che era una cosa buona» perché al mattino Dio conferma la sua approvazione per voi.

La sera, quando vado a letto perdo la coscienza; addormentarsi vuol dire perdere il dominio di sé, non essere più consapevole. Ecco perché alla fine della giornata recitiamo nella compieta: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele» (Lc. 2, 29-32), che è la preghiera del vecchio Simeone quando, arrivato alla fine della sua vita, dice al Signore che è completa, è arrivata alla maturità.

Allora il ritmo della sera è quello dell’addormentarsi nel Signore, affidando a Lui la giornata e la vita.

Con il ritmo dello svegliarci e dell’addormentarci noi impariamo dunque a nascere e a morire, impariamo la struttura fondamentale della nostra esistenza, impariamo a nascere con gioia davanti al Signore che ci chiama e ad affidarci con serenità a Lui che ci sostiene al tramonto della nostra giornata, della nostra vita.

Non dico che questo sia un ritmo da seguire a tutti i costi, perché nella nostra cultura si tende a saltare. Una volta, quando non c’era la luce elettrica, si andava a letto con il tramonto del sole; ora non è più così e la notte può sostituire il giorno, quindi i ritmi sono cambiati, ma non del tutto, perché, di solito, a letto ci andiamo ugualmente e ci rialziamo. Allora teneteli questi ritmi e chiedetevi come viverli in modo significativo, in modo bello. Lo svegliarci e l’addormentarci sono piccoli avvenimenti della nostra vita, .

Un altro ritmo che funziona nella nostra società è quello della settimana, il ritmo del lavoro e del fine settimana: per cinque giorni si lavora e per due ci si riposa. Questa distinzione ha un suo valore, però a volte salta nella vita moderna, perché molti lavorano anche la domenica e riposano durante la settimana: bisogna che ciascuno veda in concreto quali sono i ritmi della sua vita. Il mio discorso è generico, poi ognuno deve applicarlo alla sua vita. Avere il tempo del riposo è un elemento fondamentale della vita dell’uomo perché questi non è fatto solo per lavorare, ma anche per godere la vita, per avere un momento in cui impara semplicemente a vivere senza dovere faticare o rincorrere le cose. L’uomo deve avere il momento in cui può guardare le stelle con calma e tranquillità, il momento in cui può parlare con gli amici senza fretta perché non c’è la sirena della fabbrica che chiama, così come uno può fermarsi un attimo e leggere la Parola di Dio con calma e tranquillità.

È vero che bisogna leggerla tutti i giorni, però è anche vero che se la leggete al mattino dei giorni lavorativi, di solito c’è il tram che vi aspetta e bisogna partire; al sabato e alla domenica si vive con più calma (a parte i preti che lavorano solo il sabato e la domenica!) e bisogna riscoprire questi significati.

Sarebbe necessario un discorso grosso sul giorno del Signore, ma lo rimandiamo ad un’altra volta. Cercate allora di dare al sabato e alla domenica un significato proprio e ricco.

Altro ritmo è quello dell’anno. Ogni anno si riparte da capo e credo che i tre giorni di esercizi, che abbiamo fatto, siano un elemento tipico del ritmo annuale. Gli esercizi sono un momento forte, nel corso della vita, fanno da impostazione per il tempo che viene avanti e tutte le volte che ricomincia un anno, dopo le vacanze estive o cose del genere, gli esercizi sono un momento di interruzione per fare il punto della situazione. Vale quindi la pena che uno abbia questo periodo di “stop”, di pausa, tutti gli anni, per rendersi conto di chi è, di che cosa fa, del perché le fa; per capire quali sono le cose importanti da raggiungere, quelle che ha raggiunto, quelle che ha sbagliato… Anche questo è un ritmo.

Io non voglio dare delle regole rigidissime, però vorrei consigliarvi di stare attenti ai i ritmi della vostra vita per poi sfruttarli perché contengono una ricchezza, delle potenzialità. Se ve ne rendete conto potete arricchire di molto la vostra esperienza umana. Con il mattino e la sera, con la domenica, con il mese, l’anno. Potete valorizzare i ritmi dal punto di vista personale, per prendere in mano la vostra vita, e dal punto di vista della fede per l’ascolto e la preghiera di cui parlavamo (preghiera del mattino e della sera, la messa della domenica, la confessione bimestrale, gli esercizi annuali…).

Un ritmo essenziale della nostra vita è anche quello dell’essere soli o dell’essere insieme con gli altri. Per un’esistenza umana e cristiana equilibrata, ci sono dei momenti in cui dobbiamo essere capaci di stare da soli e altri in cui dobbiamo essere capaci di stare con gli altri, non solo dal punto di vista dell’essere gomito a gomito, ma nel senso del confrontarsi con gli altri, del camminare con gli altri.

Sono entrambi due ritmi importanti perché la capacità dello stare da soli rende un po’ più liberi e meno dipendenti, meno condizionati dall’ambiente e di questo ne abbiamo bisogno perché la nostra vita non rispecchi solo che “si” fa.

È una scoperta dei filosofi quella delle cose del “si”: non quello che io faccio, ma quello che “si” fa, che è impersonale, che viene fatto senza impegno proprio, senza libertà. Si va in discoteca, non perché io scelgo di andarci, non perché ritengo che sia un valore positivo e allora decido di andare, ma “si va” perché lascio da parte la libertà; non devo ragionare devo solo lasciarmi portare.

La capacità di stare da soli ci aiuta a uscire da questi meccanismi impersonali, però potrebbe portare al rischio di diventare degli orsi: l’uomo non è fatto per stare da solo, ma per vivere in comunità, è un “animale” sociale. Allora lo stare da soli è indispensabile per ritrovare la mia libertà e autenticità, che mi devono portare incontro agli altri e quindi alla capacità di dialogare, di collaborare, di confrontarmi.

Questo vale anche dal punto di vista della fede: ci vogliono dei momenti di riflessione e di preghiera personale, (e in questi giorni siamo stati vicini, però i momenti di silenzio avevano come scopo lo stare con il cuore davanti al Signore, per verificare il nostro atteggiamento e non davanti agli altri per cogliervi un’approvazione e una simpatia); però ci vogliono anche dei momenti insieme (ci si trova con alcune persone per scambiare le esperienze dal punto di vista della fede. Nel nostro cammino di fede ci devono essere dei momenti in cui camminiamo con gli altri, ci confrontiamo, ci misuriamo e ci arricchiamo a vicenda).

San Paolo scrive ai cristiani di Roma: «Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io» (Rom. 1, 11-12). Abbiamo qualcosa in comune che è la fede, se riusciamo a dircela, con molta umiltà e semplicità, a essere persone di fede con gli altri, ci irrobustiamo a vicenda, ci rinfranchiamo a vicenda.

Di questo ne abbiamo bisogno: prendete in considerazione un gruppo parrocchiale o un gruppo scout, o un altro gruppo e varrebbe la pena che un qualche incontro con gli altri lo metteste in conto perché vi da più sicurezza, vi sostiene nei momenti di crisi.

Una volta usavano i bioritmi: dicono che in ognuno ci sono tre bioritmi, uno intellettuale, uno emotivo e un altro che non ricordo, che si alternano a vicenda in modo da compensarsi, però capita la volta in cui tutti e tre sono negativi e allora si è in crisi nera, viene la voglia di non fare niente e di piantare tutto.

Siccome per fortuna i bioritmi sono diversi da una persona all’altra, se siamo in 4 o 5 può darsi che uno sia in crisi, ma gli altri no; allora se riusciamo ad avere la pazienza di tenerci per mano ci sosteniamo a vicenda. I momenti di crisi li passiamo tutti, li dobbiamo mettere in conto perché fanno parte della nostra struttura biologica, ma siccome il Signore ci ha messo insieme, la presenza degli altri diventa uno stimolo. Quando sono in crisi non vorrei uscire con nessuno, e se un amico mi telefona e insiste, va a finire che esco anche se non ne ho una gran voglia; questo mi fa solo bene, perché in questo modo non sono schiavo degli stati d’animo, che fanno sì parte della vita ma non bisogna esserne dominati. Si può reagire con un po’ di impegno. Non sempre riuscirà bene, ma se siamo in gruppo ci aiutiamo a vicenda e ci sosteniamo in quei bioritmi religiosi per cui, anche quando non avrei una gran voglia, ascolto ugualmente il Vangelo con gli amici e può darsi che mi ritorni il desiderio, l’appetito.

Allora se non avete un gruppo costituito, fatelo! Vi ritrovate in quattro o cinque e vi prendete l’impegno di incontrarvi una volta al mese (o alle scadenze che volete) e vi date un programma di preghiera o di lettura della Parola di Dio. Un ritmo che non deve essere frequentissimo ma deve essere sufficiente per “tenerci marcati” per costringerci a uscire dal guscio e a metterci in gioco insieme con gli altri.

Naturalmente non è una catena e, se uno non ne ha più voglia, può liberamente uscirne, però fino a che non c’è una decisione contraria bisognerebbe che l’impegno restasse: se ci riuniamo in cinque e decidiamo di fare questo cammino bisogna che lo prendiamo come impegno serio, non della serie “se ho voglia bene, altrimenti sto a casa…”, ma “se ho voglia ci vado, se non ne ho voglia ci vado ugualmente perché gli altri mi aspettano, perché la mia presenza ha un significato e un valore per gli altri”.

Riassumendo: l’ascolto e il dialogo (come ritmo del rapporto con il Signore), i ritmi del tempo (così come sono impostati nella nostra vita), il ritmo dell’essere soli o con gli altri sono i ritmi che ci possono aiutare ad andare avanti.

Aggiungerei alcune parole di esortazione, molto semplici, che richiamano le cose accennate in questi giorni:

  1. Per fare un cammino di fede il primo passo fondamentale e difficile, e forse mai fatto una volta per tutte e, quindi da recuperare continuamente, è quello delprenderci con la nostra identità davanti al Signore, così come siamo, con le nostre caratteristiche e i nostri difetti, con i nostri sogni e il nostro passato, perché questo siamo noi e questo è quell’“io” che il Signore sta chiamando.

Non ci chiede di essere diversi da noi stessi, ma di essere il meglio di noi stessi; quindi, prendendoci per quello che siamo, diamo il meglio di noi, che non è misurabile con quello degli altri perché non so quanto chiede ai miei fratelli ed inoltre perché chiede cose diverse per cui non sono confrontabili, anche se a noi la prospettiva del confronto viene sempre spontanea.

Se ci poniamo davanti al Signore forse riusciamo a superare questo rischio.

  1. Non avere paura di noi stessi, dei nostri sentimenti, delle nostre pulsioni; tutte queste realtà, che fanno parte della nostra vita, prendiamole come il materiale di cui abbiamo bisogno per fare la nostra opera d’arte.

L’opera d’arte è qualcosa di straordinariamente spirituale, un’intuizione del cuore, però ha bisogno di tela, di colori, di pennelli, di scalpelli, di marmo… altrimenti non esce fuori; quello che ho in testa è bellissimo, ma non è un’opera d’arte; lo diventa quando riesco ad incarnare ciò che ho in testa, a introdurlo nella materia, in una roba stupida come il sasso o l’argilla. L’argilla di per sé è niente, però plasmata da un artista diventa un’opera d’arte, un’emozione, un pensiero, un desiderio, un’interpretazione della realtà.

Noi siamo degli artisti con la nostra vita, dobbiamo diventare degli artisti e dobbiamo lavorare con del materiale che siamo noi, il nostro corpo con tutto quello che ci sta dentro, quindi anche con le pulsioni, anche con i desideri, i pensieri ecc. Non si tratta di averne paura, ma di conoscerli e impiegarli nell’opera che il Signore vuole che costruiamo.

Non spaventatevi quando vi accorgete che è difficile ed è stra-difficile, perché usare il materiale di cui siamo fatti e fare uscire qualcosa di straordinario, di bello, non è facile.

Non è facile nemmeno per l’artista il quale, a volte, si lamenta con il marmo perché non gli obbedisce, perché lui ha dato una scalpellata desiderando un risultato che non si è realizzato; nemmeno il nostro materiale è sempre obbediente a quello che vorremmo: a volte abbiamo un’intuizione bella di quello che dovremmo essere, ma il nostro materiale dice “picche”, non obbedisce, viene fuori qualcosa di diverso.

In questi casi c’è il rischio di piantare tutto e non impegnarsi più. Invece è essenziale la capacità di avere fiducia nel progetto che abbiamo nel cuore e insistere finché non riusciamo a metterlo nella carne, a introdurlo nella nostra esistenza.

Si farà fatica. Bisogna avere la capacità di ricominciare tutte le volte senza avvilirsi mai e bisogna capire quale progetto effettivamente è possibile realizzare con quello che siamo, con le nostre capacità perché potrei sognare di essere un Michelangelo ma non lo sono; potrei sognare di essere un san Francesco ma non lo sono e bisogna che accetti di realizzare un capolavoro che non è la vita di san Francesco, ma è la mia vita. La vita di san Francesco mi serve come stimolo per superare gli avvilimenti, perché vedo quello che Dio è capace di fare in una persona umana, ma io debbo trovare il mio capolavoro o il mio progetto.

Nella lettera ai Romani san Paolo dice: «Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato» (Rom. 12, 3).

Non si può pretendere di essere chissà chi, non pretendere di essere santo come san Francesco; parti da quella misura di fede che Dio ti dà perché è un dono Suo, lavora con quello lì; il Signore non ti chiede altro. Forse la gente ti chiederebbe altro e vorrebbe chissà che cosa da te, ma il Signore ti chiede solo che tu sia te stesso nel modo migliore, dando il meglio di quello che Lui ti ha messo dentro. Quindi capacità di ricominciare e camminare con pazienza.

La pazienza è la virtù che ci aiuta a sopportare il tempo necessario per realizzare le cose. Abbiamo ripetuto che la vita cristiana non è un’esperienza di magia, non è un cambiamento immediato e totale della vita, ma è un cammino di maturazione e questo vuol dire che tra l’aratura, la semina e il raccolto ci vogliono dei mesi e ci vuole la pazienza di aspettare che il raccolto venga. Ci vuole la pazienza di aspettare, altrimenti se uno vuole tutto e subito, ottiene solo cose superficiali. Tutto subito si può avere con l’apparenza, con la realtà virtuale ma nella realtà reale, nella sostanza delle cose non c’è niente da fare e il tempo occorre.

Fino ad ora nessuno ha inventato il modo di far correre il tempo spirituale più in fretta. Abbiamo trovato il modo di produrre più in fretta motori, non di fare maturare l’uomo più in fretta: la maturazione del cuore umano ha bisogno di tempo, di pazienza, di dialogo.

Un dialogo di amicizia non si fa in dieci minuti, ci vogliono dei mesi perché l’amicizia si consolidi. In 10 minuti si può ottenere la simpatia perché è istintiva, ma superficiale; la simpatia ci vuole perché è il punto di partenza, poi occorre quel cammino di conoscenza e della comunicazione personale che richiede tempo e pazienza.

Con il Signore è lo stesso, la pazienza ci vuole, non si arriva di colpo, ma pian piano attraverso la valorizzazione di quei ritmi di cui abbiamo accennato.

Questi sono i “consigli per i figli che partono”, le esortazioni, poi – se il Signore vorrà che ci possiamo rivedere – faremo un esame su come le cose sono andate, su che cosa è realizzabile o utopistico tra queste realtà.

*** *** ***

Intervento: “Io avrei una richiesta. Le cose dette sono state tante e molto interessanti; ognuna richiederebbe una riflessione e un approfondimento e desidererei che fossero trascritte su un libro per riprenderle o avere le cassette”.

Risposta del Vescovo: “Marcello ha tutto, registra tutto, però l’importante è che rimanga qualcosa nel cuore; poi con l’aiuto della memoria ce n’è abbastanza per andare avanti”.

Domanda: “Qual è il metodo migliore per trasmettere queste cose agli altri, visto che ci sono molti catechisti ed educatori”.

Risposta del Vescovo: “Il metodo migliore è quello del contagio. Se fate con semplicità e con perseveranza un cammino di fede in quelle dimensioni che dicevamo (ascolto della Parola di Dio e preghiera legata con tutta la vita, con il lavoro) lo trasmettete anche senza bisogno di cose grosse. Importante è che ci sia un cammino serio e perseverante di Parola di Dio, di preghiera e di vita. Non c’è bisogno di metodi particolari.

Forse si possono trovare dei metodi per fare catechismo, per spiegare la Parola di Dio, ma l’esperienza di fede si trasmette soprattutto per contagio”.

Domanda: “Vorrei un consiglio per accostarmi alla Parola di Dio, perché non tutte le scritture sono così semplici e ci sono libri che risultano ostici e difficili”.

Risposta del Vescovo: “Anche su questo è difficile dare una risposta. Nella Bibbia ci sono libri diversi e ciascuno tipo di libro va affrontato in modo diverso. Un conto è leggere il libro dei Proverbi, e un conto è leggere il libro di Giosuè. Quest’ultimo si legge come una narrazione epica di avvenimenti della storia di Israele; il libro dei Proverbi bisogna leggerlo tre righe alla volta perché è un condensato di esperienza.

Il libro dei Salmi esige un suo modo di lettura, così come il Cantico dei Cantici richiede un atteggiamento spirituale nuovo. Bisognerebbe quindi spiegare come ciascun libro vuole letto, secondo le sue caratteristiche, secondo il suo «genere letterario»; ma per questo bisognerebbe fare una scuola ed entra in un mio desiderio, ma il mio segretario dice che i miei desideri sono irrealizzabili.

Direi una cosa molto semplice: non spaventatevi quando nella lettura della Bibbia non capite e nemmeno quando vi viene da scandalizzarvi, quando vi capita un testo che vi fa dire “ma come è possibile che Dio abbia fatto questo o quest’altro…”.

Le soluzioni sono due: o andate a fare uno studio approfondito della scrittura per capire quando è nata, quali sono i generi letterari… o altrimenti, con santa pazienza, continuate a leggere anche quando siete di fronte a delle cose difficili. Se avete questa pazienza, il 90% delle difficoltà svanisce man mano che vi introducete nella Bibbia. Il restante 10% vi resterà come dubbio, ma è una piccola parte. Ci vuole però pazienza per andare avanti.

Direi allora di partire dai Vangeli e dagli Atti degli Apostoli che non presentano grandi problemi e prendeteli come testi importanti dell’ascolto della Parola di Dio; anche per il resto del nuovo testamento non ci sono dei seri problemi.

L’antico testamento leggetelo dopo, a partire dal nuovo e i libri che dovreste conoscere sono la Genesi, l’Esodo, il Deuteronomio, Isaia, Osea, i Salmi. Poi potete entrare nell’antico testamento pian piano, leggendo ogni libro con l’introduzione riportata dalla Bibbia di Gerusalemme che spiega le cose fondamentali in modo da orientare, infine è questione di perseveranza.

Fate finta di essere paracadutati a Tokio: non conoscete il giapponese, non capite assolutamente niente, non comprendete le scritte sui negozi, siete in qualche modo paralizzati, allora incominciate a percorrere una strada, poi un’altra, osservate che cosa c’è nei negozi e pian piano vi adattate, vi acclimatizzate e iniziate a muovervi meglio (anche se non vi sentite a casa vostra!) perché incominciano ad esserci dei punti di riferimento.

Per l’antico testamento è circa la stessa cosa, poi se vi capita di frequentare qualche corso di sacra scrittura, fatelo perché c’è solo da guadagnarci.

Come congedo Vi leggo la fine del capitolo terzo della Lettera agli Efesini:

«Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché‚ vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché‚ siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen» (Ef. 3, 14-21).

Io prego davvero il Signore perché con il suo Spirito vi rafforzi potentemente nell’uomo interiore e perché possiate comprendere quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza. È un po’ quello che abbiamo tentato di fare in questi giorni e il Signore lo maturi, lo faccia arrivare a pienezza per mezzo del suo Spirito.

* Documento rilevato dalla registrazione, non adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

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