CORPUS DOMINI

Cattedrale

Celebrazione Eucaristica Corpus Domini

Domenica 9 giugno 1996

Letture: Dt 8, 2-3.14-16; Sal 147; 1 Cor 10, 16-17; Gv 6, 51-58.

Omelia

Passeremo in mezzo alle vie di Piacenza portando in un ostensorio dorato quello che sembra un pezzo di pane. Questo comportamento in precessione non è strano, anche se i riti religiosi presentano sempre qualche cosa di misterioso. Ma perché portare l’Eucaristia in mezzo alla città? in mezzo alle strade dove la gente vive? in mezzo ai negozi? i bar? ai luoghi dove ci si diverte? Che rapporto ha l’Eucaristia con la vita quotidiana? e con la vita della nostra società?

Noi faremo la processione in mezzo a Piacenza, perché siamo convinti che ci sia un forte legame tra il sacramento dell’Eucaristia che noi adoriamo e la vita quotidiana della gente. L’Eucaristia si fa con il pane, e «il pane è il frutto della terra e del lavoro dell’uomo» (liturgia offertoriale della Messa). Vuol dire: il pane è un dono di Dio, ma non è un prodotto naturale: non nasce pane; ma è il frutto dell’arte e del lavoro umano. Per fare il pane ci vuole un contadino e un fornaio, cioè ci vogliono delle persone che mettono in atto delle tecniche e attraverso il loro lavoro si cava fuori della terra quello che diventa pane. Per fare il pane ci vuole il lavoro dell’uomo e il Signore lo ha scelto; non ha scelto per l’Eucaristia un prodotto naturale, ma quello che l’uomo fa. Perché l’Eucaristia vuole ottenere e assumere dell’uomo proprio questo: la sua esistenza, il lavoro, la sofferenza, le frustrazioni e le speranze.

Questo è il materiale con cui si fa l’Eucaristia; ed è questo il materiale che Gesù ha preso nell’Ultima cena e che ha trasformato nel dono della sua vita: «Ha preso un pezzo di pane, lo ha spezzato e ha detto: questo è il mio corpo che viene offerto in sacrificio per voi» (liturgia Eucaristica della Messa) (cfr. Mt 26, 26-28). Quindi, non solo “questo è il mio corpo”, ma questo è un corpo donato, è una vita sacrificata. Il Signore ha preso il pane e il nostro lavoro per rivelare e trasmettere, attraverso il frutto del nostro lavoro, il suo amore.

Dunque, il pane che diventa Cristo è fatto con la fatica del nostro lavoro. Quello che il Signore vuole ottenere è soprattutto questo: il lavoro umano è trasfigurato e rinnovato e diventa la sua vita. La vita di Cristo è come la nostra, però è una vita trasformata in obbedienza a Dio, è un fare la volontà di Dio. Quindi, è una vita trasformata in amore, è un dono di amore, di pazienza, di bontà, di perdono e di generosità. Questo è quello che Gesù vuole che diventi il lavoro dell’uomo, ed è per questo che ancora Gesù ha scelto il pane.

Gesù, per indicare il sacrificio della croce, avrebbe potuto indicare degli altri segni. Noi usiamo normalmente una croce con attaccato un crocefisso e quello ci ricorda il sacrificio del Signore. Ma Gesù non ha preso un segno di questo genere, ha preso il segno del pane, il quale è fatto di materia organica che di per sé si decompone. Se voi lasciate lì il pane, diventa muffa, perde le sue caratteristiche di nutrimento, perché il pane non è fatto per essere messo da parte, ma è fatto per essere mangiato e diventare un nutrimento. Quello che il Signore ci voleva donare era proprio questo: non solo la sua vita da guardare e da ammirare, ma il suo dono da stupirci infinitamente. Tutto questo è vero, ma lo ha voluto dare nel segno del pane, perché lo mangiamo e la sua vita diventi nostro nutrimento e il suo amore diventi la forza della nostra esistenza. Quello che noi mangiamo, diventa carne e sangue: il nostro corpo e la nostra vita. L’Eucaristia è questo: è la vita del Signore trasformata in nutrimento perché possa nutrire e rigenerare noi e la nostra vita.

Per questo nell’Eucaristia c’è trasmessa un’esistenza rinnovata. Non si fa l’Eucaristia solo per fare un grande miracolo: il miracolo del pane che diventa il corpo del Signore; non è questo lo scopo. Lo scopo è che noi diventiamo il corpo del Signore, che la nostra vita sia trasfigurata e che l’esistenza cristiana diventi la stessa esistenza di Cristo. Quindi, se noi mangiamo l’Eucaristia, non è solo per compiere un rito suggestivo, ma è per ricevere la vita di Cristo come dono per riuscire a trasformare la nostra vita in dono e per ricevere la pazienza e la bontà del Signore; perché anche la nostra vita diventi pazienza e bontà e perché diventi questo anche il nostro lavoro. È proprio il pane che è fatto con il frutto del lavoro dell’uomo, quindi ci sono le nostre fatiche, le frustrazioni, le capacità e le abilità. Ci vogliono delle competenze per fare il lavoro dell’uomo perché riesca bene e con arte. Tutte queste cose sono prese dall’Eucaristia.

La società è normalmente un intreccio e un conflitto di interessi diversi; quindi si cerca, attraverso l’arte della politica, di trovare un equilibrio tra i diversi interessi (questo equilibrio è quello che cerca di tenere un tantino fermo quell’istinto di aggressività e di violenza che molte volte ci portiamo dentro, che qualche volta scoppia ma che normalmente nella società viene controllato attraverso l’equilibrio degli interessi), e questo fare sarà naturale per la società.

Ma quello che l’Eucaristia vuole ottenere è un cambiamento dei rapporti sociali, del nostro modo di vivere i rapporti con gli altri. L’Eucaristia vuole mettere dentro a questa società – equilibrio di interessi – una forza e un dinamismo di amore e di gratuità, dove il problema non è misurare l’interesse e trovare l’equilibrio, ma il problema diventa vivere gli uni per gli altri. «Per questo noi abbiamo conosciuto l’amore: che Lui ha dato la vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Quello che l’Eucaristia contiene è che Lui ha dato la vita per noi. “Lui ha dato la vita per noi” è l’Eucaristia. Il risultato, il prodotto e il frutto dell’Eucaristia è che noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. L’Eucaristia produce questo se la mangiamo davvero nella fede, quindi con una disponibilità del nostro cuore.

L’Eucaristia fa si che chi esercita una qualche autorità riesca ad esercitarla non come pressione sugli altri ma come servizio. Tra voi non è così, ma: «chi vuole essere il primo tra voi, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9, 35). Questo è un grosso miracolo, se “il primo diventa l’ultimo e il servo di tutti”; ma questo lo vuole ottenere l’Eucaristia e niente di meno. L’Eucaristia funziona quando nasce una comunità umana fatta di gente normale, non di super uomini o di gente particolarmente santa; ma una società dove la legge della convivenza non è solo l’equilibrio degli interessi, non è solo la difesa dall’aggressività; ma diventa l’amore, il servizio, il dare la vita gli uni per gli altri, il portare gli uni i pesi degli altri, il portare il peso delle cose che non vanno (invece di accusare), la capacità di portare noi i pesi senza giocare “lo scarica barile”. Ecco, l’Eucaristia vuole ottenere una società così.

Non ci possiamo certamente illudere che il mondo si trasfigura come dalla bacchetta magica e diventi un mondo bellissimo, dove la gente si vuole bene, si abbraccia e si bacia senza problemi. Però, dobbiamo mettere dentro a quell’esperienza che è la comunità cristiana la logica dell’Eucaristia, dell’amore e del servizio. Qualche germe di amore, di perdono e di servizio lo dobbiamo introdurre nella società degli uomini perché ne ha bisogno. Si può vivere per un po’ nell’equilibrio degli egoismi, ma non si riesce vivere per molto tempo, perché molto facilmente diventa squilibrio e poi diventa lotta, violenza e guerra.

Per riuscire a custodire la fraternità, ci vuole qualche cosa di più, che viene:

  • dalla forza di amore dell’Eucaristia;

  • da Dio che ha creato il mondo e che ci ha donato il suo Figlio;

  • da Dio che nel suo Figlio ha comunicato il suo amore agli uomini;

  • da Gesù Cristo che ha messo il suo amore sotto il segno del pane e del vino perché noi lo potessimo mangiare e bere.

Se mangiamo e beviamo il cibo e la bevanda, che sono l’Eucaristia, mangiamo e beviamo l’amore di Dio per noi. Questo amore incomincia a trasformare pensieri, sentimenti e azioni nella vita personale e sociale, ciascuno nei suoi desideri, ma insieme nella comunità cristiana che formiamo nella società della quale siamo parte.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

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