CORAGGIO, SONO IO, NON TEMETE

Cattedrale

Scuola della parola
(2)

Coraggio sono io, non temete!
(Mc 6, 50)

Letture: Esodo (14, 21-31); Marco (6, 45-52).

Il brano di Vangelo segue immediatamente il racconto della “moltiplicazione dei pani”, dove Gesù nel deserto, a una folla affamata, dona un “pane” misterioso che viene dal cielo, da Dio (cfr. Mc 6, 30-44). Ripete in modo ancora più meraviglioso il miracolo della “manna”, quando Mosè nel deserto aveva ottenuto da Dio il dono del nutrimento per il suo popolo (cfr. Es 16, 35). Così Gesù si è rivelato come nuovo Mosè: il Messia che viene da Dio, che nutre con la vita il nuovo popolo di Dio. Ma questo non è abbastanza. Nel Vangelo la moltiplicazione dei pani porta già i lineamenti del racconto dell’ultima cena, si dice: «Gesù levati gli occhi al cielo, benedisse i pani e le diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla» (Mc 6, 41). Gesù compie gli stessi gesti che compierà nell’ultima cena, dove nutrirà il suo popolo con un pane meraviglioso. E si scoprirà in modo sorprendente che quel “pane” è Lui stesso: il “pane” che viene da Dio e che Gesù comunica al popolo per nutrirlo, è la sua stessa vita (cfr. Mc 14, 22-25). Questo precede il racconto che abbiamo ascoltato.

Dice S. Marco: «Gesù congeda la folla e costringe i discepoli a salire in barca e a precederlo verso Betsàida» (Mc 6, 45). Dunque la folla viene allontanata. Il vangelo di Giovanni spiega anche il perché: la folla era stata così entusiasmata dal miracolo della moltiplicazione dei pani che voleva fare di Gesù il proprio re per realizzare un messianismo politico, ciò che Gesù ha sempre considerato una tentazione (cfr. Gv 6, 14-15). Per questo la folla viene congedata.

Protagonisti rimangono solo Gesù e i discepoli. Ma anche di loro il Vangelo dice che deve realizzassi un distacco: «Gesù comanda ai discepoli (anzi il testo direbbe: li costringedi salire sulla barca, mentre Lui sale sul monte solo a pregare» (Mc 6, 46). “Salire sul monte” vuol dire muoversi verso il mistero di Dio. E la “preghiera” vuol dire per Gesù riscoprire le radici della sua vita: viene da Dio e quando prega esprime il legame profondo e radicale che lo unisce al Padre, e nello stesso tempo esprime l’orientamento costante della sua vita, perché Gesù vive per il Padre e davanti a Lui. La preghiera non è tanto una cosa che Gesù “fa”, quanto una dimensione che Gesù “è”. Gesù vive in rapporto con il Padre, riceve tutto da Lui e riporta, riconduce, dona tutto a Lui. La preghiera esprime questa dimensione nel modo più esplicito.

Dunque, “Gesù salì sul monte a pregare”; i discepoli invece sono “sulla barca nel mare”. S. Marco nota la condizione di difficoltà in cui i discepoli vengono a trovarsi.

Anzitutto il “mare” che nella Sacra Scrittura è simbolo del caos e della morte. Il “mare” è la potenza che Dio ha dovuto mettere in ordine al momento della creazione (cfr. Gen 1, 9-10). È la potenza che ha manifestato tutta la sua forza distruttrice al momento del “diluvio” (cfr. Gen 6, 17). È ancora la realtà di morte che Dio ha dovuto tagliare in due al momento dell’Esodo perché il suo popolo ci passasse in mezzo per arrivare alla vita e alla libertà (cfr. Es 14, 16). Quindi il “mare” intendetelo con questa valenza negativa di morte e di caos.

La seconda annotazione che Marco ci dona, è che siamo di notte: tutto si svolge nella “oscurità”; i discepoli sono circondati dalle tenebre.

La terza annotazione è che il “vento è contrario”, quindi si oppone alla navigazione dei discepoli.

Che cosa vuol dire tutto questo? C’è dentro l’immagine della condizione della Chiesa (la storia della Chiesa nel suo complesso), e potremmo dire di ciascuno di noi.

L’esistenza dell’uomo può essere paragonata ad un “cammino”, e il Vangelo che abbiamo ascoltato la paragona in concreto ad una “navigazione”. Dobbiamo camminare, “navigare” verso la nostra maturità umana perché questa non ci è data all’inizio. Dobbiamo camminare verso una pienezza di vita perché anche questa è il risultato di un impegno di trasformazione di quel patrimonio che abbiamo. Dobbiamo camminare verso l’amore e il dono di noi stesi perché anche questa è una meta, un traguardo. Però, dice il Vangelo, questa “navigazione” avviene in mezzo al pericolo del mare, nella oscurità e dovendo affrontare il vento contrario.

Vuol dire che la navigazione della nostra vita si muove sopra il “mare” grande della morte. Qualcuno ha detto che la terra in cui viviamo è un grande cimitero nel quale la morte ha celebrato spesso la sua vittoria, e la polvere che noi calpestiamo è la polvere dei nostri antenati. L’uomo è una canna fragile che sperimenta e porta lo stigma della morte. Per esempio, lo porta quando fa l’esperienza della malattia, o anche, indipendentemente dalla malattia, quando incomincia a sentire la debolezza della vecchiaia. Inevitabilmente l’uomo sperimenta questo: deve misurare la fragilità della sua vita, il limite, non può realizzare tutto quello che vuole. È su questa base di incertezza e di morte che si muove la nostra “navigazione”.

È una navigazione che si compie nella sera, nella oscurità; perché è vero che noi sappiamo tante cose: la nostra intelligenza, la nostra ragione, ci permette di cogliere la realtà del mondo in modo stupendo e meraviglioso; però di fronte agli interrogativi davvero decisivi della vita, rimaniamo perplessi e incerti. L’uomo di sempre, in particolare quello di oggi, sembra doversi accontentare di un pensiero debole. E il pericolo non è tanto nel fatto che sappiamo poche cose, ma nel fatto che questa oscurità ci paralizza perché non vediamo niente per cui valga la pena appassionarci. Ci viene sempre quel sospetto del «chi me lo fa fare»? Perché appassionarsi tanto per delle cose delle quali non abbiamo una piena sicurezza? Perché donarsi e buttare via la propria vita per qualche cosa di non sicuro? Perché vivere senza sapere se c’è qualche cosa per cui valga la pena morire? È possibile dare un senso alla vita in mezzo a questa oscurità?

E poi il “vento contrario”: gli ostacoli con cui l’uomo deve inevitabilmente fare i conti. Per esempio, l’ostacolo della natura che non si adatta facilmente all’azione dell’uomo. L’uomo lavora per trasformare l’ambiente, ma non è un lavoro facile, c’è una fatica, un sudore che l’uomo deve spendere per potere umanizzare l’ambiente e la natura. In fondo quello che l’uomo riesce a fare anche con l’arte è una bella trasformazione ma ancora opaca. Voglio dire, non riusciamo a trasformare la natura in modo che esprima pienamente il mistero del nostro cuore, la nostra libertà e il nostro amore. C’è un ostacolo nella natura, così come c’è un ostacolo nella società. Io mi impegno nella società per darle un orientamento perché possa raggiungere dei fini che considero belli e buoni e poi mi trovo di fronte a dei risultati che sono esattamente l’opposto di quello che mi ero proposto. Ho fatto la rivoluzione e mi ritrovo nella tirannia. Ho cercato la libertà e alla fine casco sotto un peso di schiavitù ancora più grande. È quella che chiamano la eterogenesi dei fini. Vuol dire l’uomo non ha nelle sue mani il “cammino” della storia e della società, non riesce a dirigerla secondo il suo volere e i suoi piani. Poi ci aggiungo il limite della mia psicologia: ho a che fare con me stesso, con i miei complessi, con le mie esperienze traumatiche che mi hanno segnato. Vorrei avere una psicologia integra e invece non ce l’ho.

Questi sono tutti quegli ostacoli che rendono la nostra “navigazione” difficile e faticosa.

Il Vangelo di Marco dice: Gesù non c’è, o meglio c’è ma a «terra sul monte» (non è immediatamente lì con noi a sostenerci nel “cammino della nostra navigazione”), e da quel luogo in cui si trova, anche se pur in mezzo all’oscurità, «Gesù vede i suoi discepoli affaticati nel remare» (Mc 6, 47-48).

Vengono in mente alcune immagini. La prima è quella della guerra degli Israeliti con gli Amaleciti, quando nella valle gli Israeliti usciti dall’Egitto combattono contro questi avversari, e nello stesso tempo, sul monte, Mosè, con le mani alzate, intercede per il suo popolo, ed è come se combattesse anche lui. Mosè in realtà è sul monte, non è presente con i suoi, ma combatte con le sue mani alzate (cfr. Es 17, 8-13). E questa è una delle immagini che il Nuovo Testamento ci dà di Gesù Cristo. Gesù Cristo non lo vediamo immediatamente con noi nel nostro “cammino” nella storia, però, dice la lettera agli Ebrei: «è sempre pronto (vivo) per intercedere a nostro favore» (Eb 7, 25b); è alla presenza del Padre con le mani alzate per ottenere per noi, per la sua Chiesa, la grazia e la consolazione che vengono da Dio.

Si può dire, dice la lettera agli Ebrei, che «in Gesù Cristo noi abbiamo un’ancora di speranza che è penetrata nel cielo» (cfr. Eb 6, 18-19). E vuol dire: noi “navighiamo sul mare”, quindi nell’incerto, ma la nostra speranza è radicata in Gesù Cristo che è davanti a Dio nella sicurezza della vita stessa di Dio. Quindi camminiamo nell’incertezza ma nello stesso tempo abbiamo un’ancora sicura di speranza; anche se sembra che lo sforzo dell’uomo sia inefficace e non si riesce a raggiungere la meta della “navigazione” che ci si era proposti. Il fatto che “Gesù sia sul monte a pregare” non esonera dallo sforzo.

Continua S. Marco: «Vedendoli però tutti affaticati nel remare, poiché avevano il vento contrario, già verso l’ultima parte della notte andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli» (Mc 6, 48). “Verso l’ultima parte della notte”; poteva andarci prima, all’inizio, avrebbe risparmiato ai discepoli la fatica, la lotta contro il vento contrario, la difficoltà dell’oscurità e del mare. No, solo alla quarta vigilia, solo “nell’ultima parte della notte”, Gesù viene verso i discepoli. “Viene”, è questo il verbo preciso che usa S. Marco. Nel Nuovo Testamento è un verbo che dice: «Da una parte il venire misterioso di Dio, la teofania, il momento in cui Gesù Cristo si rivelerà in tutta la sua gloria. Noi preghiamo: «vieni Signore Gesù», come attesa della Chiesa, come attesa di quel momento, la fine del tempo in cui Dio sarà rivelato nella sua gloria e Gesù Cristo verrà con il suo potere di Figlio dell’uomo (cfr. Mt 24, 30).

Ma nello stesso tempo è un verbo liturgico. Il Gesù che verrà alla fine dei tempi, la Chiesa lo vede continuamente “venire” nella sua liturgia, nella sua preghiera e nella sua Eucarestia.

Allora, quel Gesù che “viene incontro ai suoi discepoli”, è il Gesù della Pasqua che “viene” incontro ai discepoli impauriti, e che “viene” in modo misterioso di là di tutte le leggi della natura e di tutte le possibilità di controllo della nostra esperienza; “viene camminando sul mare” come Dio solo è capace di fare.

C’è il Salmo 77 che, parlando dell’Esodo e della liberazione dall’Egitto, dice: «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili» (Sal 77, 20). Dio è venuto incontro al suo popolo sulle acque del mare senza che ci fossero dei segni esterni controllabili. E nel mare Dio ha donato al suo popolo una strada. Questo vuole dire il Vangelo.

I discepoli, di fronte a questa esperienza del Signore che viene verso di loro, non riescono immediatamente a cogliere la realtà della sua presenza. «Pensarono: È un fantasma, e cominciarono a gridare, perché tutti lo avevano visto ed erano rimasti turbati. Ma egli subito rivolse loro la parola e disse: Coraggio, sono io, non temete!» (Mc 6, 49-50). Lo considerano un fantasma, quindi non un vero aiuto; anzi qualche cosa di misterioso che potrebbe essere ostile. Ma d’altra parte ormai siamo abituati a questo modo di esprimersi di Gesù. Nelle Pasqua, quando il Signore è risorto e appare ai suoi discepoli, non sempre lo riconoscono; a volte rimangono invece impauriti da quella apparizione misteriosa e improvvisa (cfr. Lc 24, 36-37).

Ma la cosa essenziale è che il Signore si fa riconoscere e riallaccia con i discepoli il rapporto del dialogo, della comunicazione. Lo fa con quelle parole: «Coraggio, sono io, non temete!». Anzitutto quelle due paroline, “sono io”, che hanno due significati. Sono innanzitutto una formula di riconoscimento, e vuol dire: «Non sono un fantasma, sono il vostro maestro, sono Gesù di Nàzaret». Ma poi è anche soprattutto una formula di rivelazione: “sono io” è il nome di Dio nella Sacra Scrittura. È quel nome che Dio aveva consegnato a Mosè al momento dall’uscita dall’Egitto, quando Mosè, dovendo realizzare un’opera grande (la liberazione di un popolo dalla schiavitù), si era sentito inadatto e insufficiente e aveva chiesto l’aiuto e la protezione di Dio, e Dio gliel’aveva promessa con le parole: «Io sono» o «Sono io»; il testo è esattamente lo stesso (Es 3, 14). Significa: Dio si è manifestato come il Dio vivo e salvatore. È come dire: «Nel “cammino” che tu stai per incominciare verso la liberazione non devi avere paura perché io ci sono come un Dio potente e salvatore». Gesù è esattamente questo: la presenza della misericordia e della salvezza di Dio per il suo popolo, la garanzia che la sua Chiesa non è da sola in mezzo ai pericoli e agli ostacoli della storia: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi» (Mt 28, 20b).

Quando i discepoli di Èmmaus chiedono a quel passante che li ha accompagnati per un po’: «Rimani con noi perché ormai si fa sera» (Lc 24, 29a); esprimono quella che è la preghiera costante della Chiesa. La storia è e rimane per l’uomo e per la Chiesa un “cammino nella oscurità”: “Signore rimani con noi si fa sera”. E a questa domanda Gesù risponde esattamente con quelle parole: «Sono io»; che si accompagnano ai due imperativi: «Abbiate coraggio, non temete!» E “coraggio” vuol dire: invito alla fede che deve vincere e superare la paura. La fede è esattamente questo. “Fede” significa: in mezzo alle paure del mondo ci rimane una fiducia più radicale e forte in Dio; abbiamo più fiducia in Dio di quanto abbiamo paura delle cose, di quanto abbiamo paura degli altri, di quanto abbiamo paura di noi stessi, di quanto abbiamo paura della morte stessa. La fede si gioca esattamente nel superamento della paura.

Come diceva il cap. 14 del Libro dell’Esodo, raccontando la partenza degli Ebrei dall’Egitto; ad un certo punto si sono trovati in una situazione impossibile: da un parte il mare e dall’altra l’esercito Egiziano: «Allora gli Israeliti gridarono al Signore» (Es 14, 10). E Mosè li invita a non avere paura e dice: «Il Signore combatterà per voi» (Es 14, 13), voi starete tranquilli.

Il brano di Marco che abbiamo ascoltato narra esattamente l’intervento di Dio, che dona al suo popolo una strada in mezzo al “mare”, cioè in mezzo alla morte.

«Le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra» (Es 14, 21-22). Notate l’immagine che ne viene fuori: “un popolo in cammino”, al quale rimane un’unica direzione, perché indietro ci sono gli Egiziani, a destra e a sinistra c’è il “mare” e cioè la morte; l’unica direzione che rimane aperta è in avanti verso il futuro e la libertà. È quello che il Signore opera per il suo popolo. Il Signore sta in mezzo alla storia per impedirci di tornare indietro, di arroccarci nelle sicurezze del passato, per impedirci di deviare a destra o a sinistra; ma per orientarci con coraggio verso il futuro della nostra “navigazione”. Ci orienta verso quello che dicevamo prima: la maturità della vita, la pienezza dell’amore, la comunione con Dio; sono tutte cose grandi e difficili che Dio pone al termine di un “cammino” aperto esattamente per noi.

Il Signore ci dona una strada: «Coraggio, sono io, non temete!». Tradotto vuol dire: siete in una situazione di ostacoli, di oscurità, di coinvolgimento dentro alla realtà del limite, della povertà e della debolezza fino alla morte; ma non abbiate paura, quella situazione in cui siete è una situazione in cui «io ci sono» e in cui rimane aperta una strada per voi. La presenza di Gesù significa che c’è una sola via di uscita: quella verso la libertà e l’amore.

«Quindi salì con loro sulla barca e il vento cessò. Ed erano enormemente stupiti in se stessi, perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito» (Mc 6, 51-52).

All’inizio sembrava che Gesù volesse passare oltre, come aveva fatto la gloria di Dio quando era passata oltre, come aveva fatto la gloria di Dio quando era passata oltre Mosè (o oltre Elia); erano in difficoltà, cercavano la presenza del Signore e hanno visto qualche cosa del Signore, ma il Signore è passato oltre. Ha lasciato vedere solo qualche cosa della sua gloria, ha lasciato intravedere, dice il Libro dell’Esodo: «le sue spalle» (cfr. Es 33, 21-23). Ma adesso Dio, in Gesù Cristo, non passa più oltre: «entra dentro alla barca dei sui discepoli». Si fa vicino quanto non sarebbe mai stato immaginabile e desiderabile con il cuore o la volontà dell’uomo. Si fa vicino ed “entra nella barca”; e basta questo perché il vento non sia più un ostacolo, perché sia aperta per Israele la strada nel mare.

La conclusione è che dobbiamo tentare di capire il “fatto dei pani”. Dobbiamo tentare di capire che Gesù Cristo è quel “pane” che viene da Dio e che è donato per il suo popolo; e che nutriti di questo “pane” possiamo intraprendere il “cammino” della vita. Se riusciamo a capire e a cogliere “il fatto dei pani”, allora il Gesù che ci viene incontro, anche sulle “acque del mare”, non ci spaventa. Allora, anche in mezzo al pericolo o agli ostacoli, possiamo ritrovare la possibilità di una via che il Signore ha aperto per noi.

Bisogna che “il nostro cuore non sia indurito”, ma sia capace di comprendere l’amore di Dio, la rivelazione di Gesù Cristo, la presenza di Dio per noi nell’uomo Gesù di Nàzaret, nelle sue parole e nei suoi gesti. Comprenderlo nella Liturgia in cui il Signore ci viene continuamente incontro; ma anche in tutti i momenti della vita quando gli ostacoli che incontriamo diventano sfide alla fede. Allora dobbiamo imparare a fidarci di Dio, di Gesù Cristo, più di quanto abbiamo paura del mondo o degli altri o di noi stessi.

Il silenzio

In questo silenzio di interiorizzazione e di preghiera, basta che noi ci mettiamo nei panni dei discepoli di Gesù, e che rileggiamo con calma questo brano di Vangelo di Marco, riferendolo a ciascuno di noi, alla nostra comunità, alla nostra Chiesa; per riuscire a verificare quali sono gli ostacoli che incontriamo ma per riuscire a vedere come in questi ostacoli c’è il Signore. In tutte le cose che ci sembrano bloccare la nostra vita personale e delle nostre comunità cristiane (delle volte abbiamo l’impressione che le nostre comunità cristiane siano bloccate, che non si riesca più ad andare avanti, che ci sia una chiusura da tutte le parti), dobbiamo renderci conto che invece in queste situazioni il Signore è presente, e che i blocchi e gli ostacoli sono solo delle sfide alle quali dobbiamo cercare di rispondere con la fede.

Lo stesso discorso si può fare per la prima lettura dell’Esodo, mettendoci nei panni degli Israeliti inseguiti dagli Egiziani, e costretti ad andare avanti senza deviare né a destra né a sinistra, senza poter pensare di ritornare indietro.

Il Vescovo propone qualche spunto di impegno per la vita (actio)

Le ipotesi di impegno sono due:

Primo impegno

Semplicemente imparare a memoria e con il cuore le parole che stanno al centro del Vangelo di Marco: «Coraggio, sono io, non temete!» E vuol dire: non lasciarsi mai cadere le braccia (direbbe Isaia 13, 7), non lasciarci mai prendere dallo sconforto e dall’avvilimento; ma tutte le volte che lo sconforto e l’avvilimento si presentano al nostro cuore, rinnovare questa promessa che il Signore ci ha fatto: «Coraggio, sono io, non temete!». E ancora vuol dire: cercare di vedere la presenza del Signore anche in questi momenti; non ci si riuscirà di colpo: non è che ripetendo queste parole al nostro cuore troveremo subito la forza per vincere l’avvilimento, però avremo aperto un itinerario di speranza. Ci vorrà un po’ di tempo per percorrerlo, ma in qualche modo abbiamo superato il blocco che le situazioni possono provocare attorno alla nostra vita.

Quindi, il primo impegno è semplicemente di lasciarci ripetere dal Signore al nostro cuore, in ogni situazione: «Coraggio, sono io, non temete!».

Secondo impegno

È forse un poco più difficile e impegnativo. Oggi sono stato a Borgonovo nel ricovero per anziani Andreoli. Sono ricoverati 260 anziani; una parte provenienti dall’ospedale psichiatrico; altri, non sono autosufficienti. Non sono mai riuscito a dire molte parole agli ammalati o agli anziani, se non semplicemente fare un sorriso o dare una stretta di mano o una carezza. Ma qualche parola bisogna dirla a quelli che sono in una situazione umanamente irrecuperabile, che sono in un letto e sanno che da quel letto non scenderanno mai più; quindi possono sentire la loro situazione come una impossibilità di sperare.

Le parole che vengono sono quelle del Vangelo, «coraggio, coraggio»; oppure «non avere paura». Non si riescono a dire le altre, «sono io»; perché questo appartiene solo al Signore. Ma il “coraggio e il non avere paura” sono parole che vengono spontanee nell’incontrare queste persone. Significa che anche attraverso il nostro andare loro incontro, il Signore si fa sentire. Il Signore può dare anche semplicemente un momento di sollievo per spezzare la condizione in cui ci si trova.

Il proposito sarebbe questo: andare a trovare una persona che ha bisogno di sentirsi dire semplicemente “coraggio” o “non avere paura”. Non è sempre necessario dire esplicitamente queste parole; basta andare a incontrare e, con il sorriso o con una stretta di mano o con una carezza, mettere un segno di presenza e dare la convinzione e la percezione che una persona non è abbandonata del tutto, che è ancora importante e interessante per qualcun altro che può sorridere nel vederlo.

Questo è impegnativo ma ci si guadagna. Alla fine attraverso l’incontro semplicissimo con persone che vivono in modo particolare la debolezza, la fragilità, la condizione di difficoltà della vita, può rinascere in noi la forte percezione della possibilità di sperare in qualunque situazione e di fronte a qualunque ostacolo. E forse riusciamo anche a ridimensionare i nostri avvilimenti e a renderci conto che ci sono più motivi di sperare di quanto avessimo pensato in precedenza.

Hits: 29