Come un amico parla ad un amico

Cerchiamo di fare un passo in avanti nello scoprire il nostro cam­mino di preghiera. Un cammino autentico di preghiera è strettamente collegato con la nostra risposta di fede, con la nostra risposta di vita. C’è una frase latina che dice: “Lex orandi, lex vivendi” ed è profonda­mente vera; se una persona vive una preghiera autentica vivrà anche autenticamente il Vangelo e viceversa.

Quindi quando noi facciamo scuola di preghiera tutti assieme, quando lo Spirito Santo ci fa scuola di preghiera come questa sera, in cui ciascuno collabora con la sua parte – la presenza è già una collabo­razione – noi facciamo scuola di vita cristiana. Se i cristiani riuscissero a convincersi che approfondire un cammino di preghiera e vivere con più autenticità il Vangelo, la realtà cristiana, molte cose cambierebbero nella Chiesa, nelle comunità, nelle parrocchie, nelle famiglie, nei gruppi giovanili: si arriverebbe all’amore.

Questa sera esaminiamo più a fondo quello che è il cuore della pre­ghiera, la radice più profonda, l’anima, il centro vitale, cioè il dialogo con Dio, il dialogo con un TU vivente, la situazione di amore con il Signore e lo confrontiamo con la nostra preghiera per vedere se stiamo crescendo in questa linea, se siamo in sintonia con questa linea o magari siamo già oltre, al punto di arrivo che è la contemplazione più pura e l’amore più perfetto ai fratelli.

L’esperienza di Gesù

Partiamo dall’esperienza di Gesù che è il maestro, il modello. Nella sua esperienza di preghiera, da quanto deduciamo dai Vangeli, si vede con chiarezza che il Signore è un animo orante.

Si vede che in Gesù c’è questa relazione dialogica con il Padre che lo sostiene, lo guida, lo ispira e che Gesù ricerca. E lo vediamo bene in alcuni passi del Vangelo “Uscì solo a pregare, prima dell’alba (Mc.1)”. “Passò la notte in preghiera (Lc. 6) “. ‘Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv.10) “. “Devo occuparmi delle cose del Padre mio (Lc.2) “. Questa è la risposta che dà a Maria e a Giuseppe quando lo cercano.

Ciò che sostiene nel cammino Gesù è il dialogo con il Padre, è la presenza del Padre in Lui, è questo continuo riferimento al Padre, que­sta necessità, questa sete di isolarsi per stare con il Padre per ricaricar­si.

L’esperienza del credente

Vedremo ora il nostro rapporto con Gesù e con il Padre che è la figliolanza divina. Il Signore risorto dirà: “Devo andare al Padre mio e Padre vostro (Gv. 20) “. “Vi chiamo amici (Gv. 15)”. “Sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi (Mt. 28) “. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prendremo dimora presso di lui (Gv. 14)”. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome sono in mezzo a loro (Mt. 18)”. “Quando pregate dite: Padre nostro (Mt. 6) “.

Poi ci dà l’Eucarestia: “Questo è il mio corpo dato per voi, questo è il mio sangue sparso per voi”. Poi ci dà il Battesimo e dice: “Nel Battesimo diventate figli di Dio”. Ora queste realtà che conosciamo devono diventare l’esperienza della nostra preghiera, il dialogo, la certezza, la comunione con Dio. Tutte le volte che questa comunione, questo dialogo viene interrotto, viene meso in dubbio, non viene preso in considerazione, rimane monologo, è segno che la nostra esperienza di preghiera è ancora lon­tana dalla grazia del Battesimo che abbiamo ricevuto, dalla situazione oggettiva in cui siamo immersi in Cristo risorto. Qui potremmo aprire il discorso su tutto ciò che non ci aiuta in questo cammino.

Se prendiamo in cosiderazione soltanto i Salmi vediamo come si esprime l’esperienza dell’uomo che dialoga con Dio, questo uomo che continuamente dà del TU a Dio e lo chiama a sua difesa, a sua forza e a suo sostegno. Gesù quando ci parla della preghiera di domanda dice: “Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto (Mt. 17)”. Perchè insi­ste sulla preghiera di domanda? Una delle motivazioni è anche questa: per farci capire che si ottiene veramente. Perchè la nostra preghiera non ottiene? A volte potrà essere nel piano della volontà di Dio; ma spesso non ha un’intensità di fede, non crede veramente che parla con un Vivente, si fida di più degli appoggi umani. Invece, là dove la pre­ghiera sposta le cose, cambia la realtà è perchè è una preghiera che cre­de. Nella vita di Gesù i miracoli sono molte volte condizionati dalla fede di chi gli sta intorno, di chi chiede il miracolo. Ad esempio vediamo Bartimeo, cieco, che si alza, vince la resistenza della folla, butta via il mantello, corre verso il Signore, e ottiene il miracolo. Anche la cananea con la sua insistenza otterrà il miracolo.

Come possiamo fare per crescere anche noi in questa dimensione di fede? Innanzitutto teniamo ben presente che la preghiera è un dono che va chiesto a Dio, non è soltanto una nostra risposta. Un secondo punto è che ci vuole una fede viva nelle situazioni e nelle circostanze. Una fede che nonostante tutto crede, una fede che può strappare i miracoli, che cresce e si lima proprio nelle difficoltà delle situazioni. Da questa fede nasce anche un abbandono, cioè una confidenza nel Signo­re, nella certezza che è dentro la nostra vita, che è con noi, che inter­viene. A volte tutto questo può venire deluso dal fatto di non ottenere grazie, di trovarci a vivere avvenimenti strani; ma non si può dare una risposta generale, bisognerebbe esaminare ogni situazione. A volte non c’è alcuna risposta da dare, siamo nel mistero; però non dobbiamo stancarci di chiedere, di insistere, di credere, di sperare, di abbando­narci. Nella realtà vissuta, la nostra esperienza di preghiera, di dialogo con Dio si amplifica fino a farci scoprire un abbandono che diventa semplicità di cuore. È questa che “strappa” una comunione profonda con il Signore.

Un terzo aspetto da tener ben presente è la nostra chiamata a que­sta comunione. Questo discorso purtroppo è estraneo alla maggior parte dei cristiani; mentre dovrebbe essere al centro della vita della comunità cristiana. Sembra un discorso per specializzati o per chi vuol vivere un super-cristianesimo; mentre invece è la realtà base del cristiano. Certo la mentalità di oggi, la moda son ben lontane dal portarci ad una comunione del genere con Dio.

La nostra risposta deve essere la perseveranza, perchè il cammino della preghiera si scopre proprio andando avanti con continuità. Perse­verare anche nell’aridità, nel non gusto, nel non sentire, diciamo anche nella noia del cammino di preghiera. L’aridità può essere una tappa, un tunnel, una purificazione perchè il cammino di preghiera avviene anche attraverso delle purificazioni date da mille cose: da incomprensioni, da avvenimenti esterni, da sofferenze, da aridità interne, da difficoltà, da prove permesse dal Signore. È proprio all’interno di queste varie realtà che avanzeremo nel cammino di preghiera, che cresceremo nella comu­nione con Dio. Non dimentichiamo che la ricerca del silenzio d’amore insieme con la lotta al peccato, specie a quello che è dominante in noi, è una condizione indispensabile per creare in noi un clima di preghiera.

Tipi di preghiera vicini alla nostra esperienza.

Adesso prenderemo in considerazione vari tipi di preghiera vicini alla nostra esperienza.

Un primo tipo di preghiera sono le PAROLE VUOTE: quando ci presentiamo a Dio nella fretta, pensando a tutt’altro, come per adem­piere ad una pratica legale, ad un obbligo; ma l’animo non si raccoglie. Noi pensiamo che stiamo dialogando con il Vivente, non ci rendiamo conto che è il Padre che invochiamo, non “usciamo” dalla preghiera un po’ diversi, trasformati dentro; la preghiera non ci nutre, non ravviva la nostra fede, non ci dà una speranza nuova, è una pratica, una prassi. Questa è non preghiera. Eppure, a volte, se ci interroghiamo, il nostro incontro con Dio può essere così. In certi incontri comunitari di pre­ghiera la situazione oggettiva è che non si sta pregando, si è lì per for­malità. Noi non vogliamo questo tipo di preghiera, non pregheremo in questo modo, ma potremmo caderci.

Un altro tipo di preghiera è il MONOLOGO, quando, cioè, par­liamo con noi stessi dei nostri problemi, non ci apriamo ad una speran­za, ad un Altro che interviene e può aiutarci. In questo caso siamo ancora al di sotto del livello minimo della preghiera, facciamo solo una riflessione ad alta voce e una meditazione su noi stessi. È già un vincere la superficialità, ma non è ancora preghiera.

La preghiera che può avere questo inizia quando ci apriamo a Dio, dialoghiamo con Lui, quando pensiamo che può trasformarci, quando vogliamo che ci infonda speranza, quando gli comunichiamo le nostre situazioni. Tante volte si sente dire: “Io mi rivolgo a Dio solo nel momento del bisogno”.

Chi dice questo in quel momento prega; è vera, è autentica quella preghiera.

È al limite, ma è preghiera, perchè ha scoperto l’altro, ha scoperto il dialogo con un TU, perchè ne ha bisogno; quindi siamo lontani da una preghiera continua, da una preghiera d’amore, però potrebbe essere l’occasione per aprirsi ad un TU che ci trasforma. C’è poi, la cre­scita nella preghiera sempre più profonda, vera, autentica che diventa ASCOLTO, AMORE, RISPOSTA di AMORE.

Quando una persona per grazia di Dio e per sua semplicità di cuore entra nella comunione con Dio ininterrotta, la sua giornata diventa arroventata di carità. Perchè non è possibile una preghiera dialogica con Dio, autentica nella fede, perserverante, di memoria del cuore, di purificazione, di continuo riferimento al Signore che non cambi la vita e quindi i rapporti con gli altri, non permetta l’accettazione delle situa­zioni, non faccia nascere la sete dell’annuncio, il desiderio di perdono, la benevolenza del cuore, il distacco dalle cose, la verifica sul peccato, tutte quelle che sono le condizioni umane. Pensate, sarebbe forse, il Paradiso in terra, no il Paradiso no, perchè è più bello (io non l’ho visto, ma me lo immagino più bello), se le comunità scoprissero questo cammino. Che fervore, che annuncio, che zelo, che perdono, come si passerebbe sopra a tante quisquiglie, alle beghe di ufficio o di famiglia, ad esempio alle gelosie, alle discordie, alle piccolezze!

Questo tessuto quotidiano non è informato da una vita di preghiera. Se uno entra in una situazione di preghiera, potrà ancora cadere, potrà aver delgi scatti d’ira, dei risentimenti, dei moti di gelosia; ma saranno ricondotti alla pacificazione, alla benevolenza perchè ha incontrato il Vivente. Ecco il motivo dell’insistenza sulla preghiera che non va vista come un carisma particolare all’interno della Chiesa o, in parole più semplici, come il pallino di qualcuno, ma deve essere considerata come il respiro per l’uomo, l’anima per l’attività, la batteria che favorisce la conversione autentica. Non è sempre facile comunicare e far compren­dre anche agli altri, in una chiave che la renda accettabile, che la pre­ghiera va messa alla base dell’edificio cristiano. E invito la comunità a collaborare in questo senso.

Facciamo ora una breve analisi alla luce del Signore, invocando lo Spirito, dialogando con Lui senza cadere nel monologo e chiediamo: “Signore, come sto pregando, qual’è il mio tipo di preghiera? Come ti accolgo, come dialogo con Te?

Mi trovo in una situazione di Amore, ho già scoperto la tua presenza costante nella vita? la ricerco? cosa mi ostacola?

Quali difficoltà, perchè? Io voglio veramente? c’è fede viva?”. E se ci mettiamo con serenità alla luce del Signore, se gli apriamo la nostra anima, qualcosa di nuovo scopriamo senz’altro.

Possiamo trovar luce in un passo famoso del profea Osea: “Ecco l’attirerò a me e parlerò al suo cuore, e avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerà: marito mio e non mi chiamerà più: mio padrone. Le toglierò dalla bocca i nomi di Baal (Os.2)”. Questo brano vuole significare la comunione di Dio con il suo popolo, con l’uomo, con il cristiano.

Questa esperienza di intimità profonda con il Signore non è divesa da quella dei santi che hanno vissuto ciò che, con un termine tecnico, viene chiamato “MATRIMONIO SPIRITUALE”. Quando, cioè, in una persona la comunione con Dio è talmente presente, costante, lineare che c’è la sostituzione di Dio nella persona.

E questa è una realtà che riguarda ogni cristiano. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù, il Buon Pastore, si apre, e ci parla della sua comunine con il guo gregge. Egli ci invita alla comunione con Lui, ci sottolinea questo suo desiderio. Troppe volte noi non lo cogliamo, perchè ci lasciamo distrarre da tante cose.

Certamente può nascere in ciascuno di noi, che crediamo a queste cose, l’obiezione: “Ma non è facile!”. E questa è una obiezione vera. Ma sapete perchè non è facile? Perchè il lavoro di costruzione dell’uomo nuovo, della nuova creazione è il più difficile e il più grande che una persona possa fare, ma anche il più facile nel senso che lo fa Dio in noi. Ad esempio chi vuol fare carriera si dà da fare veramente: con ore di lavoro straordinario, accettando le difficoltà che si presen­tano e ci riesce; ma non si potrà dire: “La mia carriera l’ho fatta così, sorridendo allegramente, è stato un vero cammino!”. (Se è il figlio del principale, allora è un altro discorso). Così è per il cammino di pre­ghiera che richiede veramente la nostra volontà, la partecipazione di tutto il nostro io senza, per questo, doverci ritirare dalla nostra vocazio­ne, dalla nostra realtà quotidiana.

Quanto più scopriamo la semplicità di cuore, tanto più capiremo che il Signore fa il lavoro in noi; a noi spetta il compito di aprirci e di lasciarci invadere da LUI.