CHIESA, GIOVANI E PAROLA DI DIO – 1

Diocesi Reggio Emilia
Campo Scuola Vicariale – Lillaz (Cogne)

Chiesa, Giovani e Parola di Dio

29 Agosto 1990

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio; referente Marcello Copelli (Re).

Prima Meditazione

In questi ultimi anni si stanno verificando alcune rivoluzioni all’interno della Chiesa: si sta passando da una Chiesa istituzione ad una Chiesa comunione. e da una Chiesa che vede il mondo in funzione di sé ad una Chiesa al servizio del mondo.

Innanzitutto che cosa vuole dire “passare da Chiesa istituzione ad una Chiesa comunione”?

“Chiesa istituzione” significa immaginare fondamentalmente la Chiesa come una società in senso stretto, ha un capo invisibile che si chiama Gesù Cristo ed ha un capo visibile che è il Papa, attorno a lui ci stanno i vescovi che sono in qualche modo dei funzionari che hanno autorità e potere sulla Chiesa, la quale è divisa in diocesi così come uno Stato è diviso in regioni o cose del genere; questa appartenenza alla Chiesa diventa il riconoscimento della sua autorità, obbedienza a quelli che sono costituiti come autorità riconoscendo nella Chiesa l’istituzione fondamentale della Salvezza, per cui la Salvezza è lì dentro; e nell’accettare la Chiesa, nell’obbedire ai vescovi, sta l’impegno fondamentale di ogni cristiano. Dove la Chiesa è immaginata secondo il vecchio schema della piramide c’è un vertice che sarebbe Gesù Cristo o il Papa, che in qualche modo ne è la trascrizione nella storia, e poi dopo i vescovi e i preti e finalmente i laici.

Considerare invece, come dice il Concilio, la Chiesa come sacramento della comunione degli uomini con Dio, vuole dire immaginarla in modo molto diverso, perché la cosa importante nella vita della Chiesa non diventa prima di tutto l’organizzazione esterna, ma la vita interiore, quella vita di fede, comunione, carità che attraversa tutte le esperienze di Chiesa, che anima dall’interno. Per cui la realtà più importante della Chiesa è quella invisibile, quella che non si può semplicemente rappresentare con delle leggi o con delle organizzazioni; per cui la Chiesa diventa un segno visibile ma di una realtà invisibile che è la comunione degli uomini con Dio, in una visione meno monopolistica; per cui la Salvezza non è solo nella Chiesa, ma essa ne è il segno visibile della Salvezza che Dio dona agli uomini.

In una concezione un pochino passata della Chiesa, essa veniva presentata come il luogo esclusivo della verità e santità, la verità in senso pieno abita lì e la Chiesa è essenzialmente santa.

Il Concilio presenta le cose in modo più sfumato, non c’è dubbio la Chiesa riceve la rivelazione di Dio, ma la Chiesa non la possiede mai del tutto la verità, anzi è contenta di ritrovare dei germi di verità anche al di fuori di se stessa. Così come la Chiesa non pretende di essere perfettamente santa, è santa perché viene da Gesù Cristo, è santa perché perdonata, ma nello stesso tempo riconosce tutti quegli elementi di miseria, di peccato, di debolezza che accompagnano la sua esperienza nella storia. Questo comporta anche un cambiamento nel modo di vedere la partecipazione dei cristiani alla Chiesa. Voglio dire in una concezione della Chiesa istituzione che cosa che deve fare il singolo cristiano? Fondamentalmente obbedire.

Nel catechismo di San Pio X una delle domande era: “che cos’è la Chiesa?”. E la risposta era “la Chiesa è la società dei veri cristiani, cioè dei battezzati che professano la fede e la dottrina di Gesù Cristo e obbediscono ai pastori stabiliti da Lui”. Quindi fondamentalmente la richiesta principale al singolo era quella dell’obbedienza ad una autorità nella Chiesa.

Ora non c’è dubbio che in questi anni si è fatto uno spostamento di accento da quella che era la distinzione fondamentale fra chierico e laico; la Chiesa era divisa in due grosse parti, da una parte quelli che hanno un’autorità che è il clero in tutte le sue funzioni, e dall’altra quelli che sono invece chiamati all’obbedienza e sono i laici; questa distinzione era fondamentale nella vita della Chiesa. Adesso invece ci si rende conto che forse la differenza più importante non è quella fra chierico e laico, ma quella tra cristiano e non cristiano, dove tra tutti quelli che sono battezzati c’è una fondamentale assomiglianza e comunione, cioè si ritorna a quelli che sono stati i primi secoli della Chiesa. Nei primi secoli della vita della Chiesa non c’è una grande sottolineatura della distinzione tra laici e clero, e non c’è perché il problema grosso è quello del credere o non credere, è il problema del rapporto tra quelli che fanno parte della Chiesa e quelli che stanno fuori, e questo ritorna come un problema importante.

Quando io ero piccolino nei miei primi anni era praticamente impossibile presentare una persona come cristiano perché era palese che fosse cristiano, tutti erano cristiani, che poi lo fossero poco o tanto, bene o male, questo è un altro discorso, ma la distinzione fra cristiano e non cristiano non esisteva. Adesso invece, anche dal punto di vista del linguaggio, questo torna importante, ora c’è chi si presenta come cristiano e come tale viene riconosciuto e altri che rifiutano tranquillamente di essere inquadrati in questa prospettiva; questa è una novità. Questo è quello che accadeva nei primi secoli della Chiesa.

Dal secolo IV in poi le cose hanno incominciato a cambiare, dal secolo IV la Chiesa pian piano comincia ad identificarsi con la società e allora sorge nella Chiesa il fenomeno tipico del monachesimo. Che cos’è il monachesimo? Sono i cristiani che vogliono essere cristiani in modo vero, perché ormai sono tutti cristiani e va a finire che nessuno è cristiano, in fondo i cristiani vivono tranquillamente come gli altri e stanno assorbendo il modo di pensare della città senza nessuna caratteristica che li distingue. Il monaco si ritira per essere cristiano fino in fondo, per vivere da cristiano in modo radicale, e pian piano si è verificata una divisione all’interno della Chiesa, per cui i veri cristiani nel senso pieno sono i monaci e i religiosi, e invece i cristiani laici sono cristiani perché sono battezzati ma in fondo non in modo pieno non in modo radicale.

Lo stato religioso fino a poco tempo fa era chiamato lo “stato di perfezione”, ora lo stato di perfezione di per sé è il cristianesimo è il battezzato che appartiene ad uno stato di perfezione, eppure il modo di esprimerlo era quello di applicarlo ai religiosi perché solo i religiosi alla fine erano i veri cristiani, cioè coloro che avevano preso sul serio il Vangelo e che lo realizzavano senza sconti, senza diminuzioni.

Ora credo che in quoti ultimi anni c’è un cambiamento per noi notevole, il cambiamento consiste nel rivedere prima di tutto fra i cristiani una fondamentale somiglianza e comunione, per cui le differenze che ci sono all’interno della Chiesa ci sono (religiosi, laici, ecc.), ma sono secondarie. La prima realtà fondamentale è quella del Battesimo e della adesione a Gesù Cristo. La costituzione del concilio sul “Lumen gentium” non comincia – quando parla della Chiesa, dei vescovi, dei preti – come era nel primo schema dove si partiva proprio dalla gerarchia; invece parte dal popolo di Dio, per dire che prima c’è una somiglianza, una comunione profonda che unisce tutti; poi all’interno del popolo di Dio ci sono le differenze perché c’è chi ha un ministero, chi ne ha un altro, chi ha una vocazione e chi un’altra; ma la vocazione fondamentale cristiana è comune a tutti.

Sant’Agostino scriveva, con una formula che viene ripresa dal Concilio:

“Io con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”; e diceva di questi due nomi: “Il primo, il nome di cristiano, è il nome della mia dignità, è il nome della mia sicurezza, io mi vanterò davanti a Cristo di essere cristiano, di portare quindi il suo nome; il secondo, vescovo, è il nome della mia responsabilità, è quello che mi fa paura, è quello che porterò davanti al Signore con la responsabilità del mio servizio, di averlo fatto veramente bene; uno è il nome di dignità, l’altro è il nome di responsabilità, ma prima è il cristiano”.

Per cui i papi e i vescovi prima di tutto sono cristiani insieme con tutti gli altri. Per cui 1’esperienza della Chiesa è principalmente un’esperienza vera di fraternità, bisogna che ci sentiamo gli uni nei confronti degli altri innanzitutto come dei fratelli. Per cui il ministero della Chiesa è essenziale, ma non come un’autorità così come avviene nella società civile, ma fondamentalmente come un servizio e quindi come qualcosa che sta al di sotto del popolo di Dio, i vescovi non stanno sopra al popolo di Dio ma sotto.

San Paolo si lamenta perché questi cristiani di Corinto si stanno attaccando troppo a dei leaders facendone in qualche modo i capi delle fazioni all’interno della comunità e dice:

«[21] Nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: [22]Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! [23]Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 21).

Quindi Paolo, Apollo, Cefa, i ministri sono vostri, cioè al vostro servizio, appartengono a voi, voi non appartenete a loro, voi appartenete a Cristo che è un’altra cosa. Cioè la direzione è in questa ottica di dedizione al Signore, alla quale dedizione è chiamata tutta la comunità, e per la quale dedizione c’è un servizio che svolgono alcuni; che vuole dire: prendete il ministero non come si prende l’autorità civile, ma al contrario come si considera un servizio che deve aiutarci a vivere meglio da cristiani e come Chiesa. Questo vuol dire capovolgere tante cose, che si capovolgeranno pian piano con il tempo. Voglio dire, nel lungo itinerario della Chiesa i ministeri ecclesiali sono diventati anche funzioni sociali di autorità, questo storicamente è avvenuto, una volta il vescovo aveva un’autorità anche dal punto di vista sociale e anche il parroco, questo si lega con dei segni che sono i titoli di onore, il rosso, ecc. che sono elementi che fanno parte della nostra storia, ma che pian piano scompariranno, non dico che debbano scomparire dall’oggi al domani, non ci vuole una gran fretta, ma tanto non sono neppure le cose più importanti che debbano scomparire. M voglio dire, la direzione è un’altra: la direzione è quella che richiama il Vangelo che abbiamo letto in questi giorni, che dice a proposito dei farisei:

«[4]Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. [5]Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattéri e allungano le frange; [6]amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe [7]e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì’’ dalla gente. [8]Ma voi non fatevi chiamare “rabbì’’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. [9]E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. [10]E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. [11]Il più grande tra voi sia vostro servo; [12]chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23, 4-12).

Questa logica del Vangelo pian piano rientra nella Chiesa in quel cammino di conversione che dobbiamo tentare di fare, perché la Chiesa nell’ottica del Signore si può presentare come una comunità alternativa rispetto al mondo. “Comunità alternativa rispetto al mondo”, vuole dire questo: Gesù Cristo ha annunciato il Regno di Dio, cioè dove e quando Dio comanda.

Ora dove comanda Dio succede qualche cosa di abbastanza diverso da dove comandano gli uomini; dove comanda l’economia o dove comanda il potere politico succedono certe cose, dove comanda Dio devono per forza succedere delle cose diverse.

Ora la Chiesa nell’ottica di Gesù è semplicemente un pezzettino di mondo che, invece di lasciarsi governare dalle “leggi del mondo”, si lascia governare dalla volontà di Dio. Che cosa questo significhi lo troviamo ad esempio nelle Beatitudini:

«[3]Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. [4]Beati gli afflitti, perché saranno consolati. [5]Beati i miti, perché erediteranno la terra. [6]Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. [7]Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. [8]Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. [9]Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. [10]Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 1-10).

Cioè queste sono le leggi del Regno di Dio e quindi queste devono essere le leggi della Chiesa, leggi che sono chiaramente alternative: non esiste una società mondana dove siano beati i poveri, i miti e i cercatori di pace; nella nostra società le Beatitudini hanno un’altra direzione, ma la Chiesa vuole essere questo. La Chiesa vuole essere un sacramento dell’unione di Dio con gli uomini. Un “sacramento”, vuole dire: una cosa che si vede, ma quello che si vede deve essere l’effetto di qualcosa che non si vede, la comunione degli uomini con Dio; quindi quello che io vedo è San Francesco quello che non si vede, ma è la realtà, è la sua comunione con Dio che evidentemente sta dentro di lui, ma gli effetti si vedono. Voglio dire, se voi siete una comunità cristiana io ho il diritto di venire a vedere il vostro modo di rapportarvi gli uni con gli altri e di vedere se questi rapporti vengono dalla comunione con Dio sì o no, se vengono da Lui o se invece vi comportate così semplicemente perché il temperamento che avete è quello, perché la società vi esorta a vivere in questo modo e allora vivete poi alla fine come tutti gli altri.

Il “discorso della montagna” che sta nei capitoli 5°, 6°, 7° del Vangelo secondo Matteo è una legge di esistenza della comunità cristiana, quello del porgere l’altra guancia, quello di amare i nemici ecc. Ora il “discorso della montagna” non è certamente un programma politico, non si può prendere il “discorso della montagna” e metterlo dentro la costituzione della Repubblica italiana. E perché non è un discorso politico? Perché è un discorso fondato essenzialmente sulla fede. Uno può realizzare il “discorso della montagna” se crede, altrimenti non ci riesce ad amare i nemici, a perdonare, a porgere l’altra guancia; l’uomo non ci riesce semplicemente perché c’è una legge che lo comandao semplicemente perché lo vuole fare con tutta la sua energia; non è possibile. Uno dei discorsi su cui si è discusso è se il “discorso della montagna” sia realizzabile sì o no, perché ha delle esigenze così alte che sembra impossibile mettere in pratica, richiede una scelta della pace, il rifiuto di ogni violenza, che sembrano irrealizzabili, e sono irrealizzabili in una società civile. Ma Gesù non le ha predicate all’imperatore di Roma, Gesù le ha predicate a quelli che ascoltavano e credevano, e credevano nel Regno di Dio perché credevano nell’Amore di Dio che si è manifestato, per quelli è il “discorso della montagna”, quelli sono in grado di costruire una società che viva secondo questa logica. Il «siate perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste» (Mt 5, 48), che è una delle formulazioni più caratteristiche del discorso della montagna, suppone che voi vi riconosciate figli di Dio, che voi crediate nell’Amore di Dio per voi; crediate dunque che «Dio fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 45). Allora sulla base di questa fede, ma sulla base della fede, voi potete realizzare quello che il Signore vi chiede.

C’è una frase del Vangelo strana che dice, «tutto è possibile per chi crede» (Mc 9, 23); cioè per chi crede diventa possibile come dono del Signore una esistenza nuova, un modo nuovo di rapportarsi con gli altri. Pensate per esempio alla esigenze del matrimonio, al matrimonio indissolubile, credo che sia legato con questa fiducia nella presenza del Signore nella nostra vita. Gesù ha proclamato il Regno di Dio, cioè la venuta di Dio dentro la nostra vita per guidare e comandare la nostra vita, proprio per questo Gesù ha voluto costruire una comunità di credenti nei quali il Regno di Dio incominciasse a realizzarsi.

Leggendo il Vangelo c’è innanzitutto una lunga fase nella quale Gesù predica, fa dei miracoli, chiede l’adesione della fede degli uomini, e di fronte a questa predicazione di Gesù gli uomini si dividono, ci sono alcuni che credono altri che rifiutano, ci sono quelli che pensano che Gesù sia un indemoniato, quelli che pensano che sia un pazzo, altri che sia un profeta, quelli che come Pietro riconoscono in Lui il Figlio di Dio. Ora quando Pietro dice «Tu sei il Cristo» (Mt 16, 16), cioè fa l’atto di fede, Gesù cambia il suo modo di predicare, non annuncia più il Regno di Dio, questo l’ha già annunciato, incomincia a costruire una comunità, incomincia a educare Pietro e quelli che stanno con Lui, quelli che hanno fatto attraverso Pietro una professione di fede, incomincia ad educarli perché diventino una comunità che chiameremo cristiana, perché diventino la sua Chiesa.

Nel Vangelo secondo Matteo quando Pietro fa la professione di fede, Gesù dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa»; è la prima volta che Gesù parla di Chiesa e ne parla perché è arrivato alla fede Pietro, perché sono arrivati alla fede i discepoli, poi c’è il cammino verso Gerusalemme e Gesù istruisce; è una specie di noviziato, è il catecumenato dei discepoli, in cui imparano quale deve essere la logica cristiana, come dicevamo prima, una logica alternativa.

Nel Vangelo secondo Matteo (Mt 20, 25-28), ma si trova anche negli altri, c’è scritto: «[25]I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere» –; così è il mondo della politica, questa è la struttura della nostra società – «[26]Non così dovrà essere tra voi»–; cioè tra voi ci deve essere un modo di rapportarsi diverso, non quello della società civile, ma quello del Regno di Dio, quello della presenza della sua sovranità sopra di voi. Che cosa vuol dire questo in concreto? «ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, [27]e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo»; quindi non e proibito essere primi e grandi, lo potete desiderare, solo tenete presente che diventare primi significa diventare servi e diventare schiavo degli altri; perché questo? «[28]appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».

Gesù è venuto così, è venuto come uno che si comporta in modo diverso, anzi si potrebbe dire che proprio Gesù è il Regno di Dio. Che cosa vuol dire Regno di Dio? Esercizio della sovranità di Dio, questo è il Regno di Dio. Se io mi chiedo: dov’è il Regno di Dio? Dove Dio comanda in questo mondo? La Prima risposta che dà il Vangelo è “Gesù Cristo”, dove c’è Gesù lì ci comanda Dio: quello che dice e quello che fa, lo fa e lo dice, perché il Padre glielo comanda. Gesù è in un atteggiamento costante di obbedienza alla volontà del Padre, per cui in quello che fa e dice è presente il Regno di Dio.

Quando all’inizio del Vangelo c’è il racconto delle “tentazioni” il senso è proprio quello, cioè satana propone a Gesù un certo modo di vivere, che Gesù rifiuta, per sottomettere la sua vita alla volontà del Padre, invece di scegliere un criterio di successo, di realizzazione personale, di ricchezza… sceglie la via di obbedienza, che vuol dire la via dove ci comanda il Padre. Bene, la comunità cristiana è questo, voi siete una comunità cristiana se nello spazio in cui siete lì ci comanda Dio, se le cose che voi fate le fate come Dio vuole; la Chiesa è semplicemente questo.

Dicevo, secondo un modo di ragionare diverso, abbiamo già commentato insieme la Lettera ai Romani:

«[1]Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12, 1).

Quindi vi esorto a trasformare la vostra vita in qualcosa che piace a Dio e per fare questo:

«[2]Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2).

Quindi bisogna che voi cambiate testa, che cambiate mentalità, modo di ragionare, modo di scegliere di esprimersi.

Una cosa che dovreste fare è leggere il cap. 18° di Matteo che contiene il discorso ecclesiastico, cioè alcune parole di Gesù che riguardano l’ordinamento della Chiesa, il come ci si comporta nella Chiesa, per esempio il considerare grande chi si fa piccolo, il non dare scandalo, la cura gli uni per gli altri, la preghiera concorde, il perdono, che viene considerato come una regola assoluta della vita della Chiesa, il servizio… Ora questo vuole dire che bisogna che tentiamo di fare delle nostre comunità delle autentiche comunità cristiane, cioè dei luoghi dove i rapporti che noi viviamo, le scelte che noi facciamo sono dominate dal Regno di Dio, dal Vangelo; questo vuol dire fare delle comunità alternative, creare fra di noi dei rapporti nuovi di fraternità, di servizio. Questo richiede alcune cose: la prima è fondare tutto sulla fede, non basta dire che la comunità cristiana è un ideale bello per riuscire a realizzarlo, il fondamento unico è la fede.

Credo che questo sia il cammino più difficile che abbiamo davanti, perché c’è una pressione di ambiente molto forte che rende non facile una scelta di fede, voglio dire che nella società di oggi una scelta di fede non viene spontanea e facile e libera, viene come una spaccatura e una rottura con tanti tipi di rapporti e ci vuole un’energia e una forza molto grande; ma non c’è altro modo che questo, altrimenti il cammino che si fa è un cammino sempre dipendente dagli altri. Uno può fare parte della comunità cristiana perché ci sono altre persone con cui mi trovo bene, ma questo non dura se il motivo è solo questo, viene il momento in cui ci sarà qualcosa che non va e allora finisce tutto, cioè il fondamento unico è soltanto la fede. Vale quel discorso che ricordava il nostro vescovo citando i “padri del deserto”: “Un giovane, un novizio, va da un monaco anziano e gli chiede: Padre io vorrei sapere perché tanti incominciano la vita del monaco e poi la abbandonano? E il monaco risponde: Vedi è come quando i cani danno la caccia alla lepre, un cane vede la lepre allora incomincia ad abbaiare ed a correre, gli altri cani sentono abbaiare e si mettono a correre anche loro dietro la lepre, ma non l’hanno vista la lepre, uno sì gli altri no. Corrono tutti insieme ma gli altri si stancano dopo un po’, lasciano lì perché non hanno vista la lepre, ma quello che l’ha vista non si stanca, non molla finché non l’ha presa. È questa la differenza, se un monaco ha visto il Signore incomincia a correre, ma se uno incomincia solo perché ha visto gli altri, ad un certo punto si stanca, torna indietro”.

E credo che questo sia sempre di più indispensabile. Quando tutti si proclamavano cristiani si correva tutti insieme e non c’erano problemi, ma in un mondo come quello di oggi o uno ha visto la lepre altrimenti dopo un po’ si stanca.

La seconda cosa difficile, per quanto riguarda la fede, è saper cogliere l’essenziale; non è necessario che un cristiano abbia studiato tutta la teologia, ma deve sapere che cosa vuole dire Gesù Cristo. Della fede fanno parte molte cose, dal partecipare alla S. Messa, dall’accendere il lumino davanti a Santa Rita, andare alla Casa della Carità… bisogna che uno sappia qual è l’essenziale e sappia riportare tutte le altre cose a quell’essenziale, altrimenti uno si disorienta; perché se uno ha smesso di accendere il lumino davanti a Santa Rita perché pensa che non serva niente, pianta la fede, perché ha identificato la fede con certi tipi di gesti. Ora non è necessario che tutti studiano teologia. Ma qual è l’essenziale della fede? Che cosa significa realmente credere, quello lo dobbiamo sapere. Ci sono tantissime realtà della fede, ma non hanno tutte la medesima importanza, c’è un centro e una periferia, dovete riuscire a riconoscere qual è il centro e abbracciarlo con decisione; se questo lo fate dopo le altre difficoltà sono meno importanti.

Una terza cosa che mi interessa è questa. Le motivazioni per l’adesione di fede tendono diventare sempre più mature, voglio dire c’è molta gente che pensa che credere voglia dire rinunciare a pensare con la propria testa, o rinunciare alla propria libertà; non è vero! Rinunciare alla propria testa sarebbe un peccato contro il Signore, perché se Egli ve l’ha donata l’ha fatto perché la usiate, se il Signore ci ha fatto creature libere lo ha fatto perché restiamo libere, quindi si tratta non di rinunciare ma di cogliere nel modo giusto, di non sacrificare nel senso negativo l’intelligenza, cioè il dire: “credo alle cose che capisco sono impossibili, ma ci credo ugualmente”. Bisogna invece arrivare ad avere una visione un tantino matura della fede. È vero che la fede non è un atto della ragione, ma è nello stesso tempo un atto ragionevole, così come è ragionevole una scelta di matrimonio o di amicizia. Non si può dire che una scelta di matrimonio è un atto puro di ragione, uno non sceglie una persona perché ha ragionato, ha pensato che è la persona giusta e la sposa, un atto di questo genere è un atto che coinvolge la libertà della persona, ma nello stesso tempo non è una libertà stupida, se uno si sposa non è stupido, non chiude gli occhi per non vedere; no, uno deve vedere la persona e poi ragionevolmente fa una scelta che è una scelta libera. L’atto di fede è simile: è un atto libero, cioè coinvolge non solo la ragione ma anche la volontà, ma è un atto ragionevole, quindi bisogna arrivare a quelle motivazioni mature della propria fede, e questo come base della fede.

Poi la cosa importante è arrivare a costruire pian piano delle comunità cristiane concrete, cioè dove si vivono i rapporti interpersonali come dei rapporti di fede; voglio dire: è importante che ciascuno di noi abbia con degli altri dei rapporti di conoscenza e di fede, di comunione di fede. È importante che io riconosca nella comunità qualcuno come mio fratello a motivo della fede che abbiamo in comune, che ci siano quindi dei momenti di preghiera in comune, di dialogo, di confronto, di sostegno reciproco, di correzione, in modo che si formino delle vere e proprie piccole comunità dove il rapporto interpersonale è presente. Voglio dire: una comunità cristiana non è fatta solo di rapporti interpersonali, ma è fatta anche di rapporti funzionali, sociali ecc. Però i rapporti interpersonali ci vogliono perché sono gli unici che ci permettono di sentirci con gli altri veramente fratelli, e che ci aiutano a riconoscerci nella dimensione della comunione più immediata, più spontanea e semplice. Questo ha tanti livelli, ad esempio nella famiglia, credo che in una famiglia cristiana si debbano vivere certi momenti veri di fede, che sono ad esempio i momenti della festa. La festa ha una valenza grossa dal punto di vista religioso, viverla come festa cristiana non solo come ferie o come fine settimana ma come giorno del Signore, come Natale del Signore. Il riuscire a dare questo senso della festa nella vita di famiglia è importante. Con questo si associa la preghiera, la carità fra i membri della famiglia, ma anche con gli altri.

Una volta si usava. quando si faceva il bilancio mensile, di avere anche una voce per i poveri, cioè per quella responsabilità che ho nei confronti degli altri, per cui devo sapere che ho una ricchezza, ma che non mi appartiene completamente. Il Signore mi ha dato uno stipendio ma non devo e non posso gestirlo come se fosse un diritto assoluto, i poveri che mi stanno vicino hanno diritto anche loro di partecipare al dono che il Signore mi ha fatto. Le misure le dovranno stabilire ciascuno, non ci sono regole rigide, ci sono le regole dello Spirito Santo che sono di per sé ancora più impegnative di quelle che potrebbero essere stabilite come regole fisse, ma questa attenzione ci vuole.

Cosi l’importanza dei gruppi interfamigliari, quelli di preparazione della liturgia, quelli di preghiera ecc. Lo scopo sarebbe quello di ridare vita alla parrocchia. La comunità parrocchiale credo sia una struttura essenziale della vita della Chiesa, si è discusso se le parrocchie siano ormai superate, ma credo che il senso della parrocchia non possa essere soppresso, perché il senso della parrocchia vuol dir semplicemente quella comunità che si raccoglie intorno alla stessa Eucaristia, le persone che vanno a messa insieme. Questo deve creare necessariamente dei legami di fraternità e comunione che si devono vedere. Allora bisogna ritrovare che cosa questo voglia dire, quindi si ritorna al discorso che facevamo prima cioè il rapporto fra preti e laici.

Non c’è dubbio che c’è una rivoluzione rispetto a trent’anni fa nel modo di rapportarsi fra preti e laici, ma non c’è dubbio che questa rivoluzione non sia facile da realizzarsi, perché tutti alle spalle abbiamo delle abitudini, sia noi preti per cui una fraternità più ampia non è facilissima da accettare, sia voi laici per cui una responsabilità più grande non è facilissima neanche per voi da accettare, cioè è difficile per tutti. Però è importante che abbiamo chiaro il senso della trasformazione e della direzione verso cui questo ci deve portare.

La Parola di Dio

Un’ultima cosa importante riguarda la Parola di Dio, che è essenziale per quello che dicevamo prima, se la Chiesa e un pezzo di mondo che è governato da Dio, il modo concreto di esercizio di questa sovranità è proprio la Parola del Signore. Noi capiamo che cosa dobbiamo fare quando insieme ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, è vero che nella Chiesa c’è anche la gerarchia, allora posso dire “faccio la volontà di Dio quando obbedisco”, e questo va bene; ma il discorso è a monte, che riguarda sia la gerarchia che i laici.

Il parroco, nel gestire la parrocchia, deve decidere insieme ai laici di fare la volontà di Dio e così siamo tutti sotto la Parola di Dio. La gerarchia sta sotto la Parola di Dio, il senso dell’essere papa o vescovo è quello di obbedire a Dio, per cui se obbedisco al vescovo lo faccio perché prima di tutto lui tenta di mettersi in obbedienza alla Parola del Signore, per cui riconosco che la sua interpretazione della Parola è prima della mia, che lui sta prima di me ma non della Parola di Dio.

Il ritrovare il senso della Parola di Dio è importante, stando però attenti ad un pericolo che talvolta emerge: il fondamentalismo. Il “fondamentalismo”, vuole dire: una lettura della Parola di Dio che non tiene conto della sua dimensione umana; pensate ai testimoni di Geova o ai Mormoni, il tipo di lettura che fanno è completamente astratto, come se il Vangelo o la Bibbia in genere fossero di “pura essenza divina” da prendere senza stare a capire od interpretare quale sia il significato e come debba essere applicato alla nostra vita. Ora la Parola di Dio è Parola di Dio ma in parola umana, cioè è stata scritta da un certo autore in un certo periodo in una certa lingua e queste cose incidono sulla Parola di Dio. Se San Paolo scrive alle donne di Corinto (1 Cor 11, 5-6) che debbono portare il velo nell’assemblea, questa è parola di Dio, ma non significa che sia una regola immutabile per 1’eternità, questa è un’esperienza che è legata con un certo momento della storia della Chiesa, che ha certe motivazioni, perché a Corinto andare senza il velo poteva apparire non rispettoso nei confronti degli altri, quindi che è legata a certe condizioni terrene che bisogna tener presente. Bisogna fare una lettura della Parola attenta per applicarla alla nostra vita, e per fare questo è necessario conoscere la Parola ma anche il mondo in cui siamo, altrimenti uno trova delle cose che non sono quelle che il Signore vuole, quindi una attenzione che richiede studio e riflessione dove la Parola di Dio non va presa come un manuale dove c’è la soluzione ai singoli problemi della vita (questo è il manuale delle giovani marmotte). Nella Parola di Dio non c’è la risposta del mio, ad esempio, impegno politico, o del come gestire un’azienda; però non c’è dubbio che la Parola di Dio deve toccare anche quelle realtà, se sono cristiano porto anche lì la Parola, ma non c’è la risposta già fatta. C’è nella Parola uno Spirito che ci viene trasmesso, un modo di impostare i problemi in una certa direzione. Ci sono nella Bibbia alcune affermazioni fondamentali per esempio che “il mondo è stato creato da Dio”, che “nel mondo c’è il peccato”, che “Dio ci ha amato fin dalla creazione”, che “c’è per ogni uomo la possibilità concreta dell’Amore di Dio”, che “abbiamo davanti a noi la speranza della comunione con Dio e con tutti i nostri fratelli”. Queste affermazioni sono come dei grandi fari che illuminano i nostri pensieri, il nostro modo di ragionare, di collocarci di fronte alle cose.

Per esempio, nella Prima lettera a Timoteo San Paolo se la prende con alcuni falsi dottori dove lui dice:

«[2]sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza. [3]Costoro vieteranno il matrimonio, imporranno di astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato per essere mangiati con rendimento di grazie dai fedeli e da quanti conoscono la verità. [4]Infatti tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, [5]perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera» (1 Tm 4, 2-5)

Questo vuol dire che una cosa come la fede nella creazione cambia il modo di valutare le cose, per esempio cambia il modo di valutare il matrimonio. Un cristiano che creda nella creazione non potrà mai considerare il matrimonio la materia negativa, perché se l’ha creata nostro Signore non posso dare alla materia un volto negativo, dovrò riconoscere che la materia ha un suo valore positivo, che il corpo, la sessualità, il matrimonio hanno valori positivi, i problemi ci saranno, ma questo “sì” che l’uomo deve dare al mondo è fondamentale, la fede nella creazione ci obbliga a dire un sì al mondo in cui viviamo.

Così l’idea del peccato. La convinzione che la storia si gioca sulla realtà del peccato, dovrebbe tenerci lontano sia dall’ottimismo che dal pessimismo. Sia dall’ottimismo becero che pensa che tutto vada bene e che la storia sia un progresso stupendo, no c’è anche il peccato, ma nello stesso tempo la lettura della storia in chiave di peccato ci tiene lontano dal pessimismo, perché la responsabilità dei guasti non è in un meccanismo fatto male ma è in una nostra libertà che può scegliere il male, ma anche il bene. Riconoscere che dietro le storture del mondo c’è il peccato vuole dire: riconoscere che le storture sono raddrizzabili non sono fatali. Il peccato significa che c’è una responsabilità della persona e dove c’è una responsabilità c’è la possibilità di convertirsi. Il tragico è quando noi pensiamo: “non ho fatto male, ma sono fatto male”, perché se sono fatto male non c’è più nulla da fare, ma non è così. Non è nella nostra struttura il peccato, ma nella nostra libertà, il peccato è una rivendicazione della libertà dell’uomo, per cui ragionare in ottica di peccato significa riconoscere all’uomo una responsabilità nelle cose che compie, nelle scelte che realizza; e lo stesso vale per l’idea di elezione, di salvezza… sono come delle grandi categorie di pensiero che sono tipicamente bibliche. A partire da questo si può cogliere lo spirito della Parola di Dio e con questo spirito affrontare i problemi e risolverli oggi, non sono stati risolti in precedenza, dobbiamo farlo noi con la Parola come spirito, come luce, come orientamento grande ma anche con la fatica di analizzare le situazioni e di cogliere qual è la strada possibile.

Pensate agli insegnamenti della Chiesa in materia sociale, è chiaro non sono scritti nella Bibbia direttamente, ma in qualche modo ci deve orientare, altrimenti la Parola diventa solo una consolazione psicologica per stare un po’ meglio; questo è uno dei rischi dei giovani di oggi, quello di prendere la religione come consolazione psicologica, la religione è anche questo ma qualcosa di molto più serio, proprio per questo bisogna che la Parola di Dio rientri in tutte le cose e in tutte le scelte fondamentali che dobbiamo fare.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.